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Antonio Magliulo

Le ragioni del "Cuore" - Rileggendo De Amicis

Camminavo sul tappeto dei giorni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 
Nei giorni scorsi i mass media hanno ripreso l’antica e mai sopita polemica sulla validità del libro Cuore, il celeberrimo romanzo di De Amicis, che, pubblicato da Treves nel 1886, raggiunse in due decenni la ragguardevole cifra di un milione di copie vendute, un vero record per l’epoca.
Sino alla metà del XX secolo, intere generazioni di ragazzi hanno trascorso le proprie giornate in compagnia dei personaggi di De Amicis: Enrico, Coretti, Garrone, Franti, Perboni, la maestrina dalla penna rossa, etc.
Cuore era uno dei cosiddetti classici per l’infanzia, un romanzo raccomandato per il suo alto contenuto morale. Diverse le trasposizioni realizzate da cinema e tv, sia in passato che in tempi più recenti, a testimonianza dell’interesse che l’opera suscitava e continua a suscitare, specialmente presso le generazioni più attempate.
Com’è noto, il racconto si dipana sotto forma di diario. A redigerlo è Enrico, un alunno delle elementari. Le cronache delle varie giornate scolastiche si alternano con interventi epistolari dei suoi familiari, tutti a sfondo didascalico.
Nel libro, inoltre, sono contenuti nove racconti, che il maestro propone mensilmente alla classe: Il piccolo patriota padovano; La piccola vedetta lombarda; Il piccolo scrivano fiorentino; Il tamburino sardo; L’infermiere di Tata; Sangue romagnolo; Valore civile; Dagli Appennini alle Ande; Naufragio. Protagonisti di tali vicende sono sempre i ragazzi, ognuno appartenente ad una regione diversa ed è dotato di lodevoli qualità: solidarietà, coraggio, abnegazione, che vengono impiegate a difesa della patria, della famiglia e dei propri simili, sino ad arrivare all’estremo sacrificio, immolando la vita per gli altri.
De Amicis attribuisce un ruolo preciso ad ogni personaggio: Enrico è il classico esponente della media borghesia; Garrone, l’emblema della bonarietà e generosità del popolo; Franti il “cattivo”, il ribelle e così via, secondo classificazioni ancor oggi vigenti, pure se indicate con termini più sfumati.
Nonostante l’enorme successo precedente, oggi pochi ragazzi leggono Cuore. Chi lo conosce è perchè ne ha sentito parlare dai familiari o ha visto qualche suo adattamento alla tv.
Cuore è un romanzo pressoché dimenticato, non tanto perché vetusto, sorpassato, ma perché, a partire dagli anni Settanta, una certa critica, rigida, prevenuta, “inquadrata”, si è dilettata a fare del romanzo il proprio bersaglio preferito. Esso, per i suoi denigratori, è diventato tutto ed il contrario di tutto, persino una minaccia per il progresso sociale.
Costoro lo ritenevano (e lo ritengono tuttora) un romanzo da evitare, perché ipocrita e reazionario. Esso esalterebbe ideali nazionalisti e orienterebbe i giovani verso il pensiero liberale, distogliendoli dalla lotta di classe.
Ma gli appunti mossi all’opera hanno un grosso difetto: peccano di anti-storicità, perché essa fu scritta a venticinque anni dall’Unità d’Italia, quando “fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani”. Il romanzo, secondo l’autore, doveva contribuire proprio a questo scopo: dimostrare la pari dignità di tutti gli italiani e concorrere a creare una lingua comune, con cui dialogare ed abbattere le incomprensioni e i pregiudizi dovuti alle differenti culture ed alle diverse parlate regionali.
I detrattori di Cuore hanno rinvenuto dei difetti pure nei personaggi, definendo Enrico antipatico e troppo perbenista ed elogiando invece Franti per il suo carattere anticonformista.
Quest’ultimo viene descritto da De Amicis in modo negativo, in quanto incarna il prototipo dell’irriducibile, del ragazzo ribelle: egli non ha alcun interesse per lo studio, né per altre attività, manca del minimo senso civico ed è indifferente alle pur generose offerte di aiuto che gli vengono rivolte. Franti però non sembra essere una vittima del “sistema”, ma più semplicemente un balordo, uno scriteriato, un tipo rintracciabile in ogni ceto sociale, abbiente o non abbiente, borghese o proletario.
I sentimenti che il personaggio suscita sono vari e contrastanti, partono dalla rabbia e dall’indignazione ed arrivano sino alla “pietas” ed al perdono. Ma ritenerlo simpatico e farne un modello da imitare è insensato e controproducente. Attribuirgli, per altro, una coscienza di classe o addirittura adombrare in lui la possibilità di un qualche progetto rivoluzionario è una forzatura inaccettabile. Qui è evidente il vecchio e ormai abusato letmotiv di un populismo ed una demogogia atti soltanto a disorientare i giovani e a generare il caos.
Ecco perché continuare a parlar male di Cuore e a ridicolizzarne il contenuto è sbagliato.
La nostra società sta registrando una crescente indifferenza verso i valori veri della vita. Ciò, purtroppo, si verifica soprattutto nel mondo giovanile. Le cronache di questi ultimi anni riportano numerosi episodi d’insofferenza e di cinismo nei confronti delle istituzioni. La scuola fatica sempre più a gestire gli allievi ed, anche quando fa ricorso a legittime forme sanzionatorie, viene accusata di autoritarismo e finisce al centro di mortificanti polemiche.
Molti studiosi sono concordi nell’affermare che certi comportamenti giovanili derivano dalle profonde trasformazioni sociali avvenute nell’ultimo ventennio, ma sono anche il risultato di un processo iniziato negli anni Settanta e volto a ridimensionare il ruolo di insegnanti ed educatori in genere, e ad enfatizzare invece i diritti dei giovani, generando in loro un senso d’onnipotenza e d’impunibilità.
Va sottolineato che il movimento post-sessantottino ha prodotto importanti conquiste democratiche (diritto al lavoro, emancipazione femminile, uguaglianza sociale, etc) ma ha commesso pure degli errori. Uno è appunto la delegittimazione di valori come il rispetto, l’altruismo, la lealtà, ritenuti improvvisamente vieti, ipocriti e falsi.
Invece, proprio queste qualità umane andrebbero recuperate al più presto e riproposte come le manifestazioni più alte dell’agire umano, indispensabili per edificare una società veramente progredita e civile.
 

