Biodiversità…cosa vorrà mai dire questa parola?
Quale significato si cela dietro di essa? Sappiamo
tutti che la massiccia industrializzazione a livello
mondiale sta causando ingenti danni all’ecosistema.
L’effetto serra sta aumentando, e molte specie di
animali e piante si stanno estinguendo. Questo
perché l’azione antropica sta alterando proprio la
biodiversità, cioè la meravigliosa vastità delle
specie terrestri. Inquinare causa dei danni, e
inevitabilmente chi semina vento prima o poi
raccoglie tempesta. Questo significa che ciò che
state per leggere potrebbe accadere davvero. E
potrebbe accadere anche a voi …. Proprio nella
vostra città…E FORSE ANCHE NELLA VOSTRA CAMERA DA
LETTO.
Non mi credete? Leggete questa storia e capirete.
La pendola del salotto batté in quel preciso istante
le dieci della sera. Michela e Patrizia se ne
stavano comodamente adagiate sul divano, osservando
le fiamme che avvolgevano e consumavano lentamente i
tronchi di legno nel camino.
Se qualcuno di voi è passato per caso da Ponte
Antico, senza dubbio ne sarà rimasto colpito in
senso negativo. Un paese minuscolo, tetro ed
angusto: e i giovani certamente non potevano avervi
futuro.
Michela, date le scarse possibilità che offriva il
suo modesto borgo, aveva più volte manifestato
l’intenzione di iscriversi all’Università della
città più vicina. Ma Patrizia, la sua amica
inseparabile, non l’avrebbe seguita in questa
avventura. Per il momento si era trovata un modesto
impiego come commessa nel negozio di Mino (l’unico
di generi alimentari che c’era a Ponte Antico) ed
era contenta così.
Come vi ho già detto, le due ragazze erano amiche
intime. Ed anche molto altruiste. Ed è per questo
motivo che si erano offerte volontarie per aiutare
la signora Nelia, una brava donna paralizzata, in
carrozzella da molti anni, e rimasta vedova
recentemente. Nelia si era assentata da qualche ora,
portata dal nipote a trovare una vecchia amica,
portando con sé dei fiori. Fiori freschi e
profumati. L’aroma era così forte che era rimasto
ancora nella casa. E nelle narici di Michela. Questa
si sedette sul divano ed iniziò a sospirare.
“Mi chiedo perché” disse “l’essere umano non riesca
a comprendere il prezioso valore della natura che
gli sta intorno. Davvero assurdo” Quel profumo le
aveva fatto venire in mente il suo Leonardo, l’uomo
col quale provava le gioie dell’amore e del sesso.
Capitava spesso che lui le regalasse dei fiori e
componesse per lei delle poesie. Era molto
romantico.
Vi ho parlato poc’anzi della biodiversità. Gli
stupidi ed ottusi abitanti del paese, abituati a
parlare di partite di calcio ed altre futilità, non
comprendono certamente il suo alto significato. Ma
essa c’è, esiste. Riguarda anche l’essere umano.
Come pure lo stesso Leonardo. Ed era un grande
impegno per lui, dal momento che era un biologo.
Condivideva con Michela il grande amore per la
natura.
“Perché ci mette così tanto a tornare la signora
Nelia?” chiese Patrizia;
“Cosa vuoi che ne sappia?” sbuffò Michela “Mi chiedo
piuttosto come faccia a trascorrere gli inverni
senza un moderno impianto di riscaldamento…mah”
disse strofinandosi le braccia.
Michela non era molto alta, aveva bellissimi capelli
corvini lunghi e lisci e due adorabili occhi
celesti; vestiva sempre con eleganza e non le
piacevano affatto gli indumenti sportivi. Al
contrario di Patrizia che amava il casual.
“Che seccatura…cosa facciamo adesso?” brontolò
Michela.
Si era adagiata sulla poltrona. Il rumore del
crepitio della legna la fece scivolare velocemente
nel sonno. La destò la voce squillante della sua
amica:
“Guarda, Michi…gli scacchi!” esultò;
“Cosa?”
“Ci sono degli scacchi là su quel tavolo”
Erano scacchi, di colore bianco e blu. Ma non erano
fatti di legno o plastica, bensì in alabastro. In
fin dei conti non erano stati fabbricati per
giocare, ma soltanto per fare scena; l’intero
insieme era quindi da considerarsi un soprammobile.
Senza perdere tempo, Patrizia andò a prendere il
tutto e lo portò sopra il tavolino:
“Così il tempo ci passerà, non credi?” disse
entusiasta. Michela invece non condivideva per
niente il fervore dell’amica.
“Io lo trovo un gioco noioso. In ogni modo, se ci
tieni tanto…” mugugnò. A malapena si ricordava quali
fossero le regole. Proprio non vedeva l’ora di
andarsene a dormire.
Le due amiche continuarono a giocare una partita
dopo l’altra finché la pendola non scoccò la
mezzanotte in punto. Quel grave suono le paralizzò
entrambe. Patrizia rimase con la mano a mezz’aria
intenta a sorreggere la torre.
“Oddio, non dirmi che già è mezzanotte…ma com’è
possibile?”
“Avevi così tanto timore di non sapere come passare
il tempo. Sarai contenta, adesso!” ironizzò Michela.
Patrizia continuò a rimanere immobile come una
statua di sale, lei invece si alzò in piedi:
“Ma che fine avrà fatto la signora Nelia? Non le
sarà mica successo qualcosa?” si chiese preoccupata;
“Prova a chiamarla col cellulare” le suggerì
Patrizia;
“Lei è rimasta all’età della pietra” sbuffò Michela
“Non ce l’ha. E non ha nemmeno intenzione di
comperarselo, a quanto ho capito”. Già, il progresso
avanza. Il mondo cambia, ma c’è chi si ostina a non
adattarsi alle novità. Ad esempio, c’è chi si serve
dei computer portatili della Texas Instruments e chi
invece continua a scrivere documenti con la vecchia
Olivetti lettera 32.
Proprio in quel momento udirono il rumore di
un’auto. Forse era lei. Infatti era così.
Il nipote la fece uscire dall’auto la mise in
carrozzella e la condusse in casa. La donna si scusò
prontamente con le due amiche. Si immaginava bene
che sarebbero state in pensiero per lei.
“Scusatemi, ho avuto da fare. Mi sono fermata a casa
di una mia vecchia amica, purtroppo quando sei a
chiacchierare il tempo passa così velocemente che
non te ne accorgi” sospirò.
“Beh, finalmente possiamo andare a dormire” esultò
Michela.
La donna si fece condurre al piano di sopra ove
mostrò loro la camera. La casa aveva soltanto due
stanze per dormire: ed in entrambe c’era un letto
matrimoniale.
“Non c’è un letto singolo?” chiese Patrizia;
“Purtroppo no, questa era la stanza di nostra
figlia, poi lei si è sposata e se n’è andata,
lasciandomi sola” sospirò la donna.
Nelia appoggiò la candela sul comodino. La sua luce
tremolante illuminava la piccola stanza ed i loro
volti. Una candela era necessaria poiché la lampada
del soffitto non funzionava. La stanza era piccola e
candida: tutto al suo interno era di colore bianco.
Il letto, l’armadio in fondo alla parete e le lunghe
tende della finestra. Le due ragazze indossarono
velocemente il pigiama ed entrarono sotto le
coperte. Michela soffiò sulla fiamma regalando così
la stanza all’oscurità.
