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 A. Di Renzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lerasta

<<Esistono esseri che la mente umana non può accettare ma che il
nostro istinto riconosce con un brivido, un freddo acuto ed improvviso lungo
la schiena, una stretta allo stomaco ed un senso di angoscia frutto della
disperazione nell'avvertire l'inevitabile

Io sono uno di quelli.

Ero come loro un tempo, ma tra poco dovrò accompagnarli nel loro ultimo
viaggio. Anni, secoli fa, avrei potuto provare pietà, sicuramente avrei
cercato d'impedire tutto questo: tra poco un guasto nel motore farà cadere
questo aereo, il carburante che fuoriuscirà lo trasformerà in una palla di
fuoco molto prima che raggiunga il suolo. Qui, tra poco più di una decina di
minuti, la temperatura salirà in pochi istanti abbastanza da far bollire
l'acqua, tuttavia queste persone non moriranno subito, agonizzeranno,
avranno tempo di rendersi conto e di pensare, avranno il tempo di
disperarsi.

Nessuno sopravviverà, il fuoco distruggerà i loro corpi e le loro menti,
l'impatto metterà fine alle sofferenze di quei pochi sfortunati che si
aggrapperanno alla vita fino all'ultimo.

Non c'è speranza, e quando tutti saranno spirati il mio lavoro sarà
completo.

Avverto con chiarezza i sentimenti di tutti questi umani, ignari di quelli
che sta per succedere, emozioni che presto saranno un unico accordo di
dolore e morte.

La morte. quante ne ho viste. troppe per un umano, per fortuna che l'umanità
l'ho lasciata insieme a quell' involucro mortale che imprigionava la mia
essenza. Ricordo con chiarezza l'attimo di smarrimento prima di poter
finalmente venire alla luce in questo nuovo aspetto, simbolo del volere
divino, paura atavica degli umani, inevitabile falce, destino finale di
qualunque essere vivente.

Per quanto l'uomo di possa mai sforzarsi  di superare il potere di Dio, io
sono l'araldo del limite che la specie umana non potrà mai superare: la
morte, divina volontà d'inevitabile destino.

Io sono il rintocco fatale, temuto dall'altezzosa stirpe di Adamo,
l'anticamera del giudizio, l'inappellabile volere del Nostro Signore.

Io sono un angelo della morte: non fuggire, uomo, abbandona ogni speranza
poiché quando io arrivo tu dovrai seguirmi, che tu mi accolga come una
liberazione o mi aborri terrorizzato.

Io sono ovunque, nei letti degli ospedali, sui selvaggi campi di battaglia,
tra le grida gioiose dei bambini ed i lamenti dei vecchi, nei silenziosi
conventi alla bailamme dei campi sportivi.

Oggi sono qui: ancora pochi minuti e tutto sarà finito.>>

<<Mio chiedo che cosa le dia tutta questa sicurezza.>>

L'angelo ascoltò anche questa voce ma non ci fece caso, lui non poteva
essere notato, la sua essenza era come invisibile ai comuni mortali, poi la
voce continuò:

<<Scusi, sto parlando con lei e non è educato far finta di non sentire.>>

L'essere ultraterreno si girò per vedere questo colloquio tra umani,
tuttavia quando alzò lo sguardo sentì un'emozione dimentica da tempo: con
sua somma sorpresa, l'umano al suo fianco lo stava guardando dritto negli
occhi, lo vedeva!

<<Lei è così sicuro che le cose andranno come ha previsto?>>

<<Ovviamente>> rispose l'angelo con inumana freddezza <<Il volere di Dio è
immutabile.>>

<<Bene, allora cortesemente porti questo a nostro Signore>> e dicendo questo
l'umano gli porse una guarnizione metallica visibilmente deteriorata.

<<Ovviamente al suo posto ce n'è una nuova di zecca>> aggiunse l'uomo
sorridendo.

<<Quest' aereo non cadrà, non oggi almeno e nessuno morirà>>.

<<Questo aereo DEVE cadere, questo è il volere di Dio e non sarà un misero
umano ad impedirlo!>>  oramai era sicuro di trovarsi di fronte ad un aborto
della natura, un essere che gli umani chiamavano "mago", un perverso umano
che mimava una misera parte dei poteri degli angeli e capace di vederli.

L'araldo della morte intonò il canto del silenzio, la sinfonia che
annichiliva la vita, il vuoto, il nulla assoluto: quell'aereo sarebbe
caduto, gli umani tutti morti e la volontà divina rispettata.

L'uomo non sembrò affatto spaventato e si limitò a schioccare le dita: un
suono come quello di un diapason si sparse nell'aria, prima poco più di
semplice silenzio, poi sempre più acuto e potente fin quando l'angelo sentì
chiaramente il suo canto essere annullato, la sua stessa essenza scossa fin
dentro il suo intimo più recondito, quasi spezzarsi in un indicibile dolore
primordiale.

Poi tutto tacque, il suono si fermò.

<<Ho detto che nessuno morirà oggi, angeli compresi>>.

<<C. chi, che cosa sei?>> il messaggero del nulla non potè nascondere la sua
sorpresa di fronte ad un essere, un qualcosa capace di annullare lo stesso
nulla, di contrastare e vincere la divina sinfonia.

<<Professor Lerasta e su questo aereo vi sono alcuni miei studenti a cui
sono molto affezionato: le basti sapere questo.>>

L'umano si distese, chiuse gli occhi e si rivolse un'ultima volta al suo
celeste compagno di viaggio che ancora non riusciva a capire: <<Siamo in
arrivo: si allacci le cinture per l'atterraggio.>> quindi, con malcelata
ironia <<Sa com'è: è il momento più delicato del viaggio, a volte ci sono
dei problemi>>.

Più indietro, un uomo rideva a denti stretti:<<Povero becchino>> pensò
<<Proprio uno dei figli di Gaghiel doveva incontrare! Ben gli sta a quel
borioso beccamorto!>>

L'aereo planò dolcemente in un perfetto atterraggio.
 

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Il Custode

- Sto morendo? -

- Si. -

-... sei un po' troppo franco per i miei gusti... -

- Sono sempre sincero, dovresti saperlo. -

- Beh, non è che ti conosca da molto, qualche secondo appena. -

- Sono sempre stato con te. -

- Beh, così dicevano ma io non è che ci credessi molto... -

- Voi credete solo in quello che vedete: non sapete che gran parte
dell'esistenza non potete... -

- STOP! Smettiamola co' 'ste fregnate, okay? E poi non farmi agitare. -

- Perchè? -

- Fa male alla salute, non lo sai? -

- Ma stai morendo. -

- Ironia, zompame addosso! Senti, l'unica cosa che posso fare adesso è farmi
un'ultima risata, oppure vuoi che muoia cospargendomi il capo di cenere e
dicendo "Mi pento! Mi pento!"? Ah no, cocco, hai sbagliato persona! -

- Io non chiedo nulla, non giudico. -

- Certo, ci sarà un altro tuo collega immagino! Ma vestite tutti di nero? -

- No, noi non vestiamo: io sono la rappresentazione di come la tua mente
m'immagina. -

- Impossibile. -

- Perchè? -

- Io ho sempre immaginato la mia coscienza come una vecchina gentile, tu sei
un negrone vestito da Armani! -

- Ero nero un tempo. -

- Siete neri? Tutti? I razzisti saranno lieti di ciò! -

- Siamo di tutte le razze, dipende da come fossimo prima. -

- Prima? Aspetta un attimo: mi vorresti far credere che prima fossi un
uomo? -

- Lo ero. -

- Questa è bella! E come sei diventato così? Per concorso? -

- Sono stato chiamato. -

- E da chi? Da Dio? -

- Diciamo di si: è un concetto che non puoi comprendere al momento. -

- Oh, si, io son solo un misero moribondo umano, un po' di carne putrefatta
che tra poco sarà cibo per vermi! A propò: come mai non sento dolore? -

- La tua schiena è rotta: è un miracolo che tu sia semicosciente. -

- E sia lodato iddio allora! Siamo in tema! Senti, una domanda. -

- Dimmi. -

- Come ti sentivi quando moristi? -

- Ero disperato, non volevo morire. -

- E poi? -

- Sono morto -

- Ma dai? Pensavo che avessi ricordato di dover fare una cosa importante e
quindi rimandato il momento! Comunque, non te lo sei chiesto? -

- Che cosa? -

- Un tipo ti lascia una vita senza farsi vedere, senza mostrarsi mai,
disperato nella morte e poi ti prende anche come schiavetto: mica è un pezzo
di pane! -

