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Lerasta
<<Esistono esseri che la mente umana non può
accettare ma che il
nostro istinto riconosce con un brivido, un freddo
acuto ed improvviso lungo
la schiena, una stretta allo stomaco ed un senso
di angoscia frutto della
disperazione nell'avvertire l'inevitabile
Io sono uno di quelli.
Ero come loro un tempo, ma tra poco dovrò
accompagnarli nel loro ultimo
viaggio. Anni, secoli fa, avrei potuto provare
pietà, sicuramente avrei
cercato d'impedire tutto questo: tra poco un
guasto nel motore farà cadere
questo aereo, il carburante che fuoriuscirà lo
trasformerà in una palla di
fuoco molto prima che raggiunga il suolo. Qui, tra
poco più di una decina di
minuti, la temperatura salirà in pochi istanti
abbastanza da far bollire
l'acqua, tuttavia queste persone non moriranno
subito, agonizzeranno,
avranno tempo di rendersi conto e di pensare,
avranno il tempo di
disperarsi.
Nessuno sopravviverà, il fuoco distruggerà i loro
corpi e le loro menti,
l'impatto metterà fine alle sofferenze di quei
pochi sfortunati che si
aggrapperanno alla vita fino all'ultimo.
Non c'è speranza, e quando tutti saranno spirati
il mio lavoro sarà
completo.
Avverto con chiarezza i sentimenti di tutti questi
umani, ignari di quelli
che sta per succedere, emozioni che presto saranno
un unico accordo di
dolore e morte.
La morte. quante ne ho viste. troppe per un umano,
per fortuna che l'umanità
l'ho lasciata insieme a quell' involucro mortale
che imprigionava la mia
essenza. Ricordo con chiarezza l'attimo di
smarrimento prima di poter
finalmente venire alla luce in questo nuovo
aspetto, simbolo del volere
divino, paura atavica degli umani, inevitabile
falce, destino finale di
qualunque essere vivente.
Per quanto l'uomo di possa mai sforzarsi di
superare il potere di Dio, io
sono l'araldo del limite che la specie umana non
potrà mai superare: la
morte, divina volontà d'inevitabile destino.
Io sono il rintocco fatale, temuto dall'altezzosa
stirpe di Adamo,
l'anticamera del giudizio, l'inappellabile volere
del Nostro Signore.
Io sono un angelo della morte: non fuggire, uomo,
abbandona ogni speranza
poiché quando io arrivo tu dovrai seguirmi, che tu
mi accolga come una
liberazione o mi aborri terrorizzato.
Io sono ovunque, nei letti degli ospedali, sui
selvaggi campi di battaglia,
tra le grida gioiose dei bambini ed i lamenti dei
vecchi, nei silenziosi
conventi alla bailamme dei campi sportivi.
Oggi sono qui: ancora pochi minuti e tutto sarà
finito.>>
<<Mio chiedo che cosa le dia tutta questa
sicurezza.>>
L'angelo ascoltò anche questa voce ma non ci fece
caso, lui non poteva
essere notato, la sua essenza era come invisibile
ai comuni mortali, poi la
voce continuò:
<<Scusi, sto parlando con lei e non è educato far
finta di non sentire.>>
L'essere ultraterreno si girò per vedere questo
colloquio tra umani,
tuttavia quando alzò lo sguardo sentì un'emozione
dimentica da tempo: con
sua somma sorpresa, l'umano al suo fianco lo stava
guardando dritto negli
occhi, lo vedeva!
<<Lei è così sicuro che le cose andranno come ha
previsto?>>
<<Ovviamente>> rispose l'angelo con inumana
freddezza <<Il volere di Dio è
immutabile.>>
<<Bene, allora cortesemente porti questo a nostro
Signore>> e dicendo questo
l'umano gli porse una guarnizione metallica
visibilmente deteriorata.
<<Ovviamente al suo posto ce n'è una nuova di
zecca>> aggiunse l'uomo
sorridendo.
<<Quest' aereo non cadrà, non oggi almeno e
nessuno morirà>>.
<<Questo aereo DEVE cadere, questo è il volere di
Dio e non sarà un misero
umano ad impedirlo!>> oramai era sicuro di
trovarsi di fronte ad un aborto
della natura, un essere che gli umani chiamavano
"mago", un perverso umano
che mimava una misera parte dei poteri degli
angeli e capace di vederli.
L'araldo della morte intonò il canto del silenzio,
la sinfonia che
annichiliva la vita, il vuoto, il nulla assoluto:
quell'aereo sarebbe
caduto, gli umani tutti morti e la volontà divina
rispettata.
L'uomo non sembrò affatto spaventato e si limitò a
schioccare le dita: un
suono come quello di un diapason si sparse
nell'aria, prima poco più di
semplice silenzio, poi sempre più acuto e potente
fin quando l'angelo sentì
chiaramente il suo canto essere annullato, la sua
stessa essenza scossa fin
dentro il suo intimo più recondito, quasi
spezzarsi in un indicibile dolore
primordiale.
Poi tutto tacque, il suono si fermò.
<<Ho detto che nessuno morirà oggi, angeli
compresi>>.
<<C. chi, che cosa sei?>> il messaggero del nulla
non potè nascondere la sua
sorpresa di fronte ad un essere, un qualcosa
capace di annullare lo stesso
nulla, di contrastare e vincere la divina
sinfonia.
<<Professor Lerasta e su questo aereo vi sono
alcuni miei studenti a cui
sono molto affezionato: le basti sapere questo.>>
L'umano si distese, chiuse gli occhi e si rivolse
un'ultima volta al suo
celeste compagno di viaggio che ancora non
riusciva a capire: <<Siamo in
arrivo: si allacci le cinture per l'atterraggio.>>
quindi, con malcelata
ironia <<Sa com'è: è il momento più delicato del
viaggio, a volte ci sono
dei problemi>>.
Più indietro, un uomo rideva a denti
stretti:<<Povero becchino>> pensò
<<Proprio uno dei figli di Gaghiel doveva
incontrare! Ben gli sta a quel
borioso beccamorto!>>
L'aereo planò dolcemente in un perfetto
atterraggio.
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Il Custode
- Sto morendo?
-
- Si. -
-... sei un po' troppo franco per i miei gusti... -
- Sono sempre sincero, dovresti saperlo. -
- Beh, non è che ti conosca da molto, qualche secondo
appena. -
- Sono sempre stato con te. -
- Beh, così dicevano ma io non è che ci credessi
molto... -
- Voi credete solo in quello che vedete: non sapete che
gran parte
dell'esistenza non potete... -
- STOP! Smettiamola co' 'ste fregnate, okay? E poi non
farmi agitare. -
- Perchè? -
- Fa male alla salute, non lo sai? -
- Ma stai morendo. -
- Ironia, zompame addosso! Senti, l'unica cosa che posso
fare adesso è farmi
un'ultima risata, oppure vuoi che muoia cospargendomi il
capo di cenere e
dicendo "Mi pento! Mi pento!"? Ah no, cocco, hai
sbagliato persona! -
- Io non chiedo nulla, non giudico. -
- Certo, ci sarà un altro tuo collega immagino! Ma
vestite tutti di nero? -
- No, noi non vestiamo: io sono la rappresentazione di
come la tua mente
m'immagina. -
- Impossibile. -
- Perchè? -
- Io ho sempre immaginato la mia coscienza come una
vecchina gentile, tu sei
un negrone vestito da Armani! -
- Ero nero un tempo. -
- Siete neri? Tutti? I razzisti saranno lieti di ciò! -
- Siamo di tutte le razze, dipende da come fossimo
prima. -
- Prima? Aspetta un attimo: mi vorresti far credere che
prima fossi un
uomo? -
- Lo ero. -
- Questa è bella! E come sei diventato così? Per
concorso? -
- Sono stato chiamato. -
- E da chi? Da Dio? -
- Diciamo di si: è un concetto che non puoi comprendere
al momento. -
- Oh, si, io son solo un misero moribondo umano, un po'
di carne putrefatta
che tra poco sarà cibo per vermi! A propò: come mai non
sento dolore? -
- La tua schiena è rotta: è un miracolo che tu sia
semicosciente. -
- E sia lodato iddio allora! Siamo in tema! Senti, una
domanda. -
- Dimmi. -
- Come ti sentivi quando moristi? -
- Ero disperato, non volevo morire. -
- E poi? -
- Sono morto -
- Ma dai? Pensavo che avessi ricordato di dover fare una
cosa importante e
quindi rimandato il momento! Comunque, non te lo sei
chiesto? -
- Che cosa? -
- Un tipo ti lascia una vita senza farsi vedere, senza
mostrarsi mai,
disperato nella morte e poi ti prende anche come
schiavetto: mica è un pezzo
di pane! -
- Lui non ti ha mai lasciato solo: io sono qui per
questo, lo sono sempre
stato. -
- Allora hai fatto uno schifo di lavoro! -
- Adesso sai che Lui esiste. -
- Certo! Adesso so che i miei problemi sono appena
cominciati! -
- Non spetta a me deciderlo. -
- Ovvio, tu sei solo il beccamorto! Senti, posso
chiederti una cortesia? -
