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Nei giorni scorsi i
mass media hanno ripreso l’antica e mai sopita
polemica sulla validità del libro Cuore, il
celeberrimo romanzo di De Amicis, che, pubblicato da
Treves nel 1886, raggiunse in due decenni la
ragguardevole cifra di un milione di copie vendute,
un vero record per l’epoca.
Sino alla metà del XX secolo, intere generazioni di
ragazzi hanno trascorso le proprie giornate in
compagnia dei personaggi di De Amicis: Enrico,
Coretti, Garrone, Franti, Perboni, la maestrina
dalla penna rossa, etc.
Cuore era uno dei cosiddetti classici per
l’infanzia, un romanzo raccomandato per il suo alto
contenuto morale. Diverse le trasposizioni
realizzate da cinema e tv, sia in passato che in
tempi più recenti, a testimonianza dell’interesse
che l’opera suscitava e continua a suscitare,
specialmente presso le generazioni più attempate.
Com’è noto, il racconto si dipana sotto forma di
diario. A redigerlo è Enrico, un alunno delle
elementari. Le cronache delle varie giornate
scolastiche si alternano con interventi epistolari
dei suoi familiari, tutti a sfondo didascalico.
Nel libro, inoltre, sono contenuti nove racconti,
che il maestro propone mensilmente alla classe: Il
piccolo patriota padovano; La piccola vedetta
lombarda; Il piccolo scrivano fiorentino; Il
tamburino sardo; L’infermiere di Tata; Sangue
romagnolo; Valore civile; Dagli Appennini alle Ande;
Naufragio. Protagonisti di tali vicende sono sempre
i ragazzi, ognuno appartenente ad una regione
diversa ed è dotato di lodevoli qualità:
solidarietà, coraggio, abnegazione, che vengono
impiegate a difesa della patria, della famiglia e
dei propri simili, sino ad arrivare all’estremo
sacrificio, immolando la vita per gli altri.
De Amicis attribuisce un ruolo preciso ad ogni
personaggio: Enrico è il classico esponente della
media borghesia; Garrone, l’emblema della bonarietà
e generosità del popolo; Franti il “cattivo”, il
ribelle e così via, secondo classificazioni ancor
oggi vigenti, pure se indicate con termini più
sfumati.
Nonostante l’enorme successo precedente, oggi pochi
ragazzi leggono Cuore. Chi lo conosce è perchè ne ha
sentito parlare dai familiari o ha visto qualche suo
adattamento alla tv.
Cuore è un romanzo pressoché dimenticato, non tanto
perché vetusto, sorpassato, ma perché, a partire
dagli anni Settanta, una certa critica, rigida,
prevenuta, “inquadrata”, si è dilettata a fare del
romanzo il proprio bersaglio preferito. Esso, per i
suoi denigratori, è diventato tutto ed il contrario
di tutto, persino una minaccia per il progresso
sociale.
Costoro lo ritenevano (e lo ritengono tuttora) un
romanzo da evitare, perché ipocrita e reazionario.
Esso esalterebbe ideali nazionalisti e orienterebbe
i giovani verso il pensiero liberale, distogliendoli
dalla lotta di classe.
Ma gli appunti mossi all’opera hanno un grosso
difetto: peccano di anti-storicità, perché essa fu
scritta a venticinque anni dall’Unità d’Italia,
quando “fatta l’Italia, bisognava fare gli
italiani”. Il romanzo, secondo l’autore, doveva
contribuire proprio a questo scopo: dimostrare la
pari dignità di tutti gli italiani e concorrere a
creare una lingua comune, con cui dialogare ed
abbattere le incomprensioni e i pregiudizi dovuti
alle differenti culture ed alle diverse parlate
regionali.
I detrattori di Cuore hanno rinvenuto dei difetti
pure nei personaggi, definendo Enrico antipatico e
troppo perbenista ed elogiando invece Franti per il
suo carattere anticonformista.
Quest’ultimo viene descritto da De Amicis in modo
negativo, in quanto incarna il prototipo
dell’irriducibile, del ragazzo ribelle: egli non ha
alcun interesse per lo studio, né per altre
attività, manca del minimo senso civico ed è
indifferente alle pur generose offerte di aiuto che
gli vengono rivolte. Franti però non sembra essere
una vittima del “sistema”, ma più semplicemente un
balordo, uno scriteriato, un tipo rintracciabile in
ogni ceto sociale, abbiente o non abbiente, borghese
o proletario.
I sentimenti che il personaggio suscita sono vari e
contrastanti, partono dalla rabbia e
dall’indignazione ed arrivano sino alla “pietas” ed
al perdono. Ma ritenerlo simpatico e farne un
modello da imitare è insensato e controproducente.
