LE AVVENTURE DI VINCENT
Molti anni fa viveva in
un villaggio sperduto tra le radure di un bosco, un giovane
contadino di nome Vincent. Appena l’alba schiariva il cielo,
Vincent si levava in piedi dal letto e andava a lavorare nei
campi. Apriva solchi con l’aratro dalla mattina alla sera,
tornava a casa, quando il sole scompariva dietro le
montagne, lasciando le ultime tracce di colore. L’infanzia
di Vincent era seppellita nella magra terra, in un fondo
buio, quello del tempo che tutto aveva cancellato e che era
come una notte, una serie di notti senza luce. Gli unici
momenti di spensieratezza, erano quelli che trascorreva in
compagnia di Cettina. Giocavano a rincorrersi tra le spighe
del grano biondeggianti al sole; salivano sui rami protesi
al cielo e poi, di nuovo a rincorrersi felici e beati. Un
giorno vicino al rudere di un castello, Vincent confessò a
suo padre il desiderio di vivere da nobile e partire alla
ventura. “Mio adorato figlio”, gli disse il padre, “il rango
che ti appartiene è l’aratro e le bestie. Quando sposerai
Cettina, riceverai in dono tanti animali, che ti
permetteranno di vivere sereno. Se davvero vuoi uguagliare
quelli che sono nati nobili, non ci riuscirai… perché sei
nato contadino e contadino devi morire.” Cettina che amava
Vincent non osò sfuggire alla sua volontà, così una mattina,
quando arrivò nel villaggio il messaggero del Re, alla
ricerca di validi giovani, per prestare servizio presso le
scuderie del castello reale, Vincent affidò la sua decisione
alla sorte. Aveva con sé un’accetta e decise di scagliarla
contro un albero: se l’accetta fosse caduta egli avrebbe
continuato a fare il contadino; se invece fosse rimasta
conficcata nel tronco dell’albero, avrebbe seguito quel
soldato. Vincent lanciò vigorosamente l’accetta; questa
penetrò nel tronco, dove rimase infissa.
L’abilità del giovane
nel battersi non passò inosservata e in breve tempo, da
scudiero, diventò cavaliere. Indossata l’armatura di ferro,
attraversò villaggi e città, a seguito di un esercito di
valorosi soldati. Gente che non aveva un mestiere, o voleva
vivere una vita avventurosa; erano sicuri di guadagnarsi una
piccola paga e di poter fare bottino in caso di guerra. Più
di una volta Vincent, sentì venir meno la sua vita, più di
una volta, dovette arrendersi di fronte all’efficacia
autorità del nemico, ma tra le pungenti ferite delle carni,
seppe sempre tenere alta la spada. A decidere le sorti del
suo destino, fu lo scontro diretto con Kabir. Da qualche
tempo la terra di Calandes era caduta sotto il dominio di
quest’uomo cattivo e malvagio. Nella bramosia di voler
tiranneggiare, si sfogava senza pietà sul popolo,
impadronendosi delle loro terre, obbligandoli a lavorare al
suo cospetto, per pochi denari a giorno. Chi osava
ribellarsi, veniva chiuso nella Cella Nera: una stanza buia,
senza finestra, posta nel sotterraneo del castello, mai
nessuno aveva fatto ritorno. Si raccontava che là vivesse un
mostro di nome Crepito, solitamente descritto con tre teste
e la coda di serpente. La sua principale funzione, era di
divorare chiunque cercasse di sfuggire dal reame di Kabir.
Al grido di “soldati
seguitemi, vado a battermi contro il dittatore”, Vincent
lasciò il castello di Colleone, fiancheggiato da un’armata
di soldati. Tre volte Vincent strinse attorno alle sue
braccia il corpo robusto di Kabir, altrettante volte Kabir
cercò di liberarsi, sembrava che dovessero morire entrambi.
I due guerrieri combattevano sostenuti soltanto dall’ira,
senza tecnica e privi di forze. Solo la collera e l’odio
impedivano alle loro vite di andarsene. Vincent spingeva il
ferro nel cuore di Kabir, la punta della sua spada affondava
nelle carni del nemico e il sangue usciva a fiotti; grida
soffocate si perdevano nell’aria inquinata di veleno. Il
tiranno era morto; nella terra di Calandes, tutto ritornò a
scorrere tranquillamente come prima.