- Certo. -
- E' posssibile parlare all'umano e non al... coso? -
- Sono quello che sono. -
- Al diav... emh, suvvia! Mica ti sarai dimenticato di
quand'eri un uomo? -
- No, non potrei mai. -
- Allora parlami da umano, non da impiegato di pompe
funebri! Secondo te è
giusta questa vita? -
- Ho superato da tempo il concetto di giustizia. -
- AL DIAVOLO! MA ALLORA SEI IMBECILLE? Ti ho chiesto che
cosa ne pensavi da
umano, non da cane dell'ipocrita dittatore! -
- No, non la consideravo giusta. -
- Meno male, non sei rincretinito completamete! -
- Avrei per te io una domanda. -
- Una domanda? Per me? Beh, fai presto, comincio a
sentire un certo
freddo... -
- Perchè ti sei ucciso? -
- Perchè? Ovvio, perchè sono libero! -
- Libero? -
- Certo! -
- Che cosa vuoi dire? -
- Che nacqui libero e tale muoio! -
- Non capisco. -
- E te credo, mo te spiego: il tuo "superiore", per
sfizio suo o per
distrazione, fa in modo che tutti noi viviamo come vermi
in una merda
chiamata mondo e sai che ne penso io? Che se ti chiedono
di vivere
strisciando, alzati e muori ridendo! -
- Ma così rinunci a vivere. -
- Certo, ma per mia volontà, non perchè il tipo ha
deciso che debba crepare
in chissà quale incidente! Ho liberamente deciso sulla
mia morte! -
- Sei proprio sicuro che Lui non abbia voluto così? -
- Può essere, ma in quel caso si dev'essere per forza
piegato alla mia
volontà: comunque la spunto io! E poi è lui che ha fatto
'sto mondo 'na
merdaccia. -
- Chi sei tu per giudicarLo? -
- E chi è quel tipo per farlo! Si sveglia una mattina e
crea il mondo manco
la chiavica, poi ci fa mortali, vulnerabili a malattie,
vecchiaia e dolore,
in più ci abbandona senza farsi vedere e senza
mostrarsi, con la paura di
quel che viene dopo e quindi si permette anche di
giudicarci? BELLO
STRONZO! -
- Attento a come parli, potresti ritrovateLo davanti
molto presto. -
- Meglio, così potro sputargli in faccia! Io sono
Libero, nacqui Libero e
Liberamente deciderò del mio destino anche di là! Come
si dice? Ah, si:
meglio stare all'inferno che esser schiavi in paradiso!
-
- Era "Meglio regnare": conoscevo anche io Milton. -
- Fa nulla: pur di sputare in faccia a quello stronzo mi
accontenterei di
esere l'ultimo dannato dell'inferno, ma 'sto sfizio mo
levo! -
- Perchè hai deciso di precipitarti nel vuoto? -
- Ho sempre invidiato gli uccelli! Una volta vidi un
falco, o almeno credo
che fosse un falco, e lo vidi volare alto, sprezzante,
osservare dal cielo
noi miseri vermi. Ho sempre desiderato volare, ma
l'ipocrita dittatore non
ci aveva fatto con le ali! In punto di morte ho deciso
che sarei andato
contro quest'ultima infamia e che, a modo mio, avrei
volato! Per una volta,
anche io ho visto i vermi dall'alto. -
- Ma adesso sei a terra, sfracellato, ferito a morte. -
- Capita... senti, non sento più freddo: che vuol dire?
-
- Che oramai l'ultima scintilla di vita si sta
spegnendo. -
- Immagino che quel tipo che sta arrivando non sia un
passante... caspita ma
quanto è triste! Pare che non rida da anni! -
- Egli è la Guida, colui che ti accompagnerà al cospetto
supremo. -
- Cominciamo bene, allora... sai una cosa, preferivo te,
negrone! -
- Il mio compito era quello di custodirti ed è oramai
finito. -
- Ovviamente le regole l'ha dettate l'imbecille, vero? -
- Si. -
- Ah, allora è per questo che hai fatto il tuo compito
'na chiavica! Scusa,
ma sembra che adesso debba andare, l'altro becchino
sembra essere molto
impaziente! -
- E' giunto il momento. -
- E si, sembra proprio così! E' stato un piacere,
negrone! Almeno nella
morte mi sei stato utile! Vado: addio! -
- Arrivederci, ragazzo. -
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Aroon l’implacabile.
Fuoco, urla, sangue... per
quanto la battaglia fosse oramai giunta al termine,
per i combattenti sembrava ugualmente infinita: un
nobile cavaliere menava fendenti con le sue ultime
energie, tra i riflessi del fuoco e quelli della
luna. Quando anche l’ultimo nemico cadde esangue, il
guerriero diede un’occhiata in giro, scorgendo un
monotono paesaggio di morte: l’unica cosa visibile,
oltre gl’incendi e le rovine, erano cataste di
cadaveri, orride pile di morti dell’una e dell’altra
fazione, futuro pasto di corvi e mangia carogne.
L’uomo, dopo essersi guardato più volte attorno,
rinfoderò la spada, si piegò per un attimo,
ansimante, visibilmente stremato, poi smontò da
cavallo, appesantito dall’armatura e, soprattutto,
dalla pugna appena finita, quasi a peso morto,
facendo appello alle sue ultime energie e toccando,
quasi cadendo, pesantemente la terra. L’uomo, per
alcuni attimi, rimase appoggiato al suo fido
destriero, quindi girò la testa, respirando come se
avesse un’infinita fame d’aria, movendo qualche
incerto passo, mosso lottando contro la fatica
accumulata. Il guerriero guardava l’orrenda eredità
della guerra, cercando un appiglio di razionalità in
tanta follia omicida: le uniche scene erano di
morte, l’unico odore quello del sangue, l’unico
rumore il crepitio delle fiamme... poi qualcosa di
diverso, un lamento, quasi un pianto singhiozzato!
Il cavaliere sentì quest’insolito suono, cominciò ad
avanzare verso una piccola casupola collassata su sé
stessa che sembrava esserne la fonte, prima piano,
poi sempre più veloce, quasi freneticamente, le sue
mani inguantate di maglia scavarono tra le misere
macerie, poi spostarono una pesante asse di legno e,
quindi, trovarono la fonte del pianto sommesso: un
bambino di qualche anno, sporco di cenere, dagli
occhi sgranati, pieni d’orrore, singhiozzante, col
respiro smorzato dal timore. Il guerriero capì che
il piccolo doveva essersi salvato grazie all’asse
che, cadendo, aveva formato una sorta di precaria
architrave che lo aveva protetto. Il bimbo era
tremolante, provato sia dal freddo che dalla paura.
– Vieni qua piccolo. - L’uomo si era tolto il
mantello, lo aveva avvolto attorno al corpicino ed
aveva sollevato il bambino prendendolo in braccio. –
Chissà come ti chiami, e penso che tu sia troppo
piccolo per rispondermi. – Rimontò a cavallo,
portando con lui il suo inaspettato fardello. Si
guardò nuovamente indietro, sincerandosi della sua
prima, grande vittoria: un giorno, lui avrebbe
riappacificato tutte le regioni del Gon e, infine,
l’intero continente, così com’era scritto nel suo
destino... – Come ti piacerebbe essere chiamato,
piccolo? – l’uomo aveva preso tra le sue forti
braccia il bambino e gli rivolgeva, sorridendo,
questa domanda. – Edgar? Orion? – poi, deformando il
volto in una comica smorfia – Mica ti vorrai
chiamare Thorion come me, vero piccolo? Che ne pensi
di Bruce? – il bimbo sorrise, e il cavaliere lo vide
come un segno. – Va bene allora! – sentenziò – Ti
chiamerai Bruce! -. Il bimbo sorrise, unico segno di
vita nella disperazione della guerra.
Molti anni sono passati e il
tempo ha regalato alle vite umane gioia e dolore,
amore e odio e mille altri contrastanti sentimenti,
in una caotica alternanza di danze, tuttavia un
evento ha caratterizzato questi anni: la pace. Il
grande Re, dopo tanto sangue, era riuscito ad
unificare la sua terra, ad impartirle un ordine e
una giustizia, e sotto la sua ala protettrice,
intere città erano sorte e prosperate, permettendo
lo svilupparsi di nuove scienze e il superamento di
vecchie superstizioni. Il popolo, primo sostenitore
del suo sovrano, innalzava canti di gloria a Vergas,
dio della giustizia e protettore di quelle terre,
benedicendo il suo nome e quello del suo
rappresentante in terra, Thorion, il grande Re. Nel
grande libro dei sommi guardiani del tempio di
Vergas, c’è scritto che ogni qual volta che la terra
fosse stata lorda del sangue degl’innocenti, ecco
che sarebbe nato un grande monarca, una persona
capace di unificare il regno e di ergersi a baluardi
dei deboli e degli oppressi, usando la spada della
giustizia, che non lascia scampo agli iniqui, e lo
scudo della fede, incrollabile ed eterna, in Vergas.
