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Alka Seltzer
Anche quella sera, con il solito
gesto automatico passò un dito sullo schermo della
televisione, esaminò attentamente che non rimanesse un
solo granello di polvere sul polpastrello e tirò un
sospiro di sollievo.
Prese il telecomando rivestito
di cellophane e, dopo aver disteso il telo di stoffa
sul divano, ci si spalmò sopra e accese l’apparecchio.
Frank era rientrato
a casa stanco morto come sempre, nauseato da quella vita
fatta di rituali ripetuti ormai quasi automaticamente.
La sveglia alle sette, dopo le poche ore a fatica
strappate all’insonnia, il cappuccino rigorosamente
decaffeinato e reso tiepido con un cucchiaino di latte
freddo, la doccia anch’essa tiepida, nonostante il
rigido inverno inglese, per evitare l’odiosa calura
durante la rituale quotidiana vestizione in divisa con
tanto di giacca a collo serrato dal cappio della
cravatta.
Rituali
professionali piuttosto ovvi si mescolavano a rituali
privati che considerava altrettanto obbligatori.
Stabilire l’esatto confine tra gli uni e gli altri non
sarebbe stato facile, ammesso di voler tentare.
E poi un’altra lunga giornata trascorsa dietro la
polverosa scrivania, nella grigia stanza condivisa con
due rumorosi colleghi negli uffici della “Eco-Control”,
l’azienda addetta al monitoraggio dell’inquinamento
atmosferico per conto della Contea di Berkshire.
Dopo aver conseguito la laurea in chimica ed essere
entrato nell’azienda grazie alla segnalazione di un
amico paterno, il modesto stipendio gli aveva consentito
di separarsi dalla famiglia d’origine qualche anno prima
per tentare di cavarsela da solo; aveva preso un
minuscolo appartamento in affitto nella cittadina di
Wokingham per riappropriarsi della sua vita, ben al
riparo dalle violente ansie della sorella, dalla
depressione cronica del padre e soprattutto dalle
instancabili cure della cara madre, che pure aveva
sempre adorato il figliolo benedetto che il cielo le
aveva mandato, il suo bimbo bisognoso di attenzione,
l’unica realizzazione della sua infausta vita.
Si era fatto infinocchiare proprio da loro, gli
amati genitori, e ignorando le proprie aspirazioni
personali, ammesso che ancora ne avesse, si era iscritto
alla facoltà di chimica; l’azienda paterna, a lui
destinata, una piccola ditta di reagenti chimici
all’ingrosso, era poi fallita pochi mesi prima che
terminasse gli studi, schiacciata dai debiti e dalla
concorrenza delle multinazionali, e il giovane si
ritrovò con una laurea in una disciplina che trovava
detestabile, ma che pur rappresentava l’unica strada
verso l’emancipazione.
Pur rammaricandosi di questa e di altre scelte
sbagliate, aveva pensato che forse un giorno avrebbe
avuto un’altra occasione e si era messo a fare il
chimico per la contea.
Misurava il tasso atmosferico di idrocarburi
aromatici prodotti dal gas di scarico delle automobili,
la quantità di metalli pesanti nei pesci del fiume, il
livello di radioattività ambientale prodotta dalla
centrale nucleare della zona, e tornava ogni giorno a
casa percorrendo in bicicletta quasi nove chilometri in
mezzo ai gas di scarico, per ritrovarsi a mangiare carne
in scatola sognando il pesce fresco del fiume, e con il
timore costante di non riuscire a pagare la bolletta
dell’elettricità che dalla centrale nucleare veniva
irrorata nella piccola verde contea.
Lavorare al controllo dell’inquinamento aveva acuito
la sua competenza in fatto di polveri e germi, e il
rigore con cui intendeva mantenere la sua abitazione
perfettamente asettica era almeno pari a quello imposto
dalla Contea per il monitoraggio della contaminazione
ambientale.
Ma nonostante tutto, in Frank la speranza non era
ancora morta.
Qualcosa che spezzasse il torpore della ripetizione
sarebbe pur dovuto succedere prima o poi, che fosse per
caso, destino o buona sorte, entità tra le quali non
aveva nessuna preferenza filosofica o ideologica, purché
qualcosa accadesse.
Dopo la parca e fredda cena, come sempre preparò il
bicchiere di Alka Seltzer, l’anti-acido per la notte e
lo pose con cura sul comodino alla sua destra, nella
solita posizione vicino al piccolo lume rosso. Lesse due
colonne di cronaca locale di quel giorno, il 2 gennaio
2006, e si addormentò.
