TRA PUNTE DI DOLCEZZA E RESISTENZA
Gli “Echi ad incastro” di Franco Santamaria

In alcuni “Spunti di riflessione” posti al termine di questa sua raccolta di poesie – “Echi ad incastro”, Ed. Joker, Novi Ligure 2004, p.72, E 11,50 – Franco Santamaria dice: “Un pittore, o un poeta, non può staccarsi dalla realtà per isolarsi in un mondo che ha solo del fantastico o dell’invenzione”; e precisa che con tali termini intende luoghi mentali che “distraggono dalla riflessione sulla vera condizione umana e della natura”, dalla “aspirazione, tensione, sofferenza, dolore, spesso disperazione e annullamento…come risultato di ambizioni violente” di “mani assoldate/ mani armate di artigli che sottraggono” (p.55), di chi – implicito – gestisce il sistema del potere.
Detto in altri termini, l’esercizio artistico complessivo di Santamaria – in poesia come in pittura – non rientra nelle schiere di coloro che lo concepiscono e vivono come percorso intimistico, per il quale il destinatario esterno rimane secondario. È una ricerca di momenti intensi in cui è primaria e fondante per la loro formalizzazione, la condivisione con gli altri. Ricerca di comunicazione innervata in una concezione di impegno civile del fare artistico in genere, e della poesia in particolare, che non deve sfociare per questo in declamazioni ideologiche o in banalizzazioni minimaliste. Traspare una convinzione profonda: l’incessante sforzo di ricostruzione del senso complesso di ciò che ci accade, è possibile solo se con-fuso con l’impegno di metterlo in comune.
Dunque, nessun abbandono a godimenti di forme di grado zero della scrittura. Siamo troppo coinvolti e travolti da tragedie sull’orlo di sbocchi apocalittici, per divertirci ad aggiungere alla perdita di senso devastante in cui siamo immersi, altri geroglifici dal senso rarefatto, o beatamente soddisfatti da virtuosismi e giochi verbali, ininfluenti e indifferenti, appunto, alla dura “realtà” in atto di dolore e disperazione.
Tuttavia, nell’esercizio di Santamaria, non c’è alcuna ingenuità o illusione salvifica (come sottolinea nella prefazione Sandro Montalto), di sé o del mondo. C’è la necessità di doverlo continuare a fare – pur con tutto il fardello di disincanto di chi ha attraversato decenni di distruzione di speranze – come esigenza vitale che reagisce alle cadute e agli scempi.
“Si cade/ sull’ultimo respiro del mattino/…/ senza favole – dalle nostre case/ se ne andarono presto i sogni/ viaggianti in sacchi di barba bianca/ e su scope uscite dalla cenere” (p.15). Non sono gloriosi “atri muschiosi” e “fori cadenti”, ma quotidiani e comuni muri erosi delle “nostre case”. È un’immagine, più che metaforica, metonimica di cellule vitali di un insieme – vedi l’aggettivo possessivo e le immagini “sacchi di barba bianca”, o di “scope uscite dalla cenere” – che non fugge (non può, proprio perché insieme), ma si piega o arretra per inventare in momentanei luoghi senza dimora la capacità di rinascita e resistenza di un’araba fenice. È una capacità che però richiede ai soggetti di non farsi disgregare dalle esplosioni del potere. Poetere, come esercizio est-etico che si misura nella cenere e nella violenza della complessità e tragedia dell’esistenza, sapendo che all’io non basta la sapienza e l’esperienza di una barba bianca: se viene a mancare il noi di una comunità, l’io è poco più di niente.
Per cui, se “Alla falce e al martello è unito il pianto” (ibidem), solo in un referente collettivo ritroviamo la forza di dire: “Vogliamo ciò che di umano ci appartiene”. Solo in esso riacquista senso la punta del singolo che continua a scalfire cortei di sogni sui muri erosi delle nostre identità. Al singolo, se isolato, rimane il pianto e la disperazione su un orizzonte che pare chiuso e privo di possibilità: “A me rimane/ niente più/ che il colore del sangue e il gemito delle ali/ spezzate,/ l’affanno soffocante della fuga dopo l’esplosione.” (p.14).
Mentre è proprio il legame che resiste che consente all’ottimismo della volontà di trasfigurarsi tra candore e visionarietà: se “C’è la notte del nero totale/ per noi/ che solo inventiamo parole/ che consolino ogni foglia che/ cade”, “su pegasi di farfalle voleremo/ nel giardino della luce, dove/ i rami del salice/ sono mani festanti tra le rose/ e l’acqua dei ruscelli/ è liquido d’amore dei mostri pentiti” (p.65). La resistenza agli orrori dell’oggi, in mancanza di quasi null’altro, viene appesa a lampi di dolcezza e metamorfosi chagalliane: “Svanirà del tutto/ la nostra malinconia/ quando sarò anch’io una farfalla leggera.” (p.32). Luoghi in cui il soggetto scrivente ritrova l’energia di dire: “Amo e canto/ l’uomo di ogni giorno/…/ per vincere la paura,/ per vedere/ il rosso, il giallo, il nero, il bianco insieme.” (p.49).
Il versante di esercizio pittorico dell’autore sicuramente agisce nella fluorescenza continua di immagini, e il loro dipanare in ritmi ansimanti e panicati evita alla passione civile di rimanere in piani alti di retorica ideologica e didascalica. Dagli abissi disperati dei piani emozionali, riemerge anzi, quasi inaspettato, un impasto beffardo di sarcasmo lieve e potente: “Non so. Forse/ la morte impazzisce/ a raccogliere così tanto nelle sue lunghe/ notti” (p.51).

Milano, luglio 2004
Adam Vaccaro, poeta e critico letterario