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 Annarita Petrino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRASPORTO  ECCEZIONALE

 

    Tom sbadigliò. Erano le sei del mattino e lui era in viaggio già da quattro ore. Aveva percorso solo un quarto della strada che lo attendeva e neanche quello più impegnativo. Il mezzo sul quale viaggiava procedeva lento, perché il carico che trasportava non gli consentiva un’andatura più sostenuta.

    Guardò distrattamente i cartelli scorrere ai lati della superstrada. Uno di loro lo avvertì di un’area di sosta di lì a qualche chilometro. Quello che gli ci voleva era un buon caffè per tirarsi un po’ su. Guardò il posto del passeggero ed emise un grugnito. Un tempo sarebbe stato occupato da una persona che ad un certo punto gli avrebbe dato il cambio nella guida. Si grattò la testa in prossimità della porta seriale dove era inserito uno degli spinotti del pilota automatico. Le cose erano cambiate.

    Quando arrivò in vista dell’area di sosta cominciò a sentirsi meglio. Parcheggiò e si tolse gli spinotti per riporli sul cruscotto, quindi scese dal veicolo. Si sentiva le gambe intorpidite e la testa pesante. Entrò nel bar e si diresse con sicurezza verso il bancone.

    “Un caffè.” ordinò

    Il barman lo scrutò con attenzione e poi gli servì un liquido scuro in una tazza larga. Tom mormorò un grazie, quindi mise due cucchiaini di zucchero e mandò giù l’intruglio tutto d’un fiato. Cominciò a sentirsi subito meglio. Allungò il denaro sul bancone, salutò ed uscì.

    Rimontò sul veicolo; la strada era ancora lunga e lui non poteva permettersi di perdere altro tempo. Guidò per altre dieci ore giungendo in vista della fine del tragitto. Un edificio di sei piani con una enorme H sulla cima. Era l’unica cosa che riusciva a distinguere con chiarezza. La sua vista era ormai annebbiata ed il veicolo procedeva seguendo le istruzioni impartite dal suo cervello in base alla mappa fornita dal navigatore satellitare. Arrivò al parcheggio e si fermò. C’era un’ultima cosa da fare per portare a termine la missione, suonare il clacson. Lo fece, dopodiché attese.

    Alcune persone uscirono di corsa dall’edificio. Due di loro aprirono il retro del veicolo e prelevarono il carico, un piccolo contenitore refrigerante, mentre le altre andarono da Tom. Sentì che gli levavano gli spinotti e che lo sollevavano di peso per adagiarlo su una barella. Faticava a respirare così gli applicarono una maschera per l’ossigeno. Venne trasportato all’interno e assalito dal vociare confuso della gente. Poi tutto tacque e si ritrovò in una stanza privata.

    “Tom? Mi senti?” gli chiese qualcuno

    Non conosceva quella voce.

    “Si, ma non riesco a vederti.”

    “Non preoccuparti ora. Hai fatto il tuo dovere e siamo tutti orgogliosi di te.”

    Le persone che lo avevano accompagnato lì, lasciarono la stanza ed attesero che il segnale della macchina che lo monitorava emettesse il beep dell’encefalogramma piatto. Un’altra vita era stata sacrificata per salvarne un’altra. Dopo alcune ore giunse la notizia che il cuore trasportato da Tom era stato trapiantato con successo.

    La famiglia di Tom avrebbe incassato l’assegno per il servizio reso. Lui venne sepolto nella cappella dell’ospedale insieme a tutti gli altri portantini. Li chiamavano così, anche se forse era un termine improprio. Erano persone addette alla guida dei mezzi telepatici, i soli in grado di trasportare organi umani per il trapianto attraverso lunghe distanze. Tali mezzi purtroppo consumavano le energie mentali dei guidatori fino a ridurli in coma. Da lì alla morte il passo era breve.

    Tutti loro erano riusciti a portare a termine la loro missione. Erano degli eroi.