Con la porta della stanza chiusa, come sempre.
Al mattino fu svegliato presto da un grido che
sferzò aggressivamente i suoi timpani e stuprò il
silenzio del bel sogno che per una volta stava facendo.
-Ella! Vuoi uscire dal bagno, maledizione?
Era da molto tempo che a Frank non capitava di
essere svegliato in un modo così brutale; sulle prime,
nel dormiveglia, pensò che i vicini stessero facendo più
baccano del solito e non si rese conto che quei rumori
confusi e sgradevoli erano molto più vicini a lui di
quanto potesse immaginare.
Quella voce stridula e vagamente familiare si
attenuò, mescolandosi ad un’altra, lamentosa e più
dimessa, e prolungando il fastidioso rumore di fondo.
Frank vide buio fuori dalla finestra, pensò che
fosse ancora piuttosto presto per alzarsi e decise di
tentare di riprender sonno.
Dopo pochi secondi udì un rumore crescente di passi
concitati, pareva una corsa su per una serie di gradini,
e si sentì disorientato; viveva in una villetta
bifamiliare, e i vicini, come lui, non avevano scale in
casa. Il rumore divenne sempre più forte e Frank,
preoccupandosi, decise di accendere la luce; sollevò il
braccio destro verso il comodino e pigiò l’interruttore,
che gli parve più duro del solito, ma era stanco e non
diede importanza a questo particolare.
Notò però immediatamente che il suo alka-seltzer non
era più dove lo aveva lasciato e si chiese che fine
avesse fatto; da anni aveva l’abitudine, anch’essa
rituale, di prepararlo ogni sera nel timore di attacchi
di gastrite notturna, che in realtà quasi mai poi si
presentavano.
Il rumore di passi era cessato, proprio dietro la
porta chiusa della stanza da letto, cedendo il posto ad
un inquietante silenzio. Alla vista di un’ombra che si
insinuava sotto la fessura tra la porta e il pavimento,
il cuore del ragazzo iniziò a batter forte e tutte
quelle piccole stranezze si composero in uno strano
presentimento: era ormai certo che li fuori ci fosse
qualcuno.
La vista era ancora debole al risveglio, ma la
stanza gli sembrava diversa e all’improvviso la porta si
spalancò con forza; Frank ne fu terrorizzato e non
credette ai suoi occhi quando vide comparire una gracile
ragazza dall’aspetto scialbo e trasandato.
-Frank!- esclamò lei guardandolo con occhi infuocati
di rabbia -hai preso tu il mio dentifricio?
Il ragazzo la fissò incredulo, aprì la bocca per
rispondere, ma la voce gli si smorzò in gola come in un
principio di soffocamento. Richiuse gli occhi e li
riaprì diverse volte, sperando che quella figura
sparisse. Cercò di convincersi che stesse ancora
dormendo, tormentato dall’ennesimo incubo.
Ma era tutto orrendamente reale: di fronte a lui
c’era proprio sua sorella Eleanor.
Due sole sillabe si trasformarono in un flebile
suono emesso dalla bocca di Frank, con la lingua che si
chiuse a fatica sui denti per pronunciare, lentamente,
il nomignolo con cui l’avevano sempre chiamata tutti:
-Ella…
-Frank!- aggiunse la ragazza sempre più rabbiosa e
impaziente –devo uscire tra due ore, lo sai che mi serve
molto tempo per prepararmi, ti ripeto la domanda: hai
preso tu il mio cazzo di dentifricio?
Frank si guardò intorno e riconobbe la stanza
dov’era sempre vissuto nella casa dei suoi genitori.
Era lì che si era svegliato. Era lì che si trovava.
Iniziò a cercare una spiegazione razionale
all’assurdità in cui era precipitato, riuscì a dare un
senso alle parole che pronunciò e le chiese:
-Ella, cosa… cosa è successo? Sono… arrivato qui
stanotte? Ho avuto un incidente? Sto sognando? Sono
impazzito?
Alzò la voce e terminò l’angosciata raffica di
domande gridando:
-perché diavolo sono qui?
La ragazza non rispose e uscì dalla stanza
spazientita tirando la porta per sbatterla con tutta la
forza possibile e raggiungendo lo scopo di fare un gran
fracasso. Era sempre stato quello il suo modo di
manifestare il proprio disappunto.