Forse a Michela non importava niente di starsene in
quella stanza fredda immersa nel buio più totale, ma
a Patrizia sì. Non le piaceva affatto. Si era sempre
ritenuta una persona coraggiosa, ma anche alla
persona più ardimentosa può capitare di scoprire la
paura. Il buio, si sa, è un contenitore infinito, e
può celare molti misteri. E anche voi, non venite a
dirmi che non avete mai provato una forte sensazione
di disagio a starvene da soli in una stanza in
assenza di luce. Non è forse così?
“Michi, stai dormendo già?…”mormorò improvvisamente
Patrizia. La sua voce aveva il timbro sgomento.
Pareva quella di una bambina che era stata appena
costretta a mandare giù un cucchiaio di sciroppo
amaro.
“Vorrei tanto” sbuffò “Che cosa c’è?”
“C’è che…beh, io sento un freddo cane”
“Lo credo bene, non c’è riscaldamento in questa
casa” le ricordò;
“E ora che facciamo?”
“ Cosa vuoi fare? Dormiamo, no?”
“Se almeno ci fosse una stufa a legna in questa
stanza…”
Michela si mise a ridere:
“Certo. Così, imbranata come sei, daresti fuoco alle
tende. Dormi, va, che è meglio”
La biodiversità entra dappertutto, di soppiatto.
Silenziosa si insinua nelle piccole case. Lenta ma
inesorabile essa arriva, strisciando nel buio. Anche
se le due amiche non potevano vederla, essa c’era. E
in quel momento era lì. Era nel buio, e c’era anche
per loro.
Dopo qualche minuto, Patrizia parlò di nuovo:
“Michi, stai dormendo già?”
“Ora non più. Che cosa c’è ancora?” mugugnò.
“Domani è San Valentino, hai già scelto il regalo
per Leonardo?”
“Sì. Si tratta di un regalo molto speciale”
ridacchiò;
“Scusa, non volevo parlarti di questo …c’è un’altra
cosa. Ma…non so se è il caso…”
“E di che si tratta? Spero che non sia una cosa
lunga, perché a quest’ora sarà già l’una di notte”
brontolò lei;
“Beh, si tratta di Fernando, il ragazzo che abitava
nella casa vicino al vecchio cinema”
“E allora?”
“Sono iniziate a circolare strane voci in paese”
Michela sbuffò. Ci mancava soltanto questa, adesso.
“Uffa, ancora con questa storia? Si può sapere
perché diavolo la tiri fuori adesso e a quest’ora?
Vuoi fare come i bambini che si raccontano le storie
del terrore la sera, prima di andare a letto? Così
ci spaventiamo tutte e due ed è la volta buona che
trascorriamo l’intera notte ad occhi spalancati nel
buio”
“Sì, ma dicono cose strane in paese. Sai che suo
padre lavora alla DMM?”
“Alla…cosa?”
“E’ la ditta che ha eseguito i lavori per installare
le antenne dei ripetitori. Dicono che quelle
installate in cima alla collina che sovrasta il
paese hanno generato un forte elettrosmog in tutta
la vallata. E dicono che esso ha causato
degli…strani effetti sulla gente”
Aveva fatto una pausa di una buona manciata di
secondi prima di continuare. Sì, il timbro della sua
voce lasciare trapelare una certa di paura che si
era insinuata in lei. Come un piccolo granello di
sabbia in un macchinario. Dopotutto, non era niente
di speciale. Era solamente una triste storia di un
giovane ragazzo ucciso da un ladro entrato nella sua
casa. Ma questo ladro, a giudizio di chi lo aveva
visto sgattaiolare via, aveva qualcosa di strano.
“Sì, certo…si chiama alterazione genetica. Ma
spero che non vorrai crederci pure tu, adesso”
“No, è che…hai sentito anche tu a quello che hanno
raccontato in paese, no?”
In quel preciso istante iniziò a sollevarsi un forte
vento. Le persiane venivano fatte sbattere
continuamente contro i ganci che le sostenevano.
Patrizia temette che si potessero rompere.
“Adesso Non fare finta di non sentire, cribbio. Hai
sentito che cosa hanno detto oppure no?”
Dannazione a te, pensò lei. Certo che l’ho sentito
dire. Tutti l’avevano sentito dire. Ma
preferivano non pensarci. Anche Michela preferiva
tergiversare. Anzi, si chiese per quale assurdo
motivo alla sua amica fosse venuta la malsana idea
di parlare di quella dannata storia proprio in quel
momento.
“Sì, hanno detto che quando hanno ritrovato il suo
assassino era come metamorfizzato. Al posto delle
gambe aveva due grossi rami che si muovevano
autonomamente. Come fosse una pianta umana. Al punto
da sembrare quasi il protagonista di un racconto di
Ramsey Campbell. O di Clive Barker” …detto questo si
mise a ridere. Michela aveva adottato questo termine
di paragone perché era una grande appassionata di
letteratura del brivido. E Patrizia lo sapeva bene.
“Non prendermi in giro, dannazione…tu ed il tuo
Clive Barker! Ma ci credi o no?”
“Sono tutte idiozie. E adesso dormi…”
“Ma…”
“Niente ma. Buonanotte e sogni d’oro” disse Michela
voltandosi dall’altra parte. Affondò la testa nel
cuscino e si addormentò. Ma il suo sonno durò ben
poco, perché pochi istanti dopo fu destata per
l’ennesima volta:
“Michela, c’è qualcuno!”
“Cosa?”
“C’è qualcuno con noi in questa stanza. Non siamo
sole” balbettò in preda al panico.
“Cosa? Ma che dici? Ti sei rincretinita?” urlò
Michela;
“Non riesco a vederlo ma so che c’è qualcuno. C’è
qualcuno in questa maledetta stanza insieme a noi!”
disse roteando gli occhi impauriti nel buio alla
ricerca del pericolo.
“Sei davvero una stupida, lo vedi cosa succede a
parlare di queste cose?”
Patrizia afferrò la sua amica per un braccio
terrorizzata:
“Oddio…Qualcosa mi si è attorcigliato attorno ad una
gamba. Mi ha preso”
“Sei impazzita?”
Patrizia stava urlando, adesso. Urlava e si dimenava
come una tarantolata. Michela si mise in ginocchio
sul letto e la afferrò per i polsi:
“Santiddio, ma che ti sta succedendo? Stai
calma…calmati!”
Michela
era spaventata perché inizialmente credeva che la
sua amica volesse solamente giocarle uno scherzo. Ma
poi si accorse che non era affatto così. Era
davvero terrorizzata.
“Oddio, Michela, per l’amor del cielo, aiutami, ti
prego…accendi la luce. Accendi la luce”
“E come faccio? Non funziona!”
“Accendi la luce, mio Dio…ACCENDI LA LUCEEEEEEEE…”
Leonardo in quel momento stava guidando la sua
vecchia Renault Quattro. Era da considerarsi ormai
un pezzo da museo. Lui stava racimolando qualche
soldo in più per comperarsene una nuova. Sul
cruscotto ricoperto di polvere, c’era una foto
formato tessera della sua amata, ed accanto un
assortimento di cassette di musica di vari autori
tra cui spiccavano i nomi di Vasco Rossi e Luciano
Ligabue. D’un tratto il motore iniziò a perdere
colpi. Quando la macchina si fermò, il conducente
capì che cosa era successo: la benzina era finita.
Leonardo uscì dalla vettura e accecato dalla rabbia
iniziò a prendere a calci un pneumatico. La spia era
accesa già dal pomeriggio. Doveva provvedere ben
prima a rimettere carburante, invece aveva fatto
passare troppo tempo.