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  LA  PROCESSIONE

 

    “Alos, vuoi venire via da quel telescopio? Si o no?” disse Alma puntando i suoi due occhioni rosa sul suo amico

    “Hai ragione, scusa.”

    Alos spense il macchinario e si alzò in tutti i suoi due metri e mezzo di altezza. I lunghi capelli biondi e fini erano raccolti in tre trecce che partivano dall’attaccatura frontale e correvano giù lungo tutta la schiena. Alma era alta quanto lui, ma i suoi capelli erano biondi e corti e pettinati all’indietro, come voleva la moda per le donne. Entrambi indossavano lunghe tuniche nere che si stagliavano sulla pelle diafana.

    “Mi devi perdonare Alma, se passo gran parte del mio tempo a guardare dentro questo telescopio, ma è così affascinante osservare quel grosso pianeta intorno al quale ruotiamo. I suoi abitanti… dovresti vederli, hanno la pelle più scura della nostra e vivono per la maggior parte del tempo illuminati dal pianeta infuocato.”

    “Davvero?”

    “Oh Alma, immagino che tu non lo trovi così interessante.”

    “Infatti, ma tu ne parli con tanto trasporto che riesci a coinvolgere anche me. E dimmi, come passano il loro tempo questi esseri?”

    “Fanno tante cose, ma tra le altre, rendono omaggio al nostro pianeta.”

    “In che modo?”

    “C’è un periodo del loro tempo in cui il nostro pianeta è più visibile nel loro cielo. Bene, a volte capita che si riuniscano in gruppi e camminino per le strade con bastoni luminosi in mano.”

    “Da che cosa capisci che è un omaggio al nostro pianeta?”

    “Perché lo fanno sempre quando noi siamo visibili.”

    “Ma credi che sappiano della nostra esistenza?”

    “E’ altamente probabile. Durante queste loro passeggiate seguono una riproduzione di una donna e ci sono buone probabilità che sia la nostra Imperatrice Aleandra.”

    “Che sciocchezza Alos, come potrebbero sapere della nostra esistenza? E poi perché dovrebbero voler rendere omaggio all’Imperatrice di Lunaria? Adesso andiamo o faremo tardi. Sai bene che la cerimonia non può avere inizio senza di te.”

    I due lasciarono il Palazzo per raggiungere i sudditi che si erano riuniti nel luogo noto come il mare della tranquillità. Al loro arrivo la folla si aprì in due per permettere all’Imperatrice di prendere il posto di guida. Quindi tutti azionarono i loro bastoni luminosi e presero a seguirla.

 

    La processione ebbe inizio…

 

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LA  PECORA  SMARRITA

 

    Anno del Signore 2204

 

    L’almanacco era aperto a pagina 302 e padre O’Brien si apprestava a recitare l’omelia. L’edificio di adorazione era gremito e la folla si accalcava per ascoltare la parola. Tutt’intorno il cordone della polizia di Stato vigilava che non ci fossero disordini. Quando padre O’Brien ebbe terminato la gente cominciò a disperdersi. Rimase solo una vecchietta dai capelli bianchi e dai profondi occhi azzurri, seduta al primo bancone. I soldati si mossero per andare a stringersi intorno al Predicatore. L’uomo chiuse l’almanacco che mandò uno sbuffo di polvere e guardò la donna.

    “Di nuovo qui signora?”

    La vecchietta lo guardò senza proferire parola e il ministro continuò: “Mi chiedo perché continua a venire qui. Lei è l’unica dell’assemblea a non partecipare alla cerimonia di adorazione, eppure è la prima ad arrivare e l’ultima ad andarsene. Cos’è che vuole?”

