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22 DICEMBRE
COM’ERO. IL MIO STATO D’ANIMO
Avevo 19
anni, sì, solo 19 anni, l’età più bella, sentivo dire
dagli altri; l’età che tutti desidererebbero avere e
magari mantenerla per sempre, a dispetto del tempo. Ma
io, io non ero felice. Era come se quella bellissima età
non mi appartenesse, o meglio non fosse stata mai mia.
Se dovessi giudicarmi per com’ero allora, con gli occhi
obiettivi e più maturi di adesso, probabilmente mi
verrebbe facile dedurre che ero completamente immaturo,
vittimista, strano e aggiungerei anche un po’ folle,
anzi del tutto folle, ma d’una follia che rasenta la
creatività, una follia sinonimo di stranezza, tipica di
quelle anime elette, fragili, eternamente insoddisfatte
che identificano nei sogni la loro voglia d’evasione, il
desiderio, anzi il bisogno, di protendersi verso
l’agognata libertà assoluta, unica àncora di salvezza
contro gli abissi del dolore. Continuando a guardarmi
con gli occhi di adesso, devo ammettere che oltre ad
essere o voler sembrare folle, avevo radicata in me sin
dalla nascita, una sorta di tristezza senza guarigione,
desolata e abbandonata, senza una motivazione plausibile
che la giustificasse. Una strana tristezza che io, un
po’ ingenuamente, ritenevo potesse essere prerogativa
dei geni incompresi e che contribuiva negativamente a
farmi isolare sempre più dai miei coetanei, dai miei
genitori, dal mondo che mi circondava e che appariva ai
miei occhi tutto sbagliato.
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