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Come è nata la sua passione per la
scrittura?
La passione per la
scrittura mi deriva da mia madre. La critica disse di me:
«"scende per li rami" essendo la figlia [...] di Celeste
Chiappani Loda». Mia madre ha dunque avuto una
fondamentale importanza nella mia formazione intellettuale
e scritturale.
Iniziai a comporre poesie
all'età di cinque anni, ma - non sapendo ancora scrivere -
dettavo proprio a mia madre le mie composizioni, che ella
raccolse in un quaderno. Quando ne fui in grado, cominciai a
scriverle io stessa in quel quaderno. Successivamente mi
dedicai anche alla prosa con racconti, articoli, opere
teatrali, critica, pensieri, barzellette, massime, diario ed
altro.
Con mia madre c'è un
continuo confronto dal punto di vista intellettuale e
scritturale. Nacqui che ella scriveva già, essendosi
dedicata alla scrittura in età adolescenziale, quindi io
sono cresciuta immersa nel suo tessere parole. Cominciai
prestissimo a leggere le sue opere. Durante le scuole
elementari le chiedevo di farmi leggere le poesie più
semplici che trattavano temi naturalistici (qualcuna la
imparai a memoria) e i racconti i cui protagonisti fossero
animali. Rammento anche nitidamente che, verso gli undici
anni, desiderai leggere il suo libro di memorie
d'anteguerra, Ognuno è solo, ma desistetti dopo aver
affrontato la prima mezza facciata perché era troppo
difficile per me.
Tra i ricordi più
significativi ce n'è uno che risale ai tempi del liceo:
quando tornavo a casa per pranzo, mentre io consumavo il
pasto (mia madre aveva già provveduto per sé un’ora prima),
ella mi leggeva un nuovo brano del romanzo che allora stava
componendo, Berto-coscienza. Era gioia vedere una
storia che prendeva corpo e si snodava, mentre io percorrevo
i miei giorni di adolescente, che dividevo tra studio,
letture e scrittura.
Attualmente trascorriamo ore
intere in un reciproco leggerci e rileggerci (naturalmente
non parlo solo della rilettura delle bozze, la cui
correzione è necessaria quando pubblichiamo). I nostri
stili, sia poetici sia prosastici, sono completamente
diversi e non di rado ci divertiamo quando una di noi due
trasforma un componimento - soprattutto poetico - dell'altra
secondo il proprio stile. Scriviamo però anche poesie a
quattro mani, così come facciamo mio marito e io. E pure
poesie a sei mani.
Scrive per hobby o per professione?
Purtroppo scrivere non è
la mia professione, tuttavia la mia serietà nel farlo è
professionale.
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Che cosa fa nel tempo libero e qual
è il tipo di vita che svolge attualmente?
Il tempo libero è quello
che mi rimane dopo il lavoro (sono responsabile di
un'accademia musicale), dopo aver accudito alla casa quel
minimo che basta per renderla presentabile (non mi
identifico con la figura della casalinga ossessivamente
perfetta) e dopo aver sbrigato tutti quegli adempimenti
necessari per vivere. Quindi la quantità di tempo libero a
mia disposizione è esigua. Questa esiguità la divido tra
diverse occupazioni: troneggiano lo scrivere, il leggere e
lo studiare. Inoltre disegno, ascolto musica classica e
jazz, svolgo attività di prefatore per una casa editrice
torinese, assisto a pièce, fruisco di mostre,
visito musei e pinacoteche, seguo corsi, convegni e
conferenze, svolgo attività di volontariato nel campo
della cultura (sono guida turistica trilingue in un
palazzo barocco, collaboro con un museo d'orologi moderni
e con un comitato di gemellaggio con la Francia).
Abita in una grande città o in un
piccolo centro? Pensa che possa essere influente il luogo
dove si vive?
Abito in una piccola città
(35.000 abitanti circa). Se è vero che ognuno è cittadino
del proprio tempo, può esserci del vero anche
nell'affermare che ognuno è cittadino del proprio paese e
del proprio luogo di residenza. Questo però non vuol dire
che ci si (debba) àncora(re) in un luogo, considerandolo
la fonte unica delle proprie esperienze (casomai fonte
primaria, tuttavia presto esaurita se si tratta di un
centro di modesta entità): se ciò avvenisse,
significherebbe essersi autocorredati di un efficace
paraocchi convergente.
Ha un titolo di studio inerente
all’ambito letterario? Se sì, pensa che questo l’abbia
aiutata nella sua carriera? Se no, pensa che questa mancanza
l’abbia ostacolata nel suo successo?