Attribuirgli, per altro, una coscienza di classe o
addirittura adombrare in lui la possibilità di un
qualche progetto rivoluzionario è una forzatura
inaccettabile. Qui è evidente il vecchio e ormai
abusato letmotiv di un populismo ed una demogogia
atti soltanto a disorientare i giovani e a generare
il caos.
Ecco perché continuare a parlar male di Cuore e a
ridicolizzarne il contenuto è sbagliato.
La nostra società sta registrando una crescente
indifferenza verso i valori veri della vita. Ciò,
purtroppo, si verifica soprattutto nel mondo
giovanile. Le cronache di questi ultimi anni
riportano numerosi episodi d’insofferenza e di
cinismo nei confronti delle istituzioni. La scuola
fatica sempre più a gestire gli allievi ed, anche
quando fa ricorso a legittime forme sanzionatorie,
viene accusata di autoritarismo e finisce al centro
di mortificanti polemiche.
Molti studiosi sono concordi nell’affermare che
certi comportamenti giovanili derivano dalle
profonde trasformazioni sociali avvenute nell’ultimo
ventennio, ma sono anche il risultato di un processo
iniziato negli anni Settanta e volto a
ridimensionare il ruolo di insegnanti ed educatori
in genere, e ad enfatizzare invece i diritti dei
giovani, generando in loro un senso d’onnipotenza e
d’impunibilità.
Va sottolineato che il movimento post-sessantottino
ha prodotto importanti conquiste democratiche
(diritto al lavoro, emancipazione femminile,
uguaglianza sociale, etc) ma ha commesso pure degli
errori. Uno è appunto la delegittimazione di valori
come il rispetto, l’altruismo, la lealtà, ritenuti
improvvisamente vieti, ipocriti e falsi.
Invece, proprio queste qualità umane andrebbero
recuperate al più presto e riproposte come le
manifestazioni più alte dell’agire umano,
indispensabili per edificare una società veramente
progredita e civile.
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“Camminavo
sul tappeto dei giorni”
(Incontro con un giovane poeta)
La poesia esiste,
credetemi. E’ la frase che sorge spontanea, leggendo il
volumetto di Gianluca Arena: “Camminavo sul
tappeto dei giorni”, breve raccolta in versi,
pubblicata qualche anno fa da Aletti Editore, che reca,
per altro, una piccola prefazione dello scrivente.
Arena, ancora
sconosciuto al grosso pubblico, ma destinato sicuramente
ad una luminosa carriera, è nato a Napoli nell’agosto
del ’76. Autore giovanissimo dunque, ma capace d’imporsi
all’attenzione di una casa editrice nazionale, che ha il
merito di svolgere un’opera di scoutismo letterario
veramente encomiabile, specie nel momento in cui
iniziative del genere sono più uniche che rare nel
nostro paese. Dopo l’escursus liceale, l’Arena si è
iscritto alla facoltà di Informatica, laureandosi nello
scorso luglio con centodieci e lode. Nonostante gli
studi di tipo prettamente scientifico, non ha mai smesso
di coltivare le Lettere ed in particolare la poesia. Ha
letto tantissimo, ha seguito seminari, ha incontrato
poeti e partecipato a corsi di scrittura creativa. Il
risultato di tutto questo lavoro è stato il vedersi
riconoscere un talento, che ne fa uno degli autori più
promettenti del nostro panorama letterario.
Aria nuova, ecco cosa
si avverte leggendo le pagine del suo libro, l’aria
vivificante e pura che spande intorno un venticello
fresco di primavera. E ciò perché la poesia dell’Arena
sa comunicare il dono della poesia, qualcosa di
originale, inedito, diverso da qualsiasi modello
precedente. Ogni verso è un frammento d’insolito, ogni
lirica è uno squarcio di luce, che spezza il grigiore
dell’ordinario e della banalità. Nella sua produzione
c’è una vis poetica prorompente, impetuosa, come l’acqua
di un torrente in piena o come il flusso di un
sentimento incontenibile: quello della passione
creativa, per cui l’autore sente - come scriveva Cesare
Pavese - che: “... ha una voce e un sangue ogni cosa
che vive”. E in tal senso hanno voce anche le cose
inanimate: le albe, i tramonti, le stagioni, il sole, il
mare, le stelle, le luci dei fanali, che suscitano nel
cuore dell’autore tante vivide emozioni.
La poesia di Gianluca
nasce da un animo sensibile, attento a cogliere i più
minuti palpiti, fuori e dentro di sé. Molte delle sue
liriche posseggono un forte connotato introspettivo. Ma
non è l’indagine di chi ripiega sul proprio io per dare
sfogo ad una sorta d’intimismo vacuo ed obsoleto;
nemmeno è il tentativo di fare della poesia un esercizio
terapeutico o un atto liberatorio, quanto mai necessario
di fronte al perpetuo vanificarsi di ogni aspirazione.