    La vecchietta si mise in piedi con grande fatica appoggiando tutto il suo peso sul bastone di legno grezzo. Parlò con voce ferma nonostante l’età avanzata: “Lei si fa chiamare padre, ma questa…questa!” disse agitando in aria una mano “Questa non è una chiesa! Voi lo chiamate edificio di adorazione ma cos’è che adorate esattamente? La gente viene qui ad ascoltare la sua omelia ma non ha la minima idea del suo reale significato, non è così…padre? Perciò io continuerò a venire qui ogni giorno e non proferirò parola alcuna fino a che la verità non sarà rivelata. A domani padre.”

    La donna raggiunse zoppicando l’uscita. L’uomo avrebbe voluto fermarla e farsi spiegare. Quell’impulso gli veniva ogni volta ma non trovava mai il coraggio di parlare. Quindi la vide sparire nella luce del pomeriggio morente dopodiché gettò uno sguardo fugace alle volte. Non più drappi e paramenti sacri. Non più ceri e candele ma solo la nuda, triste pietra e l’aria pungente di umidità.

    Padre O’Brien si ritirò nel suo alloggio accompagnato dalla sua scorta personale che non lo abbandonava mai. La sua persona era in costante pericolo ed un comportamento fallace della polizia poteva costargli la vita, come era accaduto per il suo predecessore quando l’edificio di adorazione dall’altra parte della città aveva mandato la sua polizia approfittando di una scarsa presenza di guardie. Il Predicatore si avvicinò alla finestra e guardò fuori giusto in tempo per vedere la sfera rosso fuoco del sole sparire dietro le colline. La città era immersa nella tranquillità della sera. Solo alcune persone si attardavano fuori dai rispettivi edifici di adorazione ma ben presto in giro non ci sarebbe rimasto più nessuno.

    L’uomo si ritirò nella sua camera da letto, l’unica stanza in cui la polizia non lo seguiva, quindi attese il favore delle tenebre per scivolare furtivamente fuori dall’edificio attraverso un passaggio segreto che dalla sua stanza portava direttamente ai giardini esterni. Da lì, camuffato da semplice viandante, raggiunse un palazzo dall’aspetto modesto e si unì alla gente che cominciava ad affollarlo. Individuò la signora dai capelli bianchi che ogni giorno ascoltava la sua omelia senza prendervi parte.

    La prima volta che l’aveva vista aveva capito immediatamente da dove veniva e non era passato molto tempo che aveva cominciato a seguirla ogni notte sin lì. Si guardò velocemente intorno. Drappi, ceri e quadri che raffiguravano scene di un’antica religione. Un altare…Un uomo apparve con in mano un almanacco simile al suo.

    Egli parlò così: “Dal vangelo secondo…”

    Ed ecco la folla si mosse come un sol uomo. Padre O’Brien sentì le gambe indebolirsi e la sua convinzione venire meno. Ed ecco che le ginocchia, vincendo ogni resistenza, iniziarono a piegarsi fino a toccare terra. E l’assemblea riunita ascoltò la parola di Dio.

 

  FINE

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  LA  LEGGENDA  DEI  BOSCHI

    Ricordo ancora il giorno in cui sentii parlare per la prima volta della Leggenda dei Boschi che circondavano Thardholin. Fu un vecchio abitante a parlarmene. Io avevo già quattro ere e me ne rimanevano molte altre, ma rimasi ugualmente impressionato.

    Ma che sbadato che sono! Non mi sono neanche presentato. Il mio nome è Raphael O’ Brien e sono qui per raccontarvi la verità sulla popolazione di Thardholin. Siamo un popolo di astrologi e geologi, ma ci interessiamo anche del passato e delle sue tracce nel presente, per capire da dove veniamo e dove stiamo andando.

   

    La mia storia ha inizio quando un mattino Ron McHallow venne a farmi visita e fu in quell’occasione che sentii parlare ancora della Leggenda dei Boschi. I McHallow abitano subito dopo il fiume ad est, a ridosso dei boschi. Se Ron aveva fatto tutta quella strada per venire da me, doveva avere un buon motivo, quindi lo feci entrare in casa.

