Da Taranto, nel 1965 si è trasferito prima a Napoli e poi, nel 1990, ad Afragola. Ha insegnato Letteratura Italiana e Storia, per quindici anni, presso l’Istituto
Professionale di Stato per i Servizi Commerciali e Turistici.
Collabora a riviste letterarie, tra cui «Gradiva» di New York.
Ha pubblicato «Primo lievito» per i tipi della Gastaldi, Milano e «Storie di echi» Edizione Ferraro, Napoli.
Sono inedite, soprattutto per avversione alla cosiddetta «Mafia
letteraria», le raccolte di poesie «La mia valle»,«A radici perdute» e «Pensieri nudi, o quasi». Inedita, per il medesimo motivo, è anche una raccolta di racconti, «Se la
catena non si spezza».
In Internet, invece, è pubblicata «Parola e
Immagine - Poesia e Pittura», opera
unitaria, costituita da trentanove dipinti e dodici poesie, dimostrativa di una
sensibilità artistica nella quale convivono, afferma l’autore, in perfetta
simbiosi, «espressioni solo apparentemente diverse di
comunicazione» quali la poesia e la
pittura. L’esigenza
di esprimere il proprio mondo interiore e la visione della vita anche con la
pittura risale agli inizi degli anni Ottanta, collezionando una serie di grandi
consensi in Mostre Personali e/o Collettive sia
in Italia sia all'estero.
Mi sono occupato più di una volta di quest’artista poliedrico e
sensibilissimo, per il modo di raccontare sia in pittura sia in poesia le
radici della realtà del nostro caotico tempo. La sua però non è denuncia, come
si potrebbe immaginare, bensì è una lunga ruga dell’anima che si estende per
tutto il diametro terrestre.
Ma, finalmente, con la sua volontà inarrestabile che diventa forza imbattibile, è riuscito a dare alla luce, con la collaborazione della Joker, la raccolta «Echi ad incastro»
«Andiamo lungo un fiume
di acque lunari,
di ombre a specchio
senza dimensione e sangue,
senza spiagge e sentieri di terra promessa». (pag.38)
Ricorda
il Poeta. E se percorriamo una moderna autostrada, cercando «senza
dimensioni di sangue, sentieri di terra promessa», di attraversare una zona
montuosa, possiamo osservare un gran numero di gallerie, di
ponti, di viadotti; immensi muraglioni che
consolidano i fianchi dei monti, mentre i corsi d'acqua
si intravedono a decine di metri sotto le immense arcate.
Non
solo è mutato profondamente l'aspetto delle località, ma si è ampiamente
trasformata la vita stessa degli uomini.
Santamaria ci propone di provare e spinge ad
immaginare come sarebbe diversa la nostra vita quotidiana se dovessero cessare
di funzionare le centrali di produzione di energia elettrica come se la nostra
esistenza fosse «senza ricordi e misteri e ansie sopite».
Il Poeta amando la natura, ha visto che questa ha sofferto notevoli peggioramenti, con l'abbattimento di boschi e di foreste, per lasciare il posto alle costruzioni e alle strade. La flora e la fauna hanno subito danni irreparabili, con pericolose conseguenze sulla stessa vita umana. L'atmosfera e le acque sono divenute tossiche da fumi e sostanze, emesse da ciminiere e scarichi, dovute ai lavori industriali.
Per evitare questi non piccoli guai, l'opinione pubblica si è mossa e si stanno studiando soluzioni per evitare i danni dell'inquinamento. Perciò il Poeta è vigile e canta la sua rabbia, la sua impotenza di fronte allo sfacelo di questo cambiamento repentino che l’uomo affronta, quasi rassegnato, e lui lo sprona all’azione.
Nei
prossimi anni si dovrebbero già avere i primi risultati positivi di questa
lotta; e certamente non vedremo mai, «i cadaveri che navigano su tronchi
di mimose, alla deriva». Altra meta da raggiungere, per far sì che il
frutto del lavoro umano sia sempre più vantaggioso, consiste nel rendere meno
carica di tensione l'attività degli uomini d'oggi.