Sono laureata in Lingue e
letterature straniere moderne con un piano di studi ad
indirizzo umanistico e ho successivamente seguito altri
corsi e dato altri esami in materie diverse da quelle
della mia laurea. Gli studi che ho seguito mi hanno
certamente permesso di formarmi una base culturale
all'insegna di un solido eclettismo. Ritengo infatti che
soltanto attraverso la poliedricità ci si possa formare
l'esperienza indispensabile per scrivere.
Secondo la sua opinione scrivere è
un'arte che si avvale in prevalenza dell'istintività?
Se per istintività Lei
intende ispirazione (l'"ingenium" oraziano contrapposto
all'"ars"), Le rispondo un netto no. Uno scrittore (con la
esse maiuscola, intendo) deve essere necessariamente molto
colto (cultura di vita oltre che libresca) e saper
maneggiare gli strumenti del mestiere con una maestria
senza eguali. Chi scrive, quindi, non lo fa mai in una
sorta di trance. Tra gli autori del sottobosco si
trova assai spesso chi afferma di trasferire sulla carta
direttamente ciò che "esce dalla penna", senza tanto
pensarci, vale a dire seguendo l'ispirazione del momento e
non volendo - dopo l'atto creativo - procedere ad analisi
di sorta. Questo atteggiamento è accettabile solo agli
inizi di una carriera, quando cioè davvero ci si crogiola
nello stupore del fiume di parole che sgorga con
strabiliante facilità; è maturando che ci si rende invece
conto che quello scrivere a ruota libera deve essere
arginato ma soprattutto addomesticato usando i ferri del
mestiere. Tra essi la lima di oraziana memoria. Il
labor limae è indispensabile: per il suo tramite non
cedere alla superficialità diventa un habitus,
inoltre esso insegna ad essere meno indulgenti con se
stessi. Flaubert - si dice - limò una frase per anni.
Fa leggere ai suoi amici, conoscenti
o familiari le sue opere?
A mia madre in primis; a mio marito; a chi, tra gli
Amici o i conoscenti, abbia manifestato il desiderio di
leggere i miei scritti; ad alcuni (pochi) tra i dedicatari
di mie poesie
Scrive per se stessa o per gli
altri? Vorrebbe avere un confronto con i suoi lettori?
Ho cominciato a scrivere
per me stessa e - visto che della scrittura non posso
farne una professione - per me stessa sostanzialmente
continuo a scrivere. Mi piacerebbe, comunque, avere un
confronto con lettori attenti.
Quanto c'è di personale nei suoi
testi?
Nel diario e
nell'epistolario c'è tutto. Nel resto c'è da poco a molto
a tutto.
Si potrebbe definire la sua
scrittura intimista e che cosa s'intende, secondo lei, per
scrittura intimista? In quale tipo di genere letterario si
possono incanalare i suoi scritti?
Oggigiorno spesso si
denuncia un disorientamento generale che porta chi vuole
esprimersi attraverso la scrittura a nascondersi nelle
pieghe più risposte di se stesso per dire le sofferenze
d'un'anima incompresa. Il risultato di questo dire è una
letteratura che viene etichettata come sentimentalista ed
intimista. Preso atto di questo, penso ci possa essere un
poco di riluttanza ad autodefinirsi o a lasciarsi definire
scrittori intimisti. Tuttavia c'è intimismo ed intimismo.
La mia scrittura, sì, è
anche intimista, ma non solo quello.
La mia poesia è sicuramente
interessata ad un atteggiamento ermetico, ma non si risolve
totalmente in esso; infatti, dato che ho cominciato a
scrivere all’età di cinque anni, il mio poetare ha subito
un’evoluzione pure in termini di ricerca. Ho quindi composto
- approdandovi dopo anni - liriche brevissime con versi
brevissimi, che definirei ermetiche; ho scritto poesie
lunghe con versi che addirittura eccedono l’endecasillabo;
ho scritto ballate; ho scritto poesie visive. Non uso la
rima e scrivo in versi liberi.
La mia prosa è diaristica
quando compilo il mio "giornale" o in alcune lettere
dell’epistolario. Assume invece un atteggiamento saggistico
negli articoli o in scritti affini. Le altre prose sono
improntate ad un’ironia ora distaccata ora amara oppure
giocate su commistioni piscologico-mitologico-realistiche.
Ha mai partecipato a dei corsi di
scrittura?
No.