Il tempo passò, esigendo il suo contributo di lunghe
barbe bianche, ed infine anche Thorion, a causa
dell’inesorabile venir meno delle forze, sentì il
dovere di chiamare a raccolta tutti i suoi
cavalieri. –Amici- cominciò con voce fiera, ma
oramai segnata dagli anni – Fratelli di mille
battaglie, voi che mi avete protetto col vostro
corpo e che fedelmente avete portato la mia volontà
fin nei più reconditi angoli del regno, voi che
siete gli unici degni della mia fiducia ed amicizia,
a voi mi rivolgo per l’ultima volta… -. A queste
ultime parole, nella sala delle udienze scoppiò un
coincitato vociare, ma il grande Re alzò la stanca
mano, facendo tornare il silenzio. – La mia barba è
lunga e bianca – continuò – e non mi rimane molto da
vivere, poiché Vergas alfine mi vuole al suo fianco,
nel paradiso dei guerrieri, giacchè in vita ho
obbedito alle sue leggi, conquistando la sua
benevolenza e beneficiando, così, della sua
ricompensa.-. Il viso divenne sorridente, quasi
sognante, e fissando ne vuoto continuò: - Tra poco
ascenderò al cielo, la mia anima supererà le nuvole
e diventerà una stella, immortale e per sempre
splendente nel firmamento... tuttavia voi mi
seguirete, poiché il grande padre sa che senza di
voi io non avrei mai potuto compiere la mia
missione: quante volte mi avete protetto le spalle?
Quante volte il vostro petto ha subito un colpo
diretto a me? Quanto sangue avete versato per
risparmiare il mio? E chi ha sempre combattuto in
mio nome? Chi, più di voi, avrebbe mai potuto
meritare la mia stima ed amicizia? Ecco, per tutto
questo, alla fine dei miei giorni, posso ricambiare
tutto ciò, permettendovi di salire con me e di
sedere alla stessa tavola del nostro dio. -. Nel
gande salone cadde improvviso il silenzio: solo ai
più grandi guerrieri della storia era stato concesso
tale onore! Molti di loro erano figli d’umili genti,
e mai avrebbero potuto immaginare di divenire delle
leggende, narrate nei canti ed immortali nel
ricordo, le gesta scolpite per sempre sulle mura
della dimora dei Grandi Re. Non potevano crederci.
–Purtroppo, ad uno di voi non sarà concesso tale
onore, non perché non ne sia degno, ma perché il suo
dovere nei confronti di Vergas su questa terra
ancora non è finito. -. I possenti guerrieri si
guardarono l’un l’altro, cercando di capire, con lo
sguardo, un segno che potesse indicare chi dovesse
rimanere ancora sulla terra. – Ci rivedremo alla
festa della rinascita, al Grande tempio di Vergas:
lì dirò il nome di colui che avrà il pesante
fardello di difendere la giustizia anche in futuro,
il migliore tra voi, colui che è stato scelto dal
nostro stesso dio.-.
Fu dunque tempo che uomini
valorosi deposero le armi e volsero la loro anima
verso stelle, tutti eccetto uno, che da solo si
ritirò, attendendo paziente gli ordini del cielo,
eremita e errabondo nel regno che lui stesso aveva
contribuito a pacificare. Paziente, attese che il
tempo passasse inesorabile per il mondo ma più
clemente con lui dato che Vergas lo aveva benedetto,
e fino al momento del compimento della sua missione
gli anni non avrebbero richiesto ulteriori capelli
bianchi, le rughe sarebbero state le stesse per i
secoli a venire, questo fin quando il dio della
giustizia non avesse ritenuto la missione compiuta.
Anni, secoli passarono e la
storia del grande Re e dei suoi amici divenne
leggenda.
Col passare del tempo, senza
la guida di un potente e giusto monarca protetto
dagli dei, qualunque terra si corrompe, qualunque
popolo smarrisce la retta via e il senso della
giustizia, e la tanta desiderata pace, costata un
mare di sangue, lascia il posto ad un’interminabile
epoca di barbarie…
Il tempo dei Lupi.
Sangue. Rosso, caldo. Per
alcuni sacra linfa vitale, per altri inebriante vino
che invita al massacro. Per Aroon non era
nient’altro che un rubro liquido indicante la fine
del nemico. Il colpo di spada vibrato era veloce,
preciso e il fiottare del sangue indicava il dono di
una morte rapida, un favore concesso non per
magnanimità, ma dall’improvviso attacco alle spalle
di un ribelle: l’avversario già stava caricando con
la lancia e Aroon a stento riuscì a deflettere il
colpo con lo scudo. La replica che seguì fu portata
alla spalla: il fendente fu così potente da spezzare
le ossa e penetrare a fondo nella carne. Il ribelle
si piegò sulle ginocchia, il suo viso si deformò in
una smorfia di dolore e infine, mentre la spada
assassina si ritirava, cadde nel suo stesso sangue.
A quel punto il guerriero ebbe un attimo di pausa e
si guardò attorno: la battaglia era vinta. Le file
nemiche erano oramai spezzate, i suoi soldati
dilagavano ovunque, i pochi nemici superstiti si
davano ad una disperata fuga: urlando come dannati
ed ammassandosi come topi che fuggono da una nave
che affonda, si ammassavano disordinatamente,
ostacolandosi e calpestandosi l’un l’altro,
facilitando di molto il compito dei nemici di
sterminarli. Attorno ad Aroon non v’erano più
avversari vivi, ad eccezione dei pochi che, gemendo,
si aggrappavano disperatamente alla vita
tamponandosi le ferite, e mormorando aiuto ad un
cielo sordo. Non si curò di ucciderli, poiché sapeva
che i corvi avrebbero fatto il loro dovere. Si sentì
così sicuro che rifoderò l’arma, salì su un cavallo
e lasciò ai suoi il compito di macellai: donne,
uomini, animali, tutti cercavano scampo, imploravano
pietà, gemiti e grida impregnavano l’aria come un
denso fumo. La musica del massacro.
Più tardi, verso sera, in
quello che fino a pochi giorni prima era stato un
vivace villaggio, l’unico rumore che si poteva udire
era il gelido silenzio della morte.
Nell’accampamento dell’esercito, invece,
riecheggiavano le grida festose dei soldati: la
vittoria era stata facile, non vi erano state
perdite, solo qualche ferito neanche troppo grave.
Solitamente ubriacarsi era un reato grave, ma i
guerrieri sapevano che quella notte il loro
comandante avrebbe chiuso un occhio, qualcuno
pensava che si sarebbe unito addirittura ad una
festa che era pure merito suo: in fondo, veniva
celebrata la vittoria! Alcuni gozzovigliavano con
cibo e nettare d’uva, altri si godevano i tesori e
le schiave conquistati col sangue, altri ancora
semplicemente dormivano, storditi dal vino e dalla
fatica… ma c’era qualcuno che non festeggiava e
silenzioso, non concedeva spazio alla gioia: nella
sua tenda, Aroon già preparava i piani d’attacco per
il giorno successivo. Seduto ad un tavolo, studiava
la migliore tattica per sedare presto e bene le
varie ribellioni scoppiate nella regione di Gon.
Lomor il conquistatore gli aveva affidato
quest’incarico e lui lo eseguiva come solo sapeva
fare: al meglio. Scriveva piani, disegnava mappe
alla fioca luce di una candela, simulava nella mente
attacchi e aggiramenti. Ogni tanto guardava la sua
nera corazza posta in un angolo della tenda, oppure
si sistemava il pesante mantello. Era completamente
assorto nei suoi pensieri quando sentì dei passi: -
Posso signore?-. Era Egiar, il suo vice. –Si, vieni.
-. Lo invitò a sedere indicando uno sgabello. Egiar
lo prese e cominciò a scrutare le mappe sul tavolo,
poi Aroon gli chiese: - Com’è il morale degli
uomini?-, - Semplicemente altissimo. -, - Perdite?-,
- Nessuna, come nessun ferito grave. -, - Un
vittoria su tutti i fronti. -, - Sissignore. -.
Notizie bellissime, ma attraverso la maschera bianca
gli occhi di Aroon non esprimevano nessuna gioia,
nessuna soddisfazione. Si alzò dallo sgabello e si
diresse verso la sua armatura ancora sporca del
sangue di dozzine di uomini, ma che ancora non
sembrava essersi saziata di morte: - Fammela pulire.