Sapeva che prima o poi la sua cara vecchia Renault
Quattro l’avrebbe tradito. Ma proprio per la vigilia
di San Valentino doveva farlo? E in aperta campagna,
per giunta?
Sbollita la rabbia, rimase immobile per qualche
secondo, ansimando. A poco a poco si stava
riappropriando del suo self-control. Si mise a
cercare la torcia elettrica. Era un tipo previdente,
ne teneva sempre una dentro la vettura, apposta per
evenienze come quelle. Puntò il fascio di luce sui
sedili. Cercò il suo telefono cellulare, ma quando
lo ritrovò ricevette un’altra amara sorpresa: la
batteria era scarica.
Perfetto, ci mancava pure questa. Due grane al
prezzo di una. E poi? Si dice che non c’è due senza
tre. Cos’altro doveva capitargli ancora?
La biodiversità, che studiava con tanto impegno,
riempiva gran parte della sua vita, questo era
certo. Anche se in quel momento di difficoltà
pensava a tutt’altre cose, quella sera la
biodiversità lo avrebbe riguardato da vicino. Ci
sarebbe stata anche per lui.
In quel momento Leonardo fu scosso da un brivido.
Aveva udito una voce. Qualcuno lo aveva chiamato dal
bosco.
“Chi…chi c’è? Chi va là?” urlò;
Profondo silenzio. Continuò ad avanzare, poi impugnò
un coltello a serramanico. Fece scattare il
meccanismo che azionò la lama.
“Chiunque tu sia se stai cercando di spaventarmi ci
stai riuscendo benissimo…quindi adesso piantala ed
esci fuori. Voglio vedere chi sei” balbettò.
Il suo nome fu pronunciato per la seconda volta.
C’era qualcuno al di là delle piante agitate dal
vento, ma chi?
“Guarda che sono armato. Oltre che il coltello ho
anche una pistola. E ben carica”
Mentiva e lo sapeva benissimo. Diceva soltanto così
per darsi coraggio. Si era sempre dato l’aria da
spavaldo, a scuola come nel gruppo. Già, però la sua
accozzaglia di (falsi) amici l’aveva sempre preso
per i fondelli per questa sua doppiezza. Forte fuori
ma debole dentro. Santo cielo, Leonardo, perché fai
tanto il duro? Ammettilo…sei un fifone, gli diceva
continuamente Giampiero.
Il suo antipatico volto gli parve ricomparire
proprio in quel momento, intento a sfotterlo per
l’ennesima volta. Tu sei un pisciasotto,
Leonardo…sai perché non sposerai mai Michela? Perché
hai troppa paura a prenderti le tue responsabilità,
ecco perché. Tu vuoi soltanto una pollastrella che
ti sollazzi nei sedili posteriori della tua
automobile il Sabato sera e nient’altro. Perché hai
paura a stare lontano da papà e mamma. Sei un
codardo. SEI SOLAMENTE UN FOTTUTO CODARDO.
Io non sono un codardo. Ripeté fra sé e sé. Iniziò
ad avanzare stringendo saldamente il coltello nelle
proprie mani. Si avventurò fra le piante. La rabbia
gli aveva dato coraggio. Avrebbe fatto vedere a
tutto Ponte Antico di cosa era capace. Finalmente
avrebbe dato a tutti prova della sua forza.
“Avanti, vieni fuori, chiunque tu sia. Io non sono
un codardo, non lo sono mai stato, HAI CAPITO?”
urlò.
In quel momento accadde l’incredibile. Alcuni rami
di una pianta vicina si allungarono e lo
avvinghiarono. Si trovò prigioniero in pochi istanti
(tutto accadde rapidamente).
Non credeva ai suoi occhi, i rami si stavano
muovendo, come posseduti di vita propria. Ma com’è
possibile? Le piante non possono farlo, è assurdo,
pensò. I rami gli coprirono interamente il volto in
un attimo. Non avrebbe potuto urlare, nemmeno se
avesse voluto. Successivamente il suo diabolico
aggressore iniziò a trascinarlo giù per il sentiero.
La mattina dopo, proprio il giorno di San Valentino,
le auto della polizia avevano circondato la casa di
Nelia. All’interno della dimora si presentava una
scena agghiacciante. Le interiora della donna erano
finite dappertutto: sulle scale, sul divano e
perfino sopra la tavola. Il pavimento poi era pieno
di sangue. La sua testa era rotolata in un angolo.
Fissava macabramente, con gli occhi ancora
spalancati, i poliziotti che erano appena entrati.
Proprio come l’inquietante Medusa del
Caravaggio.
“Dio…ma che cosa è successo in questa dannata casa?”
gridò schifato il tenente;
proprio in quel momento un poliziotto lo chiamò:
“Venga, presto…venga a vedere”
Lo fece scendere per delle scale fino a farlo
giungere alla cantina: sotto un grande telone di
plastica di color verde che copriva gran parte del
pavimento, c’era qualcosa che si muoveva. E a
giudicare dalla sagoma, doveva essere di grandi
dimensioni.
“Me ne sono accorto poc’anzi. Ma non ho avuto il
coraggio di sollevarlo. Non so cosa ci sia sotto”
disse con gli occhi ingranditi dall’ansia.
“Beh, lo scopriremo subito” sibilò il tenente
caricando la pistola “adesso afferra con molta calma
il telone e sollevalo al mio tre, intesi?”
“V…va bene” mormorò lui. Sperava tanto che non
glielo avesse chiesto. Qualunque cosa, ma non
questa.
“Uno…due…tre”
Il poliziotto sollevò il telone di scatto. Il
tenente urlò di terrore.
Leonardo riprese coscienza proprio quella mattina.
Non aveva la minima idea di dove si trovasse, né di
quanta strada avesse fatto. Iniziò ad avvertire un
forte dolore in direzione della milza. Un ramo gli
era penetrato dentro la carne, ma non poteva
vederlo. Non poteva vedere proprio niente, in quel
momento.
Riacquistò la vista a poco a poco, attimo dopo
attimo, come un paziente ospedaliero che si riprende
dopo una lunga anestesia.
Si stava muovendo, ma non lo stava facendo con le
proprie gambe. C’era una grandissima pianta che lo
aveva avviluppato e che lo stava trascinando con sé.
Leonardo cominciò lentamente a vedere qualcosa, sì,
stava cominciando a distinguere nuovamente i colori.
Inorridì quando davanti ai suoi occhi comparve la
ragazza che amava: Michela.
Era la stessa di sempre, ma soltanto dalla vita in
su. La parte inferiore del suo corpo invece era
mutata: al posto delle gambe aveva due grossi rami
che la facevano stare in piedi. Una creatura
surreale. Una pianta umana. Come Michela
aveva detto la sera precedente alla sua amica del
cuore, una figura così sembrava davvero uscita da un
racconto horror. Ma a volte la realtà supera
la fantasia.
“Mic…Michela…che…cosa ti è s…su…successo?” balbettò
lui sfinito.
Lei non rispose. Continuava a fissarlo coi suoi
teneri occhi azzurri. Quegli occhi che lo avevano
fatto innamorare fin dal primo giorno che l’aveva
incontrata.
“Che…cosa…sei…diven…ta…ta?” mormorò ancora;
“Che cosa sono diventata? Oh, andiamo! Non dire
sciocchezze, amore mio. Che cosa sono sempre
stata, vorrai dire” disse ridendo.