- Lui non ti ha mai lasciato solo: io sono qui per questo, lo sono sempre
stato. -

- Allora hai fatto uno schifo di lavoro! -

- Adesso sai che Lui esiste. -

- Certo! Adesso so che i miei problemi sono appena cominciati! -

- Non spetta a me deciderlo. -

- Ovvio, tu sei solo il beccamorto! Senti, posso chiederti una cortesia? -

- Certo. -

- E' posssibile parlare all'umano e non al... coso? -

- Sono quello che sono. -

- Al diav... emh, suvvia! Mica ti sarai dimenticato di quand'eri un uomo? -

- No, non potrei mai. -

- Allora parlami da umano, non da impiegato di pompe funebri! Secondo te è
giusta questa vita? -

- Ho superato da tempo il concetto di giustizia. -

- AL DIAVOLO! MA ALLORA SEI IMBECILLE? Ti ho chiesto che cosa ne pensavi da
umano, non da cane dell'ipocrita dittatore! -

- No, non la consideravo giusta. -

- Meno male, non sei rincretinito completamete! -

- Avrei per te io una domanda. -

- Una domanda? Per me? Beh, fai presto, comincio a sentire un certo
freddo... -

- Perchè ti sei ucciso? -

- Perchè? Ovvio, perchè sono libero! -

- Libero? -

- Certo! -

- Che cosa vuoi dire? -

- Che nacqui libero e tale muoio! -

- Non capisco. -

- E te credo, mo te spiego: il tuo "superiore", per sfizio suo o per
distrazione, fa in modo che tutti noi viviamo come vermi in una merda
chiamata mondo e sai che ne penso io? Che se ti chiedono di vivere
strisciando, alzati e muori ridendo! -

- Ma così rinunci a vivere. -

- Certo, ma per mia volontà, non perchè il tipo ha deciso che debba crepare
in chissà quale incidente! Ho liberamente deciso sulla mia morte! -

- Sei proprio sicuro che Lui non abbia voluto così? -

- Può essere, ma in quel caso si dev'essere per forza piegato alla mia
volontà: comunque la spunto io! E poi è lui che ha fatto 'sto mondo 'na
merdaccia. -

- Chi sei tu per giudicarLo? -

- E chi è quel tipo per farlo! Si sveglia una mattina e crea il mondo manco
la chiavica, poi ci fa mortali, vulnerabili a malattie, vecchiaia e dolore,
in più ci abbandona senza farsi vedere e senza mostrarsi, con la paura di
quel che viene dopo e quindi si permette anche di giudicarci? BELLO
STRONZO! -

- Attento a come parli, potresti ritrovateLo davanti molto presto. -

- Meglio, così potro sputargli in faccia! Io sono Libero, nacqui Libero e
Liberamente deciderò del mio destino anche di là! Come si dice? Ah, si:
meglio stare all'inferno che esser schiavi in paradiso! -

- Era "Meglio regnare": conoscevo anche io Milton. -

- Fa nulla: pur di sputare in faccia a quello stronzo mi accontenterei di
esere l'ultimo dannato dell'inferno, ma 'sto sfizio mo levo! -

- Perchè hai deciso di precipitarti nel vuoto? -

- Ho sempre invidiato gli uccelli! Una volta vidi un falco, o almeno credo
che fosse un falco, e lo vidi volare alto, sprezzante, osservare dal cielo
noi miseri vermi. Ho sempre desiderato volare, ma l'ipocrita dittatore non
ci aveva fatto con le ali! In punto di morte ho deciso che sarei andato
contro quest'ultima infamia e che, a modo mio, avrei volato! Per una volta,
anche io ho visto i vermi dall'alto. -

- Ma adesso sei a terra, sfracellato, ferito a morte. -

- Capita... senti, non sento più freddo: che vuol dire? -

- Che oramai l'ultima scintilla di vita si sta spegnendo. -

- Immagino che quel tipo che sta arrivando non sia un passante... caspita ma
quanto è triste! Pare che non rida da anni! -

- Egli è la Guida, colui che ti accompagnerà al cospetto supremo. -

- Cominciamo bene, allora... sai una cosa, preferivo te, negrone! -

- Il mio compito era quello di custodirti ed è oramai finito. -

- Ovviamente le regole l'ha dettate l'imbecille, vero? -

- Si. -

- Ah, allora è per questo che hai fatto il tuo compito 'na chiavica! Scusa,
ma sembra che adesso debba andare, l'altro becchino sembra essere molto
impaziente! -

- E' giunto il momento. -

- E si, sembra proprio così! E' stato un piacere, negrone! Almeno nella
morte mi sei stato utile! Vado: addio! -

- Arrivederci, ragazzo. -
 

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Aroon l’implacabile.

 

Fuoco, urla, sangue... per quanto la battaglia fosse oramai giunta al termine, per i combattenti sembrava ugualmente infinita: un nobile cavaliere menava fendenti con le sue ultime energie, tra i riflessi del fuoco e quelli della luna. Quando anche l’ultimo nemico cadde esangue, il guerriero diede un’occhiata in giro, scorgendo un monotono paesaggio di morte: l’unica cosa visibile, oltre gl’incendi e le rovine, erano cataste di cadaveri, orride pile di morti dell’una e dell’altra fazione, futuro pasto di corvi e mangia carogne. L’uomo, dopo essersi guardato più volte attorno, rinfoderò la spada, si piegò per un attimo, ansimante, visibilmente stremato, poi smontò da cavallo, appesantito dall’armatura e, soprattutto, dalla pugna appena finita, quasi a peso morto, facendo appello alle sue ultime energie e toccando, quasi cadendo, pesantemente la terra. L’uomo, per alcuni attimi, rimase appoggiato al suo fido destriero, quindi girò la testa, respirando come se avesse un’infinita fame d’aria, movendo qualche incerto passo, mosso lottando contro la fatica accumulata. Il guerriero guardava l’orrenda eredità della guerra, cercando un appiglio di razionalità in tanta follia omicida: le uniche scene erano di morte, l’unico odore quello del sangue, l’unico rumore il crepitio delle fiamme... poi qualcosa di diverso, un lamento, quasi un pianto singhiozzato! Il cavaliere sentì quest’insolito suono, cominciò ad avanzare verso una piccola casupola collassata su sé stessa che sembrava esserne la fonte, prima piano, poi sempre più veloce, quasi freneticamente, le sue mani inguantate di maglia scavarono tra le misere macerie, poi spostarono una pesante asse di legno e, quindi, trovarono la fonte del pianto sommesso: un bambino di qualche anno, sporco di cenere, dagli occhi sgranati, pieni d’orrore, singhiozzante, col respiro smorzato dal timore. Il guerriero capì che il piccolo doveva essersi salvato grazie all’asse che, cadendo, aveva formato una sorta di precaria architrave che lo aveva protetto. Il bimbo era tremolante, provato sia dal freddo che dalla paura. – Vieni qua piccolo. -   L’uomo si era tolto il mantello, lo aveva avvolto attorno al corpicino ed aveva sollevato il bambino prendendolo in braccio. – Chissà come ti chiami, e penso che tu sia troppo piccolo per rispondermi. – Rimontò a cavallo, portando con lui il suo inaspettato fardello. Si guardò nuovamente indietro, sincerandosi della sua prima, grande vittoria: un giorno, lui avrebbe riappacificato tutte le regioni del Gon e, infine, l’intero continente, così com’era scritto nel suo destino... – Come ti piacerebbe essere chiamato, piccolo? – l’uomo aveva preso tra le sue forti braccia il bambino e gli rivolgeva, sorridendo, questa domanda. – Edgar? Orion? – poi, deformando il volto in una comica smorfia – Mica ti vorrai chiamare Thorion come me, vero piccolo? Che ne pensi di Bruce? – il bimbo sorrise, e il cavaliere lo vide come un segno. – Va bene allora! – sentenziò – Ti chiamerai Bruce! -. Il bimbo sorrise, unico segno di vita nella disperazione della guerra.