    “Cosa ti porta da queste parti Ron?”

    “Scusami se ti ho disturbato Raphael, ma dovevo parlarne con qualcuno.”

    Qualcosa preoccupava Ron McHallow, lo capii dal modo in cui si tormentava le basette. A parte quel particolare e il guizzare delle cellule fotoelettriche il suo volto di lucido metallo non mi diceva nient’altro.

    Lo fissai e lui capì di avere tutta la mia attenzione, quindi iniziò a raccontare. La notte prima era uscito alla ricerca di un buon posto per osservare le stelle e senza rendersene conto si era spinto oltre la prima linea boschiva. Voleva tornare indietro ma si era imbattuto in una costruzione seminascosta dalla vegetazione. Ci tenne a sottolineare che si trattava di una costruzione in roccia levigata. Ad un certo punto aveva sentito un fruscio alle sue spalle ed era scappato.

    Riflettei bene prima di rispondere. Ron non era certo il primo che veniva a raccontarmi di strani ritrovamenti nel bosco e fruscii sospetti, ma il particolare della roccia levigata mi indusse a credere che ci fosse qualcosa di vero nella storia.

    “Sapresti tornarci Ron?”

    “Non ne sono sicuro. Forse osservando le stelle potrei riuscire a ritrovare il posto, ma se devo essere sincero non ho molta voglia di farlo.”

    “Però tu sai che potrebbe essere importante. La roccia levigata…”

    “Lo so Raphael, conosco anch’io la Leggenda dei Boschi. Credi che finalmente abbiamo trovato il luogo che vi viene descritto?”

    “C’è solo un abitante di Thardholin che può saperlo.”

    “Stai forse pensando a Randal O’ Connor? Vai tu a parlargliene se vuoi. Io in quel posto non ci metto piede e non voglio avere niente a che fare con quei mostri.”

    “Sei ingiusto Ron. Gli O’ Connor sono diversi, tutto qui. Comunque non venire se non vuoi. Andrò io e poi ti riferirò.”

    Ron annuì e se ne andò. Non correva buon sangue tra i Mc Hallow e gli O’ Connor, questo era risaputo, ma gli O’ Connor erano praticamente malvisti da tutti ed è per questo che vivevano nelle paludi ad ovest, dove nessuno si avventurava mai e lasciava che vivessero una vita isolata. Il motivo di tanto disprezzo era il loro aspetto. Essi erano diversi dagli altri abitanti di Thardholin ed alcuni pensavano addirittura che non appartenessero alla nostra razza.

    Quel pomeriggio mi recai alle paludi e chiesi di poter parlare con Randal O’ Connor. Lo trovai nella sua abitazione intento a leggere. Quando si accorse della mia presenza alzò lo sguardo fissando il vuoto. Aveva degli occhi terribili. Non erano cellule fotoelettriche ma occhi di materia organica completamente opachi. Per ironia della sorte Randal O’ Connor era diverso persino dagli appartenenti al suo stesso gruppo, che avevano degli occhi organici di diverse colorazioni in grado di vedere. Randal, invece, era cieco ed i suoi occhi trasparenti uscivano da zone organiche della sua faccia di metallo.

    “Che cosa leggi?” chiesi

    “E’ un libro ad ultrasuoni che parla di geologia. Ormai ho letto quasi tutti i libri di questo genere e non credo che ne rimangano molti altri. Perché sei venuto O’ Brien?”

    Gli raccontai della conversazione con Ron.

    “Un McHallow dici? Visionari! Ecco che cosa sono! Ma tu sei venuto da me, il che vuol dire che ci credi.”

    “Secondo te non dovrei?”

    “Al contrario! Noi O’ Connor siamo sempre stati dell’idea che ci fosse qualcosa da scoprire, ma voi preferite credere alle favole! Non esiste alcuna Leggenda! Solo la verità!”