Michela, ma cosa sta dicendo? Pensò Leonardo.
No, non può essere. Allora vuol dire che…
In quel momento capì tutto. Conosceva Michela
soltanto da qualche mese, ma sapeva che viveva da
sola. Non aveva mai conosciuto i suoi genitori. E
nemmeno Patrizia li aveva mai visti.
E questo perché Michela era un vegetale. Già,
proprio così, avete capito bene: un fottutissimo
vegetale che era riuscito ad assumere sembianze
umane. E tutto per colpa dell’elettrosmog generato
dai ripetitori installati sulla collina. Le voci che
venivano sussurrate con terrore in paese erano vere,
solamente che la verità aveva un altro aspetto: non
uomini che diventano piante ma l’opposto. A quanto
pare, dunque, quegli idioti della DMM senza volerlo
aveva causato un disastro! E così la biodiversità a
lui tanto cara, che riempiva la sua vita lavorativa,
ottenne finalmente un grande ed inaspettato spazio
anche in quella intima e personale del nostro
biologo. E avrebbe continuato a prendere ancora
campo, oh sì: per tutti gli abitanti di Ponte
Antico. Per tutti gli altri che erano rimasti.
Potete crederci.
La pianta che l’aveva aggredito era una sua alleata,
senza dubbio. Ce n’erano altre come quella:
l’invasione era iniziata. Forse potete anche trovare
questa storia divertente, ma riflettete per un
istante: la mucca pazza, la recente influenza dei
polli, non avrebbero forse fatto sorridere se
pronunciate trent’anni fa? La natura finge di essere
inerme, ma può vendicarsi. In quel momento la
ragazza spalancò la bocca: i suoi denti erano lunghi
ed affilati come quelli di un felino. Aveva già
pensato a sistemare la signora Nelia, Patrizia e
buona parte della polizia. Ma aveva ancora fame.
Già, quel giorno aveva proprio molta, moltissima
fame.
“Buon San Valentino” gli mormorò. E iniziò a
divorarlo.
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all'indice Autore
I
cambiamenti climatici che si stanno verificando nel
pianeta sono così gravi che è stato necessario
nominare una Commissione Mondiale per la Salvezza
del Pianeta, che intendeva promulgare una strategia
efficace di gestione, contenimento e successiva
risoluzione del disastro. Il filo di Arianna
che legava tra loro le decisioni finora raggiunte
ripartiva dai vecchi accordi del Protocollo di
Kyoto, il patto con cui 141 paesi del mondo si erano
impegnati a ridurre l’inquinamento atmosferico. Ma
tutte le proposte ed i progetti presentati finora
non erano mai stati realizzati perché andavano a
ledere gli interessi economici dei gruppi finanziari
potenti.
Mentre
si sta ancora discutendo sulle proposte dei vari
paesi, i capricci climatici della Terra procedono in
ulteriore peggioramento. Periodi di siccità si
alternano quindi a piogge torrenziali che
distruggono e provocano inondazioni disastrose. A
settimane di caldo intenso si alternano giornate in
cui la temperatura scende in picchiata di almeno
venti-venticinque gradi, causando così la
sopraggiunta di gelate improvvise. Di conseguenza,
non si possono più coltivare i terreni e si hanno
terribili carestie, e per questo motivo si è
costretti ad organizzare la produzione agricola in
serre. Per quanto siano enormi queste serre
costruite, non riescono a soddisfare il fabbisogno
alimentare nel mondo. Si ritorna quindi ai primordi,
alla lotta dell’uomo per sfamarsi, alla ricerca del
cibo, ad atti di sciacallaggio veri e propri. I
governi dispongono che tutte le riserve di cibo
devono essere sorvegliate da corpi speciali di
polizia perché esso ormai è divenuto moneta di
scambio. I malviventi si organizzano. Mentre le
rapine avvenivano per soldi, adesso i ladri
penetrano nelle serre come una volta accadeva per i
caveau delle banche.
Contemporaneamente a questo caos ed a questo
sconvolgimento delle strutture, si verifica un
aumento incredibile di suicidi. Il fenomeno
preoccupa. Si organizzano sistemi di controllo e di
prevenzione, tuttavia con scarsa efficacia perché i
suicidi avvengono senza quelle manifestazioni
tipiche che spesso li precedono: cioè stati di ansia
e di depressione, ma le persone coinvolte sono in
pieno benessere psicofisico ed hanno posizioni
sociali di un certo livello. Il fatto però che
preoccupa di più i governi della Terra è che il
fenomeno dei suicidi aumenta in maniera
impressionante, anche fra i più piccoli. In ogni
città sono rapidamente organizzati centri di
osservazione permanente, dove i giovani che
manifestano anche solo una minima depressione
vengono tenuti in osservazione permanente da
telecamere. L’orrendo fenomeno dei suicidi si
espande in maniera terrificante a tutte le fasce di
età e di reddito e purtroppo le varie strutture
preposte non riescono a fornire in tempo adeguate
sepolture a tutti i cadaveri che si accumulano ogni
giorno di più. Il caos si espande in tutto il mondo.
Si improvvisano cimiteri d’emergenza. Le strutture
amministrative sono paralizzate perché costrette a
sostituire continuamente personale che si toglie la
vita. Ormai più nessuno si preoccupa di seppellire i
cadaveri, la disperazione paralizza i sopravvissuti.
Inesorabilmente l’uomo va verso la propria
estinzione.
Ma
questa tragedia sembra non toccare gli animali, che
diventano sempre più selvatici ed aggressivi.
Quando
anche l’ultimo essere umano ha cessato di vivere
dopo essersi tolto la vita con le proprie mani, una
grande pace si diffonde nel pianeta. Dopo il
silenzio della morte fa seguito l’esplosione della
vita. Gli animali si accoppiano e si riproducono. Il
sole, una volta lattiginoso, torno a brillare in
tutto il suo splendore. Venti freschi purificano
l’aria dall’inquinamento. Con il passare degli anni
la vegetazione invade quello che un tempo era il
regno dell’uomo: le piazze e le case. Avanza,
progredisce, distrugge l’asfalto, conquista gli
immensi grattacieli statunitensi, la Torre Eiffel di
Parigi, il Big Ben di Londra, la Sagrada Familia di
Barcellona, le mura del Cremlino.
Al
rumore dei clacson delle automobili e della musica
si sostituisce quindi una grande pace surreale,
rotta soltanto dai richiami degli animali. Le notti
buie sono rischiarate soltanto dalla luna e dalle
stelle, non ci sono più le luci accecanti delle
città che tormentano le tenebre. Anche le specie
degli animali quasi estinte tornano a riprodursi e
ritrovano il loro habitat naturale. C’è una grande
pace nel mondo e non poteva essere diversamente,
perché l’uomo era irreparabilmente programmato per
la sua autodistruzione.
Katherine si sveglia nel suo letto madida di sudore.
Sicuramente questo era stato l’incubo più terribile
che aveva mai avuto in tutta la sua vita. Katherine
si alza tremante dal letto, si versa un bicchiere
d’acqua che a fatica riesce a deglutire. L’incubo
era stato di una nitidezza agghiacciante. Sono le
cinque del mattino, fra quattro ore esatte
l’ammaliante e oculata studiosa dovrà presentare il
suo intervento alla Commissione Mondiale per la
Salvezza del Pianeta. Katherine è una biologa. Le
sue proposte, alle quali ha dedicato un anno intero
della sua vita, vertono a fornire idee per tentare
di fermare l’inquinamento della Terra.