 

Molti anni sono passati e il tempo ha regalato alle vite umane gioia e dolore, amore e odio e mille altri contrastanti sentimenti, in una caotica alternanza di danze, tuttavia un evento ha caratterizzato questi anni: la pace. Il grande Re, dopo tanto sangue, era riuscito ad unificare la sua terra, ad impartirle un ordine e una giustizia, e sotto la sua ala protettrice, intere città erano sorte e prosperate, permettendo lo svilupparsi di nuove scienze e il superamento di vecchie superstizioni. Il popolo, primo sostenitore del suo sovrano, innalzava canti di gloria a Vergas, dio della giustizia e protettore di quelle terre, benedicendo il suo nome e quello del suo rappresentante in terra, Thorion, il grande Re. Nel grande libro dei sommi guardiani del tempio di Vergas, c’è scritto che ogni qual volta che la terra fosse stata lorda del sangue degl’innocenti, ecco che sarebbe nato un grande monarca, una persona capace di unificare il regno e di ergersi a baluardi dei deboli e degli oppressi, usando la spada della giustizia, che non lascia scampo agli iniqui, e lo scudo della fede, incrollabile ed eterna, in Vergas. Il tempo passò, esigendo il suo contributo di lunghe barbe bianche, ed infine anche Thorion, a causa dell’inesorabile venir meno delle forze, sentì il dovere di chiamare a raccolta tutti i suoi cavalieri. –Amici- cominciò con voce fiera, ma oramai segnata dagli anni – Fratelli di mille battaglie, voi che mi avete protetto col vostro corpo e che fedelmente avete portato la mia volontà fin nei più reconditi angoli del regno, voi che siete gli unici degni della mia fiducia ed amicizia, a voi mi rivolgo per l’ultima volta… -. A queste ultime parole, nella sala delle udienze scoppiò un coincitato vociare, ma il grande Re alzò la stanca mano, facendo tornare il silenzio. – La mia barba è lunga e bianca – continuò – e non mi rimane molto da vivere, poiché Vergas alfine mi vuole al suo fianco, nel paradiso dei guerrieri, giacchè in vita ho obbedito alle sue leggi, conquistando la sua benevolenza e beneficiando, così, della sua ricompensa.-. Il viso divenne sorridente, quasi sognante, e fissando ne vuoto continuò: - Tra poco ascenderò al cielo, la mia anima supererà le nuvole e diventerà una stella, immortale e per sempre splendente nel firmamento... tuttavia voi mi seguirete, poiché il grande padre sa che senza di voi io non avrei mai potuto compiere la mia missione: quante volte mi avete protetto le spalle? Quante volte il vostro petto ha subito un colpo diretto a me? Quanto sangue avete versato per risparmiare il mio? E chi ha sempre combattuto in mio nome? Chi, più di voi, avrebbe mai potuto meritare la mia stima ed amicizia? Ecco, per tutto questo, alla fine dei miei giorni, posso ricambiare tutto ciò, permettendovi di salire con me e di sedere alla stessa tavola del nostro dio. -. Nel gande salone cadde improvviso il silenzio: solo ai più grandi guerrieri della storia era stato concesso tale onore! Molti di loro erano figli d’umili genti, e mai avrebbero potuto immaginare di divenire delle leggende, narrate nei canti ed immortali nel ricordo, le gesta scolpite per sempre sulle mura della dimora dei Grandi Re. Non potevano crederci. –Purtroppo, ad uno di voi non sarà concesso tale onore, non perché non ne sia degno, ma perché il suo dovere nei confronti di Vergas su questa terra ancora non è finito. -. I possenti guerrieri si guardarono l’un l’altro, cercando di capire, con lo sguardo, un segno che potesse indicare chi dovesse rimanere ancora sulla terra. – Ci rivedremo alla festa della rinascita, al Grande tempio di Vergas: lì dirò il nome di colui che avrà il pesante fardello di difendere la giustizia anche in futuro, il migliore tra voi, colui che è stato scelto dal nostro stesso dio.-.

Fu dunque tempo che uomini valorosi deposero le armi e volsero la loro anima verso stelle, tutti eccetto uno, che da solo si ritirò, attendendo paziente gli ordini del cielo, eremita e errabondo nel regno che lui stesso aveva contribuito a pacificare. Paziente, attese che il tempo passasse inesorabile per il mondo ma più clemente con lui dato che Vergas lo aveva benedetto, e fino al momento del compimento della sua missione gli anni non avrebbero richiesto ulteriori capelli bianchi, le rughe sarebbero state le stesse per i secoli a venire, questo fin quando il dio della giustizia non avesse ritenuto la missione compiuta.

 

Anni, secoli passarono e la storia del grande Re e dei suoi amici divenne leggenda.

 

Col passare del tempo, senza la guida di un potente e giusto monarca protetto dagli dei, qualunque terra si corrompe, qualunque popolo smarrisce la retta via e il senso della giustizia, e la tanta desiderata pace, costata un mare di sangue, lascia il posto ad un’interminabile epoca di barbarie…

 

Il tempo dei Lupi.

 

Sangue. Rosso, caldo. Per alcuni sacra linfa vitale, per altri inebriante vino che invita al massacro. Per Aroon non era nient’altro che un rubro liquido indicante la fine del nemico. Il colpo di spada vibrato era veloce, preciso e il fiottare del sangue indicava il dono di una morte rapida, un favore concesso non per magnanimità, ma dall’improvviso attacco alle spalle di un ribelle: l’avversario già stava caricando con la lancia e Aroon a stento riuscì a deflettere il colpo con lo scudo. La replica che seguì fu portata alla spalla: il fendente fu così potente da spezzare le ossa e penetrare a fondo nella carne. Il ribelle si piegò sulle ginocchia, il suo viso si deformò in una smorfia di dolore e infine, mentre la spada assassina si ritirava, cadde nel suo stesso sangue. A quel punto il guerriero ebbe un attimo di pausa e si guardò attorno: la battaglia era vinta. Le file nemiche erano oramai spezzate, i suoi soldati dilagavano ovunque, i pochi nemici superstiti si davano ad una disperata fuga: urlando come dannati ed ammassandosi come topi che fuggono da una nave che affonda, si ammassavano disordinatamente, ostacolandosi e calpestandosi l’un l’altro, facilitando di molto il compito dei nemici di sterminarli. Attorno ad Aroon non v’erano più avversari vivi, ad eccezione dei pochi che, gemendo, si aggrappavano disperatamente alla vita tamponandosi le ferite, e mormorando aiuto ad un cielo sordo. Non si curò di ucciderli, poiché sapeva che i corvi avrebbero fatto il loro dovere. Si sentì così sicuro che rifoderò l’arma, salì su un cavallo e lasciò ai suoi il compito di macellai: donne, uomini, animali, tutti cercavano scampo, imploravano pietà, gemiti e grida impregnavano l’aria come un denso fumo. La musica del massacro.

 

Più tardi, verso sera, in quello che fino a pochi giorni prima era stato un vivace villaggio, l’unico rumore che si poteva udire era il gelido silenzio della morte. Nell’accampamento dell’esercito, invece, riecheggiavano le grida festose dei soldati: la vittoria era stata facile, non vi erano state perdite, solo qualche ferito neanche troppo grave. Solitamente ubriacarsi era un reato grave, ma i guerrieri sapevano che quella notte il loro comandante avrebbe chiuso un occhio, qualcuno pensava che si sarebbe unito addirittura ad una festa che era pure merito suo: in fondo, veniva celebrata la vittoria! Alcuni gozzovigliavano con cibo e nettare d’uva, altri si godevano i tesori e le schiave conquistati col sangue, altri ancora semplicemente dormivano, storditi dal vino e dalla fatica… ma c’era qualcuno che non festeggiava e silenzioso, non concedeva spazio alla gioia: nella sua tenda, Aroon già preparava i piani d’attacco per il giorno successivo. Seduto ad un tavolo, studiava la migliore tattica per sedare presto e bene le varie ribellioni scoppiate nella regione di Gon. Lomor il conquistatore gli aveva affidato quest’incarico e lui lo eseguiva come solo sapeva fare: al meglio. Scriveva piani, disegnava mappe alla fioca luce di una candela, simulava nella mente attacchi e aggiramenti. Ogni tanto guardava la sua nera corazza posta in un angolo della tenda, oppure si sistemava il pesante mantello. Era completamente assorto nei suoi pensieri quando sentì dei passi: - Posso signore?-. Era Egiar, il suo vice. –Si, vieni. -. Lo invitò a sedere indicando uno sgabello. Egiar lo prese e cominciò a scrutare le mappe sul tavolo, poi Aroon gli chiese: - Com’è il morale degli uomini?-, - Semplicemente altissimo. -, - Perdite?-, - Nessuna, come nessun ferito grave. -, - Un vittoria su tutti i fronti. -, - Sissignore. -. Notizie bellissime, ma attraverso la maschera bianca gli occhi di Aroon non esprimevano nessuna gioia, nessuna soddisfazione. Si alzò dallo sgabello e si diresse verso la sua armatura ancora sporca del sangue di dozzine di uomini, ma che ancora non sembrava essersi saziata di morte: - Fammela pulire. -, disse –Sissignore. -, rispose Egiar. – Domani sarà di riposo, ma dopodomani dobbiamo essere pronti a partire. - Rimase un po’ in silenzio immobile, poi si voltò verso Egiar, guardandolo con i suoi occhi celesti, l’unica parte del suo volto che si potesse scorgere attraverso quella maschera senza espressione, che sembrava ancora più inumana alla fioca e tremula luce della candela, poi aggiunse: - Domattina prendi i prigionieri e impalali: servirà da monito per chi volesse ribellarsi in futuro. -, - Signore, le ricordo che ci sono anche dei bambini. - Era un tentativo per salvare degli innocenti, bello ma vano poiché Aroon replicò freddo: - Farai meno fatica a sollevarli. -. Egiar stette per alcuni attimi in silenzio: avrebbe dovuto obbedire ad un ordine troppo infame anche per uno sciacallo, ma era costretto a dare l’ordine di compiere quell’atto così brutale giacché disertare voleva dire, nel migliore dei casi, una morte rapida, tuttavia anche solo dare il comando di un tal empio gesto era come compierlo di persona. – Signore, alcuni dei prigionieri sono schiavi che i nostri soldati hanno conquistato in battaglia: lei pensa sia giusto privarli di ciò che hanno ottenuto col valore e col sangue? Potrebbe creare molto malcontento tra le truppe, ed il morale crollerebbe. -. Aroon, appoggiò i gomiti sul tavolo, il mento sulle mani e fissò per un attimo la fioca luce della candela, poi alzò gli occhi fissando Egiar: - Ognuno dia uno schiavo su due, chi non ubbidisce sia considerato un disertore. -, - Sissignore!- fu la stretta risposta del sottoposto, che quindi s’inchinò leggermente e poi uscì. Aroon continuò a studiare le sue mappe fin quando non ebbe trovato quella che considerava la tattica migliore; quindi anche a lui venne a far visita il sonno.

