Analisi dal
film “Non ti muovere”
DURA MADRE:
È facile trovare un medico in un corridoio d’ospedale, certo;
ma quel medico che pure ha il camice verde pare
spogliato dalla sua condizione abituale, sembra
piuttosto un paziente come noi, non ha nulla del sicuro
dispensatore di salute: bisturi e suture non lo
riguardano; non adesso.
Adesso è
in attesa, spezzato tra passato e presente.
E’stato
costretto a venire a patti con un altro linguaggio più
incerto: quello della vita e della morte, come mistero,
dogma che si decide in altre sfere tra speranza e
disperazione, letizia e abisso.
E’ qui,
ma si vede che potrebbe essere ovunque, lontano da noi,
da questa luce asettica che colpisce impietosamente
zigomi e nasi; assorto e sconvolto muove ogni tanto
quegli occhi allucinati pare veda qualcosa, ma chissà.
Nel
momento in cui sua figlia sta subendo un delicato
intervento chirurgico alla testa trova il coraggio per
fare una confessione senza censure di ciò che è stata la
sua esperienza di uomo ritrovandosi, forse per la prima
volta, consapevolmente come uomo e padre insieme; uomo
nei propri bisogni sempre insospettabili per una figlia
e padre in ansia che si affida ciecamente come qualsiasi
altro padre, alle buone mani di un collega dalle quali
dipende la vita o la morte di sua figlia.
La sala
d’aspetto dell’ospedale si carica di un giudizio che in
primo modo si ripercuoterà su di lui come verdetto per
quello che fu; in questa sorta di limbo, sospeso, si
prepara a quello che sarà, al netto giudizio di tutta
una vita.
Qui, in
un certo senso, avviene nell’angoscia più buia,
l’espiazione-analisi della propria vita frutto di
scelte, di esperienze, di incontri sconvolgenti come
quello con Italia. Una donna che per un certo periodo
offuscò il suo amore di padre.
Davanti
alla figlia in coma, piccola donna che forse con quello
stesso motorino da cui cadde stava felicemente correndo
incontro ad un amore ragazzino, trova il coraggio di
parlare di una passione bruciante; un amore extra
coniugale totalizzante per una donna venuta prima di lei
che nel suo cuore le aveva preferito; le chiede
tacitamente scusa, ma vuole che sappia, e così racconta;
ripercorrendo quel periodo.
Intanto
nei corridoi anche negli altri reparti si mormora: pare
sia successo qualcosa di molto grave a quel medico
chirurgo; se non me lo avessero detto non lo avrei mai
riconosciuto… quello era il dottor Timoteo, Timo per gli
amici.
Chi è
Timoteo? O meglio chi è stato tuo padre prima che tu
nascessi: scorrono i flash la vita si snoda nel racconto
essenziale reso vivo da un uomo, ormai, privo di falsi
pudori.
-Quindici anni prima- Timoteo è un chirurgo affermato,
amato e di successo; quello che ha ottenuto dalla
propria vita è frutto del talento, dell’impegno e di una
volontà costante.
Viva
intelligenza, lucidità di reazioni e razionalità.
I
risultati non tardano ad arrivare e lo gratificano su
tutti i fronti: moglie invidiabile, casa invidiabile,
stile di vita invidiabile. In definitiva vita intensa e
appagante.
Così
almeno appare.
Ma
un’insoddisfazione segreta s’insinua, lastra di vetro
sottile, sigla un’incomprensibile quanto agghiacciante
estraneità.
La
realtà costruita faticosamente, appare un artificiale
vuoto contenitore di vite inutili e spente che si
trascinano nell’ipocrisia.
Terribili nodi irrisolti si dibattono dentro di lui,
tensioni inconfessabili, lo spingono a scelte folli ed
incomprensibili.
Timoteo,
porta con sé un passato non rielaborato, mai accettato e
sempre combattuto. Lo sprono segreto di un riscatto
totale. Le croste laceranti del passato, di nascosto da
tutti e inconsapevolmente anche da se stesso, sanguinano
sempre più spesso con vitalità devastante; non sono
cicatrici le sue: ricordi lontani di lacerazioni; ma
vive croste che reagiscono ancora agli urti e allo
sbalzo di temperature della vita attuale così diversa da
ciò che fu per lui l’infanzia. Eppure questi mostri del
passato ritornano e s’incarnano in una donna, fisica e
concreta: Italia.
Ora
dall’alto della sua posizione sociale può permettersi di
aggredire ciò che un tempo lo teneva prigioniero, può
dunque ferirla, lacerarla con violenza, dominarla.
In una
sperduta periferia senza nome, dove si trascinano storie
ai limiti, può guardare senza alibi gli occhi pesti
della miseria, che da sempre lo atterriva e lo attraeva.
Può, a
sua volta, vedersi messo a nudo da una dolorosa ricerca
che ribalta valori riconosciuti: è un pirata in mezzo a
questi relitti…
Pirata
che sfida l’autorità di antichi divieti materni, alla
ricerca di una trasgressione rivelatrice tra queste
“tragiche boe”, dove si può tastare con mano la durezza
e l’intensità di un vivere estremo.