Apre la
finestra e si affaccia per respirare un po’ d’aria
pura. Una leggera brezza mattutina le accarezza il
volto; le strade sono deserte, passa solo qualche
auto a lenta andatura, come a volere rispettare la
quiete della città. Katherine tira un sospiro di
sollievo. Nulla è cambiato, è stato solo un brutto
sogno. Un terribile incubo. Il cielo si sta
leggermente rischiarando. Alla notte che incute
angoscia nell’animo umano, sta per sopraggiungere
l’alba, la luce del sole, il calore che scaccia il
freddo delle tenebre, la vita che vince la morte.
Dopo
pochi minuti si sdraia sul letto ma non riesce a
prendere sonno. Dà una rapida occhiata al contenuto
del cd-rom in cui aveva inciso le sue proposte.
Il suo
cd.
Un
intero anno di lavoro e fatica.
Lo
getta nel cestino.
Successivamente prende carta e penna ed inizia a
scrivere. Sarà il suo nuovo intervento.
Alle
nove del mattino puntualmente la giovane donna si
presenta alla Commissione Mondiale sull’Ambiente al
Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York. Al
momento in cui i componenti della commissione
accendono il monitor per leggere le proposte di
Katherine, inspiegabilmente lei non fa passare il
suo cd-rom ma attacca il traduttore simultaneo ed
inizia così a parlare. Tutti i presenti rimangono
attoniti perché, ovviamente, nessuno di loro si
attendeva questa bizzarra improvvisata. E lei
parlerà, parlerà per più di un’ora, portando le sue
proposte tra la meraviglia dei membri non certo
abituati a questo modo di relazionare.
E lei
sa bene cosa dire, oh se lo sa.
Sarà
l’ultima possibilità per salvare il pianeta.
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RITRATTI
“Che cosa ne dice?” chiese
l'ispettore mostrando la foto del cadavere
orribilmente straziato a Mtichell. Questi la osservò
e rabbrividì:
“Mio Dio...è terribile. Chi può essere stato a
commettere una simile mostruosità?” si chiese.
L'ispettore alzò le spalle:
“Non lo so, dovrebbe dirmelo lei, caso mai”
puntualizzò.
“Come sarebbe? Non crederà che sia stato io?”
rispose Mitchell allibito. L'ispettore rise e lo
tranquillizzò:
“Si calmi. Chiunque sia stato, ha una forza fisica
notevole e lei non ha questa caratteristica. Però,
il fatto strano è che da qualche tempo a questa
parte tutti coloro che hanno avuto a che fare con
lei muoiono come mosche. Come se lo spiega questo?”
domandò sedendosi al suo posto dietro la scrivania.
“Non ne so niente” farfugliò Mitchell. L'ispettore
si stirò alzando le braccia verso il cielo, poi
emise un lungo sospiro di disappunto: non amava
sprecare il suo tempo.
“Non sospetto direttamente di lei, ma la informo che
la stavo facendo sorvegliare da molti giorni, ormai.
Io credo che lei ci sia implicato, anche
involontariamente. Cosa commercia lei?”
“Forniture elettriche, ma cosa c'entra adesso il mio
lavoro?”
“Ha una seconda attività?” chiese ancora l'ispettore
“No”
“Davvero? Allora dove va la sera dopo le dieci da
solo?”
A Mitchell non piacque questa domanda:
“Come sarebbe a dire?”
“Intendo dire che lei quasi tutte le sere dopo cena
esce con l'auto e se ne va per i fatti suoi. Dove
non si sa”
“Cosa fa adesso, mi spia?” si risentì lui;
l'ispettore sembrava quasi divertito dalla sua
reazione:
“Non si meravigli. E' la prassi, succede così per
tutti, non creda di essere speciale”
Cì fu una pausa. Mitchell stava diventando sempre
più nervoso.
“Allora, che cosa ha da dirmi? Dove va la sera da
solo?”
“A prendere una boccata d'aria”
“La racconti ad un altro”
“Voglio un avvocato” protestò.
“Lei è libero di procurarsene uno, ma non è accusato
di niente in questo momento. Vorrei solamente che
rispondesse alla mia domanda”
“Faccio solo due passi e basta” sbuffò lui.
Mitchell stava chiudendo il cancello col lucchetto
quando la brezza crebbe d'intensità. Il vento gli
stava scompaginando i capelli, così fu costretto a
fermarsi per un istante per risistemarseli con le
mani, quando il cancello gli sfuggì di mano andando
indietro di colpo e sbattendo. Mitchell imprecò e
cercò di tenere ben salda l'altra parte. Questo
vento era fortissimo ed innaturale, Mitchell ad un
tratto udì un grido straziante provenire dalle sue
spalle, non fece in tempo a voltarsi che qualcuno lo
afferrò per la giacca e lo trascinò con sé. Mitchell
iniziò ad urlare quando capì che si stava
letteralmente sollevando da terra. Colui che lo
aveva afferrato lo stava trascinando verso l'alto.
Stava addirittura volando. Tentò di dimenarsi ma
quando vide il volto del suo misterioso aggressore
inorridì: aveva la pelle rossa come il fuoco e al
posto degli occhi due piccole sferette nere senza
pupille. L'essere misterioso si lasciò sfuggire una
risata che lo raggelò.
Mitchell si svegliò di soprassalto e madido di
sudore, per un attimo si sentì come la gola serrata
da una forza misteriosa, poi si rese conto di avere
avuto un incubo.
Affondò la testa nel cuscino e tirò un grosso
sospiro di sollievo, poi accese l'abat-jour e fissò
la piccola sveglia sul comodino: erano le otto del
mattino.
Mitchell si mise in macchina e giunse fin verso
l'appartamento di Rafter, un suo caro amico di
vecchia data, scese dalla vettura e suonò
immediatamente il campanello. Non appena Rafter
scese al pianterreno il suo amico gli spiegò il
motivo della sua visita.
“Sta succedendo di nuovo.Siamo nei guai” gli disse;
“Di che stai parlando?” gli chiese Rafter cadendo
dalle nuvole.
“Sai benissimo di cosa sto parlando. Sto parlando di
lui,è di nuovo qui” mormorò;
Rafter lo guardò fisso negli occhi, poi lo afferrò
per un braccio e gli disse:
“Andiamo a parlare di queste cose su da me che è
meglio” detto questo entrambi entrarono nel portone
e salirono le scale.
Rafter servì un the caldo a Mitchell, il quale dopo
avere mandato giù due sorsate si adagiò meglio sulla
sedia:”Abbiamo bisogno di aiuto, dobbiamo parlarne
con la polizia. Lo capisci?”mormorò. Rafter si
sedette vicino a lui:
“Senti, io ti sono amico, però credo che tu abbia
preso un granchio”
“Cristo Santo, ma perché non mi credi? La vita di
tante persone è in pericolo, non lo capisci?” urlò
Mitchell;
“Dannazione, Mitchell. Non può trattarsi di lui.
Sappiamo tutti e due che questa storia dei ritratti
è una cosa assurda”
“E allora l'anno scorso a Londra sono morte tre
persone uccise da una cosa che non esiste?”
“Mitchell , ascolta. Noi dobbiamo riflettere prima
di prendere una decisione”
“E allora cosa conti di fare?” gli chiese lui
tamburellando le dita sulla tazzina di porcellana;
“Come fai ad essere sicuro che è qui?”
“L'ho sognato”
“Non è una prova sufficiente” ribatté lui.