-, disse –Sissignore. -, rispose Egiar. – Domani
sarà di riposo, ma dopodomani dobbiamo essere pronti
a partire. - Rimase un po’ in silenzio immobile, poi
si voltò verso Egiar, guardandolo con i suoi occhi
celesti, l’unica parte del suo volto che si potesse
scorgere attraverso quella maschera senza
espressione, che sembrava ancora più inumana alla
fioca e tremula luce della candela, poi aggiunse: -
Domattina prendi i prigionieri e impalali: servirà
da monito per chi volesse ribellarsi in futuro. -, -
Signore, le ricordo che ci sono anche dei bambini. -
Era un tentativo per salvare degli innocenti, bello
ma vano poiché Aroon replicò freddo: - Farai meno
fatica a sollevarli. -. Egiar stette per alcuni
attimi in silenzio: avrebbe dovuto obbedire ad un
ordine troppo infame anche per uno sciacallo, ma era
costretto a dare l’ordine di compiere quell’atto
così brutale giacché disertare voleva dire, nel
migliore dei casi, una morte rapida, tuttavia anche
solo dare il comando di un tal empio gesto era come
compierlo di persona. – Signore, alcuni dei
prigionieri sono schiavi che i nostri soldati hanno
conquistato in battaglia: lei pensa sia giusto
privarli di ciò che hanno ottenuto col valore e col
sangue? Potrebbe creare molto malcontento tra le
truppe, ed il morale crollerebbe. -. Aroon, appoggiò
i gomiti sul tavolo, il mento sulle mani e fissò per
un attimo la fioca luce della candela, poi alzò gli
occhi fissando Egiar: - Ognuno dia uno schiavo su
due, chi non ubbidisce sia considerato un disertore.
-, - Sissignore!- fu la stretta risposta del
sottoposto, che quindi s’inchinò leggermente e poi
uscì. Aroon continuò a studiare le sue mappe fin
quando non ebbe trovato quella che considerava la
tattica migliore; quindi anche a lui venne a far
visita il sonno.
Fu una notte lunga per i
ribelli sopravvissuti: bisognava riordinare le fila
e studiare una tattica. La prima cosa fatta, fu
quella di trasferire subito in un posto sicuro
coloro che erano inetti al combattimento: donne,
vecchi, bambini e feriti gravi, una piccola carovana
di persone che avevano perso tutto. Alcuni di loro
non volevano lasciare i loro cari a combattere,
sarebbero voluti rimanere anche a costo di morire
sul campo. Un bambino si attaccò al padre
abbracciandolo, piangeva perché non voleva
lasciarlo, lo pregava di farlo rimanere al suo
fianco. Il padre s’inginocchiò, lo baciò sulla
fronte e lo abbracciò forte: sapeva che
probabilmente era l’ultima volta che lo vedeva, ma
lo stesso promise al piccolo che sarebbe sicuramente
tornato. - Tuo padre è il più forte, lo sai! Tornerò
sicuramente e ti porterò dei giocattoli! Lo sai che
non ti ho mai detto una bugia…- gli disse. Il
piccolo alzò gli occhi lucidi e vide il padre che
sorrideva. Sorrise anch’egli, il genitore non gli
aveva mai detto una bugia e, se l’aveva promesso,
sarebbe sicuramente tornato. Così il bambino baciò
il padre e si aggiunse alla carovana; mentre si
allontanava, il padre pregava gli dei affinché
proteggessero suo figlio e gli concedessero una vita
felice e un mondo senza guerra.
La notte è il magico tempo dei
sogni: fin dall’antichità, maghi e indovini hanno
tentato di carpirne i segreti, di dominare l’eterea
materia del mondo onirico, ma solo in pochi hanno
avuto il privilegio e il dono, segno della
benevolenza degli dei, di riuscire a decifrare il
misterioso alfabeto del sogno. Come al solito Doimor
s’addormentò, il suo sacro bastone piantato ai piedi
del letto come guardiano contro gli spiriti maligni.
La stanchezza era tanta: tutto il giorno aveva
tentato di vedere gli eventi futuri per cercare un
rimedio alla guerra che oramai infiammava l’intero
continente, un modo per impedire che il Gon,
l’ultima terra libera, venisse assoggettato al
volere di Lomor l’erede del grande Re. Scaccio i
pensieri più cupi, figli della reale situazione
della sua terra, e pensò come fosse possibile che
l’erede del grande Re, colui che per primo avrebbe
dovuto portare nel mondo la parola ed il volere di
Vergas, potesse permettere un tale massacro
d’innocenti. Pieno di dubbi, esausto si assopì,
varcò la soglia della dimensione onirica. Nel
misterioso mondo dei sogni, i portali del tempo e
dello spazio si spalancarono e li ebbe la visione:
un demone, un enorme demone nero come la notte senza
luna né stelle, terribile, col fiato pestilenziale
che levava il respiro, le mani grosse e artigliate,
marciava sulla regione del Gon distruggendo ogni
cosa, calpestando case, mangiandone con feroce
godimento gli abitanti, gioiendo del terrore che
incuteva, della disperazione che suscitava e della
distruzione che provocava. Niente e nessuno
avrebbero potuto fermarlo…Doimor si svegliò coperto
di sudore, col cuore in gola. Si affrettò ad
impugnare il suo sacro bastone, spalancò la finestra
per cercando un po’ d’aria fresca, si precipitò a
bere un liquido sacro per proteggersi dagli spiriti
malvagi, si guardò intorno per vedere se qualche
ombra fosse rimasta. Quando si fu calmato, capì che
gli dei gli stavano parlando e che il sogno doveva
continuare, quindi si coricò di nuovo, fissò il
soffitto, poi perse il suo sguardo nel vuoto e si
concentrò sulla visione. Tra le braccia di Morfeo,
rivisse il sogno e vide il futuro, un futuro di
tenebra e morte, dove la libertà sarebbe stata una
parola dimenticata, dove la spada sarebbe stata
l’unica legge… Mentre Doimor tremava ad una così
orrenda visione, gli dei parlarono: - Può il giorno
non seguire la notte?-. Doimor sobbalzò, poi una
luce richiamò il suo sguardo e vide una spada, una
splendida, magnifica spada che illuminava a giorno
la scena, un solue i cui raggi erano pura giustizia,
poi un guerriero, nobile e imponente che brandiva la
sacra spada… La visione finì: Doimor era ora più
tranquillo, poiché aveva capito che c’era una
speranza, un’alternativa a quell’orribile futuro. Si
rialzò, uscì a sacrificare un agnello agli dei.
Spento il rogo, Doimor tornò indietro: l’indomani
l’aspettava una dura giornata, l’inizio di un
viaggio alla ricerca della spada e del guerriero.
Vergine luna, qual è il tuo
segreto? Perché gli amanti sospirano sotto i tuoi
raggi e le fate danzano alla tua luce? L’uomo adora
il sole, gli dedica templi e lo benedice ogni
giorno, ogni volta che sorge, eppure la notte, a te
si rivolgono i poeti in cerca di versi, te cerca lo
sguardo di chi in silenzio ama, colui che spera e
dispera, che ti dedica canzoni su un amore che non
ha. Sei tu o madre, che illumini la notte scura, che
ispiri rime e consigli parole d’amore, ma dove sei
stanotte? Dove volgi i tuoi occhi? Forse non
sopporti la vista dei tuoi figli morti? Forse ti
stai chiedendo perché di tutto questo? O candida
Luna, se tu fossi stata un po’ più vicina ti saresti
sporcata con sangue innocente, il rosso di chi ha
l’unica colpa di aver combattuto per la propria
libertà. Se stai piangendo, conserva le tue lacrime
anche per domani, poiché finché ci sarà un pezzo di
terra ci sarà un oppresso, qualcuno che combatte
fino alla morte per difendere il suo cibo, che si
ribella a chi vorrebbe negargli il suo dovere di
vivere. Oggi molti sono morti, rei di aver difeso la
loro vita, di essere andati contro l’oppressore e di
aver combattuto fino alla morte per i loro cari.
Domani altri cadranno, poi altri e poi altri
ancora…ma giorno sarà, presto vedremo, che le armi
diventeranno aratri, le spade falci per spighe e il
sangue scorrerà solo nelle vene, poiché nessuno può
dire di non aver fiducia nella libertà finché
qualcuno combatterà per la sua terra promessa.
Egiar era sveglio nella sua
tenda: pensava all’infame compito che l’attendeva
per il giorno successivo. Guardava il cielo cercando
la luna ma non riusciva a trovarla. Pensava che,
forse, quel massacro era stato troppo anche per una
dea. Che guerra sporca: prima di venire nel Gon
aveva combattuto sempre contro truppe regolari, da
uomo a uomo, da guerriero a guerriero. Oggi si
ritrovava a massacrare donne e bambini. Provava
schifo per quel che faceva e si chiedeva come
facesse a dormire il suo comandante, come facesse a
dare con tanta leggerezza ordini a dir poco
disumani. E se non fosse un umano? E se fosse una
sorta di demone? Vomitato, cacciato dall’inferno per
la sua eccessiva ferocia. Grandi dei, e se fosse
così? In verità nessuno sapeva del passato Aroon, si
sapeva solo che improvvisamente Lomor lo aveva messo
a capo delle sue truppe nel Gon e in un mese si
ebbero risultati che in due anni non si erano avuti.