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Camminavo sul tappeto dei giorni

(Incontro con un giovane poeta)

 

      La poesia esiste, credetemi. E’ la frase che sorge spontanea, leggendo il volumetto di Gianluca Arena: “Camminavo sul tappeto dei giorni”, breve raccolta in versi, pubblicata qualche anno fa da Aletti Editore, che reca, per altro, una piccola prefazione dello scrivente.

      Arena, ancora sconosciuto al grosso pubblico, ma destinato sicuramente ad una luminosa carriera, è nato a Napoli nell’agosto del ’76. Autore giovanissimo dunque, ma capace d’imporsi all’attenzione di una casa editrice nazionale, che ha il merito di svolgere un’opera di scoutismo letterario veramente encomiabile, specie nel momento in cui iniziative del genere sono più uniche  che  rare nel nostro paese. Dopo l’escursus liceale, l’Arena si è iscritto alla facoltà di Informatica, laureandosi nello scorso luglio con centodieci e lode. Nonostante gli studi di tipo prettamente scientifico, non ha mai smesso di coltivare le Lettere ed in particolare la poesia. Ha letto tantissimo, ha seguito seminari, ha incontrato poeti e partecipato a corsi di scrittura creativa. Il risultato di tutto questo lavoro è stato il vedersi riconoscere un talento, che ne fa uno degli autori più promettenti del nostro panorama letterario.

      Aria nuova, ecco cosa si avverte leggendo le pagine del suo libro, l’aria vivificante e pura che spande intorno un venticello fresco di primavera. E ciò perché la poesia dell’Arena sa comunicare il dono della poesia, qualcosa di originale, inedito, diverso da qualsiasi modello precedente. Ogni verso è un frammento d’insolito, ogni lirica è uno squarcio di luce, che spezza il grigiore dell’ordinario e della banalità. Nella sua produzione c’è una vis poetica prorompente, impetuosa, come l’acqua di un torrente in piena o come il flusso di un sentimento incontenibile: quello della passione creativa, per cui l’autore sente - come scriveva Cesare Pavese - che: “... ha una voce e un sangue ogni cosa che vive”. E in tal senso hanno voce anche le cose inanimate: le albe, i tramonti, le stagioni, il sole, il mare, le stelle, le luci dei fanali, che suscitano nel cuore dell’autore tante vivide emozioni.

