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ORGJANAS
Nurras, autunno 1930,
Eccellenza, nel comunicarle le novità
della mia ricerca, premetto che pur non essendo esaltanti, credo
siano di buon auspicio. Conversando con Don Saccu (il parroco di
Nurras), e col farmacista d’Othoca, Sias, sono dell’idea che in
queste lande ricche di leggende, ogni grotta, dirupo o montagna
ha una storia “magica” e il suo contorno di superstizioni, che
sicuramente celano siti archeologici. Le ataviche paure dei
vilains giocano a nostro favore, poiché questi luoghi “magici”
non sono frequentati da nessuno e dunque potrebbero conservare
intatti tutti i loro segreti.
Scrive con gesto elegante il giovane
archeologo, mentre sorride soddisfatto.
Dopo una “ripulitura” dei racconti
(stralunati a dir poco) di Don Saccu e del dottor Sias, credo
che nella zona vi siano numerosi siti inesplorati. In
particolare mi ha colpito la colorita descrizione di una valle
che qui dicono essere abitata dalle orgjanas (credo streghe o
fate). Luogo nel quale devono esservi numerose domus de janas
ancora intatte. Non le nascondo che è stato molto difficile
procurarmi una guida, ma oggi l’ho finalmente trovata: si tratta
di tale Pietro Ilvau, un nullafacente (il maresciallo Serra mi
dice essere “ladro per bisogno”; rubò una vacca per sopravvivere
ai rigori dell’inverno), l’unico deciso a guidarmi nella valle
“stregata”.
La scelta è ricaduta su Ilvau anche a
cagione del fatto che, durante le sue scorribande, è già stato
ai margini della valle per sottrarsi ai carabinieri. Secondo la
carta militare, vicino alla vallata dovrebbe celarsi una conca
seminascosta, racchiusa da un’impervia formazione rocciosa.
Ecco, credo che qui potrebbero esservi sepolture preistoriche
d’un certo interesse. La partenza è stabilita per domani. Al mio
ritorno la informerò sugli eventuali sviluppi. Le allego una
dettagliata lista delle spese che ammontano a lire dieci
(esclusa la diaria di Ilvau, di circa mezza lira al giorno, di
cui farò nota in seguito), che prego di inoltrare presso
l’economato.
Suo devotissimo
Marco Bolis
Conclusa la lettera, il giovane indossa
una morbida giacca di tweed, ed esce dalla casa dove vive da
quando è iniziato il suo voiage en Sardigne. Mentre il piccolo
villaggio di Nurras è avvolto dalle ombre della notte, Bolis si
avvia con passo sicuro verso la canonica di San Gavino; dove il
parroco, il farmacista e il maresciallo Serra lo attendono per
la consueta partita a carte.
– Dottor Bolis finalmente! Lei si fa
attendere ogni sera di più, è forse una strategia per fiaccare
gli avversari? – lo saluta il parroco, ricambiato dal giovane
che rivolge un sorriso agli altri convitati.
I quattro giocano per circa un’ora, poi la
perpetua serve il caffè e la conversazione si sposta
sull’imminente escursione di Bolis.
– Non deve preoccuparsi, Pedru Ilvau è un
brav’uomo e non le farà alcun male.
– Si, un brav’uomo che tiene soprattutto a
non danneggiare la fonte della sua diaria. – ironizza il
farmacista facendo eco alle parole di Serra.
– Piuttosto stia attento a sas nurras, i
crepacci di quella zona sono pericolosissimi. – dice don Sias
osservato con crescente apprensione dalla vecchia perpetua; poi
con calibrato eloquio aggiunge, – quei contrafforti calcarei dai
picchi acuti, sono ricordi di antichissime convulsioni
vulcaniche della Sardegna… sappia che di alcune voragini non si
distingue il fondo! – conclude il parroco con un gesto enfatico,
che fa sgranare gli occhi alla perpetua.