Frank si guardò in giro con più attenzione e osservò
che in quella stanza tutto era rimasto come l’aveva
lasciato anni prima; questo non lo stupì affatto, si
alzò e si guardò le gambe e poi più su, le braccia:
indossava il pigiama blu che era certo di non aver mai
portato con sé quando aveva traslocato, così come era
certo di odiare quel maledettissimo indumento da
ragazzino che sua madre gli aveva regalato anni
addietro. Vide un calendario appeso alla parete e pur
non soffermandosi a guardarlo attentamente ebbe
all’improvviso un illuminante atroce sospetto, prese il
telecomando e accese la TV sul primo canale della BBC,
che stava trasmettendo la replica del telegiornale della
notte che si chiudeva in quel momento con le solite
previsioni meteorologiche.
“Per domani, 3 gennaio 2002, si prevede pioggia
intensa su tutto il Berkshire…”
Il dubbio di aver udito o capito male la voce dello
speaker fu fugato dalla data in sovrimpressione, che
tragicamente corrispondeva: January 3, 2002.
In quello stesso istante udì una voce femminile, che
lo chiamava dal basso:
-Francis, visto che ormai sei sveglio, vuoi
accompagnare tu papà al lavoro?
Francis.
C’era solo una persona che lo chiamava così in tutta
la Gran Bretagna.
Sentì la forza nelle gambe mancare, dapprima si
inginocchiò sul pavimento e poi cadde in avanti
proteggendosi all’ultimo momento con le braccia.
Si rialzò e corse a guardarsi allo specchio: non
aveva più i baffi, né il pizzetto; perfino il taglio dei
capelli era proprio quello che aveva usato negli anni
precedenti.
Annaspava per non annegare in quel mare nero in cui
era stato gettato, dovette iniziare a respirare a bocca
aperta, vide la finestra e l’aprì.
Iniziavano le prime luci dell’alba di quella mattina
di quattro anni prima.
Impiegò una settimana a calmarsi e ricostruire il
ricordo della sua vita di allora. La prima notte che
trascorse nel suo secondo anno 2002 non riuscì a dormire
e si maledì per questo, perché aveva sperato che così
come era arrivato lì sarebbe magari potuto andarsene
semplicemente dormendo. La seconda notte si imbottì del
sonnifero di sua madre. La terza notte, ipotizzando che
l’ultima speranza valida fosse riuscire a dormire un
sonno normale e senza il “trucco” del sonnifero, riuscì
ad addormentarsi per tre brevissime ore. Alla quarta
notte si rassegnò all’idea che si sarebbe svegliato
nuovamente in quella casa e in quell’anno.
All’inizio aveva tentato di raccontare ai familiari
la sua versione sui quattro anni successivi e sulla
notte del due gennaio duemilasei, ma suscitò dapprima
ilarità e poi crescente preoccupazione. Decise quindi di
tacere e prese a concentrarsi sull’osservazione di tutti
i dettagli, anche quelli più insignificanti, per tentare
di capire cosa fosse successo.
Escludendo, per puro ottimismo, che fosse uscito
completamente fuori di testa, le spiegazioni razionali,
benché incredibili, potevano essere soltanto due: un
salto all’indietro nel tempo o un passaggio in un mondo
parallelo. Ma dopo pochi giorni di attenta osservazione
vide, ascoltò, sentì e visse episodi che aveva già
visto, ascoltato, sentito e vissuto a suo tempo; questa
semplice osservazione rese la prima ipotesi molto più
probabile.
Il caso, il destino, la sorte.
Tre entità tra cui non aveva mai avuto preferenze.
Era lecito, e soprattutto, aveva senso chiedersi a
quale delle tre si dovesse attribuire l’accaduto?
Escluse l’idea che fosse avvenuto tutto per caso,
perché accettandola sarebbe necessariamente dovuto
arrivare alla conclusione che ripristinare il corso
normale della sua vita sarebbe stato verosimilmente
impossibile. Solo accettando l’ipotesi d’esser stato
predestinato a tutto questo diventava lecito chiedersene
il perché e sperare in una qualche possibile inversione
degli eventi, una volta assolta chissà quale “missione”
o compito. Ma anche in questo caso l’unica possibilità
che aveva era rivivere pazientemente tutto, aspettare e
nel frattempo tenere gli occhi ben aperti, sperando di
cogliere differenze, segni o segnali.
