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Diego Balestri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIODIVERSITA’

 

Biodiversità…cosa vorrà mai dire questa parola? Quale significato si cela dietro di essa? Sappiamo tutti che la massiccia industrializzazione a livello mondiale sta causando ingenti danni all’ecosistema. L’effetto serra sta aumentando, e molte specie di animali e piante si stanno estinguendo. Questo perché l’azione antropica sta alterando proprio la biodiversità, cioè la meravigliosa vastità delle specie terrestri. Inquinare causa dei danni, e inevitabilmente chi semina vento prima o poi raccoglie tempesta. Questo significa che ciò che state per leggere potrebbe accadere davvero. E potrebbe accadere anche a voi …. Proprio nella vostra città…E FORSE ANCHE NELLA VOSTRA CAMERA DA LETTO.
Non mi credete? Leggete questa storia e capirete.

La pendola del salotto batté in quel preciso istante le dieci della sera. Michela e Patrizia se ne stavano comodamente adagiate sul divano, osservando le fiamme che avvolgevano e consumavano lentamente i tronchi di legno nel camino.
Se qualcuno di voi è passato per caso da Ponte Antico, senza dubbio ne sarà rimasto colpito in senso negativo. Un paese minuscolo, tetro ed angusto: e i giovani certamente non potevano avervi futuro.
Michela, date le scarse possibilità che offriva il suo modesto borgo, aveva più volte manifestato l’intenzione di iscriversi all’Università della città più vicina. Ma Patrizia, la sua amica inseparabile, non l’avrebbe seguita in questa avventura. Per il momento si era trovata un modesto impiego come commessa nel negozio di Mino (l’unico di generi alimentari che c’era a Ponte Antico) ed era contenta così.
Come vi ho già detto, le due ragazze erano amiche intime. Ed anche molto altruiste. Ed è per questo motivo che si erano offerte volontarie per aiutare la signora Nelia, una brava donna paralizzata, in carrozzella da molti anni, e rimasta vedova recentemente. Nelia si era assentata da qualche ora, portata dal nipote a trovare una vecchia amica, portando con sé dei fiori. Fiori freschi e profumati. L’aroma era così forte che era rimasto ancora nella casa. E nelle narici di Michela. Questa si sedette sul divano ed iniziò a sospirare.
“Mi chiedo perché” disse “l’essere umano non riesca a comprendere il prezioso valore della natura che gli sta intorno. Davvero assurdo” Quel profumo le aveva fatto venire in mente il suo Leonardo, l’uomo col quale provava le gioie dell’amore e del sesso. Capitava spesso che lui le regalasse dei fiori e componesse per lei delle poesie. Era molto romantico.
Vi ho parlato poc’anzi della biodiversità. Gli stupidi ed ottusi abitanti del paese, abituati a parlare di partite di calcio ed altre futilità, non comprendono certamente il suo alto significato. Ma essa c’è, esiste. Riguarda anche l’essere umano. Come pure lo stesso Leonardo. Ed era un grande impegno per lui, dal momento che era un biologo. Condivideva con Michela il grande amore per la natura.
“Perché ci mette così tanto a tornare la signora Nelia?” chiese Patrizia;
“Cosa vuoi che ne sappia?” sbuffò Michela “Mi chiedo piuttosto come faccia a trascorrere gli inverni senza un moderno impianto di riscaldamento…mah” disse strofinandosi le braccia.
Michela non era molto alta, aveva bellissimi capelli corvini lunghi e lisci e due adorabili occhi celesti; vestiva sempre con eleganza e non le piacevano affatto gli indumenti sportivi. Al contrario di Patrizia che amava il casual.
“Che seccatura…cosa facciamo adesso?” brontolò Michela.
Si era adagiata sulla poltrona. Il rumore del crepitio della legna la fece scivolare velocemente nel sonno. La destò la voce squillante della sua amica:
“Guarda, Michi…gli scacchi!” esultò;
“Cosa?”
“Ci sono degli scacchi là su quel tavolo”
Erano scacchi, di colore bianco e blu. Ma non erano fatti di legno o plastica, bensì in alabastro. In fin dei conti non erano stati fabbricati per giocare, ma soltanto per fare scena; l’intero insieme era quindi da considerarsi un soprammobile. Senza perdere tempo, Patrizia andò a prendere il tutto e lo portò sopra il tavolino:
“Così il tempo ci passerà, non credi?” disse entusiasta. Michela invece non condivideva per niente il fervore dell’amica.
“Io lo trovo un gioco noioso. In ogni modo, se ci tieni tanto…” mugugnò. A malapena si ricordava quali fossero le regole. Proprio non vedeva l’ora di andarsene a dormire.
Le due amiche continuarono a giocare una partita dopo l’altra finché la pendola non scoccò la mezzanotte in punto. Quel grave suono le paralizzò entrambe. Patrizia rimase con la mano a mezz’aria intenta a sorreggere la torre.
“Oddio, non dirmi che già è mezzanotte…ma com’è possibile?”
“Avevi così tanto timore di non sapere come passare il tempo. Sarai contenta, adesso!” ironizzò Michela. Patrizia continuò a rimanere immobile come una statua di sale, lei invece si alzò in piedi:
“Ma che fine avrà fatto la signora Nelia? Non le sarà mica successo qualcosa?” si chiese preoccupata;
“Prova a chiamarla col cellulare” le suggerì Patrizia;
“Lei è rimasta all’età della pietra” sbuffò Michela “Non ce l’ha. E non ha nemmeno intenzione di comperarselo, a quanto ho capito”. Già, il progresso avanza. Il mondo cambia, ma c’è chi si ostina a non adattarsi alle novità. Ad esempio, c’è chi si serve dei computer portatili della Texas Instruments e chi invece continua a scrivere documenti con la vecchia Olivetti lettera 32.
Proprio in quel momento udirono il rumore di un’auto. Forse era lei. Infatti era così.
Il nipote la fece uscire dall’auto la mise in carrozzella e la condusse in casa. La donna si scusò prontamente con le due amiche. Si immaginava bene che sarebbero state in pensiero per lei.
“Scusatemi, ho avuto da fare. Mi sono fermata a casa di una mia vecchia amica, purtroppo quando sei a chiacchierare il tempo passa così velocemente che non te ne accorgi” sospirò.
“Beh, finalmente possiamo andare a dormire” esultò Michela.
La donna si fece condurre al piano di sopra ove mostrò loro la camera. La casa aveva soltanto due stanze per dormire: ed in entrambe c’era un letto matrimoniale.