Nel corso degli anni,
il giovane soldato fece una lunga carriera. Partì e ritornò
da molte battaglie, sempre vittorioso, sempre più amato dal
popolo e dai suoi soldati. Ad ogni suo rientro al castello,
il Re lo ricopriva d’onorificenze, medaglie e titoli
nobiliari, sino a dargli in sposa sua figlia Selene. Ad un
amore così romanzesco, Vincent si abbandonò con ebbrezza;
senza pensare dove potesse condurlo, senza discutere se
fosse possibile, oppure la seduzione immaginaria, di un
sogno senza confine.
I due giovani si
vedevano spesso. Era facile incontrarsi per i giardini del
castello: durante una passeggiata a cavallo, oppure la
sera, quando la servitù dormiva e la luce della notte,
seppelliva il silenzio. Trattenuti dalla comune timidezza,
nemmeno si salutavano. Il Re era soddisfatto di Vincent;
l’idea di vederlo accanto di sua figlia, lo rendeva felice,
al punto da organizzare una festa in loro onore.
Era una magnifica sera
d’autunno. I giardini del castello, esalavano vigorosi
profumi, i cavalli trascinavano eleganti carrozze. Le fruste
dei postiglioni scoppiettavano armoniose. La gran sala era
un frusciare di raso; una carezza di musica dava un tono ed
una voce di lamento, in mezzo a tutto questo sfarzo, a
distinguersi per la sua grazia e bellezza, c’era lei,
Selene, la figlia del Re. Selene scese le scale, sollevando
con una mano l’orlo dell’abito, grigio perla, indossato.
Scuoteva la testa con certa naturalezza, sorrideva con
garbo, arrossiva timidamente. Vincent la guardava, pensando
di quanto era stato fortunato. Non aveva mai visto una donna
così bella e gentile, con lunghi riccioli d’oro, sguardo
intenso, occhi blu cobalto e un incarnato appena rosato. Da
parte sua Selene si diceva di non aver mai visto un soldato
così valoroso e temerario, tanto bello e coraggioso. La
stessa sera venivano annunciate le nozze; per la prima
volta, il cuore di Vincent batteva forte: perché era
innamorato. Un mese dopo, si sposarono. Per il lieto evento,
giunsero in città, i regnanti d’altre contrade, menestrelli,
dame: una gran folla, un grande avvenimento. Che meraviglia
la vita di Vincent, scritta dalle mani di una fata buona.
Il tempo correva e
lieto e tranquillo Vincent invecchiava. Un giorno confidò
alla moglie il desiderio di tornare al suo paese, quella
terra che da giovane aveva lasciato, più fatto ritorno.
Partì a fianco di un soldato, galoppò verso la terra
appartenuta al padre, ma trovò case e solo case: nemmeno
Cettina viveva più là. Dopo la sua partenza, presso la corte
del Re, la giovane donna andò in sposa al figlio del
calzolaio ed insieme si trasferirono in un’altra città.
Pieno di sconforto, per non aver potuto riabbracciare il suo
giovane amore, Vincent cadde in depressione e andò a
consumare gli ultimi anni della sua vita, nella capanna dei
cacciatori, lungo la riva del fiume. Chiuso nel silenzio,
dava sfogo alla sua malinconia liberando parole su fogli di
carta, che tristemente chiudeva dentro bottiglie che
abbandonava lungo il corso del fiume. Dopo qualche mese,
giunse un messaggero, con in mano una lettera, da recapitare
al Re. Gli occhi di Vincent ripresero a brillare di gioia, a
rispondergli era una donna; questa corrispondenza durò anni,
fino a quando un muto silenzio cancellò ogni scambio di
parole. Nulla oramai sembrava catturare l’interesse di
Vincent, nemmeno le voci della natura. Passarono i mesi e
Vincent decise di mettersi alla ricerca della misteriosa
scrittrice. Si recò nella casa indicatagli dal messaggero:
un rustico di rudimentale costruzione, alla foce del fiume,
ma lì trovò una vecchia seduta sugli scalini, che
riconosciuta la calligrafia, comunicò a Vincent l’improvvisa
morte della donna. L’uomo si recò sulla sua tomba,
desideroso di conoscere la verità. Con la mano spostò le
erbacce che da mesi coprivano la lastra di pietra; lesse il
nome: “Cettina”. Tutto il giorno il Re rimase immobile, con
gli occhi fissi sui fiori appassiti, il cero spento.
All’ombra del cipresso si ricordò di molte cose: delle terre
conquistate, della dolce Cettina, degli uomini a suo
servizio, di Selene, dei suoi figli e di suo padre, morto da
povero contadino, ma per l’ultima volta non volle
dimenticarsi di se stesso, si accusò del suo egoismo e
chiese perdono a Dio.
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