Franco Santamaria, Echi ad incastro,

"L'arcobaleno", Joker, Novi L. 2004, pp. 72, € 11,50

 

 

La terza raccolta poetica del lucano Santamaria, attivo anche come artista visivo, va inquadrata nell'elaborazione di un tono poetico, o meglio un'impostazione della voce, che non si esita a definire elegiaca ma che rimanda non solo a una immagine mitico-edenica e atemporale della terra, bensì a una visione etica (e di qui politica) di ciò che è andato perduto, e infine all'utopia di ciò che potrebbe essere anche grazie al valore salvifico (perché civile, gnoseologico) dell'arte. Quindi il valore dell'immagine, di solito arricchita di metafore e analogie (cui non è estranea l'influenza barocca), e spesso costruita lungo linee anaforiche, è anche quello di rendere apprensibile e indicare all'immaginazione uno stato di cose insoddisfacente: una funzione educativa dell'arte, quindi, che informa di sé persino l'obbiettivo etico di un'arte che sappia parlare al proprio tempo.

Giustamente, in un'ampia prefazione che di Santamaria coglie la diacronicità e le diverse sfaccettature artistiche, Sandro Montalto accosta il suo nome a quelli di Quasimodo e Pierro, e ai contemporanei Calabrò, Maffia, Rago e Nigro; un altro nome verrebbe poi naturale a partire da alcune scabre soluzioni espressive che fanno da contraltare a una esuberanza immaginifica e metaforica tutta meridionale: quello di Ungaretti, che ci sembra stare al fondo di scelte sintattiche come quelle della riuscita Sono di questo pianeta (si veda soprattutto l'apostrofe ritardata, che rimanda a quella alla madre di Ungaretti):

 

Quando avrò limato le mie ore

fino in fondo

e chiuso

definitivamente

la mia casa costruita su una nuvola,

polvere, mi deporrai in un'urna di foglia di fiore

colto da un pianeta lontano. (p. 24)

 

Così, la ferita inaugurale della scrittura e la mancanza che apre alla ricerca sono la coscienza di una perdita personale, come emerge da esempi come «Portiamo il dolore delle cose minute», «A noi un attimo solo / resta del nido / dove / goccia a goccia / stillava la nostra vita» (p. 20); «vivo in te, nella tua fisicità / assente» (p. 22);  «abbiamo vissuto un destino / breve / di cometa / e il buio ha diviso le nostre orme» (p. 33); «Dura in me l'ultima / tua fisicità vivente» (p. 63). Questa coscienza, però, subito si apre a una dimensione più ampia affacciata sulla storia e da questa sul dato ontologico: l'immagine mitica, atemporale, di un sud agricolo e dai valori immutabili, su cui insiste tanta letteratura meridionale diventa, come rileva anche Montalto, coscienza pienamente letteraria di una storicità, della necessaria resistenza che può prendere anche le forme di un banchetto dell'attesa, di una veglia in cui festeggiare con gioia tragica, come in uno dei testi più alti e consapevoli della raccolta, Come nelle veglie d'oriente (p. 17), in cui fa irruzione il contemporaneo, l'esigenza di resistere, di ribellarsi e credere nell'utopia.

Non c'è dubbio infatti che l'inusuale apertura della poesia di Franco Santamaria parta da una vissuta e sofferta consapevolezza del tempo, sia personale che storico: quello di un passato che si personifica negli affetti scomparsi, ma che sul piano storico corrisponde anche ai guasti cui rimediare; quello presente dell'elegia, ma anche della passione civile e politica («viviamo la tristezza / del sogno della primavera / caduta», p. 41; «vermi millimetrici e robotici / scavano / il cuore delle radici che / marciscono», p. 60); quello futuro, appunto utopico, a cui sono affidate «nuove / tremanti speranze» a partire dalla «forza d'urto degli scudi» (p. 16): «voglio ancora sperare / nel tuo ritorno», p. 63.

La poesia di Santamaria addita oggi una delle possibili soluzioni per uscire dal minimalismo autobiografico che, al di là della pratica amatoriale, sta funestando anche i poeti più veri e consapevoli delle ultime generazioni, e deve porsi all'attenzione della critica per la capacità di innovare con misura ma anche con forte apertura culturale e umana.

Novi Ligure, agosto 2004

Mauro Ferrari