 

Fu una notte lunga per i ribelli sopravvissuti: bisognava riordinare le fila e studiare una tattica. La prima cosa fatta, fu quella di trasferire subito in un posto sicuro coloro che erano inetti al combattimento: donne, vecchi, bambini e feriti gravi, una piccola carovana di persone che avevano perso tutto. Alcuni di loro non volevano lasciare i loro cari a combattere, sarebbero voluti rimanere anche a costo di morire sul campo. Un bambino si attaccò al padre abbracciandolo, piangeva perché non voleva lasciarlo, lo pregava di farlo rimanere al suo fianco. Il padre s’inginocchiò, lo baciò sulla fronte e lo abbracciò forte: sapeva che probabilmente era l’ultima volta che lo vedeva, ma lo stesso promise al piccolo che sarebbe sicuramente tornato. - Tuo padre è il più forte, lo sai! Tornerò sicuramente e ti porterò dei giocattoli! Lo sai che non ti ho mai detto una bugia…- gli disse. Il piccolo alzò gli occhi lucidi e vide il padre che sorrideva. Sorrise anch’egli, il genitore non gli aveva mai detto una bugia e, se l’aveva promesso, sarebbe sicuramente tornato. Così il bambino baciò il padre e si aggiunse alla carovana; mentre si allontanava, il padre pregava gli dei affinché proteggessero suo figlio e gli concedessero una vita felice e un mondo senza guerra.

 

La notte è il magico tempo dei sogni: fin dall’antichità, maghi e indovini hanno tentato di carpirne i segreti, di dominare l’eterea materia del mondo onirico, ma solo in pochi hanno avuto il privilegio e il dono, segno della benevolenza degli dei, di riuscire a decifrare il misterioso alfabeto del sogno. Come al solito Doimor s’addormentò, il suo sacro bastone piantato ai piedi del letto come guardiano contro gli spiriti maligni. La stanchezza era tanta: tutto il giorno aveva tentato di vedere gli eventi futuri per cercare un rimedio alla guerra che oramai infiammava l’intero continente, un modo per impedire che il Gon, l’ultima terra libera, venisse assoggettato al volere di Lomor l’erede del grande Re.  Scaccio i pensieri più cupi, figli della reale situazione della sua terra, e pensò come fosse possibile che l’erede del grande Re, colui che per primo avrebbe dovuto portare nel mondo la parola ed il volere di Vergas, potesse permettere un tale massacro d’innocenti. Pieno di dubbi, esausto si assopì, varcò la soglia della dimensione onirica. Nel misterioso mondo dei sogni, i portali del tempo e dello spazio si spalancarono e li ebbe la visione: un demone, un enorme demone nero come la notte senza luna né stelle, terribile, col fiato pestilenziale che levava il respiro, le mani grosse e artigliate, marciava sulla regione del Gon distruggendo ogni cosa, calpestando case, mangiandone con feroce godimento gli abitanti, gioiendo del terrore che incuteva, della disperazione che suscitava e della distruzione che provocava. Niente e nessuno avrebbero potuto fermarlo…Doimor si svegliò coperto di sudore, col cuore in gola. Si affrettò ad impugnare il suo sacro bastone, spalancò la finestra per cercando un po’ d’aria fresca, si precipitò a bere un liquido sacro per proteggersi dagli spiriti malvagi, si guardò intorno per vedere se qualche ombra fosse rimasta. Quando si fu calmato, capì che gli dei gli stavano parlando e che il sogno doveva continuare, quindi si coricò di nuovo, fissò il soffitto, poi perse il suo sguardo nel vuoto e si concentrò sulla visione. Tra le braccia di Morfeo, rivisse il sogno e vide il futuro, un futuro di tenebra e morte, dove la libertà sarebbe stata una parola dimenticata, dove la spada sarebbe stata l’unica legge… Mentre Doimor tremava ad una così orrenda visione, gli dei parlarono: - Può il giorno non seguire la notte?-. Doimor sobbalzò, poi una luce richiamò il suo sguardo e vide una spada, una splendida, magnifica spada che illuminava a giorno la scena, un solue i cui raggi erano pura giustizia, poi un guerriero, nobile e imponente che brandiva la sacra spada… La visione finì: Doimor era ora più tranquillo, poiché aveva capito che c’era una speranza, un’alternativa a quell’orribile futuro. Si rialzò, uscì a sacrificare un agnello agli dei. Spento il rogo, Doimor tornò indietro: l’indomani l’aspettava una dura giornata, l’inizio di un viaggio alla ricerca della spada e del guerriero.

 

Vergine luna, qual è il tuo segreto? Perché gli amanti sospirano sotto i tuoi raggi e le fate danzano alla tua luce? L’uomo adora il sole, gli dedica templi e lo benedice ogni giorno, ogni volta che sorge, eppure la notte, a te si rivolgono i poeti in cerca di versi, te cerca lo sguardo di chi in silenzio ama, colui che spera e dispera, che ti dedica canzoni su un amore che non ha. Sei tu o madre, che illumini la notte scura, che ispiri rime e consigli parole d’amore, ma dove sei stanotte? Dove volgi i tuoi occhi? Forse non sopporti la vista dei tuoi figli morti? Forse ti stai chiedendo perché di tutto questo? O candida Luna, se tu fossi stata un po’ più vicina ti saresti sporcata con sangue innocente, il rosso di chi ha l’unica colpa di aver combattuto per la propria libertà. Se stai piangendo, conserva le tue lacrime anche per domani, poiché finché ci sarà un pezzo di terra ci sarà un oppresso, qualcuno che combatte fino alla morte per difendere il suo cibo, che si ribella a chi vorrebbe negargli il suo dovere di vivere. Oggi molti sono morti, rei di aver difeso la loro vita, di essere andati contro l’oppressore e di aver combattuto fino alla morte per i loro cari. Domani altri cadranno, poi altri e poi altri ancora…ma giorno sarà, presto vedremo, che le armi diventeranno aratri, le spade falci per spighe e il sangue scorrerà solo nelle vene, poiché nessuno può dire di non aver fiducia nella libertà finché qualcuno combatterà per la sua terra promessa.