– Ecco, piuttosto stia attento a don Sias
e alla sua perpetua! Caro Bolis, perché fra poco salteranno
fuori le orgjanas che infestano queste lande… – scherza Serra,
disapprovato dallo sguardo indignato della perpetua e dal
vecchio parroco che, rosso in volto, s’alza in piedi e con voce
minacciosa dice: – … Bada Antonio Serra, tu e il tuo scetticismo
vi perderete… sono un uomo di fede e affermo che il male esiste
come il bene, e si manifesta nelle forme più orribili. Io so che
in sas nurras, dove la luce del Padre non illumina con i suoi
benefici raggi… ebbene lì regna il male, qualsiasi forma o nome
il popolino gli abbia conferito! Alle parole del vecchio, la
perpetua si segna e s’allontana pronunciando initellegiabili
scongiuri. Dopo un attimo di smarrimento per l’acceso sproloquio
del parroco, Serra ritrova la sua sicumera e ribatte: –
Calmatevi don Sias, conosciamo la leggenda del cervo del
diavolo… ma non vorrete spaventare la perpetua e il nostro
ospite con queste leggende. Le parole di Serra non
tranquillizzano il parroco che sembra prepararsi ad un altro
sermone, quando interviene Bolis: – Vi prego amici, calmatevi, e
lei caro don Sias non sprechi le sue sante parole per un altro
miscredente quale io sono.
– Buon Dio, eccone un’altro! Sono proprio
circondato da atei! – si dispera il povero parroco disarmato
dall’evidente scetticismo dei suoi amici, i quali dopo alcuni
minuti si congedano raccomandando a Bolis di essere prudente.
Mentre si allontana, Bolis non si avvede
che la perpetua, nella penombra compie misteriosi scongiuri
nella sua direzione, scandendo parole che si perdono nel buio di
una notte uguale a mille altre, parole tramandate di bocca in
bocca, confuse nelle pieghe del tempo:
Se sei ombra viva torna al cammino,
se sei ombra di morto torna alla fossa,
se sei ombra di fuoco allontanati da
questo luogo.
Concluso l’antico scongiuro, la vecchia
apre la bocca ed emette un suono basso e vibrante, come il
ronzio di un calabrone.
Il passo che conduce alla vallata è
incoronato da grandi rocce granitiche che svettano cupe dalla
bassa macchia di lentischio punteggiata d’olivastri. Due uomini
a cavallo procedono lentamente attraverso la piana: – Se andiamo
avanti di questo passo s’arriva al buio… ci conviene aspettare a
domani… – dice l’uomo vestito di fustagno nero mentre smonta da
cavallo e si deterge il sudore con un fazzoletto che una volta
era bianco.
– No, Ilvau, dobbiamo proseguire, abbiamo
impiegato due giorni per raggiungere il passo, non possiamo
fermarci proprio adesso. – Obbietta l’altro cavaliere, pallido
ed elegante, fasciato nel suo completo da sella inglese.
– Mi permetto d’insistere… – obbietta
Ilvau tradendo un certo nervosismo che non sfugge al giovane
archeologo, –… la valle mi pare siavicina ma entrarci in una
notte senza luna col rischio di cadere in sas nurras...
– Ilvau, la prego, non insista con queste
storie, – ribatte Bolis un po’ stizzito, –… le ho già detto che
non tollero tali superstizioni e soprattutto pause inutili,
proseguiamo senza altri indugi, lei non è pagato per fare una
scampagnata.
Ilvau incassa il rimbrotto del giovane
senza fare obiezioni, e con evidente malavoglia rimonta a
cavallo e fa cenno all’impettito Bolis di seguirlo.
Dopo circa un’ora i due uomini raggiungono
una valle silenziosa delimitata da una cupa formazione rocciosa
che sembra una primitiva corona. Le ombre dei due cavalieri
s’allungano e si distorcono fino a confondersi nella notte senza
luna che piomba sulla vallata.
Costretti a fermarsi dal buio pesto, i
due smontano al limitare di un bosco di olivastri, accendono il
fuoco e s’apprestano a trascorrere la notte all’addiaccio.
Mentre sorseggiano un caffè, Bolis rompe gli indugi e chiede a
Ilvau d’indicargli il passo che conduce alla conca:– Detesto
stare qui a sorseggiare il caffè mentre forse siamo a pochi
passi da un’importante scoperta, mi indichi il varco per
raggiungere la conca, quella che risulta… più o meno qui, a nord
del boschetto dove ci siamo accampati. Dice Bolis indicando con
gesto vago una zona segnata a malapena sulla carta militare.–
Stanotte c’è troppo buio… è difficile orientarsi, e sbagliare
significa finire in qualche buco… dia retta, aspettiamo
domattina, con la luce…– argomenta senza molta convinzione
l’angosciato Ilvau.
– Si tranquillizzi, non le chiedo di
venire con me, desidero soltanto che m’indichi il passo, poi
potrà starsene qui vicino al fuoco a sorseggiare questo
disgustoso caffè…– dice Bolis svuotando la gavetta con
disprezzo.