Ha mai acquistato dei manuali per
affinare la tecnica? Li ha trovati utili? Può citarne alcuni
particolarmente interessanti?
No.
Ha seguito corsi di scrittura
creativa e cosa ne pensa in genere?
Non ne ho mai seguiti.
La società, la sua famiglia, il
luogo in cui vive… pensa che siano fattori determinanti per
il successo di un artista?
Ogni artista in potenza
diventa artista in atto e cioè a tutti gli effetti se
trova l'hic et nunc: Shakespeare nato e vissuto tra
gli ottentotti sarebbe stato solo una persona
intelligentissima (e probabilmente frustrata, ma questa
valutazione occorrerebbe farla passare sotto le forche
caudine della sociologia), invece egli si trovò in una
congiuntura storica che consentì al teatro elisabettiano
la libertà di vivere e cioè di diventare quello che
diventò.
Ha mai avuto un "idolo letterario"
del quale ha cercato di seguire le orme? Quali sono il suo
scrittore e il suo libro preferito e perché?
Non ho mai avuto idoli
letterari da emulare e mai ho cercato modelli, perché
tutto è formativo: imparare a memoria brani dai classici;
impadronirsi degli strumenti per riuscire ad analizzare un
componimento letterario; sforzarsi di penetrare le leggi
macroeconomiche; sorbirsi la lettura di un romanzetto
rosa, per dovere di conoscenza di questo genere; e altro
ancora. L'essenziale è saper ricondurre all'unità tutte le
esperienze che ci derivano dalla cultura libresca e da
quella di vita.
Non ho dunque idoli e
modelli letterari: ho amori duraturi, per la qual cosa posso
citare gli autori di cui mi sono innamorata; e posso citare
anche singoli libri che hanno contribuito alla mia
formazione o che mi hanno regalato la gioia sublime che può
dare solo la lettura di capolavori (o l'ascolto o la visione
di capolavori musicali e di opere pittoriche, scultoree e
coreografiche).
Di un autore mi sono,
all'età di sedici anni, perdutamente innamorata nel senso
letterale del termine: Giacomo Leopardi. Di primo acchito
viene la tentazione di etichettarlo come un sentimento da
adolescente liceale, ma tale sentimento non mi ha più
abbandonata. Ho continuato a leggere questo grande e ad
imparare a memoria alcuni suoi Idilli, al di fuori
dei miei obblighi scolastici, su su fino all'anno della
maturità, anno in cui approfondimmo la personalità e le
tematiche del Recanatese. All'università, poi, lo scelsi per
la parte istituzionale d'un esame.
Di un altro autore ho
avvertito di poter cogliere tutta l'umanità; e il suo malato
sentire mi ha dolorosamente intenerito: Giovanni Pascoli. Ho
sentito vicina a me Emily Dickinson, il cui stile mi
affascina. Ancora: adoro il Manzoni dei Promessi Sposi,
un'opera che sta alle calcagna degli studenti lungo tutto il
loro iter scolastico, ma che si dovrebbe leggere
davvero molte volte per trarne giovamento: se si vuole
scrivere occorre scrivere a perdifiato, ma occorre anche
leggere tantissimo. E non voglio tralasciare il Foscolo dei
Sepolcri e dei Sonetti, Dante, Petrarca,
Shakespeare, Pirandello, Pavese, Pascal, García Lorca,
Neruda, Quasimodo, Ungaretti, Montale, Anouilh, Cocteau,
Beckett, Ionesco, Ibsen, i poeti ispano americani e gli
ingiustamente poco noti Vittorio G. Rossi e Raffaello
Brignetti. Non vuole essere un elenco esaustivo, il mio, ma
il ricordare alcuni tra coloro verso i quali ho un forte
debito di riconoscenza perché mi hanno permesso di affinare
il mio sentire attraverso l'arte e di capire come funziona
la scrittura.
Oltre a questi autori ci
sono state singole opere che hanno contribuito alla mia
formazione: il Dizionario Garzanti della lingua italiana,
la Costituzione, il Codice civile, la
Bibbia, Quartieri alti di Ercole Patti, Il
nuovo galateo di Frichi Arborio Mella, Infanzia e
giovinezza di Albert Schweitzer, Corso di sociologia
di Arnaldo Bagnasco, Marzio Barbagli e Alessandro Cavalli,
The seven habits of highly effective people di Stephen
J. Covey, per citarne una parte minima. Anche in questo
caso: un elenco non esaustivo, ma il promemoria dei debiti
da me contratti.