Il Poeta sa che ogni epoca ha i suoi problemi. Quali sono quelli che travagliano la società attuale e quale di loro suscita, in particolare, il suo interesse.
Schiavitù,
dittature, pestilenze, carestie, ingiustizia
sociale e tante altre terribili calamità hanno colpito, in ogni tempo,
specialmente in quest’ultimo periodo, popoli e paesi,
coinvolgendo talvolta l'intera umanità. Proprio quest'ultimo
problema ha attirato l’interesse del Santamaria e destato le più vive
preoccupazioni.
L'aria
che si respira, l'acqua che si beve, i cibi che
s’ingeriscono sono dei pericoli, anche se non sempre ce
ne rendiamo conto, possono avere terribili conseguenze sulla nostra salute.
Incominciamo dall'aria, l'elemento indispensabile
in qualsiasi momento della nostra vita. In ogni
atto di respirazione immettiamo nei polmoni una certa quantità di aria, di cui
assorbiamo una parte d'ossigeno. Se l'aria che entra nei polmoni, oltre a
contenere ossigeno e azoto, comprende gas velenosi, l’organismo può ricevere
danni molto gravi. Più volte si è letto sui giornali dell'avvelenamento, quasi
sempre seguito da morte, che colpisce chi rimane chiuso in un'autorimessa dove
c'è un'automobile con il motore acceso. Nello spazio di poche decine di minuti
l'aria diventa irrespirabile e chi non si rende conto del pericolo soccombe.
Il
Poeta e Pittore Santamaria, ha sentito la necessità di parlare, di
cantare, con parole e colori, per ricordare all’uomo che l’affermazione del
valore della persona sia come la descrive già Emanuele Kant. È in lui
infatti, afferma Laberthoinnière, che la filosofia diviene chiaramente
poesia e ciò che essa può essere e ciò che deve essere: una dottrina del
diritto e della giustizia e, quindi, un sistema di esseri e non di cose. E’ il
Poeta colui che avverte gli avvenimenti, che l’uomo comune vede e si rende
conto di non averlo ascoltato quando questi si sono verificati realmente.
L'uomo
non è più un individuo, è una persona, e gli altri debbono rispettarlo,
com'egli deve rispettare gli altri. Ciò significa guardare le cose «da dentro e non dal di fuori».
Sennonché al di sopra della vita di giustizia, della vita razionale e della
vita umana, vi è la vita divina. Già Platone aveva affermato che
l'ideale della vita umana è un’imitazione della vita di Dio; ma per Laberthonnière
è qualcosa di più è: «il possesso di Dio
dall’amore». Se la giustizia è l'inizio della carità, in altro senso
può anche affermarsi che la carità è il compimento della giustizia. «Sulle rive del Giordano s'è
compiuta la giustizia» affermerà Blondel.
«Echi ad
incastro» di Franco
Santamaria non sono solo liriche, che
affrontano lo sgretolarsi dei sentimenti e i precetti della storia; non è la
prima volta che il Poeta grida il suo dolore contro uno stato di cose in cui
primeggia la prepotenza dell’uno nei confronti di tutti.
Già parlando della sua Personale
dove le immagini erano abbinate alle poesie, scrissi:
«La Poesia, il disegno, l’Arte in generale
sul quale si medita è una specie di condensazione, una combinazione di molti
simboli uniti in una forma generale. Nel corso della meditazione su queste
parole, disegni, suoni, il significato dell'inerente simbolismo può divenire
chiaro. Con la meditazione Mandala, il fine non è la produzione di vaste
fantasie, ma piuttosto una meditazione vitale sul significato centrale del
manufatto. Col tempo colui che medita è diretto a identificarsi psichicamente
col simbolo e ad integrare il significato del simbolo con la sua vita psichica.