”Lo è. Io sento la sua presenza. Adesso è qui a
Ravendorf”.
Mitchell chiuse a chiave la porta e si tolse il
cappotto, poi chiuse l'ombrello e lo appoggiò al suo
posto, accese la televisione e si adagiò sul divano.
Ad un tratto udì come un gemito provenire dalla
cantina, allora capì.
Si alzò in piedi e scese lentamente le scale fino a
giungere nel seminterrato. Lì era buio e freddo,
Mitchell rabbrividì toccando una stufa spenta. Dopo
pochi passi, il gemito aumentò di intensità.
Mitchell si fermò, puntando il fascio di luce della
torcia elettrica davanti a sé. Illuminò un volto
spettrale, identico all'immagine che aveva sognato.
“Sapevo che saresti tornato da me” sorrise Mitchell,
poi si fece sfuggire un paio di colpi di tosse .Il
freddo dei giorni precedenti avevano lasciato il
segno su di lui. La creatura fece un passo verso di
lui:
“Io sono sempre al tuo servizio. Siamo soci, non ti
pare?”
gli sussurrò con la sua voce che non era una voce.
“Oh, più che soci. Siamo parenti” disse Mitchell. A
quel punto scoppiò in una fragorosa risata ilare.
La memoria gli era tornata.
L'ispettore in quel momento se ne stava tranquillo
ad osservare i dipinti nel corridoio della villa di
campagna di proprietà del caro Mitchell. Per lui era
stato facile entrare, dal momento che possedeva una
copia della chiave del portone. Se le era fatta fare
appositamente in gran segreto. Proprio per entrare
nella suddetta dimora.
Non aveva alcun timore di essere scoperto ed
accusato di violazione di domicilio. Essendo un uomo
di legge, conosceva bene i regolamenti. Sapeva come
aggirare i cavilli legali e come fare tornare la
cosa a suo vantaggio.
Sul cancello vi era un cartelo ad altezza degli
occhi con una scritta ammonitrice:
PROPRIETA' DI MITCHELL GAWREN
ENTRATE A VOSTRO RISCHIO E PERICOLO. PENSATECI.
Ma proprio mentre attraversava
il corridoio la sua attenzione fu catturata da un
dipinto: L'ispettore allora si paralizzò dal
terrore: quel volto era identico a quello di
Mitchell. Com' era possibile? La data era 1817.
Prima che potesse riprendersi dallo stupore, una
lieve brezza gelida gli mosse i capelli. Udì una
voce provenire dalla penombra.
“Ispettore, ma che piacevole sorpresa....”
Panico.
Meccanicamente, mise mano alla fondina. In una
frazione di secondo estrasse l'arma e la puntò
contro i due. Ma il secondo sinistro individuo si
lasciò sfuggire una risata che raggelante era dir
poco.
“Che vorresti fare adesso con quella, eh, idiota?
Vorresti cambiare il destino?”
“Siete...siete entrambi in arresto. Uno di voi due è
il mostro di Ravendorf. O forse...forse lo siete
tutt' e due” farfugliò;
Incredibile, pensò l'uomo di legge. Sto tremando.
Non aveva mai avuto paura di nessuno, ma adesso
stava tremando come una foglia. Già, certo. E tutto
questo semplicemente perché il suo amato sesto senso
gli aveva fatto capire che quei due erano esseri
umani soltanto in apparenza.
“E così, bello mio” rise ancora il sinistro
individuo avvicinandosi a passo lento verso
l'ispettore “ancora non hai capito che non puoi
fermarci”
Quelle parole non fecero altro che aumentare il
terrore in lui. Quel maledetto continuava ad
avanzare. L'ispettore a quel punto fece un rapido
calcolo mentale. L'unica via di fuga era la porta in
fondo al corridoio. Ma non l'avrebbe mai raggiunta
in tempo. Doveva a tutti i costi eliminarli
entrambi.
Sparò il primo colpo. Il proiettile attraversò lo
spettro come se nulla fosse e si conficcò nella
parete.
“Sei contento, adesso?” lo apostrofò Mitchell in
tono dileggiatorio.
L'ispettore urlò, poi sparò una seconda volta.
Infine, lo spettro sollevò a quel punto le braccia
verso il cielo. L'uomo di legge si sentì a quel
punto trasportare da una forza misteriosa.
ADDIO IDIOTA.
Urlò lo spettro. Le sue parole risuonarono
nell'aria.
In un attimo il terribile potere della creatura
soprannaturale lo catapultò alla velocità di un
treno in corsa in fondo al corridoio. Il suo corpo
sfondò la vetrata e in un attimo precipitò
nell'abisso sottostante la collina.
Mitchell osservò per un attimo lo spettro, poi
sospirò:
“Muoviamoci, adesso...ci attende un lungo lavoro da
fare”
“Lo so” rise lui. Continuarono a camminare entrambi
lungo il corridoio. Corridoio le cui pareti erano di
quadri. Erano i ritratti di tutti gli antenati della
famiglia, dal 1500 in poi. Lo spettro altro non era
che il vecchio Barone Gawren. E Mitchell era un suo
discendente. Peccato che anche lui fosse già morto
da un pezzo.
Il cosiddetto Mostro di Ravendorf non
uccideva a caso come la polizia credeva. Uccideva
quelli che avevano tentato nel passato di acquistare
la tenuta. Ma ora che erano stati tutti eliminati,
più nessuno avrebbe minacciato la sacra pace di quel
luogo.
La casa sarebbe rimasta a loro. Alla famiglia Gawren.
Per sempre.
PER SEMPRE.
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L’OMBRA DEL GENIO
Era una
tranquilla giornata di maggio, quella. Il raggi del
sole aggredivano l’imponente mole del castello dei
Conti Guidi, che racchiude in sé il Museo
Leonardiano, insieme con la sua torre che si scaglia
maestosa contro il cielo come orgoglioso simbolo
della città. Ma ben presto il Grande Terrore avrebbe
deciso di uscire allo scoperto. Un Grande Terrore,
viscido e ripugnante, alla stregua dei più
spaventosi demoni annidati nella mente di Howard
Phillips Lovecraft, sarebbe scaturito con rabbia
dalle viscere della terra. Ed avrebbe contaminato la
valle con un ombra così gelida da lenire la forza
dell’astro che dà luce e calore.
La città di
Vinci quel giorno era gremita di ignari turisti.
Essi, in gran parte tedeschi ed inglesi, si
ammassavano sulle scalinate che conducono
all’ingresso del Museo come formiche su una briciola
di pane. Alessandro stava attraversando con fatica
quello sciame umano; i loro continui schiamazzi gli
stavano martoriando il cervello. Quando uscì, era
sfinito. Aveva al passivo una gomitata in uno zigomo
ed un’altra allo stomaco.
Dentro la
vettura lo attendeva la sua bella Monica. Quando lui
aprì la portiera, ella fece esplodere il palloncino
creato col suo chewing-gum.
“Abbiamo fatto
tanta fatica per niente! Oggi non c’è alla
biglietteria”
“E chi c’è,
allora?” sospirò Monica. La ragazza, dal fisico
statuario, aveva i capelli rossi ed indossava un
ammaliante decolleté color fucsia. Vantava inoltre
una forte somiglianza con l’attrice Julianne Moore.
Erano in molti a voltarsi per guardarla. Alessandro
l’aveva conosciuta in una delle tante sale da ballo
disseminate nella città di Firenze.