“Non c’è un letto singolo?” chiese Patrizia;
“Purtroppo no, questa era la stanza di nostra figlia, poi lei si è sposata e se n’è andata, lasciandomi sola” sospirò la donna.
Nelia appoggiò la candela sul comodino. La sua luce tremolante illuminava la piccola stanza ed i loro volti. Una candela era necessaria poiché la lampada del soffitto non funzionava. La stanza era piccola e candida: tutto al suo interno era di colore bianco. Il letto, l’armadio in fondo alla parete e le lunghe tende della finestra. Le due ragazze indossarono velocemente il pigiama ed entrarono sotto le coperte. Michela soffiò sulla fiamma regalando così la stanza all’oscurità.
Forse a Michela non importava niente di starsene in quella stanza fredda immersa nel buio più totale, ma a Patrizia sì. Non le piaceva affatto. Si era sempre ritenuta una persona coraggiosa, ma anche alla persona più ardimentosa può capitare di scoprire la paura. Il buio, si sa, è un contenitore infinito, e può celare molti misteri. E anche voi, non venite a dirmi che non avete mai provato una forte sensazione di disagio a starvene da soli in una stanza in assenza di luce. Non è forse così?
“Michi, stai dormendo già?…”mormorò improvvisamente Patrizia. La sua voce aveva il timbro sgomento. Pareva quella di una bambina che era stata appena costretta a mandare giù un cucchiaio di sciroppo amaro.
“Vorrei tanto” sbuffò “Che cosa c’è?”
“C’è che…beh, io sento un freddo cane”
“Lo credo bene, non c’è riscaldamento in questa casa” le ricordò;
“E ora che facciamo?”
“ Cosa vuoi fare? Dormiamo, no?”
“Se almeno ci fosse una stufa a legna in questa stanza…”
Michela si mise a ridere:
“Certo. Così, imbranata come sei, daresti fuoco alle tende. Dormi, va, che è meglio”
La biodiversità entra dappertutto, di soppiatto. Silenziosa si insinua nelle piccole case. Lenta ma inesorabile essa arriva, strisciando nel buio. Anche se le due amiche non potevano vederla, essa c’era. E in quel momento era lì. Era nel buio, e c’era anche per loro.
Dopo qualche minuto, Patrizia parlò di nuovo:
“Michi, stai dormendo già?”
“Ora non più. Che cosa c’è ancora?” mugugnò.
“Domani è San Valentino, hai già scelto il regalo per Leonardo?”
“Sì. Si tratta di un regalo molto speciale” ridacchiò;
“Scusa, non volevo parlarti di questo …c’è un’altra cosa. Ma…non so se è il caso…”
“E di che si tratta? Spero che non sia una cosa lunga, perché a quest’ora sarà già l’una di notte” brontolò lei;
“Beh, si tratta di Fernando, il ragazzo che abitava nella casa vicino al vecchio cinema”
“E allora?”
“Sono iniziate a circolare strane voci in paese”
Michela sbuffò. Ci mancava soltanto questa, adesso.
“Uffa, ancora con questa storia? Si può sapere perché diavolo la tiri fuori adesso e a quest’ora? Vuoi fare come i bambini che si raccontano le storie del terrore la sera, prima di andare a letto? Così ci spaventiamo tutte e due ed è la volta buona che trascorriamo l’intera notte ad occhi spalancati nel buio”
“Sì, ma dicono cose strane in paese. Sai che suo padre lavora alla DMM?”
“Alla…cosa?”
“E’ la ditta che ha eseguito i lavori per installare le antenne dei ripetitori. Dicono che quelle installate in cima alla collina che sovrasta il paese hanno generato un forte elettrosmog in tutta la vallata. E dicono che esso ha causato degli…strani effetti sulla gente”
Aveva fatto una pausa di una buona manciata di secondi prima di continuare. Sì, il timbro della sua voce lasciare trapelare una certa di paura che si era insinuata in lei. Come un piccolo granello di sabbia in un macchinario. Dopotutto, non era niente di speciale. Era solamente una triste storia di un giovane ragazzo ucciso da un ladro entrato nella sua casa. Ma questo ladro, a giudizio di chi lo aveva visto sgattaiolare via, aveva qualcosa di strano.
“Sì, certo…si chiama alterazione genetica. Ma spero che non vorrai crederci pure tu, adesso”
“No, è che…hai sentito anche tu a quello che hanno raccontato in paese, no?”
In quel preciso istante iniziò a sollevarsi un forte vento. Le persiane venivano fatte sbattere continuamente contro i ganci che le sostenevano. Patrizia temette che si potessero rompere.
“Adesso Non fare finta di non sentire, cribbio. Hai sentito che cosa hanno detto oppure no?”
Dannazione a te, pensò lei. Certo che l’ho sentito dire. Tutti l’avevano sentito dire. Ma preferivano non pensarci. Anche Michela preferiva tergiversare. Anzi, si chiese per quale assurdo motivo alla sua amica fosse venuta la malsana idea di parlare di quella dannata storia proprio in quel momento.
“Sì, hanno detto che quando hanno ritrovato il suo assassino era come metamorfizzato. Al posto delle gambe aveva due grossi rami che si muovevano autonomamente. Come fosse una pianta umana. Al punto da sembrare quasi il protagonista di un racconto di Ramsey Campbell. O di Clive Barker” …detto questo si mise a ridere. Michela aveva adottato questo termine di paragone perché era una grande appassionata di letteratura del brivido. E Patrizia lo sapeva bene.
“Non prendermi in giro, dannazione…tu ed il tuo Clive Barker! Ma ci credi o no?”
“Sono tutte idiozie. E adesso dormi…”
“Ma…”
“Niente ma. Buonanotte e sogni d’oro” disse Michela voltandosi dall’altra parte. Affondò la testa nel cuscino e si addormentò. Ma il suo sonno durò ben poco, perché pochi istanti dopo fu destata per l’ennesima volta:
“Michela, c’è qualcuno!”
“Cosa?”
“C’è qualcuno con noi in questa stanza. Non siamo sole” balbettò in preda al panico.
“Cosa? Ma che dici? Ti sei rincretinita?” urlò Michela;
“Non riesco a vederlo ma so che c’è qualcuno. C’è qualcuno in questa maledetta stanza insieme a noi!” disse roteando gli occhi impauriti nel buio alla ricerca del pericolo.
“Sei davvero una stupida, lo vedi cosa succede a parlare di queste cose?”
Patrizia afferrò la sua amica per un braccio terrorizzata:
“Oddio…Qualcosa mi si è attorcigliato attorno ad una gamba. Mi ha preso
“Sei impazzita?”
Patrizia stava urlando, adesso. Urlava e si dimenava come una tarantolata. Michela si mise in ginocchio sul letto e la afferrò per i polsi:
“Santiddio, ma che ti sta succedendo? Stai calma…calmati!”