Uccideva con la stessa calma con cui mangiava, non
c’era una traccia di sentimento in lui: gioia o
dolore, rabbia o tranquillità, niente di niente.
Quella maschera poi… perché non si faceva vedere in
viso? Che cosa aveva da nascondere? Egiar pensava
seriamente a tutte queste cose. Quando cominciò a
combattere pensava che avrebbe difeso i più deboli,
proprio quelli che oggi era costretto ad uccidere.
Si alzò, uscì a cercare un po’ d’aria giacché il
rimorso per quel che avrebbe dovuto fare già
l’opprimeva. Respirò profondamente, si aggiustò i
capelli come per rimettersi a posto le idee. Ah, se
solo potesse fuggire, se solo potesse tornare
indietro per non intraprendere la via delle armi!
Inutile, mille di questi pensieri non gli avrebbero
evitato un incarico da sciacallo. Strinse il pugno,
alzò gli occhi al cielo e stava per maledire il suo
destino quando senti un grido, poi un altro e a quel
punto riconobbe la voce: era Aroon! Prese una spada
e si precipitò alla tenda del suo superiore, aprì di
corsa il telo d’entrata e vide Aroon in piedi, col
fiato corto come se avesse corso, una mano tremante
e l’altra che impugnava la sua spada, lo sguardo
perso e il busto bagnato.–Tutto a posto signore?-
Aroon stette un po’, poi rispose ancora affannato:-
Si, tutto bene, è stato solo un incubo- Egiar si
sorprese e replicò meravigliato:- Un incubo?!-.
Aroon, ripreso il suo solito atteggiamento, prese la
via del letto e rispose:- Si, un incubo, un mero,
semplicissimo incubo. - Si rimise sotto le coperte e
continuò:- ora va, domani ti aspetta un lavoro -.
Egiar si accigliò subito pensando a quel che avrebbe
dovuto fare il giorno dopo e rispose:- Signorsì -.
Detto questo uscì e andò verso la sua tenda. Quando
fu arrivato cercò la sua coperta, si stese e pensò
che per la prima volta aveva visto un emozione in
Aroon: la paura. Pensò ancora un po’ a questo, poi,
finalmente, si addormentò.
Egiar aprì gli occhi che era
in un bagno di sole: la notte prima, distrattamente,
aveva lasciato la tenda aperta e dall’entrata
meravigliosi raggi penetravano all’interno venendo
dispersi dalla polvere in sospensione, creando così
un’atmosfera quasi mistica. Il sonno annebbiava
ancora la mente di Egiar che quasi tentennava ad
alzarsi, si mise una mano davanti agli occhi per non
prendere una luce troppo diretta, sbadigliò, si
stese nuovamente sul letto abbassando stancamente le
palpebre. Il letto era comodo, il sonno c’era ed era
anche mattino presto, poco più dell’alba.
Solitamente la sveglia veniva data anche prima,
appena sorgeva il sole, ma quello era un giorno di
riposo per le truppe, il premio per aver combattuto
valorosamente: il premio per aver massacrato donne e
bambini. Pensando ciò, il vice comandante sentiva un
groppo alla gola, uno schifo inimmaginabile eccetto
per chi sapeva cosa fosse il valore: egli aveva
combattuto sul fiume Riden nell’ultima grande
battaglia per la conquista di Sademor, si era
trovato accerchiato nel massacro della gola di Vol,
quando su seicento sopravvissero solo sette, si era
preso la sua rivincita prendendo con solo trecento
uomini la fortezza di Comodo ove erano arroccati un
numero doppio di difensori, aveva combattuto sempre
e solo contro soldati, era sempre sopravvissuto…e
ora si trovava a fare da macellaio. A quest’ultimo
pensiero si era rigirato nel letto, quasi volesse
girare le spalle a quel compito, poi sentì un
sibilo: conosceva fin troppo bene quel tipo di
rumore, il suono dell’acciaio che fende l’aria.
Sentendone altri decise di vedere chi fosse, si
alzò, prese la spada ed uscì. La prima cosa che fece
fu quella di ripararsi gli occhi: era una splendida
giornata, il sole sembrava più caldo e luminoso che
mai e poteva dar fastidio a chi, come lui, usciva da
una tenda seppur luminosa. Quando si fu abituato
alla luce si guardò intorno e scorse subito Aroon
che si stava allenando. Il comandante menava colpi
all’aria, ma non erano colpi da pura e bruta forza,
erano dati immaginando dei nemici e ogni fendente,
ogni affondo era portato mirando ad un punto
specifico del corpo, erano colpi potenti, veloci,
precisi e possedevano una grazia tremenda: ogni
colpo avrebbe potuto tagliare in due un uomo, ma
sembrava leggero come il volo di una rondine, forza
e grazia nello stesso momento. Egiar rimase immobile
ad osservare tale prova di abilità, Aroon continuò
per un po’, poi si fermò e salutò con un inchino il
suo immaginario avversario, quindi cominciò:- Salve
Egiar, dormito bene?-. Egiar rispose:- Benissimo
signore -. Aroon rifoderò la spada, si avvicinò al
suo vice:- Allora fai quello che ti ho ordinato ieri
sera. - La voce di Aroon era ferma, Egiar abbassò lo
sguardo:-Sissignore, sarà fatto al più presto. -
Rispose a voce bassa. Aroon si stava avviando alla
sua tenda quando si rivolse a Egiar dicendogli:- Fai
suonare l’adunata dei prigionieri, voglio vedere chi
possa esserci utile. - Signorsì. -. A quel punto il
comandante entrò nella sua tenda, il suo vice,
intanto, malediceva il giorno che brandì la prima
volta una spada. Quando tutto fu fatto, Egiar fece
un giro e, ai piedi di un palo, trovò una bambola di
pezza insanguinata: non ebbe il coraggio di alzare
gli occhi e si allontanò piangendo nell’animo.
Aroon sembrava a suo agio in
quel macello: la sua nera corazza, la bianca
maschera liscia come un osso ben spolpato, gli
davano l’aspetto di un demone vomitato dagl’inferi.
Non pochi soldati si sentivano a disagio a marciare
in mezzo a degli impalati, anche coloro che davano
coraggio ai più impressionabili, rabbrividivano
sentendo i gemiti di chi aveva avuto la sfortuna di
non morire subito. Il pensiero di una tale orribile
morte attanagliava la mente di Egiar, che scuro in
viso procedeva a testa bassa per non vedere l’atroce
spettacolo. - Che miserabile…-pensava tra se e se,
cercando di non udire la flebile voce di chi
implorava inutilmente aiuto. Alcuni corvi già si
appollaiavano sui cadaveri, strappando con i loro
aguzzi becchi brandelli di carne. La marcia era
innaturalmente silenziosa, i soldati avanzavano
zitti, chi ammutolito da un tal macabro spettacolo,
chi per rispetto verso la morte. La sera, dopo circa
un giorno di marcia, le truppe si accamparono su un
altopiano, ai margini di una fitta foresta. Egiar
guardava il sole tramontare all’orizzonte, pensando
per quanto tempo avrebbe ricordato quel giorno, poi
i passi di un soldato che sopraggiungeva
richiamarono la sua attenzione. - Signor Egiar, il
comandante l’aspetta -. Egiar si incamminò verso la
tenda di Aroon, entrò e sentì uno strano odore:-
Eccomi signore. -. Appena entrato notò un uomo molto
robusto, con una tunica nera ed un mantello col
cappuccio dello stesso colore; l’uomo teneva il
copricapo abbassato e non gli si potevano scorgere
gli occhi. Egiar si sentì improvvisamente a disagio,
sentendo un innaturale freddo. Aroon era vicino a
quello strano individuo, si girò e, vedendo Egiar
con una tale espressione di disagio, gli presentò
subito l’ospite: - E’ un messo del grande Lomor, è
venuto a riferirci che il nostro re è molto contento
di ciò che facciamo e di come conduciamo la campagna
contro i ribelli. -. Egiar, nascondendo i suoi veri
sentimenti, rispose a tono: - Il nostro signore ha
di che essere fiero dei suoi guerrieri, la nostra
avanzata è veloce come il fulmine e distruttiva come
l’uragano. -. Egiar accennò un inchino, poi l’uomo
in nero si alzò e, con una voce sembrava che non
appartenere più a questo mondo, disse:- Tutti noi
del nuovo ordine siamo soddisfatti, i vostri
successi stanno di molto accelerando la venuta del
nostro signore Astarat, per questo Lomor è
soddisfatto. - Aroon replicò: - La volontà di Lomor
è legge per noi. -. – Bene – continuò il messo reale
– Il nostro grande Re sarà contento di sapere i
nuovi sviluppi del fronte e l’immutato zelo col
quale state conseguendo la causa -. Dopo queste
parole, lo strano individuo stette un po’ fermo, poi
avanzò verso l’uscita. Quando l’uomo in nero gli
passò vicino, ad Egiar gelò il sangue nelle vene,
come se quell’essere avesse una spaventosa malvagità
intrinseca. Rimase un attimo immobile, poi Aroon lo
richiamò: - Vieni, dobbiamo pensare a piani per la
battaglia -.