Propriamente parlando, questi atti artistici non sono usati come una tecnica,
ma mirano a promuovere il più alto sviluppo della personalità artistica e la
sensazione che muoverà l’attenzione del lettore o visitatore. Un esempio di ciò
che può essere esperimentato con la meditazione sull’Arte, si trova all'inizio
del Faust di Goethe, dove Faust guarda il macrocosmo. Una
forma di meditazione ancora più astratta è la «Meditazione sulla Parola» (quella
che a noi interessa ora) diretta verso la scoperta dell’importanza umana. Santamaria
si attiene al sano principio dell’uguaglianza dell'attività razionale e
irrazionale durante il corso della meditazione. D'altro canto non si dovrebbe
meditare su simboli, o parole che stimolano emozioni negative dannose».
Il tramonto lo vive nella sua fisicità, fino:
«A seminare il ricordo di te
come frammento nell’ansia dei miei fiumi». (pag,23)
In un’altra raccolta aveva affermato:
«Allora
passano di corsa
anche cavalli senza cavalieri e sterminati treni vuoti,
e vibrano - come di giorno - certi suoni di organo,
atonali come bastone su maschera di alberi maceri».
E mentre inseguo i cavalli tenendo fissa l’immagine dell’«ansia dei fiumi» e «di alberi maceri», una voce calda e sensuale rompe il silenzio. Di scatto, mi volto e cancello con forza le immagini che inseguo e m’inseguono.
«Sulle opere, sia pittoriche sia poetiche, c’ è
poco da dire perché parlano da sole. C’è da rilevare un pensiero che Vittorio
Mazzone ebbe modo di esprimere durante una personale dell’amico Franco
Santamaria,di cui ammiriamo le opere e festeggiamo perciò l’innovazione
dell’arte: Arte di generi diversi che si completano in un amoroso connubio. Un
pensiero di Mazzone, dicevo, che esprime e chiarifica la prima sensazione
che ci afferra appena ci troviamo di fronte alle opere del Santamaria,
«il profondo calore umano ti
prende subito»; le
immagini sono là, ferme, in un preciso momento della fantasia creativa, parlano
da sole; da sole narrano il «Tormento lacerante» con una descrittività
elementare e altamente sentita. Del loro valore, se ne parlava poc’anzi, non si
discute, come non si discute il connubio complementare tra i due generi che
vediamo per la prima volta credo, nella storia moderna delle personali. La
tematica, pur essendo varia, non toglie niente alla suggestione che le immagini
riescono a creare nella mente del visitatore, anche la stessa staticità delle
immagini possiede un’attrazione palese: attrazione che fa sbocciare subito un
feeling tra visitatore e autore sia con i versi viscerali e scevri da
complicazioni intellettualistiche, sia con le immagini pur nella loro varietà,
forse proprio per questo, ti rapiscono per ripassarti nella memoria i versi
toccanti e realistici, in cui la metafora è puramente virtuale. Questo, volevo
dire ve l’ho detto».
Lì si legge:
«La terra conosce le sue morti:
dall'impurità degli odori e dei voli, neri
sui fiumi neri di schiuma;
dalla neve che si strugge in valanghe
allineando lame di granito
su buie depressioni;
dai lunghi cortei
in nero delle formiche verso
città in rovina» (Da corpo di sconfitto
guerriero)
qui leggiamo
«(…)
la morte
che ha passione e rabbia,
e diritto di vivere,
che avanza con il punteruolo
ficcato sulla fronte
nel fuoco delle barricate
di carta e dei lacrimogeni del
vento» (pag. 17)
Ed ora sottolineo alcuni versi estrapolati sia dalla prima sia dalla seconda raccolta per formare quel quadro che chiamo connubio tra i ricordi della fanciullezza e l’attualità della maturità, notate come i versi s’incastrano gli uni agli altri e nel loro sventaglio d’immagini aprono i nostri cuori alla speranza:
«Sulla
cima
di un calanco era la mia terra,
cullata da un guscio di fossile millenario».
*****
«Eden lontano - a cui la mia sofferenza tende
in rami di albero ferito, quando un uomo piange
in attesa di un messia».
