Impossibile. Perfettamente impossibile
L’arte in bilico fra realtà e sogno
Impossibile,
perfettamente impossibile. Viene in mente Jacques
Derrida. La metafisica privilegia la parola,
espressione diretta della verità, e svaluta il
segno scritto, intesa come assenza. Ma l’impossibile
può essere possibile per autoreferenzialità? La realtà è
solo “ciò che è”, affermava Parmenide cinque secoli
prima di Cristo. Ma si può immaginare l’impossibile,
perfettamente impossibile? Ci proveranno ventuno artisti
italiani fra i più noti nel panorama mondiale. Si sono
dati appuntamento a Roma il 28 ottobre presso la
Neoartgallery per una collettiva d’Arte contemporanea
curata da Antonietta Campilongo.
Angelo Ribezzi, Riccardo Paolucci, Adriana Cappelli,
Giovanni Camponeschi, Gabriele Simonetti, Maria Cecilia
Camozzi, Luigi Cipollone, Antonella Catini, Giuseppe
Siciliano, Carlo Capone,Giampaolo Ghisetti, Andrea
Sterpa, Pier Maurizio Greco, Maddalena Marinelli,
Antonietta Campilongo, Consuelo Mura, Luca Soncini,
Flaminia Mantegazza, Maurizio Baccanti, Francesco
Gentile, Manuela Alampi proveranno ad immaginare
l’impossibile, perfettamente impossibile. Niente
retorica o giri di pennellate e scalpelli. Gli artisti
con la loro arte e la loro visione immaginano
l’impossibile con materiali e tecniche diverse.
Interpretano l’impossibilità, quella totale, veramente
impossibile.
Dov’è l’impossibile, perfettamente impossibile? In una
città bella e ordinata? In un mondo avvolto in un
abbraccio di mamma, caldo, soffice, totale? Dov’è
l’impossibile? Tra il sogno e la realtà dell’uomo
vitruviano? Nella negazione o nell’ affermazione? Nella
presenza o nell’assenza? Bisognerebbe avere una
concezione decadente della vita per poter rispondere. E
chi è artista lo sa. La risposta la dà con la penna, con
lo scalpellino o con il pennello.
L’impossibile è presente nella realtà, se per
impossibile intendiamo ciò che in essa non dovrebbe
esistere: crudeltà, omicidi di carne e di spirito,
cattiva salute ambientale, dimenticanza… Può essere,
però, anche un sogno non realizzato, un amore non
vissuto, una vita negata. Tutti conoscono l’impossibile,
quantomeno si percepisce. Solo Dio non può incontrare
l’impossibile, direbbe Jean Luc Marion. All’uomo non
rimane che la sua impossibilità possibile e, allo stesso
tempo, la sua possibile impossibilità.
L’eredità del drammaturgo norvegese nel centenario
della scomparsa
Per il suo atteggiamento moralistico lo chiamano il
“Moliere tragico”, per l’innovazione delle forme
teatrali è accostato a Luigi Pirandello. In realtà
Henrik Ibsen è il precursore del teatro moderno, il
personaggio che infrange sulla scena numerosi tabù. E
quest’anno che ricade il centenario della scomparsa,
avvenuta il 23 maggio del 1906, lo stato norvegese,
attraverso il ministero della cultura, ha deciso di
sottolineare questo avvenimento attraverso numerose
manifestazioni a livello mondiale al fine di rimarcare
l’importanza dell’eredità lasciata dal drammaturgo di
Oslo. «Siamo lieti di presentare questa fantastica serie
di eventi – ha sottolineato -Bentein Beardson, direttore
di “Ibsen 2006” – che avranno luogo in tutti gli angoli
della terra nel corso dell’anno. Il 2006 celebrerà la
posizione che Ibsen occupa nel teatro mondiale e ci
auguriamo che sarà anche un arricchimento ed
un’ispirazione per una nuova generazione di cittadini
del mondo». Lo scrittore norvegese fu uno dei personaggi
chiave della moderna svolta intellettuale europea. La
sua opera, infatti, conserva ancora l’attualità e il
realismo di una società e della sue contraddizioni.
