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Laura Ghirlandetti

Analisi dal film “Non ti muovere”

della stessa Autrice ... Poesia - Racconti

 

 

 

 

 

 

 

 

Analisi dal film “Non ti muovere”

DURA MADRE:

 

È facile trovare un medico in un corridoio d’ospedale, certo; ma quel medico che pure ha il camice verde pare spogliato dalla sua condizione abituale, sembra piuttosto un paziente come noi, non ha nulla del sicuro dispensatore di salute: bisturi e suture non lo riguardano; non adesso.

Adesso è in attesa, spezzato tra passato e presente.

E’stato costretto  a venire a patti con un altro linguaggio più incerto: quello della vita e della morte, come mistero, dogma che si decide in altre sfere tra speranza e disperazione, letizia e abisso.

E’ qui, ma si vede che potrebbe essere ovunque, lontano da noi, da questa luce asettica che colpisce impietosamente zigomi e nasi; assorto e sconvolto muove ogni tanto quegli occhi allucinati pare veda qualcosa, ma chissà.

Nel momento in cui sua figlia sta subendo un delicato intervento chirurgico alla testa trova il coraggio per fare una confessione senza censure di ciò che è stata la sua esperienza di uomo ritrovandosi, forse per la prima volta, consapevolmente come uomo e padre insieme; uomo nei propri bisogni sempre insospettabili per una figlia e padre in ansia che si affida ciecamente come qualsiasi altro padre, alle buone mani di un collega dalle quali dipende la vita o la morte di sua figlia.

La sala d’aspetto dell’ospedale si carica di un giudizio che in primo modo si ripercuoterà su di lui come verdetto per quello che fu; in questa sorta di limbo, sospeso, si prepara a quello che sarà, al netto giudizio di tutta una vita.

Qui, in un certo senso, avviene nell’angoscia più buia, l’espiazione-analisi della propria vita  frutto di scelte, di esperienze, di incontri sconvolgenti come quello con Italia. Una donna che per un certo periodo offuscò il suo amore di padre.

Davanti alla figlia in coma, piccola donna che forse con quello stesso motorino da cui cadde stava felicemente correndo incontro ad un amore ragazzino, trova il coraggio di parlare di una passione bruciante; un amore extra coniugale totalizzante per una donna venuta prima di lei che nel suo cuore le aveva preferito; le chiede tacitamente scusa, ma vuole che sappia, e così racconta; ripercorrendo quel periodo.

Intanto nei corridoi anche negli altri reparti si mormora: pare sia successo qualcosa di molto grave a quel medico chirurgo; se non me lo avessero detto non lo avrei mai riconosciuto… quello era il dottor Timoteo, Timo per gli amici. 

Chi è Timoteo? O meglio chi è stato tuo padre prima che tu nascessi: scorrono i flash la vita si snoda nel racconto essenziale reso vivo da un uomo, ormai, privo di falsi pudori.

 -Quindici anni prima- Timoteo è un chirurgo affermato, amato e di successo; quello che ha ottenuto dalla propria vita è frutto del talento, dell’impegno e di una volontà costante.

Viva intelligenza, lucidità di reazioni e razionalità.

I risultati  non tardano ad arrivare e lo gratificano su tutti i fronti: moglie invidiabile, casa invidiabile, stile di vita invidiabile. In definitiva vita intensa e appagante.

Così almeno appare.

Ma un’insoddisfazione segreta s’insinua, lastra di vetro sottile, sigla un’incomprensibile quanto agghiacciante estraneità.

La realtà costruita faticosamente,  appare un artificiale vuoto contenitore di vite inutili e spente che si trascinano nell’ipocrisia.

Terribili nodi irrisolti si dibattono dentro di lui, tensioni inconfessabili, lo spingono a scelte folli ed incomprensibili. 

Timoteo, porta con sé un passato non rielaborato, mai accettato e sempre combattuto. Lo sprono segreto di un riscatto totale. Le croste laceranti del passato, di nascosto da tutti e inconsapevolmente anche da se stesso, sanguinano sempre più spesso con vitalità devastante; non sono cicatrici le sue: ricordi lontani di lacerazioni; ma vive croste che reagiscono ancora agli urti e allo sbalzo di temperature della vita attuale così diversa da ciò che fu per lui l’infanzia. Eppure questi mostri del passato ritornano e s’incarnano in una donna, fisica e concreta: Italia.

Ora dall’alto della sua posizione sociale può permettersi di aggredire ciò che un tempo lo teneva prigioniero, può dunque ferirla, lacerarla con violenza, dominarla.

In una sperduta periferia senza nome, dove si trascinano storie ai limiti, può guardare senza alibi gli occhi pesti della miseria, che da sempre lo atterriva e lo attraeva.