*****
«Nel
fossile è la certezza del tempo
di aver fissato la falsa
immutabilità di un ordine diseguale
a sola esperienza della terra».
*****
«Sì
che s'aprono sentieri dove l'uomo coglie
da un fossile
un seme purificato e la luce
dolcemente carezza i morbidi seni di Gea».
*****
«Vorremmo
ascoltare il suono di chitarra hawaiana
e in
quell’eco
che
modula fili di seta e di fuoco tiepido
risorgere
senza
dolore e il pianto del neonato
gettato
tra i rifiuti…» (pag. 41)
*********************
«Ci sono
vie e autostrade fra le nuvole non
a misura d'uomo, macabre
perché ad ogni fermata si levano e roteano
frammenti di pietre impazziti; perfino
i latrati sanno di terra,
quando la luna si dimezza
e scompare dietro corsie non più misteriose.
Qualcuno dirà che c'è dell'illogico
in tutto ciò e che i passi della grandine
non sono quelli dei guerrieri, anche se
affogano nidi o stracciano foglie condannate a finire».
*****
«Ma,
resta il desiderio che non è più speranza
di scoprire i sentieri e le torri con le bandiere vittoriose;
il desiderio che non è più attesa
di osservare ad oriente il sole che sorge
dietro stilizzate ombre appena aleggianti per la brina
e di schiudere il mistero della sabbia che trattiene
il respiro del cielo fra le dune».
Come pittore ci troviamo al cospetto di un’artista che
fonda il proprio assunto poetico su una realtà trasfigurata dalla sua personale
visione del mondo e della vita con le sue angosce e i suoi timori.
Come Poeta, il protagonista vero di questa dolorosa storia perché
convinto di essere rimasto solo a ricordare e soffrire, essendo creatura
viva,vive nel rimpianto dei begli anni in cui la natura non aveva da lamentarsi
perché tutto era sottomesso alla volontà della creazione: anni ormai tramontati
senza speranza. Colpa del progresso? Ma senza progresso l’uomo diventerebbe una
pianta sterile.
Gli echi si disincastrano con una potenza, che va facendosi
sempre più forte a mano a mano che i versi si sgranano e si ha davanti l’intera
opera staccata in episodi, e poi uniti in un incastro che possiede la vitalità
di un momento di grazia: dono speciale di Dio. La musica che Santamaria
ha sprigionato in questi versi creando momenti indimenticabili,vivrà finché
palpiterà nell'animo umano la passione per il bello e la commozione che
esercita sempre sugli animi aperti alla bontà e all'amore.
*****************
Non ho voluto leggere le altre recensioni perché tra me e Franco
c’è un filo sottile che ci accomuna e c’elegge gemelli astrali: molte cose
affrontate da lui sono le stesse che ho affrontato e sapere che c’è un altro me
stesso che continua la lotta, denunciando le medesime cose, come: Fratellanza,
Amore universale, Pace serena, il rifiorire della natura, il
canto della terra e dei fiumi purificati dai radionuclidi e
dall’inquinamento voluto dall’uomo e alla fame nel mondo che vede reclinare il
capo di milioni di bambini per questa ragione, mi fa guardare al Sole con più
serenità, basta un solo Poeta forte e deciso per cambiare il mondo.
Afferma De Sanctis che «Il Poeta deve essere immediato e sintetico come il
popolo. L'opera d'arte è una struttura viva, perché vibrante della
sensibilità dell'artista. La conoscenza artistica si differenzia nettamente
dalla conoscenza filosofica perché non è logico-dialettica; si differenzia
dalla conoscenza scientifica: la scienza analizza, la poesia intuisce. Diversa
è la conoscenza del poeta da quella dello scienziato e del filosofo. Il chimico
considera le cose nella vicenda dei loro elementi costitutivi, lo storico nei
loro avvenimenti, attraverso le varie epoche di cui furono testimoni; il
matematico nei loro rapporti numerici di peso e di misura; il filosofo
disincarna il pensiero dalle contingenze spazio-temporali. Il poeta trasfonde
la sua spiritualità nelle cose, materializza il suo pensiero di elementi
caduchi e li trasfigura: egli ama questo suo mondo con la passione dell'amante,
l'ama col sentore dell'infinito e dell'eterno. Il filosofo risale alle cause
prime,
alle ragioni ultime, si eleva verso
la verità pura, il mistico verso la divinità; ma l'artista, grande sacrilego,
dissolve la sua anima nelle cose, le scuote e le sublima con forza demiurgica,
facendole vibrare di spiritualità: in lui si accumulano le aspirazioni, la
storia di secoli, il dramma di generazioni; l'arte diviene voce ed espressione
della storia, delle varie civiltà. Di qui la potenza emotiva e l'universalità
dell'arte: vi è in lei una compenetrazione di tempi».