Al campo ribelle quella sera
c’era uno strano silenzio: la notizia della
battaglia di pochi giorni prima aveva sconvolto
tutti e si respirava una tetra aria di morte, come
triste presagio per i giorni seguenti. Il campo non
godeva certo dell’organizzazione di quello di Aroon:
i ribelli dormivano per lo più sotto rifugi fatti di
foglie, fango secco e rami intrecciati, non c’erano
trasporti decenti e i fuochi non erano messi tutti
in punti strategici, col risultato che vi erano
molte zone d’ombra. Tuttavia i nemici peggiori erano
il morale, semplicemente a terra, e la fama di
Aroon, che veniva considerato un condottiero
invincibile. Al centro dell’accampamento sorgeva una
tenda fatta di pelli e rami, tipica costruzione dei
cacciatori nomadi di quei luoghi: al suo interno
sedevano attorno al fuoco quattro persone intente a
discutere. Il denso fumo sfogava in un buco in alto
aperto appositamente, ma comunque c’era come un
qualcosa che quella sera impediva a tutti di parlare
al meglio. Anche loro, i veri capi della rivolta,
erano scoraggiati più che mai e i loro visi erano
tristi e amareggiati poiché la situazione era
disperata: Aroon era a due giorni di marcia da loro,
pronto a combattere con un esercito ben organizzato
e numericamente superiore. Uno dei quattro, un
vecchio dalla lunga barba, ricominciò a parlare: -
Purtroppo non ci rimane che fuggire per la foresta
sperando che Aroon non intenda proseguire a marce
forzate…- Un giovane dal fisico prestante e dai
lunghi capelli corvini lo interruppe: - Lo escludo:
Aroon non farebbe mai stancare il suo esercito prima
di una battaglia, non l’ha mai fatto e non vedo
perché dovrebbe farlo…-. - Perché siamo deboli -,
intervenne un grosso uomo dalle fattezze chiaramente
Nordiche,- Ma io, Vigfus Norgod, sono pronto a
morire combattendo, piuttosto che fuggire come un
coniglio!- Il nordico parlava seriamente, tutti
conoscevano il suo valore in battaglia e nessuno lo
avrebbe sfidato mentre brandiva la sua enorme ascia
bipenne. – Nessuno mette in dubbio il tuo valore
Vigfus, ma dobbiamo pensare a decine di vite umane,
non solo alle nostre gesta. - A parlare era Selenia,
una giovane fanciulla dalle graziosissime fattezze.
– E poi non dobbiamo dimenticare che da noi dipende
la libertà di questa terra!- aggiunse il vecchio. Il
giovane sospirava pensieroso, con le braccia
incrociate, il capo chino e gli occhi tristi, il più
anziano vedendolo disse: - Stai pensando a Rowena,
vero Esteban?. Il giovane alzò il capo: - Si, stavo
pensando a lei e non solo…- - Lo sai che dov’è ora è
al sicuro. - - Si, ma dubito di incontrarla di
nuovo: Aroon è troppo forte, ci vorrebbe un
miracolo…- - Effettivamente una mano dagli dei non
vi farebbe male in questo momento…- La voce
proveniva da una figura in ombra all’entrata della
tenda. I quattro si voltarono di scatto, Vigfus già
impugnava la sua ascia, Esteban e Selenia estrassero
istintivamente le spade con velocità ma il vecchio
gridò: - Fermi! Calmi tutti! Vigfus fermati!
Esteban, Selenia: posate le armi!-. Passarono poche
ma interminabili frazioni di secondo, poi
l’improvvisa figura parlò: - Grazie buon uomo, odio
la violenza e se si può evito di ricorrere alla
forza: la reputo una cosa da bruti. - Il vecchio
avanzando verso l’entrata replicò:- Chi siete?
Perché siete qui? Che cosa volete da noi?-. Il
misterioso individuo, con una calma non
corrispondente di certo all’atmosfera della
situazione, rispose tranquillamente: - Sono pronto
a soddisfare ogni vostra curiosità se mi direte dove
posso trovare Bruce, o meglio Sir Bruce di Molokai:
sapete, l’ho cercato a lungo e qualcosa mi dice che
sia tra voi…- L’altro, stupito, replicò: - lo avete
dinanzi. Ora ditemi chi siete? Come fate a sapere
chi sono?-. Si udì una risatina amichevole, poi, con
voce calma e distesa l’intruso rispose: - Dunque,
soddisferò ogni vostra legittima curiosità : per
quanto riguarda la seconda domanda vi basta sapere
che ho informatori molto in alto, per quanto
riguarda la prima… beh, consideratemi il vostro
miracolo!-. I ribelli non capivano quelle parole, si
guardavano l’un l’altro confusi da tale
affermazione. La figura finalmente entrò coperta da
un lungo mantello con cappuccio, cosicché l’unica
cosa che si notava era una lunga barba, poi, come il
fuoco illuminò l'uomo, si notò che quel mantello era
di una strana fattura, con molte rune scritte, poi
alcuni segni che sembravano antichi simboli sacri e
ricordava tempi immemori. Avanzava appoggiandosi ad
un ligneo bastone che recava incisi molti simboli
magici ed aveva sull’estremità una piccola testa di
drago scolpita nel legno stesso. – Bene, penso che
sia l’ora di cominciare un bel consiglio di
guerra…-. Quindi l’arcano avanzò e si sedette
attorno al fuoco insieme ai capi ribelli.
La lunga fila di soldati
avanzava silenziosamente e con un ordine tale da
incutere da solo un grande rispetto. Solitamente gli
eserciti erano rumorosi ed indisciplinati,
avanzavano quasi come cavallette tra lo sgomento e
la rassegnazione di contadini e fattori. Ma
l’esercito costituito da uomini scelti dallo stesso
Aroon non era così, chi vi faceva parte non aveva
che d’avere un solo requisito: essere un vero
guerriero. Lì ,da Aroon, non c’era posto per
tagliagole e banditi, non era esercito per chi
cercasse stupri e saccheggi, ma un vero e proprio
raggruppamento di forti veterani, un’elitaria
cerchia di uomini pronti a tutto per il loro capo.
Non una donna avrebbe pianto violenza, non una casa
sarebbe stata bruciata solo per stolto divertimento.
Aroon puniva severamente questi atti, così come
qualunque mancanza di disciplina. Uomini rotti a
qualunque battaglia e qualunque ferita. Vi erano
reparti di fanteria, arcieri ed un gruppo di
cavalieri famoso in tutto il continente. Aroon,
oltre che essere capo indiscusso e carismatico di
questa armata, era anche in prima fila nella
fanteria. Egli cercava il sangue come una farfalla
notturna cerca la luce. Egli era sempre lì, a menar
fendenti e affondi con una lama che sembrava fatata
tanto erano precisi e potenti i colpi. A volte la
sua nera corazza era talmente sporca del sangue dei
suoi nemici da diventare completamente di un rosso
cupo e spettrale. Tutti ricordano di quando egli,
dopo essere stato diviso dal suo esercito, si riunì
facendosi strada a colpi di spada tra i nemici,
compiendo un tale massacro che i suoi stessi soldati
si fermarono stupiti, chiedendosi se quello fosse
davvero un uomo. La maschera che Aroon indossa
sempre, bianca e liscia come il guscio di un uovo,
contribuisce ad accrescere un’aura di mistero che
lasciava forti dubbi sulla sua umanità. Non
dimostrava nessuna emozione neanche in battaglia,
sembrava una macchina omicida, una mortale falce in
un campo pieno di nemici, eppure, anche nelle
battaglie più cruente, i suoi occhi rimanevano calmi
e tranquilli, come se stesse passeggiando in una
placida radura e non combattendo per la vita tra
mille avversari. Nessuna ferocia, nessuna paura,
nessun dolore, nessun
limite, nessuna pietà, nessun
sopravvissuto.
