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Fabiola L.

Le avventure di Vincent
 

della stessa Autrice Poesie

 

 

 

 

LE AVVENTURE DI VINCENT

 

            Molti anni fa viveva in un villaggio sperduto tra le radure di un bosco, un giovane contadino di nome Vincent. Appena l’alba schiariva il cielo, Vincent si levava in piedi dal letto e andava a lavorare nei campi. Apriva solchi con l’aratro dalla mattina alla sera, tornava a casa, quando il  sole scompariva dietro le montagne, lasciando le ultime tracce di colore. L’infanzia di Vincent era seppellita nella magra terra, in un fondo buio, quello del tempo che tutto aveva cancellato e che era come una notte, una serie di notti senza luce. Gli unici momenti di spensieratezza, erano quelli che trascorreva in compagnia di Cettina. Giocavano a rincorrersi tra le spighe del grano biondeggianti al sole; salivano sui rami protesi al cielo e poi, di nuovo a rincorrersi felici e beati. Un giorno vicino al rudere di un castello, Vincent confessò a suo padre il desiderio di vivere da nobile e partire alla ventura. “Mio adorato figlio”, gli disse il padre, “il rango che ti appartiene è l’aratro e le bestie. Quando sposerai Cettina, riceverai in dono tanti animali, che ti permetteranno di vivere sereno. Se davvero vuoi uguagliare quelli che sono nati nobili, non ci riuscirai… perché sei nato contadino e contadino devi morire.” Cettina che amava Vincent non osò sfuggire alla sua volontà, così una mattina, quando arrivò nel villaggio il messaggero del Re, alla ricerca di validi giovani, per prestare servizio presso le scuderie del castello reale, Vincent affidò la sua decisione alla sorte. Aveva con sé un’accetta e decise di scagliarla contro un albero: se l’accetta fosse caduta egli avrebbe continuato a fare il contadino; se invece fosse rimasta conficcata nel tronco dell’albero, avrebbe seguito quel soldato. Vincent lanciò vigorosamente l’accetta; questa penetrò nel tronco, dove rimase infissa.

            L’abilità del giovane nel battersi non passò inosservata e in breve tempo, da scudiero, diventò cavaliere. Indossata l’armatura di ferro, attraversò villaggi e città, a seguito di un esercito di valorosi soldati. Gente che non aveva un mestiere, o voleva vivere una vita avventurosa; erano sicuri di guadagnarsi una piccola paga e di poter fare bottino in caso di guerra. Più di una volta Vincent, sentì venir meno la sua vita, più di una volta, dovette arrendersi di fronte all’efficacia autorità del nemico, ma tra le pungenti ferite delle carni, seppe sempre tenere alta la spada. A decidere le sorti del suo destino, fu lo scontro diretto con Kabir. Da qualche tempo la terra di Calandes era caduta sotto il dominio di quest’uomo cattivo e malvagio. Nella bramosia di voler tiranneggiare, si sfogava senza pietà sul popolo, impadronendosi delle loro terre, obbligandoli a lavorare al suo cospetto, per pochi denari a giorno. Chi osava ribellarsi, veniva chiuso nella Cella Nera: una stanza buia, senza finestra, posta nel sotterraneo del castello, mai nessuno aveva fatto ritorno. Si raccontava che là vivesse un mostro di nome Crepito, solitamente descritto con tre teste e la coda di serpente. La sua principale funzione, era di divorare chiunque cercasse di sfuggire dal reame di Kabir.

            Al grido di “soldati seguitemi, vado a battermi contro il dittatore”, Vincent lasciò il castello di Colleone, fiancheggiato da un’armata di soldati. Tre volte Vincent strinse attorno alle sue braccia il corpo robusto di Kabir, altrettante volte Kabir cercò di liberarsi, sembrava che dovessero morire entrambi. I due guerrieri combattevano sostenuti soltanto dall’ira, senza tecnica e privi di forze. Solo la collera e l’odio impedivano alle loro vite di andarsene. Vincent spingeva il ferro nel cuore di Kabir, la punta della sua spada affondava nelle carni del nemico e il sangue usciva a fiotti; grida soffocate si perdevano nell’aria inquinata di veleno. Il tiranno era morto; nella terra di Calandes, tutto ritornò a scorrere tranquillamente come prima.