Il caso, il destino, la sorte.
Alla fine della seconda infernale settimana si
soffermò sulla terza entità, che fino ad allora non
aveva giudicato degna di considerazione: la sorte.
E fece l’ipotesi di aver avuto, finalmente, il colpo
di fortuna che aveva sempre atteso, l’occasione della
sua vita, quella di non ripetere gli errori già fatti e
cambiare per sempre il corso delle cose.
Smise così di pensare al futuro che conosceva e
decise di progettarne uno diverso: avrebbe smesso di
rivivere passivamente la sua vecchia vita; era il 16
gennaio 2002 e da quel momento in poi avrebbe fatto
tutto il necessario per renderla migliore di come la
conosceva.
Stabilì inoltre che sarebbe stato indispensabile
sfruttare la conoscenza degli eventi a proprio completo
vantaggio personale. E magari anche della sua
disgraziata famiglia.
La notte di capodanno fra il 2005 e il 2006 nel
Berkshire fu memorabile.
Milord Francis Summers, per gli amici Frank,
organizzò una festa eccezionale, pagata di tasca
propria, alla quale tutti i VIPs della contea furono
invitati. Fu l’occasione per molti di conoscere
personalmente questo giovane prodigio della statistica,
a soli ventiquattro anni già Professore Associato
all’Università di Oxford, l’esperto più accreditato del
Regno Unito nel calcolo delle probabilità, ma
soprattutto il vincitore di innumerevoli concorsi e
scommesse nell’arco dei quattro anni precedenti. Rugby,
ippica, calcio, cricket, automobilismo e perfino la
lotteria nazionale: non vi era un unico campo del gioco
in cui Lord Francis non avesse dato prova delle sue
eccezionali capacità di previsione. Collaborava inoltre
saltuariamente con i servizi meteorologici di mezzo
mondo, ed era riuscito addirittura a minimizzare i danni
prodotti dal famigerato maremoto del 26 dicembre 2004
nell’Oceano Indiano, impresa per la quale era stato
insignito del Premio Nobel per la Pace l’anno
successivo.
In pochi anni lo spiantato studente fuori corso di
chimica era diventato lo statistico più brillante che il
mondo avesse mai conosciuto, e insieme uno degli uomini
più ricchi e potenti d’Inghilterra.
Si era anche procurato molti detrattori, soprattutto
tra gli altri statistici, che in quanto tali ben
sapevano che la sola competenza nel calcolo non bastava
a spiegare le sue stupefacenti capacità di previsione.
Come si era ripromesso, Frank aveva dispensato
generosità anche a tutta la sua famiglia: attraverso
cospicui finanziamenti aveva impedito il fallimento
della ditta paterna e grazie alle altolocate conoscenze
aveva trovato un impiego stabile e redditizio alla
sorella Eleanor; aveva inoltre provveduto a sua madre,
che trascorreva l’esistenza ormai più su navi da
crociera e alberghi di lusso sparsi per i cinque
continenti che in Inghilterra.
Ma quella gran bella festa di capodanno era per il
giovane inglese la segreta occasione per festeggiare con
due giorni d’anticipo la ricorrenza del giorno più
fortunato della sua vita: il due gennaio duemilasei era
ormai alle porte, e quella data era ormai diventata
indimenticabile, come tutto quello che era avvenuto
dopo, o per meglio dire, come tutto quello che era
avvenuto prima.
Il primo giorno di gennaio si alzò nel pomeriggio e
si fece accompagnare in aeroporto, dove l’attendeva un
jet privato che lo avrebbe portato a Parigi insieme alla
compagna, Vanessa, una splendida fotomodella africana.
Atterrarono alle otto e mezza della sera e furono
portati in albergo. Trascorsero la giornata successiva
in giro per la città, a scaricare le decine di carte di
credito Gold che Frank possedeva. Quella stessa sera
Vanessa partì per Milano per una sfilata e lui fu
contento di poter rimanere solo in quella importante
ricorrenza.
“Mai come in questo caso la parola ‘ricorrenza’ è
adatta…” pensò, sorridendo sornione, mentre preparava in
bagno il suo Alka Seltzer che mise sul comodino anche
quella sera, nella stessa posizione; il denaro e il
successo non avevano potuto cambiare proprio tutto.
Si infilò sotto le abbondanti lenzuola, adagiò il
capo tra i tre cuscini di seta e sfiorò l’interruttore
digitale per spegnere la luce.