La marcia proseguiva
tranquilla, il morale dei soldati era alto e si
prospettava una battaglia facile: l'ideale per
acquistare un po’ di gloria senza perdere troppi
uomini. La regione del Gon si stendeva davanti agli
occhi dei soldati come un bellissimo sogno: pianure
verdeggianti per molte leghe, terreni sicuramente
fertili, ideali per far crescere i migliori
raccolti, un clima mite che prometteva estati
fresche ed inverni non troppo rigidi, fiumi
tranquilli ed estesi laghi che sembravano gemme
azzurre su un mantello verde smeraldo… - Che
meraviglia…- Egiar non poté fare a meno di
trattenere la sua espressione di meraviglia. - Già,
fertili pianure adatte a far crescere praticamente
qualunque frutto, rigogliosamente ed
abbondantemente… per questo Lomor vuole queste
terre: esse saranno il granaio che nutrirà i figli
del nuovo ordine. -. Già, il nuovo ordine…
risentendo quelle parole da Aroon, Egiar penso tra
sé che cosa fosse davvero il nuovo ordine… quando si
era arruolato lo aveva fatto perché sapeva che il
nuovo ordine serviva per costruire l'utopia, un
paese unificato sotto un unico re, dove non mancasse
il cibo e la gente avesse potuto vivere felice,
senza il timore di nuove guerre… tuttavia
ultimamente cominciava a nutrire forti dubbi, i
metodi usati da Aroon sembravano più quelli
dell'ennesimo conquistatore piuttosto che quelli di
un liberatore; è vero che il capo di tutto era Lomor
e non Aroon, però il primo accettava, anzi,
incoraggiava i metodi del secondo: quali garanzie vi
erano, a questo punto, che Lomor volesse veramente
l'Utopia? Era egli il liberatore da tempo aspettato,
od era nient'altro che uno dei tanti signori della
guerra? Egiar cominciava a credere che più che sulla
pace il nuovo ordine si sarebbe sorretto sul
terrore. - Andiamo o vuoi rimanere a contemplare
ancora a lungo il panorama?-. Aroon richiamava così
il suo vice che, soprappensiero, si era un po’
attardato. - Mi scusi signore, arrivo subito!-.
Egiar spronò il cavallo e raggiunse subito il suo
comandante. Quando gli fu affianco, cominciò: -
Signore, lei che ne pensa dell'ordine nuovo?-. Aroon
replicò continuando a guardare avanti:- Non
saprei…-. Egiar non trattenne un'espressione di
grande stupore, e con la voce incredula e gli occhi
sbarrati domandò: - Come?! Che cosa vuol dire che
non lo sa?-. Placido e calmo il comandante aggiunse:
- Semplicemente che non lo so, non m'interessa. -.
Egiar rallentò la sua andatura, quasi a fermarsi,
quasi a dimostrare la sua intenzione di non muovere
un altro passo se non con un valido motivo. - Adesso
andiamo: abbiamo una guerra a cui pensare. - Lo
richiamò Aroon, quasi gli avesse letto nel più
profondo del suo animo la segreta intenzione.
-Sissignore!- rispose Egiar, ma ci volle quasi uno
sforzo di volontà per continuare: quella risposta
aveva cambiato qualcosa, un qualcosa d'importante,
la sicurezza che stava combattendo per una giusta
causa. Egiar riprese il passo, ma rimase indietro e
passo il resto del tempo in silenzio, fissando il
suo comandante: Aroon indossava un'armatura leggera,
ed erano questi i casi che si capiva che la
larghezza delle spalle e la sua possente figura non
erano dovute ad artefatti dovuti all'armatura
pesante che indossava in battaglia, ma erano doni
che una natura clemente gli aveva fatto… ma qual era
il perché di quella maschera? Che cosa aveva da
nascondere? Sempre con la maschera, mai visto senza;
mangiava da solo, forse in quei momenti non aveva la
maschera ma nessuno poteva dirlo: entrare senza
permesso nella tenda di Aroon significava morte
certa, e in pubblico quella maschera era un qualcosa
d'inscindibile dal corpo. Che cosa nascondeva
quell'uomo? Per che cosa combatteva se non era per
l'ordine nuovo? Per soldi? No, non sembrava il tipo.
Per la gloria? Non poteva essere, ne aveva raccolta
abbastanza per più vite. Sicuramente non per
l'ideale dell'Utopia, che per sua ammissione non
gl'interessava affatto… e allora? Quale motivo lo
spingeva a condurre una feroce guerra, con tutti gli
atti da carnefice di cui s'era macchiato? L'unica
cosa da sperare e che non fosse sete di sangue,
poiché nessun umano poteva non ritenersi soddisfatto
di tanto sangue versato! Nessun umano… ma in questo
caso, si parla di un umano?
La notte… la luna bassa e
falciforme… sono tante le ombre che si muovono in
notti come questa: alcune sono anime che non trovano
pace, altre sono fantasmi dell'annebbiata mente
delle sentinelle, altre ancora sono ombre fugaci,
spiriti d'incerte intenzioni e creature del sogno…
ma questa notte c'è un'ombra più veloce, più calda e
viva, che si muove e scivola nel campo. L'ombra si
ferma e sa come evitare le luci di guardia, conosce
i punti deboli dell'accampamento e li sfrutta per
passare inosservata, quasi fluttuando. La sua meta è
la tenda principale, lì dove Aroon riposa… è tardi,
sicuramente starà dormendo ed è solo questo il
momento migliore! L'ombra scivola, rivelando ala
tenue luce della luna la sua natura di vivo,
oltrepassa l'ingresso spostando le tende che fanno
da porta ed entra, lì dove entrar non si dovrebbe. I
suoi occhi sono abituati al buio, e seppur
tenuissima la luce della luna e delle stelle è
abbastanza da fargli distinguere le sagome: di
fronte l'armatura, ad un lato un tavolo con una
sedia e all'altro la sagoma del comandante… l'ombra
silenziosamente si avvicina, non emana respiro o
commette inutili azioni. Aroon dorme, con un largo
fazzoletto sul viso bucato all'altezza degli occhi,
del naso e della bocca… una mano si avvicina,
tremula, esitante, si stende versi il panno… un
singulto, segno di tremenda tensione… la mano esita
ancora, trema, suda, una mano robusta che ha visto
tante lotte non riesce a compiere un piccolo gesto,
una mano sicura non riesce a vincere un senso di
paura… la mano si avvicina ancora un po', si ferma,
come un predatore che sta per saltare addosso ad una
preda…- Egiar…-. La mano si ferma, si paralizza, il
sudore aumenta…- - Egiar, che vuoi fare?-. La voce
di Aroon ha un qualcosa di ipnotico, un misto di
paterna autorevolezza ed innominabile orrore… Egiar
arretra la mano, la ritira a se e stringe l'elsa
della spada al suo fianco. - Egiar, perché vuoi
morire? Lo sai che amo le persone valorose, tu sei
una di queste, io stesso ti ho scelto per questa
campagna: perché vuoi morire?-. C'è un'unica parola
che possa descrivere ciò che Egiar provava in quel
momento: terrore… un indescrivibile terrore: il
fiato spento, il sudore freddo, le membra
paralizzate come un gelido abbraccio di morte, gli
occhi fissi sulla sagoma di Aroon che continuava a
mantenere il suo atteggiamento di orribile freddezza
e calma. - Egiar, perché non parli? Non ti senti
bene? -. Il vice sfiorava istintivamente l'elsa
della spada, ma vi era come una forza che non gli
permetteva di sfoderare l'arma, un qualcosa che
andava ben oltre la semplice paura. - Egiar, ma tu
stai sudando, eppure la nottata è fresca:
evidentemente non ti senti bene, ti consiglio di
andare a procurarti il giusto riposo. -. La
terribile e fredda ironia, la calma, la freddezza di
un uomo o presunto tale da una parte, una sensazione
capace di superare l'umana ragione e di sconfiggere
facilmente il coraggio dei migliori guerrieri
dall'altra… istanti, eterne frazioni di attimi… - C…
chiedo congedo signore…- Una voce afona, calante,
eppure era il risultato di uno sforzo
inimmaginabile, capace di sconfiggere l'orrore di
quell'atmosfera. - Bene Egiar, anch'io penso che tu
abbia molto bisogno di riposare: domani è una dura
giornata ed abbiamo bisogno di tutte le nostre
forze. Sei congedato -. - Sissignore…-. Le ultime
parole erano state pronunciate con voce più ferma,
ma ben lontana dall'essere il carismatico tono di
Egiar. Mentre usciva, l'uomo non poteva distogliere
lo sguardo dalla sagoma del suo comandante,
arretrava a piccoli passi all'indietro, poi,
superata la tenda d'ingresso, fece qualche altro
piccolo passo all'indietro, poi si girò di scatto e
stette un attimo, con gli occhi bassi, le spalle
curve ed il capo chino; dopo qualche attimo riprese
a camminare, sempre con l'aria dimessa, col fiato
che tornava vivo ed il cuore che pian piano si
chetava, rallentando i suoi folli battiti. Tornava
alla sua tenda, silenziosamente sconvolto,
freddamente sudato, incredibilmente vivo…