 

Egiar era sveglio nella sua tenda: pensava all’infame compito che l’attendeva per il giorno successivo. Guardava il cielo cercando la luna ma non riusciva a trovarla. Pensava che, forse, quel massacro era stato troppo anche per una dea. Che guerra sporca: prima di venire nel Gon aveva combattuto sempre contro truppe regolari, da uomo a uomo, da guerriero a guerriero. Oggi si ritrovava a massacrare donne e bambini. Provava schifo per quel che faceva e si chiedeva come facesse a dormire il suo comandante, come facesse a dare con tanta leggerezza ordini a dir poco disumani. E se non fosse un umano? E se fosse una sorta di demone? Vomitato, cacciato dall’inferno per la sua eccessiva ferocia. Grandi dei, e se fosse così? In verità nessuno sapeva del passato Aroon, si sapeva solo che improvvisamente Lomor lo aveva messo a capo delle sue truppe nel Gon e in un mese si ebbero risultati che in due anni non si erano avuti. Uccideva con la stessa calma con cui mangiava, non c’era una traccia di sentimento in lui: gioia o dolore, rabbia o tranquillità, niente di niente. Quella maschera poi… perché non si faceva vedere in viso? Che cosa aveva da nascondere? Egiar pensava seriamente a tutte queste cose. Quando cominciò a combattere pensava che avrebbe difeso i più deboli, proprio quelli che oggi era costretto ad uccidere. Si alzò, uscì a cercare un po’ d’aria giacché il rimorso per quel che avrebbe dovuto fare già l’opprimeva. Respirò profondamente, si aggiustò i capelli come per rimettersi a posto le idee. Ah, se solo potesse fuggire, se solo potesse tornare indietro per non intraprendere la via delle armi! Inutile, mille di questi pensieri non gli avrebbero evitato un incarico da sciacallo. Strinse il pugno, alzò gli occhi al cielo e stava per maledire il suo destino quando senti un grido, poi un altro e a quel punto riconobbe la voce: era Aroon! Prese una spada e si precipitò alla tenda del suo superiore, aprì di corsa il telo d’entrata e vide Aroon in piedi, col fiato corto come se avesse corso, una mano tremante e l’altra che impugnava la sua spada, lo sguardo perso e il busto bagnato.–Tutto a posto signore?- Aroon stette un po’, poi rispose ancora affannato:- Si, tutto bene, è stato solo un incubo- Egiar si sorprese e replicò meravigliato:- Un incubo?!-. Aroon, ripreso il suo solito atteggiamento, prese la via del letto e rispose:- Si, un incubo, un mero, semplicissimo incubo. - Si rimise sotto le coperte e continuò:- ora va, domani ti aspetta un lavoro -. Egiar si accigliò subito pensando a quel che avrebbe dovuto fare il giorno dopo e rispose:- Signorsì -. Detto questo uscì e andò verso la sua tenda. Quando fu arrivato cercò la sua coperta, si stese e pensò che per la prima volta aveva visto un emozione in Aroon: la paura. Pensò ancora un po’ a questo, poi, finalmente, si addormentò.

 

Egiar aprì gli occhi che era in un bagno di sole: la notte prima, distrattamente, aveva lasciato la tenda aperta e dall’entrata meravigliosi raggi penetravano all’interno venendo dispersi dalla polvere in sospensione, creando così un’atmosfera quasi mistica. Il sonno annebbiava ancora la mente di Egiar che quasi tentennava ad alzarsi, si mise una mano davanti agli occhi per non prendere una luce troppo diretta, sbadigliò, si stese nuovamente sul letto abbassando stancamente le palpebre. Il letto era comodo, il sonno c’era ed era anche mattino presto, poco più dell’alba. Solitamente la sveglia veniva data anche prima, appena sorgeva il sole, ma quello era un giorno di riposo per le truppe, il premio per aver combattuto valorosamente: il premio per aver massacrato donne e bambini. Pensando ciò, il vice comandante sentiva un groppo alla gola, uno schifo inimmaginabile eccetto per chi sapeva cosa fosse il valore: egli aveva combattuto sul fiume Riden nell’ultima grande battaglia per la conquista di Sademor, si era trovato accerchiato nel massacro della gola di Vol, quando su seicento sopravvissero solo sette, si era preso la sua rivincita prendendo con solo trecento uomini la fortezza di Comodo ove erano arroccati un numero doppio di difensori, aveva combattuto sempre e solo contro soldati, era sempre sopravvissuto…e ora si trovava a fare da macellaio. A quest’ultimo pensiero si era rigirato nel letto, quasi volesse girare le spalle a quel compito, poi sentì un sibilo: conosceva fin troppo bene quel tipo di rumore, il suono dell’acciaio che fende l’aria. Sentendone altri decise di vedere chi fosse, si alzò, prese la spada ed uscì. La prima cosa che fece fu quella di ripararsi gli occhi: era una splendida giornata, il sole sembrava più caldo e luminoso che mai e poteva dar fastidio a chi, come lui, usciva da una tenda seppur luminosa. Quando si fu abituato alla luce si guardò intorno e scorse subito Aroon che si stava allenando. Il comandante menava colpi all’aria, ma non erano colpi da pura e bruta forza, erano dati immaginando dei nemici e ogni fendente, ogni affondo era portato mirando ad un punto specifico del corpo, erano colpi potenti, veloci, precisi e possedevano una grazia tremenda: ogni colpo avrebbe potuto tagliare in due un uomo, ma sembrava leggero come il volo di una rondine, forza e grazia nello stesso momento. Egiar rimase immobile ad osservare tale prova di abilità, Aroon continuò per un po’, poi si fermò e salutò con un inchino il suo immaginario avversario, quindi cominciò:- Salve Egiar, dormito bene?-. Egiar rispose:- Benissimo signore -. Aroon rifoderò la spada, si avvicinò al suo vice:- Allora fai quello che ti ho ordinato ieri sera. - La voce di Aroon era ferma, Egiar abbassò lo sguardo:-Sissignore, sarà fatto al più presto. - Rispose a voce bassa. Aroon si stava avviando alla sua tenda quando si rivolse a Egiar dicendogli:- Fai suonare l’adunata dei prigionieri, voglio vedere chi possa esserci utile. - Signorsì. -. A quel punto il comandante entrò nella sua tenda, il suo vice, intanto, malediceva il giorno che brandì la prima volta una spada. Quando tutto fu fatto, Egiar fece un giro e, ai piedi di un palo, trovò una bambola di pezza insanguinata: non ebbe il coraggio di alzare gli occhi e si allontanò piangendo nell’animo.

 

Aroon sembrava a suo agio in quel macello: la sua nera corazza, la bianca maschera liscia come un osso ben spolpato, gli davano l’aspetto di un demone vomitato dagl’inferi. Non pochi soldati si sentivano a disagio a marciare in mezzo a degli impalati, anche coloro che davano coraggio ai più impressionabili, rabbrividivano sentendo i gemiti di chi aveva avuto la sfortuna di non morire subito. Il pensiero di una tale orribile morte attanagliava la mente di Egiar, che scuro in viso procedeva a testa bassa per non vedere l’atroce spettacolo. - Che miserabile…-pensava tra se e se, cercando di non udire la flebile voce di chi implorava inutilmente aiuto. Alcuni corvi già si appollaiavano sui cadaveri, strappando con i loro aguzzi becchi brandelli di carne. La marcia era innaturalmente silenziosa, i soldati avanzavano zitti, chi ammutolito da un tal macabro spettacolo, chi per rispetto verso la morte. La sera, dopo circa un giorno di marcia, le truppe si accamparono su un altopiano, ai margini di una fitta foresta. Egiar guardava il sole tramontare all’orizzonte, pensando per quanto tempo avrebbe ricordato quel giorno, poi i passi di un soldato che sopraggiungeva richiamarono la sua attenzione. - Signor Egiar, il comandante l’aspetta -. Egiar si incamminò verso la tenda di Aroon, entrò e sentì uno strano odore:- Eccomi signore. -. Appena entrato notò un uomo molto robusto, con una tunica nera ed un mantello col cappuccio dello stesso colore; l’uomo teneva il copricapo abbassato e non gli si potevano scorgere gli occhi. Egiar si sentì improvvisamente a disagio, sentendo un innaturale freddo. Aroon era vicino a quello strano individuo, si girò e, vedendo Egiar con una tale espressione di disagio, gli presentò subito l’ospite: - E’ un messo del grande Lomor, è venuto a riferirci che il nostro re è molto contento di ciò che facciamo e di come conduciamo la campagna contro i ribelli. -. Egiar, nascondendo i suoi veri sentimenti, rispose a tono: - Il nostro signore ha di che essere fiero dei suoi guerrieri, la nostra avanzata è veloce come il fulmine e distruttiva come l’uragano. -. Egiar accennò un inchino, poi l’uomo in nero si alzò e, con una voce sembrava che non appartenere più a questo mondo, disse:- Tutti noi del nuovo ordine siamo soddisfatti, i vostri successi stanno di molto accelerando la venuta del nostro signore Astarat, per questo Lomor è soddisfatto. - Aroon replicò: - La volontà di Lomor è legge per noi. -. – Bene – continuò il messo reale – Il nostro grande Re sarà contento di sapere i nuovi sviluppi del fronte e l’immutato zelo col quale state conseguendo la causa -.  Dopo queste parole, lo strano individuo stette un po’ fermo, poi avanzò verso l’uscita. Quando l’uomo in nero gli passò vicino, ad Egiar gelò il sangue nelle vene, come se quell’essere avesse una spaventosa malvagità intrinseca. Rimase un attimo immobile, poi Aroon lo richiamò: - Vieni, dobbiamo pensare a piani per la battaglia -.