            Nel corso degli anni, il giovane soldato fece una lunga carriera. Partì e ritornò da molte battaglie, sempre vittorioso, sempre più amato dal popolo e dai suoi soldati. Ad ogni suo rientro al castello, il Re lo ricopriva d’onorificenze, medaglie e titoli nobiliari, sino a dargli in sposa sua figlia Selene. Ad un amore così romanzesco, Vincent si abbandonò con ebbrezza; senza pensare dove potesse condurlo, senza discutere se fosse possibile, oppure la  seduzione immaginaria, di un sogno senza confine.

            I due giovani si vedevano spesso. Era facile incontrarsi per i giardini del castello: durante una passeggiata a cavallo, oppure la  sera, quando la servitù dormiva e la luce della notte, seppelliva il silenzio. Trattenuti dalla comune timidezza, nemmeno si salutavano. Il Re era soddisfatto di Vincent; l’idea di vederlo accanto di sua figlia, lo rendeva felice, al punto da organizzare una festa in loro onore.      

            Era una magnifica sera d’autunno. I giardini del castello, esalavano vigorosi profumi, i cavalli trascinavano eleganti carrozze. Le fruste dei postiglioni scoppiettavano armoniose. La gran sala era un frusciare di raso; una carezza di musica dava un tono ed una voce di lamento, in mezzo a tutto questo sfarzo, a distinguersi per la sua grazia e bellezza, c’era lei, Selene, la figlia del Re. Selene scese le scale, sollevando con una mano l’orlo dell’abito, grigio perla, indossato. Scuoteva la testa con certa naturalezza, sorrideva con garbo, arrossiva timidamente. Vincent la guardava, pensando di quanto era stato fortunato. Non aveva mai visto una donna così bella e gentile, con lunghi riccioli d’oro, sguardo intenso, occhi blu cobalto e un incarnato appena rosato. Da parte sua Selene si diceva di non aver mai visto un soldato così valoroso e temerario, tanto bello e coraggioso. La stessa sera venivano annunciate le nozze; per la prima volta, il cuore di Vincent batteva forte: perché era innamorato. Un mese dopo, si sposarono. Per il lieto evento, giunsero in città, i regnanti d’altre contrade, menestrelli, dame: una gran folla, un grande avvenimento. Che meraviglia la vita di Vincent, scritta dalle mani di una fata buona.

            Il tempo correva e lieto e tranquillo Vincent invecchiava. Un giorno confidò alla moglie il desiderio di tornare al suo paese, quella terra che da giovane aveva lasciato, più fatto ritorno. Partì a fianco di un soldato, galoppò verso la terra appartenuta al padre, ma trovò case e solo case: nemmeno Cettina viveva più là. Dopo la sua partenza, presso la corte del Re, la giovane donna andò in sposa al figlio del calzolaio ed insieme si trasferirono in un’altra città. Pieno di sconforto, per non aver potuto riabbracciare il suo giovane amore, Vincent cadde in depressione e andò a consumare gli ultimi anni della sua vita, nella capanna dei cacciatori, lungo la riva del fiume. Chiuso nel silenzio, dava sfogo alla sua malinconia liberando parole su fogli di carta, che tristemente chiudeva dentro bottiglie che abbandonava lungo il corso del fiume. Dopo qualche mese, giunse un messaggero, con in mano una lettera, da recapitare al Re. Gli occhi di Vincent ripresero a brillare di gioia, a rispondergli era una donna; questa corrispondenza durò anni, fino a quando un muto silenzio cancellò ogni scambio di parole. Nulla oramai sembrava catturare l’interesse di Vincent, nemmeno le voci della natura. Passarono i mesi e Vincent decise di mettersi alla ricerca della misteriosa scrittrice. Si recò nella casa indicatagli dal messaggero: un rustico di rudimentale costruzione, alla foce del fiume, ma lì trovò una vecchia seduta sugli scalini, che riconosciuta la calligrafia, comunicò a Vincent l’improvvisa morte della donna. L’uomo si recò sulla sua tomba, desideroso di conoscere la verità.  Con la mano spostò le erbacce che da mesi coprivano la lastra di pietra; lesse il nome: “Cettina”. Tutto il giorno il Re rimase immobile, con gli occhi fissi sui fiori appassiti, il cero spento. All’ombra del cipresso si ricordò di molte cose: delle terre conquistate, della dolce Cettina, degli uomini a suo servizio, di Selene, dei suoi figli e di suo padre, morto da povero contadino, ma per l’ultima volta non volle dimenticarsi di se stesso, si accusò del suo egoismo e chiese perdono a Dio.                        

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