    Lo fissai. Randal era uno dei massimi espositori della Teoria degli Stadi, secondo la quale il popolo di Thardholin si sarebbe formato attraverso diversi stadi dell’evoluzione di cui gli O’ Connor costituivano il primo gradino. Questa teoria non riscuoteva molto successo, dato che agli abitanti di Thardholin non andava di pensare che ci fosse davvero un legame di parentela, seppure alla lontana, con gli O’ Connor. Da parte mia, ogni tanto mi soffermavo a riflettere sulle differenze esistenti sui vari gruppi che abitavano le diverse zone di Thardholin. Gli O’ Brien, per esempio, non avevano quei buffi ciuffi di pelo sulla faccia come i McHallow.

    “Va bene Randal, allora che ne dici se ci facciamo guidare da Ron e vediamo di scoprire una buona volta questa verità?”

    “Io non ho nulla in contrario se a McHallow sta bene.”

    Annuii: “Allora domani passo a prenderti in serata.”

    Sulla via del ritorno passai a casa di Ron e gli riferii l’intera conversazione. Gli dissi anche che era necessario tornare sul luogo, che O’ Connor avrebbe dovuto accompagnarci e che quindi quella sera doveva studiare il cielo per individuare il punto esatto. Non fu entusiasta dell’idea, ma poi disse che avrebbe cercato altri che potessero aiutarci.

    L’indomani verso l’imbrunire andai a prendere Randal alle paludi. Avevo dato appuntamento a Ron a casa mia e quando vi arrivammo, io e Randal lo trovammo in compagnia di Robert McNamara. Mi sorpresi di vedere lì un McNamara, dato che il suo gruppo viveva a nord, proprio sotto le cascate. Erano gli unici in grado di sopportarne il terribile rumore avendo un udito non troppo sviluppato dovuto a curiose escrescenze organiche ai lati della testa.

    Ron squadrò Randal da capo a piedi prima di parlare: “Ieri sera ho calcolato il punto esatto e quindi possiamo andare. Ho chiesto a Robert McNamara di accompagnarci e Reno O’ Cullister ci aspetta all’entrata dei boschi.

    Annuii senza commentare e ci avviammo che era ormai notte. Ron faceva strada e proprio al di là del fiume incontrammo Reno O’ Cullister.

    “Salve a tutti.” ci salutò mettendo in evidenza quelle orribili protuberanze ossee che aveva in bocca e che erano il segno distintivo degli abitanti del sud

    Ricambiammo il saluto e continuammo a camminare.

    “Ma che bel gruppetto assortito!” se ne uscì Randal “Un O’ Connor, un O’ Brien, un McNamara ed un O’ Cullister guidati da un McHallow alla ricerca della verità perduta.”

    “Piantala!” esclamò Ron “Nessuno ti ha costretto a venire.”

    “Ron…” intervenni “Porta un po’ di rispetto.”

    Non che mi piacesse il modo di fare di Randal ma era il più vecchio tra di noi e come tale andava rispettato.

    “Ecco!” disse Ron ad un tratto “Questo è il posto.”

    Mi guardai intorno e quando individuai la roccia levigata vi appoggiai la mia mano e quella di Randal.

    “Non c’è alcun dubbio.” mormorò O’ Connor “Si tratta di un manufatto.”

    “Va bene, e con ciò?” chiese McNamara avvicinandosi. Non voleva perdersi nemmeno una parola della conversazione.

    “Figliolo, questo potrebbe essere benissimo il posto descritto dalla vostra Leggenda. Dovete cercare un’entrata!” continuò Randal

    Gli lasciai il braccio che fino ad allora avevo tenuto stretto per fargli da guida e ci sparpagliammo tutt’intorno alla roccia.