Michela era spaventata perché inizialmente credeva che la sua amica volesse solamente giocarle uno scherzo. Ma poi si accorse che non era affatto così. Era davvero terrorizzata.
“Oddio, Michela, per l’amor del cielo, aiutami, ti prego…accendi la luce. Accendi la luce”
“E come faccio? Non funziona!”
“Accendi la luce, mio Dio…ACCENDI LA LUCEEEEEEEE…”

Leonardo in quel momento stava guidando la sua vecchia Renault Quattro. Era da considerarsi ormai un pezzo da museo. Lui stava racimolando qualche soldo in più per comperarsene una nuova. Sul cruscotto ricoperto di polvere, c’era una foto formato tessera della sua amata, ed accanto un assortimento di cassette di musica di vari autori tra cui spiccavano i nomi di Vasco Rossi e Luciano Ligabue. D’un tratto il motore iniziò a perdere colpi. Quando la macchina si fermò, il conducente capì che cosa era successo: la benzina era finita.
Leonardo uscì dalla vettura e accecato dalla rabbia iniziò a prendere a calci un pneumatico. La spia era accesa già dal pomeriggio. Doveva provvedere ben prima a rimettere carburante, invece aveva fatto passare troppo tempo.
Sapeva che prima o poi la sua cara vecchia Renault Quattro l’avrebbe tradito. Ma proprio per la vigilia di San Valentino doveva farlo? E in aperta campagna, per giunta?
Sbollita la rabbia, rimase immobile per qualche secondo, ansimando. A poco a poco si stava riappropriando del suo self-control. Si mise a cercare la torcia elettrica. Era un tipo previdente, ne teneva sempre una dentro la vettura, apposta per evenienze come quelle. Puntò il fascio di luce sui sedili. Cercò il suo telefono cellulare, ma quando lo ritrovò ricevette un’altra amara sorpresa: la batteria era scarica.
Perfetto, ci mancava pure questa. Due grane al prezzo di una. E poi? Si dice che non c’è due senza tre. Cos’altro doveva capitargli ancora?
La biodiversità, che studiava con tanto impegno, riempiva gran parte della sua vita, questo era certo. Anche se in quel momento di difficoltà pensava a tutt’altre cose, quella sera la biodiversità lo avrebbe riguardato da vicino. Ci sarebbe stata anche per lui.
In quel momento Leonardo fu scosso da un brivido. Aveva udito una voce. Qualcuno lo aveva chiamato dal bosco.
“Chi…chi c’è? Chi va là?” urlò;
Profondo silenzio. Continuò ad avanzare, poi impugnò un coltello a serramanico. Fece scattare il meccanismo che azionò la lama.
“Chiunque tu sia se stai cercando di spaventarmi ci stai riuscendo benissimo…quindi adesso piantala ed esci fuori. Voglio vedere chi sei” balbettò.
Il suo nome fu pronunciato per la seconda volta. C’era qualcuno al di là delle piante agitate dal vento, ma chi?
“Guarda che sono armato. Oltre che il coltello ho anche una pistola. E ben carica”
Mentiva e lo sapeva benissimo. Diceva soltanto così per darsi coraggio. Si era sempre dato l’aria da spavaldo, a scuola come nel gruppo. Già, però la sua accozzaglia di (falsi) amici l’aveva sempre preso per i fondelli per questa sua doppiezza. Forte fuori ma debole dentro. Santo cielo, Leonardo, perché fai tanto il duro? Ammettilo…sei un fifone, gli diceva continuamente Giampiero.
Il suo antipatico volto gli parve ricomparire proprio in quel momento, intento a sfotterlo per l’ennesima volta. Tu sei un pisciasotto, Leonardo…sai perché non sposerai mai Michela? Perché hai troppa paura a prenderti le tue responsabilità, ecco perché. Tu vuoi soltanto una pollastrella che ti sollazzi nei sedili posteriori della tua automobile il Sabato sera e nient’altro. Perché hai paura a stare lontano da papà e mamma. Sei un codardo. SEI SOLAMENTE UN FOTTUTO CODARDO.
Io non sono un codardo. Ripeté fra sé e sé. Iniziò ad avanzare stringendo saldamente il coltello nelle proprie mani. Si avventurò fra le piante. La rabbia gli aveva dato coraggio. Avrebbe fatto vedere a tutto Ponte Antico di cosa era capace. Finalmente avrebbe dato a tutti prova della sua forza.
“Avanti, vieni fuori, chiunque tu sia. Io non sono un codardo, non lo sono mai stato, HAI CAPITO?” urlò.
In quel momento accadde l’incredibile. Alcuni rami di una pianta vicina si allungarono e lo avvinghiarono. Si trovò prigioniero in pochi istanti (tutto accadde rapidamente).
Non credeva ai suoi occhi, i rami si stavano muovendo, come posseduti di vita propria. Ma com’è possibile? Le piante non possono farlo, è assurdo, pensò. I rami gli coprirono interamente il volto in un attimo. Non avrebbe potuto urlare, nemmeno se avesse voluto. Successivamente il suo diabolico aggressore iniziò a trascinarlo giù per il sentiero.

La mattina dopo, proprio il giorno di San Valentino, le auto della polizia avevano circondato la casa di Nelia. All’interno della dimora si presentava una scena agghiacciante. Le interiora della donna erano finite dappertutto: sulle scale, sul divano e perfino sopra la tavola. Il pavimento poi era pieno di sangue. La sua testa era rotolata in un angolo. Fissava macabramente, con gli occhi ancora spalancati, i poliziotti che erano appena entrati. Proprio come l’inquietante Medusa del Caravaggio.
“Dio…ma che cosa è successo in questa dannata casa?” gridò schifato il tenente;
proprio in quel momento un poliziotto lo chiamò:
“Venga, presto…venga a vedere”
Lo fece scendere per delle scale fino a farlo giungere alla cantina: sotto un grande telone di plastica di color verde che copriva gran parte del pavimento, c’era qualcosa che si muoveva. E a giudicare dalla sagoma, doveva essere di grandi dimensioni.
“Me ne sono accorto poc’anzi. Ma non ho avuto il coraggio di sollevarlo. Non so cosa ci sia sotto” disse con gli occhi ingranditi dall’ansia.
“Beh, lo scopriremo subito” sibilò il tenente caricando la pistola “adesso afferra con molta calma il telone e sollevalo al mio tre, intesi?”
“V…va bene” mormorò lui. Sperava tanto che non glielo avesse chiesto. Qualunque cosa, ma non questa.
“Uno…due…tre”
Il poliziotto sollevò il telone di scatto. Il tenente urlò di terrore.