Benché l’arte voglia immagini ben definite, ciò
che nasce dalla mente del poeta non appartiene più al paese, al tempo, ma è
destinata a tutti i tempi, a tutte le genti: il soffio dell'immortalità lo
investe per sempre. «Rimane soltanto il
canto dei poeti» cantava Holderlin.
Santamaria sente condensare nella sua anima la cosmicità, perciò il particolare
ch'egli rappresenta ha caratteri universali, pur essendo dettagliatamente
definito e precisato. Apre gli occhi dentro e fuori di sé; quando il suo
sguardo diviene oltremodo visivo, quando il suo udito si fa ultrasensibile tutto
si anima intorno a lui. Alitano e traspirano le fronde, la foresta diviene
divina, spessa e viva; ridono le vette dei monti nei pleniluni sereni; vegliano
i cipressi sulle urne solitarie; si popolano di voci i silenzi; di ombre le
solitudini.
Una serie di fugaci, intense estasi, rapiscono il
poeta che diviene il «grande sacerdote
dell'incosciente» - dice Novalis - «i soli veggenti» - asserisce Baudelaire «l'inconoscibile»
- afferma Rimbaud -. Platone celebra la poesia come potenza
divina che passa travolgendo ed afferma che è data all'uomo per il
potenziamento delle sue facoltà.
Galileo nel «Dialogo delle nuove scienze», l'ultima sua
opera, parlando entusiasticamente delle sue esperienze e delle felici
conclusioni scientifiche cui era arrivato, afferma che esse avrebbero poi dato,
frutti meravigliosi per merito degli ingegni speculativi che si sarebbero
impegnati a proseguire il lavoro. Prevedere il futuro, anticipare il progresso
è qualità specifica del Genio, sia esso dote di un uomo o di un popolo.
Ma appunto perché il poeta precorre i tempi,
senza volerlo - a volte volendolo espressamente va contro agli interessi di chi
la tradizione ha favorito, mira a distruggere usi, abitudini, tendenze, diritti
che gli anni e i secoli hanno fatto credere intangibili, e, chi si sente
colpito in questi diritti, o danneggiato dalle nuove idee combatte l'audace che
è sorto a predicare le novità; lo considera un rivoluzionario, un sovvertitore
di leggi e di tradizioni sacre, assolute, necessarie perché tramandate, e sempre
accettate, di padre in figlio. Socrate si sacrificò bevendo la cicuta, per
l'affermazione della sua scienza. Socrate morì, ma il suo pensiero
richiamò l'uomo allo studio dell'uomo e generò il pensiero di Platone,
di Aristotele e di tutto il pensiero moderno. Cesare fu ucciso
dai congiurati in nome dell’idea repubblicana e più vicino a noi Mazzini
sentì il fermento di libertà che lavorava dentro le coscienze italiche: Luther
King muore perché si avveri l'uguaglianza delle razze; Papa Giovanni
XXIII, ci assicura che solo l'affratellamento universale e la pace nel
mondo, può combattere la fame.
