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Caterina Provenzano

Impossibile. Perfettamente impossibile
Henrik Ibsen
Saperi e sapori, come “gustare” la pittura
 

Note Biografiche

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Impossibile. Perfettamente impossibile

L’arte in bilico fra realtà e sogno

 

Impossibile, perfettamente impossibile. Viene in mente Jacques Derrida. La metafisica privilegia la parola, espressione diretta della verità, e svaluta il segno scritto, intesa come assenza. Ma l’impossibile può essere possibile per autoreferenzialità? La realtà è solo “ciò che è”, affermava Parmenide cinque secoli prima di Cristo. Ma si può immaginare l’impossibile, perfettamente impossibile? Ci proveranno ventuno artisti italiani fra i più noti nel panorama mondiale. Si sono dati appuntamento a Roma il 28 ottobre presso la Neoartgallery per una collettiva d’Arte contemporanea curata da Antonietta Campilongo.

Angelo Ribezzi, Riccardo Paolucci, Adriana Cappelli, Giovanni Camponeschi, Gabriele Simonetti, Maria Cecilia Camozzi, Luigi Cipollone, Antonella Catini, Giuseppe Siciliano, Carlo Capone,Giampaolo Ghisetti, Andrea Sterpa, Pier Maurizio Greco, Maddalena Marinelli, Antonietta Campilongo, Consuelo Mura, Luca Soncini, Flaminia Mantegazza, Maurizio Baccanti, Francesco Gentile, Manuela Alampi proveranno ad immaginare l’impossibile, perfettamente impossibile. Niente retorica o giri di pennellate e scalpelli. Gli artisti con la loro arte e la loro visione immaginano l’impossibile con materiali e tecniche diverse. Interpretano l’impossibilità, quella totale, veramente impossibile.

Dov’è l’impossibile, perfettamente impossibile? In una città bella e ordinata? In un mondo avvolto in un abbraccio di mamma, caldo, soffice, totale?  Dov’è l’impossibile? Tra il sogno e la realtà dell’uomo vitruviano? Nella negazione o nell’ affermazione? Nella presenza o nell’assenza? Bisognerebbe avere una concezione decadente della vita per poter rispondere. E chi è artista lo sa. La risposta la dà con la penna, con lo scalpellino o con il pennello.

L’impossibile è presente nella realtà, se per impossibile intendiamo ciò che in essa non dovrebbe esistere: crudeltà, omicidi di carne e di spirito, cattiva salute ambientale, dimenticanza… Può essere, però, anche un sogno non realizzato, un amore non vissuto, una vita negata. Tutti conoscono l’impossibile, quantomeno si percepisce. Solo Dio non può incontrare l’impossibile, direbbe Jean Luc Marion. All’uomo non rimane che la sua impossibilità possibile e, allo stesso tempo, la sua possibile impossibilità.

 

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Teatro. Henrik Ibsen e la società delle contraddizioni

 

L’eredità del drammaturgo norvegese nel centenario della scomparsa

 

Per il suo atteggiamento moralistico lo chiamano il “Moliere tragico”, per l’innovazione delle forme teatrali è accostato a Luigi Pirandello. In realtà Henrik Ibsen è il precursore del teatro moderno, il personaggio che infrange sulla scena numerosi tabù. E quest’anno che ricade il centenario della scomparsa, avvenuta il 23 maggio del 1906, lo stato norvegese, attraverso il ministero della cultura, ha deciso di sottolineare questo avvenimento attraverso numerose manifestazioni a livello mondiale al fine di rimarcare l’importanza dell’eredità lasciata dal drammaturgo di Oslo. «Siamo lieti di presentare questa fantastica serie di eventi – ha sottolineato -Bentein Beardson, direttore di “Ibsen 2006” – che avranno luogo in tutti gli angoli della terra nel corso dell’anno. Il 2006 celebrerà la posizione che Ibsen occupa nel teatro mondiale e ci auguriamo che sarà anche un arricchimento ed un’ispirazione per una nuova generazione di cittadini del mondo». Lo scrittore norvegese fu uno dei personaggi chiave della moderna svolta intellettuale europea. La sua opera, infatti, conserva ancora l’attualità e il realismo di una società e della sue contraddizioni. Ventisei opere teatrali e una raccolta di poesie portano in scena la vita di tutti i giorni, la quotidianità mai falsata. Gli uomini e le donne creati da Ibsen sono pronti a sacrificare tutto pur di esprimere la propria personalità e gridare al mondo che “si esiste per vivere” Il drammaturgo Ibsen ebbe il pregio di essere un grande innovatore della scena europea attuando una sinergia tra realismo e moralità. Le sue tragedie di natura pessimista analizzano le problematiche interiori, familiari e coniugali. Di volta in volta il teatro di Ibsen è stato definito naturalista, simbolista, anarchico per via della lotta contro i pregiudizi, le falsità, le menzogne che la società attraverso le istituzioni porta avanti. Nei suoi drammi  ha cercato, così, di mettere in luce come l’uso del potere distogliesse l’uomo dalla verità e dalla libertà. Il drammaturgo diventa filosofo nel momento in cui rivendica l’emancipazione, l’autorealizzazione e la libertà personale quali pilastri della società. E proprio nel dramma I pilastri della società (1877),  questi valori vengono esaltati dal protagonista Hessel come imprescindibili da sé. Ma Ibsen scatenò anche forti controversie, tanto da essere definito “autore scandaloso” perché mette sotto accusa colonne portanti della società come il matrimonio ed il cristianesimo (Spettri, 1881), facendo riferimento a tabù classici quali l’incesto, le malattie veneree e l’eutanasia, temi mai affrontati in passato in modo così esplicito. Ibsen ha giocato un ruolo importante per il movimento di liberazione della donna con l’opera più rappresentata al mondo: il dramma in tre atti del 1879 Casa di bambola in cui la protagonista Nora, giovane madre e moglie accorta, per salvare il marito da una malattia mente consapevolmente convinta che il marito le perdonerà il suo gesto che lei considera un atto d’amore. Ma non sarà così, schiacciato da un perbenismo che fa a pugni con ciò che il cuore comanda.Questi ad altri drammi saranno riproposti per tutto il 2006 dalle migliori compagnie teatrali di tutto il mondo. Il programma dei festeggiamenti è ampio e universale. La parte norvegese è ideata e coordinata dal Comitato Nazionale a favore delle iniziative su Ibsen, mentre quella relativa all’estero viene curata dal Ministero degli Esteri in collaborazione con lo stesso Comitato.