Gli occhi di Egiar guardavano
fissi il cielo del tramonto… oramai erano ore che
soffriva, con le budella in fuori ed il fiato che si
faceva sempre più esile e corto… sentiva freddo,
tanto freddo… proprio lui che era un guerriero non
avrebbe dovuto lamentarsi: era stato più volte in
situazione disperate, aveva sprezzato innumerevoli
volte il pericolo e non si contavano più i momenti
in cui aveva sentito al suo fianco la compagna
fedele di ogni guerriero: la morte. Com’era strana
quella morte: solitaria, inaspettata, con la spada
al fianco e il corpetto di cuoio rinforzato bucato
all’altezza dell’addome da un precisissimo colpo di
spada: la ferita era precisa, Tutto aveva
immaginato, fuorché di trovarsi agonizzante, con una
ferita lentamente mortale, in mezzo alla strada
principale che porta alle pianura del Gon, ma
soprattutto non avrebbe mai potuto immaginare ciò
che gli era successo qualche ora prima: da vice
comandante del più potente esercito che avesse mai
solcato le pianure del Gon a colpevole in un
processo dove la giudice, giuria difesa ed accusante
avevano tutti lo stesso nome: Aroon. La sentenza era
stata veloce e precedente decisa: morte! Tuttavia il
reato di Egiar era gravissimo: si era introdotto
nella tenda di Aroon senza alcun permesso, armato e
con l’atteggiamento di un assassino; non c’era né
perdono né pietà per un tale gesto e la punizione
doveva essere esemplare. Aroon si avvicinò con la
sua spada estratta e quindi colpì Egiar al ventre,
procurandogli una ferita ed una lunga agonia. - I
guerrieri appartengono alla terra!- cominciò
l’indiscusso capo - Ed è giusto che sia la terra a
preoccuparsi del loro destino! Egiar non morirà
subito, ma tra diverse ore! Lo lasceremo qui e se la
terra lo vorrà salvare si salverà!- . Era il
discorso che sigillava una condanna fin troppo
terribile anche per un guerriero: il sangue avrebbe
impiegato tempo a mettere fine alle sue pene,
probabilmente prima di sera sarebbe stato cibo per
belve, forse l’ultima cosa che avrebbe visto sarebbe
stato un qualche animale banchettare orribilmente
con i suoi intestini. Non c’era speranza e già si
sentivano dei lupi in lontananza. Egiar continuava a
guardare il cielo e le prime stelle… com’erano
belle! Chissà se dopo c’era un qualcosa paragonabile
alla vita di tutti i giorni: alcuni dicevano che i
guerrieri valorosi andassero in un luogo dove
scorrono fiumi di nettare, dove v’è un eterno
banchetto e le donne non sarebbero mai mancate. E
lui? Stava morendo come un cane, quindi
probabilmente, se le leggende fossero state vere,
lui sarebbe diventato un’ombra vagante in eterno. -
A questo punto meglio l’oblio…- sussurrò stancamente
Egiar. La vista cominciava ad appannarsi. Girò la
testa sul lato e vide un’ombra che si stava
avvicinando, poi alcune altre dietro; il soldato non
riusciva a distinguere le sagome, ma di una cosa era
sicuro: quell’ombra era la fedele compagna di ogni
guerriero che lo veniva a prendere. Che sarebbe
successo nel momento del grande passo? Sarebbe
divenuto veramente un’ombra? O gli dei lo avrebbero
giudicato degno del paradiso dei guerrieri? O più
semplicemente il nulla? Egiar rivolse il suo sguardo
al cielo e sciolse una preghiera agli dei, quindi,
dolcemente, si addormentò…
Oscurità, buio… non vedo
nient’altro… una luce, piccola e fioca… questi
rumori, io li conosco… mi sento leggero, avverto
una strana sensazione di pace… forse sono morto,
forse sto morendo: non importa, non importa più.
Questo rumore: una battaglia! Ma dov’è? Non la vedo,
non riesco a vederla… quella luce, che cos’è? Mi
sembra una porta adesso, una porta fatta di debole
luce… no, è una finestrella… vedo la battaglia e
vedo un uomo morire: chi è? Non lo so, ma adesso
vedo i suoi occhi, sento i suoi pensieri: dolore,
paura, disperazione… voleva tornare a casa, voleva
rivedere sua madre, sua moglie, i suoi figli… sento
l’orrore della disperazione, il gelo della morte ed
il fuoco del dolore… la spada si ritira dalla sua
gola e vedo il carnefice: sono io! Mi ricordo
adesso! Ero alla battaglia di Vol, quando ne uscii
vivo per puro miracolo! Forse questo rappresenta i
miei peccati, forse gli dei mi stanno giudicando! Ma
in fondo, che cosa ho fatto nella vita? Ho ammazzato
di continuo, ho seminato morte e disperazione… però
combattevo sempre per una giusta causa, di questo mi
deve essere dato atto! Ma che sono quelli? Pali? No!
Sono persone impalate! Capisco che cosa voglia
significare quest’immagine: anche loro erano dalla
parte sbagliata? O ero io? Solo adesso mi chiedo se
esistano giuste cause… chi decide che cosa sia
giusto o no? Forse solo la vittoria dà la ragione al
vincitore… forse ho sbagliato… tutto sbagliato… e
adesso vengo giudicato colpevole… non importa: ho
sempre vissuto facendo quel che mi sembrava giusto
e, per lo stesso motivo, adesso muoio… forse non
sono ancora morto, forse tutto questo è un sogno…
vedo tutti, i miei cari, i miei amici… i miei
nemici… vedo la mia vita, la ripercorro… alcune cose
non le rifarei, molte le ripeterei all’infinito…
l’infinito: è lì che sto andando? O forse non faccio
nient’altro che scivolare verso l’oblio? Sicuramente
sto morendo… è proprio la fine… stavolta non
arriveranno “i nostri” a salvarmi, stavolta no… sono
solo… e disperato… ho paura… forse ho capito: sono
già all’inferno e come punizione devo provare ciò
che per lungo tempo ho inflitto… è terribile, vorrei
piangere ma non ho lacrime, non ho occhi… non mi
vedo neanche le mani… forse sono già spirito, un
ombra che fluttua in un non so dove di preciso…
chissà se rivivrò di nuovo, chissà se questa pena
avrà mai fine… comunque sia non interessa più tanto,
in fondo si muore una sola volta… spero… ma che sto
pensando? Che pensieri sciocchi in un momento così
tragico… forse è meglio così, un po’ d’ironia nella
disperazione, se no s’impazzisce… sempre che non sia
già folle… almeno quella maledetta ferita non fa più
male… almeno… è un momento serio: per la miseria, è
la mia morte! Prima o poi doveva venire per tutti,
adesso è qui per me… fortunatamente non ha la forma
di scheletro con la falce, tuttavia è terribile lo
stesso… chi sa che cosa avrei provato se fossi stato
un infermo vecchio e malato? Magari l’avrei accolta
a braccia aperte… ironica la vita, ironica la morte:
io non la voglio e viene, altri che la desiderano
campano per anni… ma adesso basta, sento della
stanchezza, mi vien sonno… morirò o dormirò? Mah,
non saprei: forse la morte non è nient’altro che un
sogno più lungo… chi lo sa… comunque una cosa, anche
se in un momento così tragico, l’ho capita: non
esistono cause giuste, od almeno non è da umani
decidere che cosa sia giusto o sbagliato… Dei della
giustizia, un uomo che muore vi chiede umilmente una
cortesia: se mai un giorno dovessi rivivere, vi
prego, non fatemi nascere come essere umano, bensì
come un vostro servo fedele, in modo che possa
servire la giustizia senza la paura di sbagliare…
adesso buonanotte, buonanotte al mondo intero, a
tutto e a tutti… vedo una luce…
La colonna avanzava lenta ed
inesorabile, in un silenzio irreale: l’esecuzione di
Egiar aveva messo tutti in silenzio; Il vice
comandante era amato dalle truppe, sicuramente più
dello stesso Aroon. Egiar era umano e sapeva sia
comandare sia consolare, per questo era seguito e
rispettato, Aroon, invece, era seguito per una sorta
di fascino magnetico che solo lui sembrava
sprigionare, come se qualcosa in quell’uomo
attirasse i guerrieri. Si diceva che Aroon fosse la
guerra stessa: camminava su una montagna di cadaveri
con la massima calma, si aggirava nella pugna ed
uccideva con una tranquillità irreale… non aveva
ascessi d’ira, non sorrideva né piangeva, le uniche
cose che faceva era combattere, comandare ed
uccidere e, seppur geniale in tutte e tre,
nell’ultima era particolarmente bravo, un vero e
proprio talento naturale… non c’era pietà per i
vinti, nessuna speranza, nessuna luce nelle tenebre…
solo un lunghissimo oblio… lui era Aroon il
sanguinario, Aroon l’invitto, Aroon il massacratore…
Aroon l’implacabile…
Fine Capitolo Primo
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L’uomo dalla
maschera d’oro.
Al campo ribelli la tensione
era altissima, gli uomini di guardia giravano
vegliando e allarmandosi per ogni piccolo rumore od
ombra sospetta. Chi non era |