Indubbiamente il Poeta Franco
Santamaria è l'interprete vero e più efficace del sentimento umano e le sue
opere sono l'espressione più pura dell'attualità, come Virgilio è stato
per la razza latina, Dante per il popolo italiano, Shakespeare
per l'anima inglese e Goethe; ma questo emerge dai simboli enunciati in
precedenza inserendo alcuni versi. Sono immagini, più che simboli che emergono,
ma ciò non afferma che nei simboli aleggi il sentore del decadentismo, né nella raccolta si avverte
l’affermazione e la chiusura in un aristocratico rifiuto oppure l'adesione
letteraria a forme estetizzanti volte ad esplorare l'inconscio e il sogno.
Spesso le due formule letterarie si confondono, come ho già accennato, ma si
nota anche che il Santamaria si sente attratto dal simbolismo, com’è
affascinato dall’immagine, come importanza storica nella concezione della
poesia che divulga.
Piuttosto, dalla ricerca del simbolo scaturisce la ricerca
di un linguaggio atto a tradurre una disposizione visionaria e onirica, che il
Poeta insegue freneticamente e anche per questo in alcune liriche il ritmo si
fa più estenuante. Franco Santamaria non intende il simbolo come
metafora o allegoria, ma come mezzo per attingere direttamente, senza
mediazioni logiche, l'Idea, l'Infinito, l'Assoluto. Il risultato è una poesia
che, influenzerà certamente, gran parte della letteratura contemporanea. Il
canto non è sgretolamento delle forme poetiche, ma il verso è sostituito spesso
da una sorta di prosa poetica. Il discorso è logico comunicativo e totale.
«Echi ad incastro» è
opera volutamente d’ardua lettura. D'altra parte tutta l’opera di Santamaria
richiede dal lettore un atteggiamento di cautela e disponibilità; tentare di
interpretare logicamente i rapporti tra le immagini, oltre ad essere difficile
e spesso impossibile, perché fraintende l'aspetto centrale della sua poetica.
La sua parabola poetica esercita una profonda influenza sulla poesia contemporanea,
che pur non potendo ripetere e in un certo senso neppure proseguire la sua
estrema esperienza, ne ha fatto propria la concezione della parola, finalmente
libera dai vincoli logici e sintattici e restituita al suo ruolo evocativo e
creatore. Il gusto per il non definito e per le sfumature, caratteristica
principale della scrittura si traduce in una poetica che pone al centro
l'esigenza della musicalità: tramite il ripudio dell'eloquenza, del tono
declamatorio, la poesia aspira non a descrivere ma a suggerire, a dissolvere la
realtà, in immagini sempre più vaghe, da qui il simbolismo di Santamaria.
Ecco che in questo modo la poesia conduce di là dell’esperienza sensibile e
coglie l'essenza profonda e nascosta delle cose. All'interno di questa poetica,
che esprime evidentemente le esigenze del simbolismo, trova i suoi accenti più
personali nella tonalità cromatica, della malinconia, dell'ambiguità.
L'ossessione del male, il mistero del male, la rivolta, la
tentazione blasfema contro Dio e gli uomini realizzano una lirica oscillante
fra storicità e tenerezza, furore e pietà. Bisogna riconoscere che la
caratteristica più espressiva sta nel dominio dei mezzi espressivi, nella
lucidità, perciò le immagini sono mescolate all'ironia e l'enfasi è smascherata
dall'intervento dell'autore. La ricchezza delle metafore, l'arditezza delle
immagini e il gioco straordinario per queste innumerevoli fonti letterarie sono
riprese, ritagliate, ricopiate, parodiate, stravolte rendono gli «Echi ad
incastro» un'opera di singolare modernità.
Oggi necessitiamo di un trascinatore di folle e Santamaria
lo può diventare, basta dargli fiducia e incitarlo, perché come lui anche io
come te:
«Sono triste e piango,
alla fame che fruga
fra i rifiuti,
ai rantoli degli alberi
sfruttati fino alla
consumazione,
ai gemiti
graffiti nei cunicoli dei ciechi
sistemi».
(Echi ad incastro–Edizioni Joker
(collana l’Arcobaleno) pagg.72 euro 11,50)
Roma domenica 27 giugno 2004
Reno
Bromuro