 

Al campo ribelle quella sera c’era uno strano silenzio: la notizia della battaglia di pochi giorni prima aveva sconvolto tutti e si respirava una tetra aria di morte, come triste presagio per i giorni seguenti. Il campo non godeva certo dell’organizzazione di quello di Aroon: i ribelli dormivano per lo più sotto rifugi fatti di foglie, fango secco e rami intrecciati, non c’erano trasporti decenti e i fuochi non erano messi tutti in punti strategici, col risultato che vi erano molte zone d’ombra. Tuttavia i nemici peggiori erano il morale, semplicemente a terra, e la fama di Aroon, che veniva considerato un condottiero invincibile. Al centro dell’accampamento sorgeva una tenda fatta di pelli e rami, tipica costruzione dei cacciatori nomadi di quei luoghi: al suo interno sedevano attorno al fuoco quattro persone intente a discutere. Il denso fumo sfogava in un buco in alto aperto appositamente, ma comunque c’era come un qualcosa che quella sera impediva a tutti di parlare al meglio. Anche loro, i veri capi della rivolta, erano scoraggiati più che mai e i loro visi erano tristi e amareggiati poiché la situazione era disperata: Aroon era a due giorni di marcia da loro, pronto a combattere con un esercito ben organizzato e numericamente superiore. Uno dei quattro, un vecchio dalla lunga barba, ricominciò a parlare: - Purtroppo non ci rimane che fuggire per la foresta sperando che Aroon non intenda proseguire a marce forzate…- Un giovane dal fisico prestante e dai lunghi capelli corvini lo interruppe: - Lo escludo: Aroon non farebbe mai stancare il suo esercito prima di una battaglia, non l’ha mai fatto e non vedo perché dovrebbe farlo…-. - Perché siamo deboli -, intervenne un grosso uomo dalle fattezze chiaramente Nordiche,- Ma io, Vigfus Norgod, sono pronto a morire combattendo, piuttosto che fuggire come un coniglio!- Il nordico parlava seriamente, tutti conoscevano il suo valore in battaglia e nessuno lo avrebbe sfidato mentre brandiva la sua enorme ascia bipenne. – Nessuno mette in dubbio il tuo valore Vigfus, ma dobbiamo pensare a decine di vite umane, non solo alle nostre gesta. - A parlare era Selenia, una giovane fanciulla dalle graziosissime fattezze. – E poi non dobbiamo dimenticare che da noi dipende la libertà di questa terra!- aggiunse il vecchio. Il giovane sospirava pensieroso, con le braccia incrociate, il capo chino e gli occhi tristi, il più anziano vedendolo disse: - Stai pensando a Rowena, vero Esteban?. Il giovane alzò il capo: - Si, stavo pensando a lei e non solo…- - Lo sai che dov’è ora è al sicuro. - - Si, ma dubito di incontrarla di nuovo: Aroon è troppo forte, ci vorrebbe un miracolo…- - Effettivamente una mano dagli dei non vi farebbe male in questo momento…- La voce proveniva da una figura  in ombra all’entrata della tenda. I quattro si voltarono di scatto, Vigfus già impugnava la sua ascia, Esteban e Selenia estrassero istintivamente le spade con velocità ma il vecchio gridò: - Fermi! Calmi tutti! Vigfus fermati! Esteban, Selenia: posate le armi!-. Passarono poche ma interminabili frazioni di secondo, poi l’improvvisa figura parlò: - Grazie buon uomo, odio la violenza e se si può evito di ricorrere alla forza: la reputo una cosa da bruti. - Il vecchio avanzando verso l’entrata replicò:- Chi siete? Perché siete qui? Che cosa volete da noi?-. Il misterioso individuo, con una calma non corrispondente di certo all’atmosfera della situazione, rispose tranquillamente: - Sono pronto  a soddisfare ogni vostra curiosità se mi direte dove posso trovare Bruce, o meglio Sir Bruce di Molokai: sapete, l’ho cercato a lungo e qualcosa mi dice che sia tra voi…- L’altro, stupito, replicò: - lo avete dinanzi. Ora ditemi chi siete? Come fate a sapere chi sono?-. Si udì una risatina amichevole, poi, con voce calma e distesa l’intruso rispose: - Dunque, soddisferò ogni vostra legittima curiosità : per quanto riguarda la seconda domanda vi basta sapere che ho informatori molto in alto, per quanto riguarda la prima… beh, consideratemi il vostro miracolo!-. I ribelli non capivano quelle parole, si guardavano l’un l’altro confusi da tale affermazione. La figura finalmente entrò coperta da un lungo mantello con cappuccio, cosicché l’unica cosa che si notava era una lunga barba, poi, come il fuoco illuminò l'uomo, si notò che quel mantello era di una strana fattura, con molte rune scritte, poi alcuni segni che sembravano antichi simboli sacri e ricordava tempi immemori. Avanzava appoggiandosi ad un ligneo bastone che recava incisi molti simboli magici ed aveva sull’estremità una piccola testa di drago scolpita nel legno stesso. – Bene, penso che sia l’ora di cominciare un bel consiglio di guerra…-. Quindi l’arcano avanzò e si sedette attorno al fuoco insieme ai capi ribelli.

 

La lunga fila di soldati avanzava silenziosamente e con un ordine tale da incutere da solo un grande rispetto. Solitamente gli eserciti erano rumorosi ed indisciplinati, avanzavano quasi come cavallette tra lo sgomento e la rassegnazione di contadini e fattori. Ma l’esercito costituito da uomini scelti dallo stesso Aroon non era così, chi vi faceva parte non aveva che d’avere un solo requisito: essere un vero guerriero. Lì ,da Aroon, non c’era posto per tagliagole e banditi, non era esercito per chi cercasse stupri e saccheggi, ma un vero e proprio raggruppamento di forti veterani, un’elitaria cerchia di uomini pronti a tutto per il loro capo. Non una donna avrebbe pianto violenza, non una casa sarebbe stata bruciata solo per stolto divertimento. Aroon puniva severamente questi atti, così come qualunque mancanza di disciplina. Uomini rotti a qualunque battaglia e qualunque ferita. Vi erano reparti di fanteria, arcieri ed un gruppo di cavalieri famoso in tutto il continente. Aroon, oltre che essere capo indiscusso e carismatico di questa armata, era anche in prima fila nella fanteria. Egli cercava il sangue come una farfalla notturna cerca la luce. Egli era sempre lì, a menar fendenti e affondi con una lama che sembrava fatata tanto erano precisi e potenti i colpi. A volte la sua nera corazza era talmente sporca del sangue dei suoi nemici da diventare completamente di un rosso cupo e spettrale. Tutti ricordano di quando egli, dopo essere stato diviso dal suo esercito, si riunì facendosi strada a colpi di spada tra i nemici, compiendo un tale massacro che i suoi stessi soldati si fermarono stupiti, chiedendosi se quello fosse davvero un uomo. La maschera che Aroon  indossa sempre, bianca e liscia come il guscio di un uovo, contribuisce ad accrescere un’aura di mistero che lasciava forti dubbi sulla sua umanità. Non dimostrava nessuna emozione neanche in battaglia, sembrava una macchina omicida, una mortale falce in un campo pieno di nemici, eppure, anche nelle battaglie più cruente, i suoi occhi rimanevano calmi e tranquilli, come se stesse passeggiando in una placida radura e non combattendo per la vita tra mille avversari. Nessuna ferocia, nessuna paura, nessun dolore, nessun

limite, nessuna pietà, nessun sopravvissuto.