Ventisei opere teatrali e una raccolta di poesie portano
in scena la vita di tutti i giorni, la quotidianità mai
falsata. Gli uomini e le donne creati da Ibsen sono
pronti a sacrificare tutto pur di esprimere la propria
personalità e gridare al mondo che “si esiste per
vivere” Il drammaturgo Ibsen ebbe il pregio di essere un
grande innovatore della scena europea attuando una
sinergia tra realismo e moralità. Le sue tragedie di
natura pessimista analizzano le problematiche interiori,
familiari e coniugali. Di volta in volta il teatro di
Ibsen è stato definito naturalista, simbolista,
anarchico per via della lotta contro i pregiudizi, le
falsità, le menzogne che la società attraverso le
istituzioni porta avanti. Nei suoi drammi ha cercato,
così, di mettere in luce come l’uso del potere
distogliesse l’uomo dalla verità e dalla libertà. Il
drammaturgo diventa filosofo nel momento in cui
rivendica l’emancipazione, l’autorealizzazione e la
libertà personale quali pilastri della società. E
proprio nel dramma I pilastri della società
(1877), questi valori vengono esaltati dal protagonista
Hessel come imprescindibili da sé. Ma Ibsen scatenò
anche forti controversie, tanto da essere definito
“autore scandaloso” perché mette sotto accusa colonne
portanti della società come il matrimonio ed il
cristianesimo (Spettri, 1881), facendo
riferimento a tabù classici quali l’incesto, le malattie
veneree e l’eutanasia, temi mai affrontati in passato in
modo così esplicito. Ibsen ha giocato un ruolo
importante per il movimento di liberazione della donna
con l’opera più rappresentata al mondo: il dramma in tre
atti del 1879 Casa di bambola in cui la
protagonista Nora, giovane madre e moglie accorta, per
salvare il marito da una malattia mente consapevolmente
convinta che il marito le perdonerà il suo gesto che lei
considera un atto d’amore. Ma non sarà così, schiacciato
da un perbenismo che fa a pugni con ciò che il cuore
comanda.Questi ad altri drammi saranno riproposti per
tutto il 2006 dalle migliori compagnie teatrali di tutto
il mondo. Il programma dei festeggiamenti è ampio e
universale. La parte norvegese è ideata e coordinata dal
Comitato Nazionale a favore delle iniziative su Ibsen,
mentre quella relativa all’estero viene curata dal
Ministero degli Esteri in collaborazione con lo stesso
Comitato.
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A Roma
la personale di Daria Calvelli: così le tele incontrano
la gastronomia
Il connubio è azzeccato.
Almeno così dicono gli organizzatori. Cibo e arte,
sapore e colore. Sono gli ingredienti della mostra
pittorica più “golosa” e avanguardista che si possa
ammirare-gustare in questo fresco periodo. Daria
Calvelli, pittrice e costumista di cinema fra le più
accreditate del panorama d’arte contemporaneo, pensa che
il colore dà sapore a tutto e il sapore ha più sapore se
colorato. Per tutta questa settimana ne dà prova con
l’esposizione di una mostra personale dal titolo “Rosso”
presso il nuovo spazio dedicato alla cultura
dell’alimentazione biologica ed equo solidale:
l’Officina dei Sapori-Saperi, nello storico quartiere di
Casal Bertone, nella capitale. L’artista espone le sue
ultime ricerche dedicate al colore più acceso della
scala cromatica. In onore della ricerca artistica della
Calvelli, l’Officina dei Sapori-Saperi organizza una
cena con un menù interamente dedicato al colore Rosso.
L’organizzazione è anche di Soqquadro, da tempo
impegnata nella ricerca di nuovi e giovani talenti
artistici.
Nel creare abbinamenti che
coinvolgono in maniera sincronica la visione dell’arte
con il gusto del cibo si cela il desiderio di rendere un
unicum di raffinati equilibri le vibrazioni dei nostri
diversi sensi. Nasce così una mostra dedicata al coloro
Rosso e corredata da una cena tutta interamente
orbitante sui sapori “rossi” per amalgamare l’esperienza
della visione di opere d’arte a quella di gustare
dell’ottimo cibo.
Daria Calvelli presenta
quadri creati con acrilico e gelatine teatrali, un
materiale plastico trasparente che è in grado di
regalare suggestioni di luce e colore. Nasce come
pittrice figurativa, ma la sua sensibilità verso le
forme di sperimentazione, la spinge ben presto a
dedicarsi ad una visione maggiormente astratta
dell’arte. Elabora spesso un discorso fatto di materiali
particolari che conferiscono una originale atmosfera
legata all’uso della luminosità. Uno tra i suoi tanti
estimatori è il regista Marco Bellocchio che di lei
dice: “Sono quadri che mi piacciono molto.Sono belli per
una facilità-felicità naturale che si riconosce
soprattutto nel colore. Nella forma del colore,
nell’accostamento dei colori, nella vivezza, nella
densità dei colori. Nel colorare d’istinto e senza
pensarci un momento”.
Questo il menù, tutto di colore rosso, da assaporare,
magari, mentre si ammira una tela: per antipasto,
involtini di bresaola. Pasta in dadolata rossa e
risotto alla crema di fragole, come primo piatto; mentre
per secondo, arrosto di maiale in salsa rossa con
amaranto. Il contorno contempla peperoni rossi al
gratin, e il dolce fragole con mousse. Il tutto
innaffiato di vino, rosso, naturalmente. Chissà se il
caffè lo serviranno?
Articolo di
Caterina Provenzano apparso sul quotidiano regionale
“Calabria Ora” per le pagine culturali il 7 giugno 2006
(pag.44)
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*Caterina
Provenzano, nata a Paola (Cs) oggi vive a
lavora a Gioia Tauro (Rc). È giornalista pubblicista e
docente di Lettere. Ha scritto diversi saggi. Critico
letterario e artistico, svolge un’intensa attività
culturale. Nel 2006 è stata insignita del Premio
Calabria-America per la sezione “Cultura e giornalismo”.
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