Rosso in volto, Ilvau infila una mano
nella tasca della giacca, sfiora il manico d’osso dell’affilata
resolza e sibila: – Adesso voi esagerate… venite da su
continente e non sapete nulla di questa terra, non avete
rispetto e forse… pensate che io abbia paura… no, Pedru Ilvau
non ha paura di nessun uomo o animale… ma rispetta sos babbos
mannos e gli esseri che non hanno pastore quando nascono, non
hanno ovile quando muoiono e si rifugiano nelle grotte buie… gli
esseri misteriosi che popolano la notte…– prosegue Ilvau
sfiorando il coltello celato nella tasca e guardando di
sottecchi Bolis. Questi, conscio della manifesta ostilità
dell’uomo, sfiora la rivoltella, ma poi si controlla e cerca di
calmare l’uomo con fare più mellifluo:– Su, Ilvau, si calmi, non
era mia intenzione offenderla, ma per favore, non mi parli
ancora di queste leggende… le superstizioni locali ora non
contano, ho un incarico da condurre a termine e devo trovare
subito qualcosa che renda significativo il mio viaggio in
Sardegna … le garantisco che anche la sua diaria sarà integrata
da una bella sommetta… naturalmente se io riuscissi a trovare
subito qualcosa… ma, la prego, non perdiamo altro tempo con
stupide favole intorno al fuoco... – conclude Bolis con un
sorriso forzato poi, allontanando la mano dalla rivoltella
conclude, – Suvvia… mi mostri il passaggio… – e così dicendo
s’alza e accende la lampada a petrolio.
Convinto dalle promesse e dalla presenza
della rivoltella di Bolis, l’uomo sfila lentamente la mano dalla
tasca e con una risata nervosa che echeggia a lungo nella valle,
dice con rassegnazione: – Fate come volete… io vi ho
avvertito... – poi senza altri indugi Ilvau s’alza e prepara una
torcia con uno straccio imbevuto di petrolio.– Dobbiamo andare a
piedi, il sentiero è brutto e rischiamo di rompere una zampa ai
cavalli. – spiega Ilvau facendo cenno al giovane di seguirlo.
Incespicando più volte alla traballante
luce delle torce, i due uomini camminano a lungo, finché il
fuoco del bivacco è un flebile punto luminoso nella notte.
Raggiunto il contrafforte roccioso, Ilvau s’arresta come se ci
fosse una porta invisibile, e indicando con un cenno il varco
dice: – Ecco, s’entra da qui... io l’aspetto al bivacco...– e
senza aggiungere altro, scompare rapidamente nel buio.
Penetrando nella conca silenziosa, Bolis
avverte un brivido sulla pelle del viso, come se avesse
attraversato una ragnatela molto spessa o un velo cedevole, liso
dal tempo.
Il giovane si passa più volte una mano sul
viso cercando d’allontanare la sensazione di disagio appena
provata. Una densa e bassa nebbia lambisce le caviglie di Bolis
con spire sempre più sinuose. A tratti il giovane solleva la
piccola lampada per scrutare le alte rocce che circondano la
conca silenziosa, e non avverte la vibrazione simile al ronzio
di un calabrone che è cominciata appena ha messo piede nella
coca. La vibrazione, che sembra provenire da una dimensione
senza tempo, si diffonde nella valle e si fa parola:
Una vita cammina nella valle,
jana maísta solleva lo scialle,
solleva lo scialle jana regina,
una vita ancora cammina.
Improvvisamente la luce della lampada
rimanda un vago riflesso metallico fra le rocce. Bolis orienta
la luce nella direzione del luccichio che, brevemente, si
ripete.
Mentre sale in direzione del flebile
lucore, il giovane fantastica e sorride fra sé: “Un prezioso
monile?”
La vita non fermare,
dalla porta vuole entrare.
Rischiando più volte di cadere o di
rompere la lampada, Bolis raggiunge una sporgenza rocciosa,
perfettamente levigata che sporge come una piattaforma al di
sopra della conca. Quando Bolis si volta per scrutare verso il
basso, ha una leggera vertigine: la conca è ormai invisibile,
invasa da una nebbia lattiginosa che conferisce alle cose un
aspetto irreale, il contrafforte sembra fluttuare nel nulla.
È agile la vita che corre,
sento il sangue che scorre
La lampada di Bolis illumina una bassa
apertura rettangolare, intagliata con cura nella roccia Il
varco, creato da mani antiche, è chiuso da un velo serico di
ragnatele fuse ad alcuni cespugli.