Può, a sua volta, vedersi messo a nudo da una dolorosa ricerca che ribalta valori riconosciuti: è un pirata in mezzo a questi relitti…

Pirata che sfida l’autorità di antichi divieti materni, alla ricerca di una trasgressione rivelatrice tra queste “tragiche boe”, dove si può tastare con mano la durezza e l’intensità di un vivere estremo. 

Lei: tutta in quel nome immenso e spropositato, che ha in sé  la bellezza e il degrado della sua magra esistenza; la colpisce più volte, con accanimento bestiale; è uno stupro “animale”, sembra quasi un rito ancestrale di predominio: la mattanza o l’arena infuocata per la corrida. Sangue e passione dove tutto si consuma con accanimento e lucidità.

Ma nel momento in cui si oppone alla sua presenza, comprende e fa sua una realtà sempre ripudiata, e fino in fondo s’immerge in un mondo arcaico e stranamente ambiguo. Quel qualcosa da sempre profondamente temuto è diventato tanto intimo che lo rivela anche a se stesso: le brutture e le deformità di questa donna, tanto vera quanto imperfetta, sono da sempre parte di lui.

Ma tutto ciò è inaccettabile; un ultimo affronto, un’ultima sprezzante manifestazione di disprezzo: darle dei soldi, quantificare il suo abbandono, rinnegare quella parte di sé inaccettabile a sua volta.

Non è possibile: quello che da sempre è stato da lui giudicato ripugnante ora lo coinvolge e c’è di più: lo riguarda.

Non può più nascondersi, non da lei.

Non può far altro che arrendersi, abbandonato tra le braccia di quella donna disperatamente, totalmente sua.

Italia.

Italia con la sua andatura storta e agile come quella di un gatto malato, traballante in virtuosismi di equilibrismo che rendono realtà quotidiana la magia della sopravvivenza, racchiude la poeticità ambiguamente deforme della miseria.

Italia non è attraente: è una poesia dura e grezza; il suo corpo smagrito defraudato dalla vita, non è avvezzo a comodità e tenerezze, di conseguenza ama di un amore pungente, concreto e aspro come un umore corporeo, un amore a “tinte fosche” che però si riscatta nel dono totale di sé, quel dono totale che solo i piccoli sanno concedere con generosità disarmante.

La sua vita termina drammaticamente in un sogno d’amore infranto, il sogno di una vita diversa, “pulita”, che vorrebbe trovare il riscatto in un amore legittimo, che le è stato sempre negato; uscire da una clandestinità svilente in nome di quell’innocenza ritrovata in quel bimbo che aspetta.

E’ pura illusione e lei lo sa; lo sa, ma spera perché ama.

Sarà vittima fino alla fine della sua condizione sociale, morirà per quella vita impossibile.

Il suo bimbo non può nascere, come quell’amore scellerato sbagliato in partenza… devastata da un rimorso più profondo di qualsiasi trauma interno lasciatole da un raschiamento impreciso, effettuato in ambienti di fortuna poco rassicuranti; morirà tra le cure estenuanti di Timoteo, che ricamandole le viscere vorrebbe donarle nuova integrità, ma è solo un’alba pacificatrice, poi è buio.

Lei se n’è andata, in punta di piedi, muta e invisibile come fu tutta la sua vita senza diritti, vissuta ai margini.

Piange Timoteo e non si placa.

Sono singulti che smuovono l’anima, ferite profonde che si lavano e purificano.

Gli hanno appena detto che Angela, la sua piccolina, ce l’ha fatta; rimarrà in coma farmacologico, ma è viva e l’operazione è andata per il meglio.

Il verdetto è arrivato; forse è il perdono per quella vita mai sbocciata, la generosità che ancora una volta si supera, amore che si annulla per l’altro. La madre ancestrale lo ha sostenuto ancora una volta, lo ha amato al di là di tutto.

Il rimorso però, quello rimane come retrogusto agro, come il suono del suo crudele soprannome : “gramigna”, per quella vita mai sbocciata.

Ha gli occhi devastati Timoteo il petto straripante di emozioni, ce la farà a contenerle tutte o scoppierà prima? Mentre si pone questa domanda un’altra si affaccia alla mente non appena intravede corrergli incontro sua moglie.

Si chiede come sia possibile che tante donne così diverse fra loro sappiano convivere nella sua memoria e nella sua affettività più profonda. In un luogo, che grosso modo deve corrispondere con quella zona del cervello, la più primitiva, denominata dura madre, sono presenti tutte le donne della sua vita in un brulicante universo femminile.

Sorride: non ci aveva mai pensato, e si accorge che nella sua dura madre c’è anche lei: Italia insieme a sua figlia, Angela, colei che oggi rinata da un travagliato “parto-memoriale” lo salva.

Figlio di sua figlia, ma soprattutto figlio di una costante presenza femminile che non lo abbandonerà mai, poiché lo ama di un amore smisurato quanto il suo nome.

 

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