Pensa che sia più semplice la
scrittura per un pubblico infantile rispetto a quella per un
pubblico adulto? Motivi la sua risposta.
Dipende dall’inclinazione
del singolo scrittore. Per rivolgersi ad un pubblico
infantile occorre senz’ombra di dubbio spogliarsi del
linguaggio colto: in tal modo, se ad esempio si scrivono
favole, si riesce a porgere i messaggi più squisitamente
morali con buone possibilità che essi vengano recepiti. È
questione di empatia linguistica.
Ha mai scritto un’opera seguendo le
indicazioni di mercato piuttosto che l’ispirazione?
Mai.
Pensa che gli italiani siano una
popolazione di lettori, di scrittori, entrambe e nessuna di
queste ipotesi?
È risaputo che oggigiorno
- non parlo solo dell'Italia - si legge poco e in modo
differente rispetto al passato. Per stare al passo, ad
esempio, il mercato che rivolge la sua produzione di
periodici all'average man, punta su riviste con
articoli brevi, che trasmettano poche e accessibili
nozioni, il tutto arricchito di immagini; oppure allega
libri di piccola stazza che è possibile ottenere
aggiungendo un sovrappiù al prezzo del periodico. Non ho
tuttavia compiuto studi particolari per dare alla mia
risposta un supporto specialistico.
Gli italiani un popolo di
scrittori? Dappertutto sempre più persone si avvicinano alla
scrittura (già Leopardi sottolineava polemicamente questo
fenomeno).
Ha mai avuto contatti con scrittori
famosi? Può descrivere l’evento vissuto?
Ho vissuto diversi
incontri, più o meno intensi, con scrittori di fama. Tra
tutti vorrei ricordarne uno, non perché sia tra i più
significativi in termini di “apprendistato”, ma per
l’atmosfera che da tale incontro promana.
Salvator Gotta (uno
scrittore di cui ho fruito solo antologicamente dato che non
lo sento vicino alla mia sensibilità) lo incontrai in
svariate occasioni, anche perché con lui mia madre aveva
amici comuni.
Quando andammo a trovarlo,
mia madre e io, a Villa degli Aranci, la sua casa di
Portofino, io avevo quindici anni, perciò i ricordi che mi
sono rimasti non si possono certo dire esaustivi: sono solo
medaglioni e come tali li proporrò.
Lo rammento alto, imponente,
un poco instabile e vivacemente perso nei ricordi che si
snodavano quando visitammo con lui la sua galleria di
fotografie autografate, che lo ritraevano con numerosi
personaggi della cultura del suo tempo (ricordo ad esempio
Irma ed Emma Gramatica). Al nostro plauso, lo sento
schermirsi: “No, non ho tante cose e tanti riconoscimenti
perché sono bravo, ma perché ho vissuto a lungo.”
In un altro medaglione lo
vedo alzarsi, appoggiandosi al braccio di mia madre e
pregandola di accompagnarlo in giardino: voleva infatti
mostrarci la villa di fronte alla sua, nella quale era
vissuto il pittore Giuseppe Amisani, morto d’infarto durante
una gita a Camogli in compagnia - tra gli altri - del
giornalista Giulio De Benedetti e dello stesso Gotta. Era
stato proprio quest’ultimo ad indurre l’amico pittore ad
acquistare la villa che fronteggiava la sua. In una
pubblicazione uscita per la commemorazione del trentesimo
anniversario della morte di Amisani, Gotta spiega: “Solo un
breve tratto di giardino ci separava. Cosicché – specie nei
mesi d’estate – si viveva una vita quasi comune, parlandoci
dalle finestre, attraverso il giardino.”
In un terzo medaglione lo
sento accennare alle sue opere di cui rammento solo il suo
citare la saga dei Vela.
In un ultimo medaglione ci
vedo chiacchierare anche con la signora Mirella, la
governante dello scrittore, donna pratica e assai cortese.
Ricordo perfettamente che, quando gli dicemmo che avevamo
incontrato poche settimane prima suo figlio, il dottor
Massimo, in occasione di una manifestazione avvenuta presso
il circolo culturale fondato dagli amici che avevamo in
comune con lo scrittore, quest’ultimo sembrò animarsi
particolarmente facendosi prendere da una sorta di ansia
febbrile, come se il figlio fosse arrivato qualche istante
prima e stesse per entrare in casa. E mi intenerisce quanto
il figlio stesso ebbe a dirci: quando il padre, benché
famoso, vedeva il suo nome stampato, ne era felice come un
bambino.