Leonardo riprese coscienza proprio quella mattina. Non aveva la minima idea di dove si trovasse, né di quanta strada avesse fatto. Iniziò ad avvertire un forte dolore in direzione della milza. Un ramo gli era penetrato dentro la carne, ma non poteva vederlo. Non poteva vedere proprio niente, in quel momento.
Riacquistò la vista a poco a poco, attimo dopo attimo, come un paziente ospedaliero che si riprende dopo una lunga anestesia.
Si stava muovendo, ma non lo stava facendo con le proprie gambe. C’era una grandissima pianta che lo aveva avviluppato e che lo stava trascinando con sé.
Leonardo cominciò lentamente a vedere qualcosa, sì, stava cominciando a distinguere nuovamente i colori. Inorridì quando davanti ai suoi occhi comparve la ragazza che amava: Michela.
Era la stessa di sempre, ma soltanto dalla vita in su. La parte inferiore del suo corpo invece era mutata: al posto delle gambe aveva due grossi rami che la facevano stare in piedi. Una creatura surreale. Una pianta umana. Come Michela aveva detto la sera precedente alla sua amica del cuore, una figura così sembrava davvero uscita da un racconto horror. Ma a volte la realtà supera la fantasia.
“Mic…Michela…che…cosa ti è s…su…successo?” balbettò lui sfinito.
Lei non rispose. Continuava a fissarlo coi suoi teneri occhi azzurri. Quegli occhi che lo avevano fatto innamorare fin dal primo giorno che l’aveva incontrata.
“Che…cosa…sei…diven…ta…ta?” mormorò ancora;
“Che cosa sono diventata? Oh, andiamo! Non dire sciocchezze, amore mio. Che cosa sono sempre stata, vorrai dire” disse ridendo.
Michela, ma cosa sta dicendo? Pensò Leonardo. No, non può essere. Allora vuol dire che…
In quel momento capì tutto. Conosceva Michela soltanto da qualche mese, ma sapeva che viveva da sola. Non aveva mai conosciuto i suoi genitori. E nemmeno Patrizia li aveva mai visti.
E questo perché Michela era un vegetale. Già, proprio così, avete capito bene: un fottutissimo vegetale che era riuscito ad assumere sembianze umane. E tutto per colpa dell’elettrosmog generato dai ripetitori installati sulla collina. Le voci che venivano sussurrate con terrore in paese erano vere, solamente che la verità aveva un altro aspetto: non uomini che diventano piante ma l’opposto. A quanto pare, dunque, quegli idioti della DMM senza volerlo aveva causato un disastro! E così la biodiversità a lui tanto cara, che riempiva la sua vita lavorativa, ottenne finalmente un grande ed inaspettato spazio anche in quella intima e personale del nostro biologo. E avrebbe continuato a prendere ancora campo, oh sì: per tutti gli abitanti di Ponte Antico. Per tutti gli altri che erano rimasti. Potete crederci.
La pianta che l’aveva aggredito era una sua alleata, senza dubbio. Ce n’erano altre come quella: l’invasione era iniziata. Forse potete anche trovare questa storia divertente, ma riflettete per un istante: la mucca pazza, la recente influenza dei polli, non avrebbero forse fatto sorridere se pronunciate trent’anni fa? La natura finge di essere inerme, ma può vendicarsi. In quel momento la ragazza spalancò la bocca: i suoi denti erano lunghi ed affilati come quelli di un felino. Aveva già pensato a sistemare la signora Nelia, Patrizia e buona parte della polizia. Ma aveva ancora fame. Già, quel giorno aveva proprio molta, moltissima fame.
“Buon San Valentino” gli mormorò. E iniziò a divorarlo.

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L’ULTIMA POSSIBILITA’

 

I cambiamenti climatici che si stanno verificando nel pianeta sono così gravi che è stato necessario nominare una Commissione Mondiale per la Salvezza del Pianeta, che intendeva promulgare una strategia efficace di gestione, contenimento e successiva risoluzione del disastro. Il filo di Arianna che legava tra loro le decisioni finora raggiunte ripartiva dai vecchi accordi del Protocollo di Kyoto, il patto con cui 141 paesi del mondo si erano impegnati a ridurre l’inquinamento atmosferico. Ma tutte le proposte ed i progetti presentati finora non erano mai stati realizzati perché andavano a ledere gli interessi economici dei gruppi finanziari potenti.

Mentre si sta ancora discutendo sulle proposte dei vari paesi, i capricci climatici della Terra procedono in ulteriore peggioramento. Periodi di siccità si alternano quindi a piogge torrenziali che distruggono e provocano inondazioni disastrose. A settimane di caldo intenso si alternano giornate in cui la temperatura scende in picchiata di almeno venti-venticinque gradi, causando così la sopraggiunta di gelate improvvise. Di conseguenza, non si possono più coltivare i terreni e si hanno terribili carestie, e per questo motivo si è costretti ad organizzare la produzione agricola in serre. Per quanto siano enormi queste serre costruite, non riescono a soddisfare il fabbisogno alimentare nel mondo. Si ritorna quindi ai primordi, alla lotta dell’uomo per sfamarsi, alla ricerca del cibo, ad atti di sciacallaggio veri e propri. I governi dispongono che tutte le riserve di cibo devono essere sorvegliate da corpi speciali di polizia perché esso ormai è divenuto moneta di scambio. I malviventi si organizzano. Mentre le rapine avvenivano per soldi, adesso i ladri penetrano nelle serre come una volta accadeva per i caveau delle banche.

Contemporaneamente a questo caos ed a questo sconvolgimento delle strutture, si verifica un aumento incredibile di suicidi. Il fenomeno preoccupa. Si organizzano sistemi di controllo e di prevenzione, tuttavia con scarsa efficacia perché i suicidi avvengono senza quelle manifestazioni tipiche che spesso li precedono: cioè stati di ansia e di depressione, ma le persone coinvolte sono in pieno benessere psicofisico ed hanno posizioni sociali di un certo livello. Il fatto però che preoccupa di più i governi della Terra è che il fenomeno dei suicidi aumenta in maniera impressionante, anche fra i più piccoli. In ogni città sono rapidamente organizzati centri di osservazione permanente, dove i giovani che manifestano anche solo una minima depressione vengono tenuti in osservazione permanente da telecamere. L’orrendo fenomeno dei suicidi si espande in maniera terrificante a tutte le fasce di età e di reddito e purtroppo le varie strutture preposte non riescono a fornire in tempo adeguate sepolture a tutti i cadaveri che si accumulano ogni giorno di più. Il caos si espande in tutto il mondo. Si improvvisano cimiteri d’emergenza. Le strutture amministrative sono paralizzate perché costrette a sostituire continuamente personale che si toglie la vita. Ormai più nessuno si preoccupa di seppellire i cadaveri, la disperazione paralizza i sopravvissuti. Inesorabilmente l’uomo va verso la propria estinzione.

Ma questa tragedia sembra non toccare gli animali, che diventano sempre più selvatici ed aggressivi.

Quando anche l’ultimo essere umano ha cessato di vivere dopo essersi tolto la vita con le proprie mani, una grande pace si diffonde nel pianeta. Dopo il silenzio della morte fa seguito l’esplosione della vita. Gli animali si accoppiano e si riproducono. Il sole, una volta lattiginoso, torno a brillare in tutto il suo splendore. Venti freschi purificano l’aria dall’inquinamento. Con il passare degli anni la vegetazione invade quello che un tempo era il regno dell’uomo: le piazze e le case. Avanza, progredisce, distrugge l’asfalto, conquista gli immensi grattacieli statunitensi, la Torre Eiffel di Parigi, il Big Ben di Londra, la Sagrada Familia di Barcellona, le mura del Cremlino.

Al rumore dei clacson delle automobili e della musica si sostituisce quindi una grande pace surreale, rotta soltanto dai richiami degli animali. Le notti buie sono rischiarate soltanto dalla luna e dalle stelle, non ci sono più le luci accecanti delle città che tormentano le tenebre. Anche le specie degli animali quasi estinte tornano a riprodursi e ritrovano il loro habitat naturale. C’è una grande pace nel mondo e non poteva essere diversamente, perché l’uomo era irreparabilmente programmato per la sua autodistruzione.

Katherine si sveglia nel suo letto madida di sudore. Sicuramente questo era stato l’incubo più terribile che aveva mai avuto in tutta la sua vita. Katherine si alza tremante dal letto, si versa un bicchiere d’acqua che a fatica riesce a deglutire. L’incubo era stato di una nitidezza agghiacciante. Sono le cinque del mattino, fra quattro ore esatte l’ammaliante e oculata studiosa dovrà presentare il suo intervento alla Commissione Mondiale per la Salvezza del Pianeta. Katherine è una biologa. Le sue proposte, alle quali ha dedicato un anno intero della sua vita, vertono a fornire idee per tentare di fermare l’inquinamento della Terra.