Stentava a prender sonno.
Fu colto all’improvviso dal pensiero che tutto
sarebbe potuto accadere di nuovo. Quale tragedia sarebbe
stata, la vanificazione degli sforzi fatti fino a quel
momento per conquistare il successo.
Ma si calmò, pensando che se proprio avesse dovuto
ricominciare da capo quei quattro anni, e per la seconda
volta, stavolta avrebbe fatto addirittura meglio,
cambiando tutto di nuovo. E poi ancora, se necessario,
anche una terza, una quarta volta, sempre meglio, sempre
di più.
Quale miglior sorte di poter rivivere all’infinito
quattro anni di vita da giovane, sano e con
l’opportunità di conquistare il mondo?
Si addormentò sereno con quest’idea nella testa.
L’atmosfera di Parigi nel periodo invernale è
notoriamente fantastica; gli addobbi natalizi
impreziosiscono ogni dettaglio, gli alberi, le vetrine
dei negozi, l’ingresso dei grandi alberghi. Dopo il
tramonto la Senna si tinge dei mille punti di colore
della notte parigina che sembrano disegnare il percorso
di una vita piena di allegria e priva di dolori.
A quell’ora i clochard entrano nelle stazioni della
metropolitana per ripararsi dal morso del gelo,
approfittando di una bontà di facciata che da anni si
porge loro almeno dalla Vigilia di Natale fino
all’Epifania.
Il calendario obbliga tutti ad essere felici,
nessuno deve rimanere immune all’intensa ondata di
religioso amore per il creato.
I bateaux mouche scivolano lentamente lungo il
fiume, e l’eco degli altoparlanti che descrivono ai
turisti le bellezze della città si compone con il
sussurrato e cortese parlare delle signore parigine
indaffarate nelle eleganti compere del centro in un
rumore di fondo raffinatamente francese.
Fu esattamente quello il rumore che interruppe
dolcemente il sonno di Frank la mattina successiva.
Si svegliava lentamente, ad occhi chiusi lasciava
che i suoni gli accarezzassero i timpani, e fu sollevato
nell’udire chiaramente che si trovava ancora a Parigi,
la città in cui si era addormentato la sera del
famigerato 2 gennaio.
Ma il rumore francofono della strada, che da
frequentatore ormai assiduo della capitale ormai ben
conosceva, gli sembrò poi molto, troppo vicino.
-Frank, Frank! Svegliati!- percepì un grido in
inglese con forte pronuncia statunitense e nello stesso
istante avvertì un forte puzzo di benzina che lo
costrinse ad aprire gli occhi.
John, un barbone statunitense adottato dalla
capitale francese da anni, lo stava scuotendo per
svegliarlo in tutta fretta.
-Frank, cazzo, muoviti, sta arrivando la polizia e
non dobbiamo farci beccare, lo sai che a quest’ora ci
tollerano solo se stiamo nella stazione di Place D’Italie
con gli altri! Dai, forza, my friend, guarda, ti ho
persino rimediato una bustina di Alka Seltzer, sei
contento? Qualcuno deve averla buttata via per sbaglio
proprio nel nostro bidone. Alzati, per Dio, Frank!
L’alito putrido e pesantemente alcolico di John ebbe
l’effetto di svegliare completamente il povero Lord
Francis, che si vide vestito di stracci e cartoni
addosso alla scalinata d’ingresso del ristorante Chez
Mario, che a quell’ora era chiuso.
Quasi per caso, l’occhio di Frank cadde sulla data
della copia sbrindellata di “Le Figaro” sotto la quale
pareva avesse dormito: si aggrappò al vicino idrante dei
vigili del fuoco e iniziò a urlare disperatamente,
resistendo all’arresto da parte dei sopravvenuti
gendarmi della Sureté.
Era il 3 gennaio 2010.
Se avesse voluto leggere la settimanale rubrica
scientifica del quotidiano francese, Frank avrebbe
trovato il trafiletto intitolato “Corsi e ricorsi: il
tempo ha una struttura dinamica non circolare” firmato
dal Professor Etienne, titolare della cattedra di fisica
alla Sorbona.
Ma il caso, il destino o la sorte, gli risparmiarono
questa cinica provocazione.
La prima volta in cui era stato preda del diabolico
“due gennaio” Frank aveva agito senza capire; questa
volta aveva capito ma non poteva agire.
Il due gennaio duemilasei era passato.
Una volta per tutte.
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