Ha mai avuto un blocco nella
scrittura? Se sì, come è riuscito a superarlo?
Mi è capitato piuttosto di
superare un blocco psicologico per il tramite della
scrittura.
Ero appena uscita da un tunnel in cui avevo camminato per
molti mesi senza intravederne la fine e lottato per non
smarrirmi nel buio annientante. In quel periodo non riuscivo
a scrivere opere lunghe e impegnative perché la lotta che
stavo sostenendo mi assorbiva ogni rimasuglio d'energia.
Uscita dal tunnel, non potei ricrearmi in fretta: gli altri
avevano tentato (senza riuscirvi, ma quei mesi di tensione
insopportabile mi avevano oltremodo fiaccata) di dimostrarmi
in modo lento, subdolo e crudele come io fossi semplicemente
una presenza inutile da levare di mezzo. Ad un certo momento
intuii il fatto che, se volevo ricrearmi, dovevo provare,
non a loro, ma a me stessa, che ero in grado di fare
qualcosa che non facevo da tempo: scrivere un'opera di largo
respiro che avrebbe rappresentato per me una sorta di
riscatto. Scrissi infatti una pièce che mi soddisfece
sia dal punto di vista letterario sia, naturalmente, per il
significato che avevo annesso all'operazione
Coltiva altre passioni artistiche,
oltre la scrittura?
Il disegno, come ho
specificato sopra.
Secondo lei cosa rappresenta
internet?
A me risulta utile quando devo fare qualche ricerca
veloce. Inoltre mi ha permesso di aprire alcuni canali di
comunicazione. Occorre però accedere ad Internet con il
cervello attento per non rischiare di incappare in qualche
raggio laser
Ha scelto di pubblicare in internet:
è quindi un metodo per farsi conoscere dal pubblico?
Sì, tanto più che ho aperto un sito
letterario, da neppure un anno, nel quale presento parte
della mia produzione e cerco di lumeggiare la mia
personalità:
http://digilander.libero.it/gloria.chiappani.
Si reputa un artista?
Non sono così immodesta da
considerarmi un artista, ma neanche così modesta da non
ritenermi del tutto tale. In medio stat virtus.
La scelta di raccontare.com è stata
casuale?
Non rammento come ho
scoperto www.raccontare.com. Trovo questo sito un luogo in
cui si può camminare senza stancare occhi e cervello con
le fantasmagorie informatiche che ci tempestano in ogni
dove. Intuisco che www.raccontare.com possa provocare
nelle persone un effetto rassicurante.
Un plauso vorrei andasse
alla redazione per aver dato uno spazio alla L.A.V. (Lega
Anti Vivisezione) perché credo fermamente nella lotta per
l'affermazione dei diritti degli animali. Gli animali hanno
infatti il diritto di vivere con dignità e l'uomo ha il
dovere di tutelare questo loro diritto perché è solo
attraverso il rispetto di ogni forma di vita, animale o
vegetale, che l'essere umano può definirsi civile.
Quando ha deciso di pubblicare?
La prima pubblicazione di
una mia lirica avvenne nel 1981, senza che me lo
aspettassi; per la miglior poesia avevo infatti vinto un
concorso letterario e il mio lavoro fu ospitato da un
periodico.
Da allora cominciai a
pubblicare su riviste, su quotidiani e in antologie;
recentemente sono usciti alcuni volumi di poesia e di prosa.
Da qualche mese pubblico anche tramite Internet.
Scrive in genere quando è triste o
quando vive un periodo di felicità?
L'ispirazione, in me, non
privilegia condizioni particolari.
Può scrivere una sua breve
biografia?
Ho detto molto di me,
durante questa intervista. Riassumerò quindi i punti
principali corredandoli dei dati mancanti.
Sono nata nel 1962 in una
cittadina della provincia di Milano, dove ho frequentato le
scuole elementari, medie inferiori e medie superiori (liceo
scientifico). A Milano mi sono laureata in Lingue e
letterature straniere moderne.
Risiedo nella mia città
natale assieme a mia madre, vedova (rimando alla sua
intervista rilasciata a www.raccontare.com) e a mio marito,
siberiano.
Ho insegnato in scuole
statali e comunali e in alcune Università della terza età,
ma ho avuto esperienze lavorative anche in altri campi.
Attualmente lavoro come responsabile di un'accademia
musicale, svolgo attività di volontariato nel campo della
cultura e collaboro come prefatore con una casa editrice
torinese.
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