    “Da questa parte!” gridò O’ Cullister

    Recuperai Randal e ci radunammo tutti davanti all’entrata buia, quindi regolammo le cellule fotoelettriche per la visione al buio e ci avventurammo all’interno. Le pareti del cunicolo erano intarsiate. Era sicuramente opera di un’intelligenza, ma negli annali di Thardholin non c’era nulla al riguardo. Qualcuno…qualcuno non appartenente alla nostra razza doveva aver realizzato quegli intarsi.

    Il cunicolo si allargò in una grotta enorme che conteneva alcuni resti di una precedente civiltà.

    “Qualcuno di voi ha idea di che posto è questo?” chiese Ron

    “Coraggio descrivete!” ordinò Randal con una punta di impazienza

    “Ci sono dei tavoli orizzontali, disposti su due file. Sei in tutto.” dissi “E poi tutt’intorno dei vecchi armadietti, strani strumenti a punta e macchine. Tante macchine. E poi ci sono degli schermi addossati alle pareti e diversi pulsanti.”

    McNamara e O’ Cullister si erano appunto avvicinati a questi schermi e avevano spinto qualche pulsante per prova. Uno di questi scatenò una reazione che ci colse tutti di sorpresa. Si accese all’improvviso proiettando l’immagine a mezzo busto di un essere. Non apparteneva al popolo di Thardholin, di questo ne ero certo. Non aveva niente che fosse di metallo, anche se aveva gli occhi degli O’ Connor, quelle protuberanze ossee degli O’ Cullister, le curiose escrescenze dei McNamara e i ciuffi di peli dei McHallow che gli coprivano tutta la testa.

    L’immagine era molto disturbata e ad un certo punto si attivò il sonoro.

    <Il…nome…Dottor… Benjamin… Olster… state…ascoltando… trasmissione…mio lavoro…buoni frutti. L’essere umano…stanco… imperfetto… trasformato…essere superiore: robot…fare…tanti esperimenti… arrivati a…creare  essere umano…perfetto. Tutto metallo…senza nulla…organico…a parte….>

    La trasmissione si interruppe e rimanemmo tutti a fissare lo schermo nero.

    “Credo che dopotutto abbiamo fatto tutta questa strada per nulla.” dissi

    “Già!” convenne O’ Connor “Ve l’avevo detto io che la Leggenda non avrebbe portato a nulla.”

    Ron si stava tormentando le basette. McNamara e O’ Cullister stavano fissando i pulsanti, ma senza avere la minima intenzione di spingerne altri ed assistere così ad altri filmati.

    Ci avviamo nuovamente per il cunicolo ed una volta fuori dalla grotta ci dividemmo. Ormai era quasi l’alba e ognuno tornò alle sue occupazioni. Io riaccompagnai O’ Connor alle paludi e poi mi ritirai nella mia abitazione.

   

    La popolazione di Thardholin aveva cercato la verità a lungo e quando l’aveva trovata l’aveva giudicata troppo assurda per crederci. Nessuno avrebbe mai accettato l’idea che una volta gli abitanti di Thardholin fossero organici e ancor meno che fossero stati creati.

    Randal O’ Connor smise di sostenere la Teoria degli Stadi ed io non sentii più parlare della Leggenda dei Boschi.

    So cosa vi state chiedendo…se anch’io ho qualcosa di organico. Non ne ho idea ma credo che gli O’ Brien siano gli unici ad avvertire un fastidioso tum tum in mezzo al petto.

                                                                           By Raphael O’ Brien

                                               FINE

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L’ARCADIA

 

    “La città di Arcadia è lieta di ospitare per il decimo anno consecutivo il Raduno degli Scrittori, in occasione del quale verrà assegnato il premio al miglior elaborato.”

    Così recitava lo striscione olografico posto proprio sopra l’ingresso ad arco della città, nella quale confluivano Scrittori provenienti da ogni angolo del pianeta.