 

La marcia proseguiva tranquilla, il morale dei soldati era alto e si prospettava una battaglia facile: l'ideale per acquistare un po’ di gloria senza perdere troppi uomini. La regione del Gon si stendeva davanti agli occhi dei soldati come un bellissimo sogno: pianure verdeggianti per molte leghe, terreni sicuramente fertili, ideali per far crescere i migliori raccolti, un clima mite che prometteva estati fresche ed inverni non troppo rigidi, fiumi tranquilli ed estesi laghi che sembravano gemme azzurre su un mantello verde smeraldo… - Che meraviglia…- Egiar non poté fare a meno di trattenere la sua espressione di meraviglia. - Già, fertili pianure adatte a far crescere praticamente qualunque frutto, rigogliosamente ed abbondantemente… per questo Lomor vuole queste terre: esse saranno il granaio che nutrirà i figli del nuovo ordine. -. Già, il nuovo ordine… risentendo quelle parole da Aroon, Egiar penso tra sé che cosa fosse davvero il nuovo ordine… quando si era arruolato lo aveva fatto perché sapeva che il nuovo ordine serviva per costruire l'utopia, un paese unificato sotto un unico re, dove non mancasse il cibo e la gente avesse potuto vivere felice, senza il timore di nuove guerre… tuttavia ultimamente cominciava a nutrire forti dubbi, i metodi usati da Aroon sembravano più quelli dell'ennesimo conquistatore piuttosto che quelli di un liberatore; è vero che il capo di tutto era Lomor e non Aroon, però il primo accettava, anzi, incoraggiava i metodi del secondo: quali garanzie vi erano, a questo punto, che Lomor volesse veramente l'Utopia? Era egli il liberatore da tempo aspettato, od era nient'altro che uno dei tanti signori della guerra? Egiar cominciava a credere che più che sulla pace il nuovo ordine si sarebbe sorretto sul terrore. - Andiamo o vuoi rimanere a contemplare ancora a lungo il panorama?-. Aroon richiamava così il suo vice che, soprappensiero, si era un po’ attardato. - Mi scusi signore, arrivo subito!-. Egiar spronò il cavallo e raggiunse subito il suo comandante. Quando gli fu affianco, cominciò: - Signore, lei che ne pensa dell'ordine nuovo?-. Aroon replicò continuando a guardare avanti:- Non saprei…-. Egiar non trattenne un'espressione di grande stupore, e con la voce incredula e gli occhi sbarrati domandò: - Come?! Che cosa vuol dire che non lo sa?-. Placido e calmo il comandante aggiunse: - Semplicemente che non lo so, non m'interessa. -. Egiar rallentò la sua andatura, quasi a fermarsi, quasi a dimostrare la sua intenzione di non muovere un altro passo se non con un valido motivo. - Adesso andiamo: abbiamo una guerra a cui pensare. - Lo richiamò Aroon, quasi gli avesse letto nel più profondo del suo animo la segreta intenzione. -Sissignore!- rispose Egiar, ma ci volle quasi uno sforzo di volontà per continuare: quella risposta aveva cambiato qualcosa, un qualcosa d'importante, la sicurezza che stava combattendo per una giusta causa. Egiar riprese il passo, ma rimase indietro e passo il resto del tempo in silenzio, fissando il suo comandante: Aroon indossava un'armatura leggera, ed erano questi i casi che si capiva che la larghezza delle spalle e la sua possente figura non erano dovute ad artefatti dovuti all'armatura pesante che indossava in battaglia, ma erano doni che una natura clemente gli aveva fatto… ma qual era il perché di quella maschera? Che cosa aveva da nascondere? Sempre con la maschera, mai visto senza; mangiava da solo, forse in quei momenti non aveva la maschera ma nessuno poteva dirlo: entrare senza permesso nella tenda di Aroon significava morte certa, e in pubblico quella maschera era un qualcosa d'inscindibile dal corpo. Che cosa nascondeva quell'uomo? Per che cosa combatteva se non era per l'ordine nuovo? Per soldi? No, non sembrava il tipo. Per la gloria? Non poteva essere, ne aveva raccolta abbastanza per più vite. Sicuramente non per l'ideale dell'Utopia, che per sua ammissione non gl'interessava affatto… e allora? Quale motivo lo spingeva a condurre una feroce guerra, con tutti gli atti da carnefice di cui s'era macchiato? L'unica cosa da sperare e che non fosse sete di sangue, poiché nessun umano poteva non ritenersi soddisfatto di tanto sangue versato! Nessun umano… ma in questo caso, si parla di un umano?

 

La notte… la luna bassa e falciforme… sono tante le ombre che si muovono in notti come questa: alcune sono anime che non trovano pace, altre sono fantasmi dell'annebbiata mente delle sentinelle, altre ancora sono ombre fugaci, spiriti d'incerte intenzioni e creature del sogno… ma questa notte c'è un'ombra più veloce, più calda e viva, che si muove e scivola nel campo. L'ombra si ferma e sa come evitare le luci di guardia, conosce i punti deboli dell'accampamento e li sfrutta per passare inosservata, quasi fluttuando. La sua meta è la tenda principale, lì dove Aroon riposa… è tardi, sicuramente starà dormendo ed è solo questo il momento migliore! L'ombra scivola, rivelando ala tenue luce della luna la sua natura di vivo, oltrepassa l'ingresso spostando le tende che fanno da porta ed entra, lì dove entrar non si dovrebbe. I suoi occhi sono abituati al buio, e seppur tenuissima la luce della luna e delle stelle è abbastanza da fargli distinguere le sagome: di fronte l'armatura, ad un lato un tavolo con una sedia e all'altro la sagoma del comandante… l'ombra silenziosamente si avvicina, non emana respiro o commette inutili azioni. Aroon dorme, con un largo fazzoletto sul viso bucato all'altezza degli occhi, del naso e della bocca… una mano si avvicina, tremula, esitante, si stende versi il panno… un singulto, segno di tremenda tensione… la mano esita ancora, trema, suda, una mano robusta che ha visto tante lotte non riesce a compiere un piccolo gesto, una mano sicura non riesce a vincere un senso di paura… la mano si avvicina ancora un po', si ferma, come un predatore che sta per saltare addosso ad una preda…- Egiar…-. La mano si ferma, si paralizza, il sudore aumenta…- - Egiar, che vuoi fare?-. La voce di Aroon ha un qualcosa di ipnotico, un misto di paterna autorevolezza ed innominabile orrore… Egiar arretra la mano, la ritira a se e stringe l'elsa della spada al suo fianco. - Egiar, perché vuoi morire? Lo sai che amo le persone valorose, tu sei una di queste, io stesso ti ho scelto per questa campagna: perché vuoi morire?-. C'è un'unica parola che possa descrivere ciò che Egiar provava in quel momento: terrore… un indescrivibile terrore: il fiato spento, il sudore freddo, le membra paralizzate come un gelido abbraccio di morte, gli occhi fissi sulla sagoma di Aroon che continuava a mantenere il suo atteggiamento di orribile freddezza e calma. - Egiar, perché non parli? Non ti senti bene? -. Il vice sfiorava istintivamente l'elsa della spada, ma vi era come una forza che non gli permetteva di sfoderare l'arma, un qualcosa che andava ben oltre la semplice paura. - Egiar, ma tu stai sudando, eppure la nottata è fresca: evidentemente non ti senti bene, ti consiglio di andare a procurarti il giusto riposo. -. La terribile e fredda ironia, la calma, la freddezza di un uomo o presunto tale da una parte, una sensazione capace di superare l'umana ragione e di sconfiggere facilmente il coraggio dei migliori guerrieri dall'altra… istanti, eterne frazioni di attimi… - C… chiedo congedo signore…- Una voce afona, calante, eppure era il risultato di uno sforzo inimmaginabile, capace di sconfiggere l'orrore di quell'atmosfera. - Bene Egiar, anch'io penso che tu abbia molto bisogno di riposare: domani è una dura giornata ed abbiamo bisogno di tutte le nostre forze. Sei congedato -. - Sissignore…-. Le ultime parole erano state pronunciate con voce più ferma, ma ben lontana dall'essere il carismatico tono di Egiar. Mentre usciva, l'uomo non poteva distogliere lo sguardo dalla sagoma del suo comandante, arretrava a piccoli passi all'indietro, poi, superata la tenda d'ingresso, fece qualche altro piccolo passo all'indietro, poi si girò di scatto e stette un attimo, con gli occhi bassi, le spalle curve ed il capo chino; dopo qualche attimo riprese a camminare, sempre con l'aria dimessa, col fiato che tornava vivo ed il cuore che pian piano si chetava, rallentando i suoi folli battiti. Tornava alla sua tenda, silenziosamente sconvolto, freddamente sudato, incredibilmente vivo…

 