Quello di analizzare il proprio mondo interiore sembra
piuttosto l’unico mezzo per rapportarsi alla realtà, una
realtà dinamica, sfuggente, inafferrabile. Ogni giorno
la vita riserva gioie, delusioni, piccoli e grandi
dispiaceri. Ecco allora che l’animo diviene la duttile
creta, dove le esperienze lasciano una traccia,
un’impronta, che l’autore sa trasformare in versi. Ed è
una dote naturale, autentica, la sua, così immediata e
spontanea che sembra persino prescindere dal solido
retroterra culturale, che pure egli possiede: fra una
lirica e l’altra, s’intravede infatti la sua
“frequentazione” con i più grandi esponenti del
simbolismo francese, così come si coglie il magistero
esercitato su di lui da Cesare Pavese. Infine, non
estranea alla sua formazione appare lo studio dell’arte
figurativa, in particolare di quella espressionista,
naif, etc. Da questa miscela di conoscenza e talento
personale nascono versi di straordinaria forza
comunicativa:
[omissis]
Incatenato al letto
Attendo.
La sera giunge
Mi prende per mano
E mi trascina nei tuoi occhi.
Finalmente
Il fiume rompe gli argini,
nessun silenzio più da abbattere.
[omissis]
Ma, al soggettivismo e a quella che potrebbe
definirsi una convulsa interiorità, seguono momenti
d’apertura, contrassegnati da un marcato impegno umano,
come si nota nell’efficace denuncia della guerra, dove
le parole, volutamente forti, evocano orrore ed, allo
stesso tempo, suscitano sdegno per la stupidità degli
uomini. Alcuni termini sono scelti in modo da ingenerare
addirittura spiacevoli sensazioni olfattive:
Sotto il sole
putrescenti pezzi di carne
e frammenti di membra dilaniate
e masse di carbone amorfe
a ricordo di vana evoluzione di primate.
[omissis]
Il linguaggio poetico è sostanzialmente fedele ad un
suo codice (sicuramente di taglio “moderno”) senza per
questo chiudersi, imprigionarsi in un angusto cliché,
che gli impedisca di accedere alle più ampie soluzioni
formali. Nella raccolta si nota, infatti, una sorta di
sperimentalismo, che è un po’ il marchio di tutti gli
artisti eclettici, versatili. Proprio nello stile sono
evidenti, a volte, istintivi richiami all’ermetismo, in
particolare, all’uso che esso fa della parola come
“forziere concettuale”, così come è rinvenibile il senso
traslato. Si evince inoltre un certo gusto per la
produzione luziana, che però mai ne compromette
l’autonomia e la peculiarità:
Io un giorno scrivevo poesie.
Poi smisi
e risi
amaramente
dolcemente
follemente.
È vuota
[omissis]
Qui la scansione, o meglio, la disposizione disordinata
delle parole nella pagina, accresce il valore delle
parole stesse, come fossero schegge di verità o
frammenti illuminanti, caduti dall'alto (vengono in
mente, in proposito, le gocce cromatiche di Pollock)
nell’inquieta ricerca, più che di una collocazione
topica vera e propria, di un “riscatto” e di
un’appagante dimensione esistenziale. In ciò, le strofe
dell’Arena sembrano evocare appunto la poesia del nostro
grande Luzi, nella quale è presente la medesima
struttura a scalini, con versi liberi e sparsi, che non
solo conferiscono al componimento più di un significato,
ma costringono in qualche misura l'occhio a vagare, a
spostarsi, come a voler coinvolgere il lettore in un
movimento continuo, espressione di una travagliata
ricerca interiore. Il tema dominante (e forse la
sostanza stessa) della poesia è il desiderio, sovente
frustrato, di un autentico rapporto umano e
sentimentale. Questa vana ricerca provoca
nell’autore smarrimento, angoscia, quello stesso
malessere che tanti lamentano in una società protesa al
conseguimento del lusso e del benessere e perciò
contrassegnata da una diffusa forma di solipsismo.
Ma c’è un momento, in verità molto più di un
momento, in cui Gianluca parla d’amore, quello vero ed
autentico, che ai più non è dato descrivere e che è
capace di operare in lui la palingenesi, l’agognata
rigenerazione:
[omissis]
Ma tu
Hai strappato la pelle
dei giorni solitari
Dato il senso
A tutti i momenti amari
Reso tenero
L’abbraccio della notte.
Sei il sogno che voglio vivere
Prima di dormire.
[omissis]
In versi come questi la poesia si tinge di una
struggente tenerezza e comincia a volare alta, sulle
ali dei sentimenti più puri; il linguaggio diviene
leggero, levigato, soave e si compie un prodigio raro,
senza uguali: la sublimazione della parola in musica.

Camminavo
sul tappeto dei giorni -
Aletti Editore, 2003
Euro 10
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