   La poesia di Gianluca nasce da un animo sensibile, attento a cogliere i più minuti palpiti, fuori e dentro di sé. Molte delle sue liriche posseggono un forte connotato introspettivo. Ma non è l’indagine di chi ripiega sul proprio io per dare sfogo ad una sorta d’intimismo vacuo ed obsoleto; nemmeno è il tentativo di fare della poesia un esercizio terapeutico o un atto liberatorio, quanto mai necessario di fronte al perpetuo vanificarsi di ogni aspirazione. Quello di analizzare il proprio mondo interiore sembra piuttosto l’unico mezzo per rapportarsi alla realtà, una realtà dinamica, sfuggente, inafferrabile. Ogni giorno la vita riserva gioie, delusioni, piccoli e grandi dispiaceri. Ecco allora che l’animo diviene la duttile creta, dove le esperienze lasciano una traccia, un’impronta, che l’autore sa trasformare in versi. Ed è una dote naturale, autentica, la sua, così immediata e spontanea che sembra persino prescindere dal solido retroterra culturale, che pure egli possiede: fra una lirica e l’altra, s’intravede infatti la sua “frequentazione” con i più grandi esponenti del simbolismo francese, così come si coglie il magistero esercitato su di lui da Cesare Pavese. Infine, non estranea alla sua formazione appare lo studio dell’arte figurativa, in particolare di quella espressionista, naif, etc. Da questa miscela di conoscenza e talento personale nascono versi di straordinaria forza comunicativa:      

[omissis]

Incatenato al letto

Attendo.

La sera giunge

Mi prende per mano

E mi trascina nei tuoi occhi.

Finalmente

Il fiume rompe gli argini,

nessun silenzio più da abbattere.

[omissis]

  

   Ma, al soggettivismo e a quella che potrebbe definirsi una convulsa interiorità, seguono momenti d’apertura, contrassegnati da un marcato impegno umano, come si nota nell’efficace denuncia della guerra, dove le parole, volutamente forti, evocano orrore ed, allo stesso tempo, suscitano sdegno per la stupidità degli uomini. Alcuni termini sono scelti in modo da ingenerare addirittura spiacevoli sensazioni olfattive:

 

Sotto il sole

putrescenti pezzi di carne

e frammenti di membra dilaniate

e masse di carbone amorfe

a ricordo di vana evoluzione di primate.

[omissis]

 

   Il linguaggio poetico è sostanzialmente fedele ad un suo codice (sicuramente di taglio “moderno”) senza per questo chiudersi, imprigionarsi in un angusto cliché, che gli impedisca di accedere alle più ampie soluzioni formali. Nella raccolta si nota, infatti, una sorta di sperimentalismo, che è un po’ il marchio di tutti gli artisti eclettici, versatili. Proprio nello stile sono evidenti, a volte, istintivi richiami all’ermetismo, in particolare, all’uso che esso fa della parola come “forziere concettuale”, così come è rinvenibile il senso traslato. Si evince  inoltre un certo gusto per la produzione luziana, che però mai ne compromette l’autonomia e la peculiarità:

 

 Io un giorno scrivevo poesie.

Poi smisi

e risi

amaramente

                    dolcemente

                                follemente.

È vuota

                           [omissis]

 

     Qui la scansione, o meglio, la disposizione disordinata delle parole nella pagina, accresce il valore delle parole stesse, come fossero schegge di verità o frammenti illuminanti, caduti dall'alto (vengono in mente, in proposito, le gocce cromatiche di Pollock) nell’inquieta ricerca, più che di una collocazione topica vera e propria, di un “riscatto” e di un’appagante dimensione esistenziale.  In ciò, le strofe dell’Arena sembrano evocare appunto la poesia del nostro grande Luzi, nella quale è presente la medesima struttura a scalini, con versi liberi e sparsi, che non solo conferiscono al componimento più di un significato, ma costringono in qualche misura l'occhio a vagare, a spostarsi, come a voler coinvolgere il lettore in un movimento continuo, espressione di una travagliata ricerca interiore. Il tema dominante (e forse la sostanza stessa) della poesia è il desiderio, sovente frustrato, di un autentico rapporto umano e sentimentale.     Questa vana ricerca provoca nell’autore smarrimento, angoscia, quello stesso malessere che tanti lamentano in una società protesa al conseguimento del lusso e del benessere e perciò contrassegnata da una diffusa forma di solipsismo.

    Ma c’è un momento, in verità molto più di un momento, in cui Gianluca parla d’amore, quello vero ed autentico, che ai più non è dato descrivere e che è capace di operare in lui la palingenesi, l’agognata rigenerazione:

 

 [omissis]

Ma tu

Hai strappato la pelle

dei giorni solitari

Dato il senso

A tutti i momenti amari

Reso tenero

L’abbraccio della notte.

Sei il sogno che voglio vivere

Prima di dormire.

          [omissis]

       

   In versi come questi la poesia si tinge di una struggente tenerezza e comincia a volare  alta, sulle ali dei sentimenti più puri; il linguaggio diviene leggero, levigato, soave e si compie un prodigio raro, senza uguali: la sublimazione della parola in musica.

                                                                  

                                                              

Casella di testo:

 

 

 

 

 

 


 

     

 

 

 

                Camminavo sul tappeto dei giorni - Aletti Editore, 2003 

           Euro 10

                                  

 

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