Apre la finestra e si affaccia per respirare un po’ d’aria pura. Una leggera brezza mattutina le accarezza il volto; le strade sono deserte, passa solo qualche auto a lenta andatura, come a volere rispettare la quiete della città. Katherine tira un sospiro di sollievo. Nulla è cambiato, è stato solo un brutto sogno. Un terribile incubo. Il cielo si sta leggermente rischiarando. Alla notte che incute angoscia nell’animo umano, sta per sopraggiungere l’alba, la luce del sole, il calore che scaccia il freddo delle tenebre, la vita che vince la morte.

Dopo pochi minuti si sdraia sul letto ma non riesce a prendere sonno. Dà una rapida occhiata al contenuto del cd-rom in cui aveva inciso le sue proposte.

Il suo cd.

Un intero anno di lavoro e fatica.

Lo getta nel cestino.

Successivamente prende carta e penna ed inizia a scrivere. Sarà il suo nuovo intervento.

Alle nove del mattino puntualmente la giovane donna si presenta alla Commissione Mondiale sull’Ambiente al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York. Al momento in cui i componenti della commissione accendono il monitor per leggere le proposte di Katherine, inspiegabilmente lei non fa passare il suo cd-rom ma attacca il traduttore simultaneo ed inizia così a parlare. Tutti i presenti rimangono attoniti perché, ovviamente, nessuno di loro si attendeva questa bizzarra improvvisata. E lei parlerà, parlerà per più di un’ora, portando le sue proposte tra la meraviglia dei membri non certo abituati a questo modo di relazionare.

E lei sa bene cosa dire, oh se lo sa.

Sarà l’ultima possibilità per salvare il pianeta.

 

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RITRATTI

“Che cosa ne dice?” chiese l'ispettore mostrando la foto del cadavere orribilmente straziato a Mtichell. Questi la osservò e rabbrividì:
“Mio Dio...è terribile. Chi può essere stato a commettere una simile mostruosità?” si chiese. L'ispettore alzò le spalle:
“Non lo so, dovrebbe dirmelo lei, caso mai” puntualizzò.
“Come sarebbe? Non crederà che sia stato io?” rispose Mitchell allibito. L'ispettore rise e lo tranquillizzò:
“Si calmi. Chiunque sia stato, ha una forza fisica notevole e lei non ha questa caratteristica. Però, il fatto strano è che da qualche tempo a questa parte tutti coloro che hanno avuto a che fare con lei muoiono come mosche. Come se lo spiega questo?” domandò sedendosi al suo posto dietro la scrivania.
“Non ne so niente” farfugliò Mitchell. L'ispettore si stirò alzando le braccia verso il cielo, poi emise un lungo sospiro di disappunto: non amava sprecare il suo tempo.
“Non sospetto direttamente di lei, ma la informo che la stavo facendo sorvegliare da molti giorni, ormai. Io credo che lei ci sia implicato, anche involontariamente. Cosa commercia lei?”
“Forniture elettriche, ma cosa c'entra adesso il mio lavoro?”
“Ha una seconda attività?” chiese ancora l'ispettore
“No”
“Davvero? Allora dove va la sera dopo le dieci da solo?”
A Mitchell non piacque questa domanda:
“Come sarebbe a dire?”
“Intendo dire che lei quasi tutte le sere dopo cena esce con l'auto e se ne va per i fatti suoi. Dove non si sa”
“Cosa fa adesso, mi spia?” si risentì lui; l'ispettore sembrava quasi divertito dalla sua reazione:
“Non si meravigli. E' la prassi, succede così per tutti, non creda di essere speciale”
Cì fu una pausa. Mitchell stava diventando sempre più nervoso.
“Allora, che cosa ha da dirmi? Dove va la sera da solo?”
“A prendere una boccata d'aria”
“La racconti ad un altro”
“Voglio un avvocato” protestò.
“Lei è libero di procurarsene uno, ma non è accusato di niente in questo momento. Vorrei solamente che rispondesse alla mia domanda”
“Faccio solo due passi e basta” sbuffò lui.

Mitchell stava chiudendo il cancello col lucchetto quando la brezza crebbe d'intensità. Il vento gli stava scompaginando i capelli, così fu costretto a fermarsi per un istante per risistemarseli con le mani, quando il cancello gli sfuggì di mano andando indietro di colpo e sbattendo. Mitchell imprecò e cercò di tenere ben salda l'altra parte. Questo vento era fortissimo ed innaturale, Mitchell ad un tratto udì un grido straziante provenire dalle sue spalle, non fece in tempo a voltarsi che qualcuno lo afferrò per la giacca e lo trascinò con sé. Mitchell iniziò ad urlare quando capì che si stava letteralmente sollevando da terra. Colui che lo aveva afferrato lo stava trascinando verso l'alto. Stava addirittura volando. Tentò di dimenarsi ma quando vide il volto del suo misterioso aggressore inorridì: aveva la pelle rossa come il fuoco e al posto degli occhi due piccole sferette nere senza pupille. L'essere misterioso si lasciò sfuggire una risata che lo raggelò.
Mitchell si svegliò di soprassalto e madido di sudore, per un attimo si sentì come la gola serrata da una forza misteriosa, poi si rese conto di avere avuto un incubo.
Affondò la testa nel cuscino e tirò un grosso sospiro di sollievo, poi accese l'abat-jour e fissò la piccola sveglia sul comodino: erano le otto del mattino.
Mitchell si mise in macchina e giunse fin verso l'appartamento di Rafter, un suo caro amico di vecchia data, scese dalla vettura e suonò immediatamente il campanello. Non appena Rafter scese al pianterreno il suo amico gli spiegò il motivo della sua visita. 
“Sta succedendo di nuovo.Siamo nei guai” gli disse;
“Di che stai parlando?” gli chiese Rafter cadendo dalle nuvole.
“Sai benissimo di cosa sto parlando. Sto parlando di lui,è di nuovo qui” mormorò;
Rafter lo guardò fisso negli occhi, poi lo afferrò per un braccio e gli disse:
“Andiamo a parlare di queste cose su da me che è meglio” detto questo entrambi entrarono nel portone e salirono le scale.
Rafter servì un the caldo a Mitchell, il quale dopo avere mandato giù due sorsate si adagiò meglio sulla sedia:”Abbiamo bisogno di aiuto, dobbiamo parlarne con la polizia. Lo capisci?”mormorò. Rafter si sedette vicino a lui:
“Senti, io ti sono amico, però credo che tu abbia preso un granchio”
“Cristo Santo, ma perché non mi credi? La vita di tante persone è in pericolo, non lo capisci?” urlò Mitchell;
“Dannazione, Mitchell. Non può trattarsi di lui. Sappiamo tutti e due che questa storia dei ritratti è una cosa assurda”
“E allora l'anno scorso a Londra sono morte tre persone uccise da una cosa che non esiste?”
“Mitchell , ascolta. Noi dobbiamo riflettere prima di prendere una decisione”
“E allora cosa conti di fare?” gli chiese lui tamburellando le dita sulla tazzina di porcellana;
“Come fai ad essere sicuro che è qui?”
“L'ho sognato”
“Non è una prova sufficiente” ribatté lui.
”Lo è. Io sento la sua presenza. Adesso è qui a Ravendorf”.