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Saperi e sapori, come “gustare” la pittura

 

A Roma la personale di Daria Calvelli: così le tele incontrano la gastronomia

Il connubio è azzeccato. Almeno così dicono gli organizzatori. Cibo e arte, sapore e colore. Sono gli ingredienti della mostra pittorica più “golosa” e avanguardista che si possa ammirare-gustare in questo fresco periodo. Daria Calvelli, pittrice e costumista di cinema fra le più accreditate del panorama d’arte contemporaneo, pensa che il colore dà sapore a tutto e il sapore ha più sapore se colorato. Per tutta questa settimana ne dà prova con l’esposizione di una mostra personale dal titolo “Rosso” presso il nuovo spazio dedicato alla cultura dell’alimentazione biologica ed equo solidale: l’Officina dei Sapori-Saperi, nello storico quartiere di Casal Bertone, nella capitale. L’artista espone le sue ultime ricerche dedicate al colore più acceso della scala cromatica. In onore della ricerca artistica della Calvelli, l’Officina dei Sapori-Saperi organizza una cena con un menù interamente dedicato al colore Rosso. L’organizzazione è anche di Soqquadro, da tempo impegnata nella ricerca di nuovi e giovani talenti artistici. 

Nel creare abbinamenti che coinvolgono in maniera sincronica la visione dell’arte con il gusto del cibo si cela il desiderio di rendere un unicum di raffinati equilibri le vibrazioni dei nostri diversi sensi. Nasce così una mostra dedicata al coloro Rosso e corredata da una cena tutta interamente orbitante sui sapori “rossi” per amalgamare l’esperienza della visione di opere d’arte a quella di gustare dell’ottimo cibo.

Daria Calvelli presenta quadri creati con acrilico e gelatine teatrali, un materiale plastico trasparente che è in grado di regalare suggestioni di luce e colore. Nasce come pittrice figurativa, ma la sua sensibilità verso le forme di sperimentazione, la spinge ben presto a dedicarsi ad una visione maggiormente astratta dell’arte. Elabora spesso un discorso fatto di materiali particolari che conferiscono una originale atmosfera legata all’uso della luminosità. Uno tra i suoi tanti estimatori è il regista Marco Bellocchio che di lei dice: “Sono quadri che mi piacciono molto.Sono belli per una facilità-felicità naturale che si riconosce soprattutto nel colore. Nella forma del colore, nell’accostamento dei colori, nella vivezza, nella densità dei colori. Nel colorare d’istinto e senza pensarci un momento”.

Questo il menù, tutto di colore rosso, da assaporare, magari, mentre si ammira una tela: per antipasto, involtini di bresaola. Pasta in dadolata rossa  e risotto alla crema di fragole, come primo piatto; mentre per secondo, arrosto di maiale in salsa rossa con amaranto. Il contorno contempla peperoni rossi al gratin, e il dolce fragole con mousse. Il tutto innaffiato di vino, rosso, naturalmente. Chissà se il caffè lo serviranno?

 

Articolo di Caterina Provenzano apparso sul quotidiano regionale “Calabria Ora” per le pagine culturali il 7 giugno 2006 (pag.44)

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*Caterina Provenzano, nata a Paola (Cs) oggi vive a lavora a Gioia Tauro (Rc). È giornalista pubblicista e docente di Lettere. Ha scritto diversi saggi. Critico letterario e artistico, svolge un’intensa attività culturale. Nel 2006 è stata insignita del Premio Calabria-America per la sezione “Cultura e giornalismo”.

 

 

 

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