Lei:
tutta in quel nome immenso e spropositato, che ha in sé
la bellezza e il degrado della sua magra esistenza; la
colpisce più volte, con accanimento bestiale; è uno
stupro “animale”, sembra quasi un rito ancestrale di
predominio: la mattanza o l’arena infuocata per la
corrida. Sangue e passione dove tutto si consuma con
accanimento e lucidità.
Ma nel
momento in cui si oppone alla sua presenza, comprende e
fa sua una realtà sempre ripudiata, e fino in fondo
s’immerge in un mondo arcaico e stranamente ambiguo.
Quel qualcosa da sempre profondamente temuto è diventato
tanto intimo che lo rivela anche a se stesso: le
brutture e le deformità di questa donna, tanto vera
quanto imperfetta, sono da sempre parte di lui.
Ma tutto
ciò è inaccettabile; un ultimo affronto, un’ultima
sprezzante manifestazione di disprezzo: darle dei soldi,
quantificare il suo abbandono, rinnegare quella parte di
sé inaccettabile a sua volta.
Non è
possibile: quello che da sempre è stato da lui giudicato
ripugnante ora lo coinvolge e c’è di più: lo riguarda.
Non può
più nascondersi, non da lei.
Non può
far altro che arrendersi, abbandonato tra le braccia di
quella donna disperatamente, totalmente sua.
Italia.
Italia
con la sua andatura storta e agile come quella di un
gatto malato, traballante in virtuosismi di equilibrismo
che rendono realtà quotidiana la magia della
sopravvivenza, racchiude la poeticità ambiguamente
deforme della miseria.
Italia
non è attraente: è una poesia dura e grezza; il suo
corpo smagrito defraudato dalla vita, non è avvezzo a
comodità e tenerezze, di conseguenza ama di un amore
pungente, concreto e aspro come un umore corporeo, un
amore a “tinte fosche” che però si riscatta nel dono
totale di sé, quel dono totale che solo i piccoli
sanno concedere con generosità disarmante.
La sua
vita termina drammaticamente in un sogno d’amore
infranto, il sogno di una vita diversa, “pulita”, che
vorrebbe trovare il riscatto in un amore legittimo, che
le è stato sempre negato; uscire da una clandestinità
svilente in nome di quell’innocenza ritrovata in quel
bimbo che aspetta.
E’ pura
illusione e lei lo sa; lo sa, ma spera perché ama.
Sarà
vittima fino alla fine della sua condizione sociale,
morirà per quella vita impossibile.
Il suo
bimbo non può nascere, come quell’amore scellerato
sbagliato in partenza… devastata da un rimorso più
profondo di qualsiasi trauma interno lasciatole da un
raschiamento impreciso, effettuato in ambienti di
fortuna poco rassicuranti; morirà tra le cure estenuanti
di Timoteo, che ricamandole le viscere vorrebbe donarle
nuova integrità, ma è solo un’alba pacificatrice, poi è
buio.
Lei se
n’è andata, in punta di piedi, muta e invisibile come fu
tutta la sua vita senza diritti, vissuta ai margini.
Piange
Timoteo e non si placa.
Sono
singulti che smuovono l’anima, ferite profonde che si
lavano e purificano.
Gli
hanno appena detto che Angela, la sua piccolina, ce l’ha
fatta; rimarrà in coma farmacologico, ma è viva e
l’operazione è andata per il meglio.
Il
verdetto è arrivato; forse è il perdono per quella vita
mai sbocciata, la generosità che ancora una volta si
supera, amore che si annulla per l’altro. La madre
ancestrale lo ha sostenuto ancora una volta, lo ha amato
al di là di tutto.
Il
rimorso però, quello rimane come retrogusto agro, come
il suono del suo crudele soprannome : “gramigna”, per
quella vita mai sbocciata.
Ha gli
occhi devastati Timoteo il petto straripante di
emozioni, ce la farà a contenerle tutte o scoppierà
prima? Mentre si pone questa domanda un’altra si
affaccia alla mente non appena intravede corrergli
incontro sua moglie.
Si
chiede come sia possibile che tante donne così diverse
fra loro sappiano convivere nella sua memoria e nella
sua affettività più profonda. In un luogo, che grosso
modo deve corrispondere con quella zona del cervello, la
più primitiva, denominata dura madre, sono presenti
tutte le donne della sua vita in un brulicante universo
femminile.
Sorride:
non ci aveva mai pensato, e si accorge che nella sua
dura madre c’è anche lei: Italia insieme a sua figlia,
Angela, colei che oggi rinata da un travagliato
“parto-memoriale” lo salva.
Figlio
di sua figlia, ma soprattutto figlio di una costante
presenza femminile che non lo abbandonerà mai, poiché lo
ama di un amore smisurato quanto il suo nome.