Mitchell chiuse a chiave la porta e si tolse il cappotto, poi chiuse l'ombrello e lo appoggiò al suo posto, accese la televisione e si adagiò sul divano. Ad un tratto udì come un gemito provenire dalla cantina, allora capì.
Si alzò in piedi e scese lentamente le scale fino a giungere nel seminterrato. Lì era buio e freddo, Mitchell rabbrividì toccando una stufa spenta. Dopo pochi passi, il gemito aumentò di intensità. Mitchell si fermò, puntando il fascio di luce della torcia elettrica davanti a sé. Illuminò un volto spettrale, identico all'immagine che aveva sognato.
“Sapevo che saresti tornato da me” sorrise Mitchell, poi si fece sfuggire un paio di colpi di tosse .Il freddo dei giorni precedenti avevano lasciato il segno su di lui. La creatura fece un passo verso di lui:
“Io sono sempre al tuo servizio. Siamo soci, non ti pare?”
gli sussurrò con la sua voce che non era una voce.
“Oh, più che soci. Siamo parenti” disse Mitchell. A quel punto scoppiò in una fragorosa risata ilare.
La memoria gli era tornata.
L'ispettore in quel momento se ne stava tranquillo ad osservare i dipinti nel corridoio della villa di campagna di proprietà del caro Mitchell. Per lui era stato facile entrare, dal momento che possedeva una copia della chiave del portone. Se le era fatta fare appositamente in gran segreto. Proprio per entrare nella suddetta dimora.
Non aveva alcun timore di essere scoperto ed accusato di violazione di domicilio. Essendo un uomo di legge, conosceva bene i regolamenti. Sapeva come aggirare i cavilli legali e come fare tornare la cosa a suo vantaggio. 
Sul cancello vi era un cartelo ad altezza degli occhi con una scritta ammonitrice:

 

PROPRIETA' DI MITCHELL GAWREN
ENTRATE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO. PENSATECI.

 

Ma proprio mentre attraversava il corridoio la sua attenzione fu catturata da un dipinto: L'ispettore allora si paralizzò dal terrore: quel volto era identico a quello di Mitchell. Com' era possibile? La data era 1817.
Prima che potesse riprendersi dallo stupore, una lieve brezza gelida gli mosse i capelli. Udì una voce provenire dalla penombra.
“Ispettore, ma che piacevole sorpresa....”
Panico.
Meccanicamente, mise mano alla fondina. In una frazione di secondo estrasse l'arma e la puntò contro i due. Ma il secondo sinistro individuo si lasciò sfuggire una risata che raggelante era dir poco.
“Che vorresti fare adesso con quella, eh, idiota? Vorresti cambiare il destino?”
“Siete...siete entrambi in arresto. Uno di voi due è il mostro di Ravendorf. O forse...forse lo siete tutt' e due” farfugliò;
Incredibile, pensò l'uomo di legge. Sto tremando. Non aveva mai avuto paura di nessuno, ma adesso stava tremando come una foglia. Già, certo. E tutto questo semplicemente perché il suo amato sesto senso gli aveva fatto capire che quei due erano esseri umani soltanto in apparenza.
“E così, bello mio” rise ancora il sinistro individuo avvicinandosi a passo lento verso l'ispettore “ancora non hai capito che non puoi fermarci”
Quelle parole non fecero altro che aumentare il terrore in lui. Quel maledetto continuava ad avanzare. L'ispettore a quel punto fece un rapido calcolo mentale. L'unica via di fuga era la porta in fondo al corridoio. Ma non l'avrebbe mai raggiunta in tempo. Doveva a tutti i costi eliminarli entrambi.
Sparò il primo colpo. Il proiettile attraversò lo spettro come se nulla fosse e si conficcò nella parete.
“Sei contento, adesso?” lo apostrofò Mitchell in tono dileggiatorio.
L'ispettore urlò, poi sparò una seconda volta. Infine, lo spettro sollevò a quel punto le braccia verso il cielo. L'uomo di legge si sentì a quel punto trasportare da una forza misteriosa.
ADDIO IDIOTA.
Urlò lo spettro. Le sue parole risuonarono nell'aria.
In un attimo il terribile potere della creatura soprannaturale lo catapultò alla velocità di un treno in corsa in fondo al corridoio. Il suo corpo sfondò la vetrata e in un attimo precipitò nell'abisso sottostante la collina.
Mitchell osservò per un attimo lo spettro, poi sospirò:
“Muoviamoci, adesso...ci attende un lungo lavoro da fare”
“Lo so” rise lui. Continuarono a camminare entrambi lungo il corridoio. Corridoio le cui pareti erano di quadri. Erano i ritratti di tutti gli antenati della famiglia, dal 1500 in poi. Lo spettro altro non era che il vecchio Barone Gawren. E Mitchell era un suo discendente. Peccato che anche lui fosse già morto da un pezzo.
Il cosiddetto Mostro di Ravendorf non uccideva a caso come la polizia credeva. Uccideva quelli che avevano tentato nel passato di acquistare la tenuta. Ma ora che erano stati tutti eliminati, più nessuno avrebbe minacciato la sacra pace di quel luogo.
La casa sarebbe rimasta a loro. Alla famiglia Gawren.
Per sempre.
PER SEMPRE.

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L’OMBRA DEL GENIO

 

Era una tranquilla giornata di maggio, quella. Il raggi del sole aggredivano l’imponente mole del castello dei Conti Guidi, che racchiude in sé il Museo Leonardiano, insieme con la sua torre che si scaglia maestosa contro il cielo come orgoglioso simbolo della città. Ma ben presto il Grande Terrore avrebbe deciso di uscire allo scoperto. Un Grande Terrore, viscido e ripugnante, alla stregua dei più spaventosi demoni annidati nella mente di Howard Phillips Lovecraft, sarebbe scaturito con rabbia dalle viscere della terra. Ed avrebbe contaminato la valle con un ombra così gelida da lenire la forza dell’astro che dà luce e calore.

La città di Vinci quel giorno era gremita di ignari turisti. Essi, in gran parte tedeschi ed inglesi, si ammassavano sulle scalinate che conducono all’ingresso del Museo come formiche su una briciola di pane. Alessandro stava attraversando con fatica quello sciame umano; i loro continui schiamazzi gli stavano martoriando il cervello. Quando uscì, era sfinito. Aveva al passivo una gomitata in uno zigomo ed un’altra allo stomaco.

Dentro la vettura lo attendeva la sua bella Monica. Quando lui aprì la portiera, ella fece esplodere il palloncino creato col suo chewing-gum.

“Abbiamo fatto tanta fatica per niente! Oggi non c’è alla biglietteria”

“E chi c’è, allora?” sospirò Monica. La ragazza, dal fisico statuario, aveva i capelli rossi ed indossava un ammaliante decolleté color fucsia. Vantava inoltre una forte somiglianza con l’attrice Julianne Moore. Erano in molti a voltarsi per guardarla. Alessandro l’aveva conosciuta in una delle tante sale da ballo disseminate nella città di Firenze.