“Un altro, che
non conosco. Credo che a questo punto dovremmo
cercarlo a casa sua”
Delusione, già.
Frustrazione, per meglio dire. Chilometri di viaggio
per fallire il bersaglio. Ma succede anche ai
migliori.
Il bersaglio in
quel momento se ne stava là, in casa, comodamente
sdraiato sul divano a guardare la tv. Con un morbido
cuscino a cui era stato affidato il compito di
sorreggergli la testa. Un bersaglio dall’età di
sessantacinque anni. Da quel giorno era in pensione,
e si godeva finalmente il tanto sospirato riposo.
L’uomo non accolse certo con entusiasmo lo squillo
del campanello. Si alzò in piedi sbuffando e si
affrettò ad attraversare il lungo corridoio.
“Hai deciso di
impiegare la tua pensione standotene chiuso in casa
a guardare la televisione?” gli chiese Alessandro.
“Me lo merito.
Ho lavorato una vita in quel maledetto castello”
I due si
abbracciarono. Erano padre e figlio. Non si vedevano
da molto, moltissimo tempo. Ma il loro era un
abbraccio freddo, come le strette di mano fra Sharon
ed Arafat. Poco più tardi, la quadrata tavola di
mogano aveva l’orgoglio di ospitare i nuovi
arrivati. La futura generazione, i nuovi ramoscelli
del grande e rigoglioso albero della famiglia. La
cucina era molto ampia. Appesa alla parete se ne
stava una fedele riproduzione de La persistenza
della memoria di Salvador Dalì, e poco più
avanti una simpatica targhetta in materiale
sintetico con la scritta
IN QUESTA CASA SONO TUTTI NERAZZURRI
ANCHE IL GATTO
“Gli hai fatto
vedere il Museo Leonardiano?” chiese il padre;
Alessandro tacque.
“Lo farà più
tardi, adesso c’è troppa gente” mugugnò Monica.
L’uomo si
grattò la barba incolta, poi fece sparire in un
attimo il contenuto del bicchiere. Le sue guance
erano leggermente arrossate: adorava il vino. Ed
anche le belle gambe tornite della nuova fiamma di
suo figlio. La stava puntando come un leone della
savana punta una gazzella, da quando erano arrivati.
Sapeva che si conoscevano da poco tempo. Chissà
quale tipo di progetti avevano in mente per il loro
futuro. Un sorriso sornione comparve a quel punto
sul suo volto:
“Quando vi
sposate?” chiese conficcando con forza lo
stuzzicadenti nella fessura che gli separava i due
incisivi superiori. La domanda era d’obbligo, dal
momento che il suo adorato e unico figlioletto aveva
oltrepassato ormai da tempo la trentina.
“Quando lei
troverà lavoro” ci tenne a precisare Alessandro con
un sospiro amaro.
“Se
troverò lavoro” rispose Monica con un sorriso quasi
idiota.
Se?
Lo sguardo del vecchio ricadde in quel momento sulla
minigonna della ragazza. Poi scivolò ancora più giù,
sempre più giù, a scrutare ed a giudicare con astuta
perfidia i sandali col tacco, lo smalto rosso alle
unghie dei piedi e i due graziosi tatuaggi a forma
di farfalla su entrambe le caviglie. Mandala a
fare la puttana, pensò. Le continue lamentele
dei giovani gli facevano andare il sangue agli
occhi; lui che da adolescente aveva lavorato la
terra sotto il sole cocente. Era sempre stato un
tipo lungimirante, e gli era bastata una semplice
occhiata per capire due cose di quella ragazza: che
era una scansafatiche e che la castità non era certo
il suo credo. Però, alfine, preferì tenere questi
pensieri per sé. Non aveva certo intenzione
d’irritare Alessandro, c’era il rischio di incrinare
ulteriormente il loro già deteriorato rapporto.
In quel
momento, a pochi chilometri da Vinci, una ditta
stava effettuando scavi lungo il pendio di una
collina. Ripetute frane e smottamenti che ostruivano
spesso con fango e detriti la principale via
d’accesso alla città, avevano convinto il sindaco a
prendere urgenti provvedimenti. Un unicum
architettonico in cemento avrebbe archiviato
definitivamente la questione.
Dentro la
grande buca scavata dal caterpillar se ne stavano
due operai. Il primo si scolava una lattina di
birra, il secondo si dilettava a sfogliare un
giornaletto porno. Erano in pausa. Il primo aveva il
fisico macilento. Per quanto riguarda il secondo,
una disfunzione alla tiroide aveva reso rotonde le
forme del corpo. Battibeccavano spesso fra loro. Un
divertente remake di Stanlio ed Ollio.
“Dove hai preso
quella porcheria?” brontolò il primo riferendosi
ovviamente al giornaletto;
“L’ho comprato
ieri ,comunque, non preoccuparti, lo farò sparire
presto”
Il secondo
dette uno sguardo all’orologio ed emise un amaro
sospiro.
“Fine della
pausa” apostrofò il collega.
Ripresero senza
molto entusiasmo a lavorare. Ad un tratto lo smilzo
alzò la testa e notò che il suo compare si era
immobilizzato come una statua; se ne stava lì fermo
immobile sopra l’esile pontile di legno che
costeggiava il fiume di fango che scorreva verso le
profondità della Terra. Un acheronte, se così si
poteva chiamare. L’operaio aveva gli occhi
spalancati come un gufo e un’espressione inebetita.
“Ehi, che
diavolo ti succede? Hai visto un fantasma, per
caso?” gli urlò.
Il dito del
grassone puntò la melma:
“C’è…c’è
qualcosa, laggiù!” balbettò l’operaio.
“Cosa?”
“Ho visto
qualcosa uscire dal fango…sembravano due antenne.
Sono sbucate in quel punto e poi sono sprofondate
giù”
Due antenne?
Questa poi. Lo smilzo a quel punto perse la
pazienza:
“Ma che dici,
sei ubriaco?” protestò. Quello non era certamente né
il luogo né il momento adatto per improvvisare uno
scherzo beota. In un attimo il suo sguardo si
distolse da quello del suo collega per poter
dirigersi verso quell’Acheronte melmoso. Ma non notò
niente di anomalo. Soltanto acqua marrone. Chissà
cosa mai poteva avere visto, quell’imbecille. Si
affrettò a raggiungerlo sul pontile.
“Andiamo,
stupido...rimettiamoci al lavoro, che è meglio” lo
apostrofò.
TUMP!
Un rumore
improvviso.
“Che succede?
Cosa è stato?” esclamò il grassone spaventato.
TUMP!
L’esile
ponticello barcollò paurosamente.
“Il terremoto”
gridò lo smilzo.
Il legno
cedette. Gli operai precipitarono nel fango.
Monica
osservava divertita le mani del suo uomo agitarsi
sul proprio corpo. La luce del sole che filtrava
dalle persiane illuminava le sue lentiggini e la sua
chioma rosso rame. Al termine dell’amplesso, i due
ricaddero uno accanto all’altro, madidi di sudore,
come due pugili caduti simultaneamente al tappeto.
Alessandro si addormentò con la testa appoggiata sul
sinuoso corpo della ragazza; un sottile raggio di
luce proveniente dalla tapparella semiaccostata,
colpendo il brillantino maliziosamente incuneato nel
di lei ombelico, si scomponeva nei colori
dell’arcobaleno conferendo alla stanza un’atmosfera
surreale.
TUMP!
Il rumore li
destò entrambi. L’orologio sulla parete segnava le
tre esatte del pomeriggio.