    Il Raduno degli Scrittori era un evento di grande importanza che prendeva il nome da un’antica associazione letteraria. Il termine “Scrittori” in verità era abbastanza obsoleto, dal momento che l’arte della scrittura aveva cessato di esistere molti anni prima per lasciare il posto all’interpretazione del pensiero da parte di robot telepatici. Era così nata una nuova generazione di Aedi ognuno dei quali possedeva un robot in grado di leggere la sua mente e di memorizzare tutti i suoi elaborati. La gara che si svolgeva durante il Raduno consisteva nel far salire a turno sul palco i robot telepatici affinché declamassero il racconto in gara sotto la guida dei rispettivi proprietari. Al Raduno si poteva prendere parte solo previo invito e alla gara potevano assistere solo gli Scrittori accompagnati dai loro robot.

    Olimpio ed Euripide se ne stavano in un bar a rinfrescarsi la gola prima dell’inizio della gara con i loro due robot in piedi al loro fianco.

    “Secondo te chi vincerà quest’anno?” chiese Olimpio

    “Non saprei. Ormai il livello degli elaborati è sceso a tal punto che non è rimasto nulla di nuovo che valga la pena di essere declamato.”

    “Vuoi dire che non prenderai parte alla gara?”

    “Non ci rinuncerei per nulla al mondo! Sto solo dicendo che la giuria dovrà abbassare il target se vuole scovare un elaborato degno di essere premiato.”

    “Stai dimenticando che quest’anno è stata introdotta una novità. Oltre ad ascoltare la declamazione, gli Scrittori la vivranno in prima persona, dato che il robot proietterà i nostri pensieri nelle menti di coloro che ci stanno ascoltando.”

    Euripide si limitò ad annuire assumendo un’espressione non troppo convinta.

 

    Orione, in assoluto il partecipante più anziano, fece il suo ingresso in Arcadia seguito da R. Orione, più alto di lui di circa mezzo metro. Dato che la gara stava per avere inizio andò subito a prendere accordi con gli organizzatori e a prepararsi per quando sarebbe stato il suo turno. L’ordine in cui i robot dovevano salire sul palco venne tirato a sorte e a R. Orione toccò l’ultimo turno della giornata. Ne sarebbero seguite altre per un totale di venti racconti a giornata, ma solo uno alla fine sarebbe risultato vincitore.

    Quando venne il suo turno R. Orione salì sul palco e Orione prese posto di fronte a lui. Mentre il robot si collegava contemporaneamente alla sua e alla mente di tutti i presenti, sul palco vennero portati un tavolo, una sedia, alcuni fogli ed una penna. Un mormorio sommesso si levò tra il pubblico, mentre R. Orione prendeva posto sulla sedia di legno che scricchiolò sotto il suo peso. Prese la penna nella mano destra e cominciò a scrivere qualcosa sul foglio. Il racconto aveva avuto inizio e tutti assistettero affascinati alla storia della Scrittura, dalla sua nascita fino alla sua scomparsa.

    I più sensibili tra gli spettatori versarono calde lacrime mentre nelle loro menti rivivevano l’emozione ormai andata perduta di stringere una penna nella propria mano, di vincere la resistenza opposta dal foglio e del dolore che si provava ai muscoli del braccio dopo aver scritto per diverse ore di seguito in preda all’ispirazione. Poi osservarono sgomenti un foglio scritto da un essere umano, un foglio che Orione stringeva tra le mani commosso e che risaliva al lontano 2050, il tempo della Grande Guerra che gli aveva portato via il suo unico figlio. Ormai trasformato in reliquia, quel foglio rappresentava un bene a cui l’umanità si era affrettata a rinunciare per rivolgersi al mezzo tecnologico ed impersonale. L’avvento dei robot telepatici aveva trasformato ciò che restava della scrittura in una serie di impulsi trasmessi ad un cervello artificiale.