 “Un altro, che non conosco. Credo che a questo punto dovremmo cercarlo a casa sua”

Delusione, già. Frustrazione, per meglio dire. Chilometri di viaggio per fallire il bersaglio. Ma succede anche ai migliori.

 

Il bersaglio in quel momento se ne stava là, in casa, comodamente sdraiato sul divano a guardare la tv. Con un morbido cuscino a cui era stato affidato il compito di sorreggergli la testa. Un bersaglio dall’età di sessantacinque anni. Da quel giorno era in pensione, e si godeva finalmente il tanto sospirato riposo. L’uomo non accolse certo con entusiasmo lo squillo del campanello. Si alzò in piedi sbuffando e si affrettò ad attraversare il lungo corridoio.

“Hai deciso di impiegare la tua pensione standotene chiuso in casa a guardare la televisione?” gli chiese Alessandro.

“Me lo merito. Ho lavorato una vita in quel maledetto castello”

I due si abbracciarono. Erano padre e figlio. Non si vedevano da molto, moltissimo tempo. Ma il loro era un abbraccio freddo, come le strette di mano fra Sharon ed Arafat. Poco più tardi, la quadrata tavola di mogano aveva l’orgoglio di ospitare i nuovi arrivati. La futura generazione, i nuovi ramoscelli del grande e rigoglioso albero della famiglia. La cucina era molto ampia. Appesa alla parete se ne stava una fedele riproduzione de La persistenza della memoria di Salvador Dalì, e poco più avanti una simpatica targhetta in materiale sintetico con la scritta

 

                  IN QUESTA CASA SONO TUTTI NERAZZURRI

                                        ANCHE IL GATTO

 

“Gli hai fatto vedere il Museo Leonardiano?” chiese il padre; Alessandro tacque.

“Lo farà più tardi, adesso c’è troppa gente” mugugnò Monica.

L’uomo si grattò la barba incolta, poi fece sparire in un attimo il contenuto del bicchiere. Le sue guance erano leggermente arrossate: adorava il vino. Ed anche le belle gambe tornite della nuova fiamma di suo figlio. La stava puntando come un leone della savana punta una gazzella, da quando erano arrivati. Sapeva che si conoscevano da poco tempo. Chissà quale tipo di progetti avevano in mente per il loro futuro. Un sorriso sornione comparve a quel punto sul suo volto:

“Quando vi sposate?” chiese conficcando con forza lo stuzzicadenti nella fessura che gli separava i due incisivi superiori. La domanda era d’obbligo, dal momento che il suo adorato e unico figlioletto aveva oltrepassato ormai da tempo la trentina.

“Quando lei troverà lavoro” ci tenne a precisare Alessandro con un sospiro amaro.

“Se troverò lavoro” rispose Monica con un sorriso quasi idiota.

Se? Lo sguardo del vecchio ricadde in quel momento sulla minigonna della ragazza. Poi scivolò ancora più giù, sempre più giù, a scrutare ed a giudicare con astuta perfidia i sandali  col tacco, lo smalto rosso alle unghie dei piedi e i due graziosi tatuaggi a forma di farfalla su entrambe le caviglie. Mandala a fare la puttana, pensò. Le continue lamentele dei giovani gli facevano andare il sangue agli occhi; lui che da adolescente aveva lavorato la terra sotto il sole cocente. Era sempre stato un tipo lungimirante, e gli era bastata una semplice occhiata per capire due cose di quella ragazza: che era una scansafatiche e che la castità non era certo il suo credo. Però, alfine, preferì tenere questi pensieri per sé. Non aveva certo intenzione d’irritare Alessandro, c’era il rischio di incrinare ulteriormente il loro già deteriorato rapporto.

 

In quel momento, a pochi chilometri da Vinci, una ditta stava effettuando scavi lungo il pendio di una collina. Ripetute frane e smottamenti che ostruivano spesso con fango e detriti la principale via d’accesso alla città, avevano convinto il sindaco a prendere urgenti provvedimenti. Un unicum architettonico in cemento avrebbe archiviato definitivamente la questione.

Dentro la grande buca scavata dal caterpillar se ne stavano due operai. Il primo si scolava una lattina di birra, il secondo si dilettava a sfogliare un giornaletto porno. Erano in pausa. Il primo aveva il fisico macilento. Per quanto riguarda il secondo, una disfunzione alla tiroide aveva reso rotonde le forme del corpo. Battibeccavano spesso fra loro. Un divertente remake di Stanlio ed Ollio.

“Dove hai preso quella porcheria?” brontolò il primo riferendosi ovviamente al giornaletto;

“L’ho comprato ieri ,comunque, non preoccuparti, lo farò sparire presto”

Il secondo  dette uno sguardo all’orologio ed emise  un amaro sospiro.

“Fine della pausa” apostrofò il collega.

Ripresero senza molto entusiasmo a lavorare. Ad un tratto lo smilzo alzò la testa e notò che il suo compare si era immobilizzato come una statua; se ne stava lì fermo immobile sopra l’esile pontile di legno che costeggiava il fiume di fango che scorreva verso le profondità della Terra. Un acheronte, se così si poteva chiamare. L’operaio aveva gli occhi spalancati come un gufo e un’espressione inebetita.

“Ehi, che diavolo ti succede? Hai visto un fantasma, per caso?” gli urlò.

Il dito del grassone puntò la melma:

“C’è…c’è qualcosa, laggiù!” balbettò l’operaio.

“Cosa?”

“Ho visto qualcosa uscire dal fango…sembravano due antenne. Sono sbucate in quel punto e poi sono sprofondate giù”

Due antenne? Questa poi. Lo smilzo a quel punto perse la pazienza:

“Ma che dici, sei ubriaco?” protestò. Quello non era certamente né il luogo né il momento adatto per improvvisare uno scherzo beota. In un attimo il suo sguardo si distolse da quello del suo collega per poter dirigersi verso quell’Acheronte melmoso. Ma non notò niente di anomalo. Soltanto acqua marrone. Chissà cosa mai poteva avere visto, quell’imbecille. Si affrettò a raggiungerlo sul pontile.

“Andiamo, stupido...rimettiamoci al lavoro, che è meglio” lo apostrofò.

TUMP!

Un rumore improvviso.

“Che succede? Cosa è stato?” esclamò il grassone spaventato.

TUMP!

L’esile ponticello barcollò paurosamente.

“Il terremoto” gridò lo smilzo.

Il legno cedette. Gli operai precipitarono nel fango.

 

Monica osservava divertita le mani del suo uomo agitarsi sul proprio corpo. La luce del sole che filtrava dalle persiane illuminava le sue lentiggini e la sua chioma rosso rame. Al termine dell’amplesso, i due ricaddero  uno accanto all’altro, madidi di sudore, come due pugili caduti simultaneamente al tappeto. Alessandro si addormentò con la testa appoggiata sul sinuoso corpo della ragazza; un sottile raggio di luce proveniente dalla tapparella semiaccostata, colpendo il brillantino maliziosamente incuneato nel di lei ombelico, si scomponeva nei colori dell’arcobaleno conferendo alla stanza un’atmosfera surreale.

TUMP!