– Una janas – sussurra eccitato Bolis, e
la sua voce deformata è amplificata dalle scoscese pareti della
conca. Il giovane indugia per un po’ sulla soglia, cerca di
scrutarne l’interno, poi frenando il disgusto che l’assale
strappa l’intrico di ragnatele che ostruiscono l’imboccatura
come un sigillo ed entra.
Ora anche Bolis sente il ronzio, porta le
mani alle orecchie, la lampada gli cade, il buio lo avvolge...
il ronzio è nel suo cervello, gli blocca ogni muscolo, ali
d’insetti gli solleticano la pelle: “ Mio dio! Mi scoppia il
cervello! Non riesco più a muovermi!
Correte sorelle!Una vita ha attraversato
la porta e ha infranto il sigillo!
Quando le vede è impietrito dall’orrore,
la bocca del giovane s’apre ma non riesce a gridare quando le
orgjanas gli sono addosso e lo avvinghiano con le loro spire
tentacolari.
Bolis urla ancora una volta senza emettere
suoni quando gli mordono la carne e gli leccano il sangue.
Ecco maista, le tue serve ti conducono
nuovo pasto.
Le orgjanas trascinano Bolis, ancora vivo,
come un fantoccio. Nel buio profondo la regina delle orgjanas la
madre delle prime abitatrici dell’isola, attende… nella
voragine più profonda la jana maísta attende il suo pasto.
Prima d’affogare nel suo sangue, Bolis
vede l’immenso e indescrivibile orrore della maísta, il ghigno
dei suoi denti aguzzi, le bocche spalancate e le sue propaggini
oculari aliene, mille occhi da insetto senza pietà.
Finalmente un urlo agghiacciante erompe
dal petto di Bolis e, amplificato dalla profonda cavità, riempie
la valle.
Mentre il grido del giovane si spegne in
un rantolo, la calda saliva della maísta avvolge ciò che resta
di Bolis nel bozzolo pre-natale. Un brusio proveniente da altri
mondi, si diffonde nella conca e si fa parola:
L’antico pasto è stato perpetuato,
il sacrificio della vita rinnovato.
Il bozzolo pre-natale è pronto, l’antico
patto è rinsaldato.
Poco dopo, tutto finisce e la conca
ripiomba nel suo irreale silenzio.
– Ecco Atzori, quella è la valigia del
dottor Bolis, – dice il maresciallo Serra rivolgendosi al
giovane carabiniere un po’ assonnato. – ora termino la lettera
che dovrà consegnare al prefetto.
Nurras, 12 ottobre 1930,
Eccellenza, dopo quaranta giorni di
ricerche, mi duole comunicarle che non abbiamo ancora trovato il
dottor Bolis. A titolo precauzionale abbiamo fermato Pietro
Ilvau, un nullafacente, già condannato per abigeato, assoldato
dal dottor Bolis come guida. L’Ilvau, più volte interrogato,
asserisce che il dottor Bolis ha insistito per effettuare da
solo un’escursione notturna in una zona impervia e piena di
crepacci. Dopo circa un’ora l’Ilvau dice d’aver udito un grido
proveniente dal luogo dove s’era inoltrato Bolis.
L’Ilvau dice d’aver avuto paura e d’essere
scappato, e a rischio di rompersi il collo è rientrato in paese
urlando come un pazzo che il dottor Bolis era stato sbranato
dalle orgjanas. Ora l’Ilvau s’è chiuso in un allucinato mutismo,
tanto che il farmacista dice che gli ha dato di volta il
cervello. Io penso che il povero Bolis, durante la sua azzardata
e solitaria escursione, sia caduto in una voragine nascosta.
La sua presenza o almeno una sua missiva
sonomnecessarie.
In attesa di sue istruzioni, le ricerche
proseguiranno compatibilmente coi scarsi mezzi in nostro
possesso. Allego alla presente una valigia cogli effetti
personali del dottor Bolis.
Con osservanza, Antonio Serra,
Maresciallo in Nurras.
Mentre il carabiniere Atzori s’allontana
dalla caserma, la perpetua apre la bocca ed emette un suono
basso e vibrante, come il ronzio di un calabrone. In altre case,
altre donne emettono lo stesso suono, metalinguaggio di
un’atavica civiltà aliena, stabilitasi nella conca molto prima
degli uomini.
Il ronzio emesso dalle donne è il segno:
l’antico sacrificio alle orgjanas è concluso, la fame delle
bestie d’altri mondi è stata placata…i figli maschi di Nurras
sono salvi dalla fame delle orgjanas.
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