TUMP!
Cosa era stato?
Proveniva dalla
cantina. Qualcosa aveva sfondato il muro come fosse
fatto di cartapesta ed entrato nella stanza. Ad una
prima occhiata, pareva avere l’aspetto di una
lumaca. Già, lumaca semplice. O se preferite,
Limax agrestis, considerando il suo nome
scientifico. Creature che vengono così illustrate
nelle enciclopedie:
Appartenenti alla famiglia dei Molluschi
Gasteropodi terrestri, dell’ordine dei polmonati.
Hanno un corpo allungato, viscido, rugoso. Sul capo
vi sono quattro tentacoli retrattili, dei quali i
due più lunghi portano gli occhi alle loro
estremità. Abitualmente, non superano i settanta
millimetri di lunghezza.
Una chiarezza
cristallina. Fa quasi paura, vero? Eppure c’era
qualcosa che non quadrava in tutta quella faccenda:
Non superano i settanta millimetri.
Ma in quel caso non era così.
Quando la
creatura li vide arrivare, irrigidì il suo corpo
gelatinoso e poi alzò la testa. Piegò i quattro
tentacoli verso il basso, quasi come a voler
chiedere scusa per quella improvvisa intrusione. Poi
si mise a fissare i due giovani nudi. Li fissava con
gli occhi incuriositi di un bambino che osserva una
farfalla appena posata su un candido fiore. Voleva
studiarli. Come se non avesse mai visto un essere
umano. Eppure ne aveva già divorati due, poco prima.
Per un attimo,
un diabolico incantesimo parve avere tramutato in
statue i tre presenti nella stanza. Poi,
d’improvviso…la rivoltante creatura lattescente si
mosse. Spalancò la bocca, mostrando così ad
Alessandro e Monica una schiera di denti acuminati.
Quelli della parte superiore superavano in lunghezza
quelli della parte inferiore, anche se di poco. Ma
la paura era così forte in quel momento che la mente
di Monica si rifiutò di registrare quel particolare.
Senza dubbio se Linneo o Lamarck avessero visto
quell’essere, sarebbero rimasti ammutoliti. Denti?
In una bocca di lumaca? Pareva impossibile, ma era
proprio così. Potenza dell’orribile mutazione
genetica.
Dopo qualche
attimo di esitazione, il Grande Terrore si scagliò
contro i due amanti.
L’enorme
lumaca, dopo avere avuto come antipasto i due operai
e come succulento pranzo Alessandro e Monica, adesso
si stava aggirando per la città in cerca di un buon
dessert.
I pochi,
assonnati individui che scaldavano le bianche sedie
di plastica dei bar non avevano la benché minima
idea di cosa stesse accadendo là fuori. Ognuno di
loro era immerso nei pensieri delle loro vite
quotidiane, banali ed immutabili. Nessuno immaginava
che una lumaca dalle dimensioni di un rinoceronte
stesse attraversando il paese, lasciandosi dietro il
suo passaggio una vomitevole scia molliccia e una
moltitudine di cadaveri dilaniati. Fu un agente di
polizia ad irrompere nel bar e a dare loro
l’allarme.
In quel preciso
istante, in una fattoria immersa nella campagna
vinciana, se ne stava una ragazzina prodigio. La
piccola, di nome Lorena, era diversa dalle altre
coetanee. Esse erano cresciute giocando con le
bambole, lei leggendo Agatha Christie e Michael
Crichton. Giorni addietro aveva scoperto in un
vecchio mobile delle misteriose carte, e si era
messa in testa di decifrarle. Continuava a lavorare
su quei documenti con impressionante stakanovismo.
Uno spasmo febbrile l’attraversava quando li
leggeva. Le scritte erano al contrario, quindi per
decifrarle faceva scorrere un minuscolo specchio che
teneva saldo nella sua mano destra. Quelle carte
racchiudevano un segreto.
Nessuno nella
famiglia era dotato di una particolare intelligenza.
Grandi lavoratori, questo è vero, ma persone
sottoculturate. Nessuno era riuscito a diplomarsi o
tantomeno a laurearsi. Ma ecco d’improvviso
irrompere lei, Lorena, a rimescolare le carte del
destino. Una figlia inattesa (sua madre era convinta
di essere in menopausa). Per tutti, quelle carte
erano soltanto dei semplici scarabocchi fatti da
qualche perditempo. Ma per lei no, aveva capito
tutto. Erano opera del genio.
In quel momento
nel cortile della casa giocava a pallone il suo
dolce cuginetto. Lottava e cozzava con una palla
azzurra come il cielo. Una palla sicuramente troppo
vivace per lui. Lottava e soccombeva, incespicando
ripetutamente, ma non si arrendeva. Era deciso a
proseguire la sua contesa contro quella diabolica
sfera pulsante di energia a tal punto da sembrare
viva. Un lungo filo di bava gli colava giù dalla
bocca. Aveva perduto il ciuccio nell’erba almeno
sette metri prima, ma sembrava non crucciarsi di
ciò.
Lorena in quel
momento riuscì a carpire il segreto racchiuso in
quei documenti. Leonardo da Vinci aveva condotto uno
studio su certi minerali che erano presenti nel
terreno della zona. Egli si era accorto che le
lumache del luogo erano più grandi del normale,
anche se in limiti pur sempre accettabili. Ma esse
tendevano, anno dopo anno, ad aumentare, seppur di
pochissimo, di dimensioni. Inoltre cominciavano a
cambiare abitudini alimentari, cibandosi anche di
microscopici insetti. Il genio aveva perciò
stabilito un nesso tra la composizione geologica del
terreno e quelle mutazioni, in sé ancora piccole, ma
che con il passar del tempo avrebbero potuto
produrre conseguenze catastrofiche. Egli, con studi
accurati, condotti da par suo, aveva calcolato che
nel corso dei secoli una di queste trasformazioni (
mutazioni diremmo oggi ma che LUI aveva già
intuito), avrebbe generato un mostro che avrebbe
portato il terrore nella zona, seminando morte e
distruzione. Ma poteva il Nostro accontentarsi di
ciò? Poteva la sua mente illuminata lasciare soli i
discendenti dei suoi concittadini, i futuri abitanti
dell’amato territorio di Vinci, a combattere contro
questa tragica eventualità? Mai. Quando affrontava
un problema, il genio non desisteva sinché non
trovava la soluzione. E così, giorno dopo giorno,
notte dopo notte, si adoperò per svolgere il bandolo
della matassa. Ed anche in questo caso riuscì a
trovare il rimedio: un marchingegno che avrebbe
imbrigliato e ucciso un’eventuale futura lumaca
assassina. Già, anche se Leonardo, giovanissimo,
aveva lasciato Vinci per andare a Firenze, allievo
nella bottega del Verrocchio, e successivamente a
Milano alla corte di Ludovico il Moro e aveva
concluso, ormai vecchio, i suoi giorni nel castello
di Amboise, in Francia, da tutti riverito e
considerato un genio, non aveva certo dimenticato i
luoghi della sua infanzia. Anzi, continuava a
provare per essi una struggente nostalgia, tale che
era ben conscio che là un giorno sarebbe tornato il
suo spirito.
Era già
pomeriggio; al calore e alla vivida luce del sole di
mezzogiorno che riscalda la pelle e rende forte e
sicuro l’animo, era subentrata una luce più pallida.
Un calore più debole che produce una flebile
sensazione d’insicurezza. Un recondito timore per
l’avvicinarsi della notte.
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