Il rumore li destò entrambi. L’orologio sulla parete segnava le tre esatte del pomeriggio.

TUMP!

Cosa era stato?

Proveniva dalla cantina. Qualcosa aveva sfondato il muro come fosse fatto di cartapesta ed entrato nella stanza. Ad una prima occhiata, pareva avere l’aspetto di una lumaca. Già, lumaca semplice. O se preferite, Limax agrestis, considerando il suo nome scientifico. Creature che vengono così illustrate nelle enciclopedie:

 Appartenenti alla famiglia dei Molluschi Gasteropodi terrestri, dell’ordine dei polmonati. Hanno un corpo allungato, viscido, rugoso. Sul capo vi sono quattro tentacoli retrattili, dei quali i due più lunghi portano gli occhi alle loro estremità. Abitualmente, non superano i settanta millimetri di lunghezza.

Una chiarezza cristallina. Fa quasi paura, vero? Eppure c’era qualcosa che non quadrava in tutta quella faccenda: Non superano i settanta millimetri. Ma in quel caso non era così.

Quando la creatura li vide arrivare, irrigidì il suo corpo gelatinoso e poi alzò la testa. Piegò i quattro tentacoli verso il basso, quasi come a voler chiedere scusa per quella improvvisa intrusione. Poi si mise a fissare i due giovani nudi. Li fissava con gli occhi incuriositi di un bambino che osserva una farfalla appena posata su un candido fiore. Voleva studiarli. Come se non avesse mai visto un essere umano. Eppure ne aveva già divorati due, poco prima.

Per un attimo, un diabolico incantesimo parve avere tramutato in statue i tre presenti nella stanza. Poi, d’improvviso…la rivoltante creatura lattescente si mosse. Spalancò la bocca, mostrando così ad Alessandro e Monica una schiera di denti acuminati. Quelli della parte superiore superavano in lunghezza quelli della parte inferiore, anche se di poco. Ma la paura era così forte in quel momento che la mente di Monica si rifiutò di registrare quel particolare. Senza dubbio se Linneo o Lamarck avessero visto quell’essere, sarebbero rimasti ammutoliti. Denti? In una bocca di lumaca? Pareva impossibile, ma era proprio così. Potenza dell’orribile mutazione genetica.

Dopo qualche attimo di esitazione, il Grande Terrore si scagliò contro i due amanti.

 

L’enorme lumaca, dopo avere avuto come antipasto i due operai e come succulento pranzo Alessandro e Monica, adesso si stava aggirando per la città in cerca di un buon dessert.

I pochi, assonnati individui che scaldavano le bianche sedie di plastica dei bar non avevano la benché minima idea di cosa stesse accadendo là fuori. Ognuno di loro era immerso nei pensieri delle loro vite quotidiane, banali ed immutabili. Nessuno immaginava che una lumaca dalle dimensioni di un rinoceronte stesse attraversando il paese, lasciandosi dietro il suo passaggio una vomitevole scia molliccia e una moltitudine di cadaveri dilaniati. Fu un agente di polizia ad irrompere nel bar e a dare loro l’allarme.

 

In quel preciso istante, in una fattoria immersa nella campagna vinciana, se ne stava una ragazzina prodigio. La piccola, di nome Lorena, era diversa dalle altre coetanee. Esse erano cresciute giocando con le bambole, lei leggendo Agatha Christie e Michael Crichton. Giorni addietro aveva scoperto in un vecchio mobile delle misteriose carte, e si era messa in testa di decifrarle. Continuava a lavorare su quei documenti con impressionante stakanovismo. Uno spasmo febbrile l’attraversava quando li leggeva. Le scritte erano al contrario, quindi per decifrarle faceva scorrere un minuscolo specchio che teneva saldo nella sua mano destra. Quelle carte racchiudevano un segreto.

Nessuno nella famiglia era dotato di una particolare intelligenza. Grandi lavoratori, questo è vero, ma persone sottoculturate. Nessuno era riuscito a diplomarsi o tantomeno a laurearsi. Ma ecco d’improvviso irrompere lei, Lorena, a rimescolare le carte del destino. Una figlia inattesa (sua madre era convinta di essere in menopausa). Per tutti, quelle carte erano soltanto dei semplici scarabocchi fatti da qualche perditempo. Ma per lei no, aveva capito tutto. Erano opera del genio.

In quel momento nel cortile della casa giocava a pallone il suo dolce cuginetto. Lottava e cozzava con una palla azzurra come il cielo. Una palla sicuramente troppo vivace per lui. Lottava e soccombeva, incespicando ripetutamente, ma non si arrendeva. Era deciso a proseguire la sua contesa contro quella diabolica sfera pulsante di energia a tal punto da sembrare viva. Un lungo filo di bava gli colava giù dalla bocca. Aveva perduto il ciuccio nell’erba almeno sette metri prima, ma sembrava non crucciarsi di ciò.

Lorena in quel momento riuscì a carpire il segreto racchiuso in quei documenti. Leonardo da Vinci aveva condotto uno studio su certi minerali che erano presenti nel terreno della zona. Egli si era accorto che le lumache del luogo erano più grandi del normale, anche se in limiti pur sempre accettabili. Ma esse tendevano, anno dopo anno, ad aumentare, seppur di pochissimo, di dimensioni. Inoltre cominciavano a cambiare abitudini alimentari, cibandosi anche di microscopici insetti. Il genio aveva perciò stabilito un nesso tra la composizione geologica del terreno e quelle mutazioni, in sé ancora piccole, ma che con il passar del tempo avrebbero potuto produrre conseguenze catastrofiche. Egli, con studi accurati, condotti da par suo, aveva calcolato che nel corso dei secoli una di queste trasformazioni ( mutazioni diremmo oggi  ma che LUI aveva già intuito), avrebbe generato un mostro che avrebbe portato il terrore nella zona, seminando morte e distruzione. Ma poteva il Nostro accontentarsi di ciò? Poteva la sua mente illuminata lasciare soli i discendenti dei suoi concittadini, i futuri abitanti dell’amato territorio di Vinci, a combattere contro questa tragica eventualità? Mai. Quando affrontava un problema, il genio non desisteva sinché non trovava la soluzione. E così, giorno dopo giorno, notte dopo notte, si adoperò per svolgere il bandolo della matassa. Ed anche in questo caso riuscì a trovare il rimedio: un marchingegno che avrebbe imbrigliato e ucciso un’eventuale futura lumaca assassina. Già, anche se Leonardo, giovanissimo, aveva lasciato Vinci per andare a Firenze, allievo nella bottega del Verrocchio, e successivamente a Milano alla corte di Ludovico il Moro e aveva concluso, ormai vecchio, i suoi giorni nel castello di Amboise, in Francia, da tutti riverito e considerato un genio, non aveva certo dimenticato i luoghi della sua infanzia. Anzi, continuava a provare per essi una struggente nostalgia, tale che era ben conscio che là un giorno sarebbe tornato il suo spirito.  

Era già pomeriggio; al calore e alla vivida luce del sole di mezzogiorno che riscalda la pelle e rende forte e sicuro l’animo, era subentrata una luce più pallida. Un calore più debole che produce una flebile sensazione d’insicurezza. Un recondito timore per l’avvicinarsi della notte.