    R. Orione aveva scritto per tutta la durata del racconto riportando alcuni tra i più toccanti pensieri espressi dagli “Scrittori” sull’arte della Scrittura. Orione vinse il primo premio per il suo elaborato ed in seguito alla sua vittoria gli organizzatori decisero che l’undicesimo Raduno degli Scrittori avrebbe ospitato al suo interno una gara di elaborati scritti dai robot telepatici seguendo i pensieri dei loro proprietari.

    Orione si sentì soddisfatto per la sua vincita anche se aveva sperato di poter far tornare di moda la Scrittura. Evidentemente, però, l’umanità non era ancora pronta.

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IL SAGGIO DI DANZA

 

    Dopo i violenti temporali del pomeriggio, il tempo sembrava essersi rimesso e la serata prometteva bene. Tess tirò un sospiro di sollievo, osservando le stelle che occhieggiavano tra gli strati di nubi che ancora se ne andavano a zonzo nel cielo. Tra poco toccava a lei. Strinse tra le mani il microfono. Doveva uscire e presentare il saggio della palestra Placet, dove, per la prima volta in assoluto, tutti gli allievi avrebbero avuto la possibilità di dare prova della loro abilità e bravura.

    Quando arrivò il momento Tess uscì e si portò di fronte al pubblico. Soffiava una piacevole brezza di giugno e i fari a terra illuminavano gli strass del suo vestito nero. Tutta quella luce le impediva di vedere le facce degli spettatori, ma la piazza era gremita; questo era l’importante.

    “E’ con grande piacere che sono stata chiamata per presentare a voi tutti il saggio della palestra Placet, i cui allievi si sono preparati per questa occasione con massimo impegno. Senza stare a dilungarmi troppo, vorrei presentarvi il gruppo delle ginnaste dai tre ai cinque anni di età, seguito da quello dai sette agli undici.”

    Tess si ritirò dietro le quinte mentre il palco veniva invaso da una decina di bambini armati di palle e corde. Poi fu la volta dei bambini più grandi a cui spettava un esercizio di coordinazione di difficoltà ben più elevata. Il pubblico applaudiva e sembrava divertirsi.

    <Bene.> pensò Tess <Se tutto va come previsto magari ci permetteranno di ripetere il saggio anche il prossimo anno e chissà…anche quello dopo ancora.>

    Quindi uscì nuovamente sul palco: “Vorrei adesso presentarvi le nostre hip-poppers che per abiti e musiche si ispirano ad uno stile in voga alcuni anni fa ma che loro hanno voluto riportare all’attenzione dei nostri tempi.”

    Mentre la musica partiva le assi del palco scricchiolarono sotto il peso di due corpi di ballo che si alternarono in movenze che nessuno vedeva più ormai da tanto. Poi fu la volta della danza del ventre che suscitò non poca ammirazione da parte del pubblico. La ballerina, vestita con abiti che molti anni prima sarebbero stati definiti esotici, si muoveva con scatti del bacino che andavano a ritmo di musica.

    “Io non riuscirei mai a muovermi così.” commentò qualcuno tra il pubblico

    Tess uscì di nuovo sul palco: “Diamo ora spazio ai nostri istruttori che per un anno intero hanno preparato questi ragazzi con passione e competenza e che ora vogliono esibirsi accompagnati dai loro allievi più assidui e appassionati.”

     Arrivarono così i grandi, quelli che sul palco sanno veramente stupire. Con una coreografia mixata tra il divertente e il professionale diedero prova della loro bravura.

    Il saggio si concluse con un numero che vedeva coinvolti tutti gli allievi. Dopo i dovuti ringraziamenti, Tess cedette all’antica debolezza di augurare a tutti la buona notte.

    “Hai visto che straordinario senso del ritmo?” chiese R.KyLe 101

    “Già. Io non riuscirei mai a muovermi così.” rispose R.RoSy 200

    Il pubblico di robot si disperse e gli esseri umani rimasero a congratularsi tra di loro.

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pubblicato il 02 Marzo 2001

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