Gli occhi di Egiar guardavano fissi il cielo del tramonto… oramai erano ore che soffriva, con le budella in fuori ed il fiato che si faceva sempre più esile e corto… sentiva freddo, tanto freddo… proprio lui che era un guerriero non avrebbe dovuto lamentarsi: era stato più volte in situazione disperate, aveva sprezzato innumerevoli volte il pericolo e non si contavano più i momenti in cui aveva sentito al suo fianco la compagna fedele di ogni guerriero: la morte. Com’era strana quella morte: solitaria, inaspettata, con la spada al fianco e il corpetto di cuoio rinforzato bucato all’altezza dell’addome da un precisissimo colpo di spada: la ferita era precisa, Tutto aveva immaginato, fuorché di trovarsi agonizzante, con una ferita lentamente mortale, in mezzo alla strada principale che porta alle pianura del Gon, ma soprattutto non avrebbe mai potuto immaginare ciò che gli era successo qualche ora prima: da vice comandante del più potente esercito che avesse mai solcato le pianure del Gon a colpevole in un processo dove la giudice, giuria difesa ed accusante avevano tutti lo stesso nome: Aroon. La sentenza era stata veloce e precedente decisa: morte! Tuttavia il reato di Egiar era gravissimo: si era introdotto nella tenda di Aroon senza alcun permesso, armato e con l’atteggiamento di un assassino; non c’era né perdono né pietà per un tale gesto e la punizione doveva essere esemplare. Aroon si avvicinò con la sua spada estratta e quindi colpì Egiar al ventre, procurandogli una ferita ed una lunga agonia. - I guerrieri appartengono alla terra!- cominciò l’indiscusso capo - Ed è giusto che sia la terra a preoccuparsi del loro destino! Egiar non morirà subito, ma tra diverse ore! Lo lasceremo qui e se la terra lo vorrà salvare si salverà!- . Era il discorso che sigillava una condanna  fin troppo terribile anche per un guerriero: il sangue avrebbe impiegato tempo a mettere fine alle sue pene, probabilmente prima di sera sarebbe stato cibo per belve, forse l’ultima cosa che avrebbe visto sarebbe stato un qualche animale banchettare orribilmente con i suoi intestini. Non c’era speranza e già si sentivano dei lupi in lontananza. Egiar continuava a guardare il cielo e le prime stelle… com’erano belle! Chissà se dopo c’era un qualcosa paragonabile alla vita di tutti i giorni: alcuni dicevano che i guerrieri valorosi andassero in un luogo dove scorrono fiumi di nettare, dove v’è un eterno banchetto e le donne non sarebbero mai mancate. E lui? Stava morendo come un cane, quindi probabilmente, se le leggende fossero state vere, lui sarebbe diventato un’ombra vagante in eterno. - A questo punto meglio l’oblio…- sussurrò stancamente Egiar. La vista cominciava ad appannarsi. Girò la testa sul lato e vide un’ombra che si stava avvicinando, poi alcune altre dietro; il soldato non riusciva a distinguere le sagome, ma di una cosa era sicuro: quell’ombra era la fedele compagna di ogni guerriero che lo veniva a prendere. Che sarebbe successo nel momento del grande passo? Sarebbe divenuto veramente un’ombra? O gli dei lo avrebbero giudicato degno del paradiso dei guerrieri? O più semplicemente il nulla? Egiar rivolse il suo sguardo al cielo e sciolse una preghiera agli dei, quindi, dolcemente, si addormentò…

 

Oscurità, buio… non vedo nient’altro… una luce, piccola e fioca… questi rumori, io li conosco… mi sento leggero, avverto  una strana sensazione di pace… forse sono morto, forse sto morendo: non importa, non importa più. Questo rumore: una battaglia! Ma dov’è? Non la vedo, non riesco a vederla… quella luce, che cos’è? Mi sembra una porta adesso, una porta fatta di debole luce… no, è una finestrella… vedo la battaglia e vedo un uomo morire: chi è? Non lo so, ma adesso vedo i suoi occhi, sento i suoi pensieri: dolore, paura, disperazione… voleva tornare a casa, voleva rivedere sua madre, sua moglie, i suoi figli… sento l’orrore della disperazione, il gelo della morte ed il fuoco del dolore… la spada si ritira dalla sua gola e vedo il carnefice: sono io! Mi ricordo adesso! Ero alla battaglia di Vol, quando ne uscii vivo per puro miracolo! Forse questo rappresenta i miei peccati, forse gli dei mi stanno giudicando! Ma in fondo, che cosa ho fatto nella vita? Ho ammazzato di continuo, ho seminato morte e disperazione… però combattevo sempre per una giusta causa, di questo mi deve essere dato atto! Ma che sono quelli? Pali? No! Sono persone impalate! Capisco che cosa voglia significare quest’immagine: anche loro erano dalla parte sbagliata? O ero io? Solo adesso mi chiedo se esistano giuste cause… chi decide che cosa sia giusto o no? Forse solo la vittoria dà la ragione al vincitore… forse ho sbagliato… tutto sbagliato… e adesso vengo giudicato colpevole… non importa: ho sempre vissuto facendo quel che mi sembrava giusto e, per lo stesso motivo, adesso muoio… forse non sono ancora morto, forse tutto questo è un sogno… vedo tutti, i miei cari, i miei amici… i miei nemici… vedo la mia vita, la ripercorro… alcune cose non le rifarei, molte le ripeterei all’infinito… l’infinito: è lì che sto andando? O forse non faccio nient’altro che scivolare verso l’oblio? Sicuramente sto morendo… è proprio la fine… stavolta non arriveranno “i nostri” a salvarmi, stavolta no… sono solo… e disperato… ho paura… forse ho capito: sono già all’inferno e come punizione devo provare ciò che per lungo tempo ho inflitto… è terribile, vorrei piangere ma non ho lacrime, non ho occhi… non mi vedo neanche le mani… forse sono già spirito, un ombra che fluttua in un non so dove di preciso… chissà se rivivrò di nuovo, chissà se questa pena avrà mai fine… comunque sia non interessa più tanto, in fondo si muore una sola volta… spero… ma che sto pensando? Che pensieri sciocchi in un momento così tragico… forse è meglio così, un po’ d’ironia nella disperazione, se no s’impazzisce… sempre che non sia già folle… almeno quella maledetta ferita non fa più male… almeno… è un momento serio: per la miseria, è la mia morte! Prima o poi doveva venire per tutti, adesso è qui per me… fortunatamente non ha la forma di scheletro con la falce, tuttavia è terribile lo stesso… chi sa che cosa avrei provato se fossi stato un infermo vecchio e malato? Magari l’avrei accolta a braccia aperte… ironica la vita, ironica la morte: io non la voglio e viene, altri che la desiderano campano per anni… ma adesso basta, sento della stanchezza, mi vien sonno… morirò o dormirò? Mah, non saprei: forse la morte non è nient’altro che un sogno più lungo… chi lo sa… comunque una cosa, anche se in un momento così tragico, l’ho capita: non esistono cause giuste, od almeno non è da umani decidere che cosa sia giusto o sbagliato… Dei della giustizia, un uomo che muore vi chiede umilmente una cortesia: se mai un giorno dovessi rivivere, vi prego, non fatemi nascere come essere umano, bensì come un vostro servo fedele, in modo che possa servire la giustizia senza la paura di sbagliare… adesso buonanotte, buonanotte al mondo intero, a tutto e a tutti… vedo una luce…

 

La colonna avanzava lenta ed inesorabile, in un silenzio irreale: l’esecuzione di Egiar aveva messo tutti in silenzio; Il vice comandante era amato dalle truppe, sicuramente più dello stesso Aroon. Egiar era umano e sapeva sia comandare sia consolare, per questo era seguito e rispettato, Aroon, invece, era seguito per una sorta di fascino magnetico che solo lui sembrava sprigionare, come se qualcosa in quell’uomo attirasse i guerrieri. Si diceva che Aroon fosse la guerra stessa: camminava su una montagna di cadaveri con la massima calma, si aggirava nella pugna ed uccideva con una tranquillità irreale… non aveva ascessi d’ira, non sorrideva né piangeva, le uniche cose che faceva era combattere, comandare ed uccidere e, seppur geniale in tutte e tre, nell’ultima era particolarmente bravo, un vero e proprio talento naturale… non c’era pietà per i vinti, nessuna speranza, nessuna luce nelle tenebre… solo un lunghissimo oblio… lui era Aroon il sanguinario, Aroon l’invitto, Aroon il massacratore… Aroon l’implacabile…

Fine Capitolo Primo


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L’uomo dalla maschera d’oro.

 

Al campo ribelli la tensione era altissima, gli uomini di guardia giravano vegliando e allarmandosi per ogni piccolo rumore od ombra sospetta. Chi non era