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Giuseppe Salsa

La Regina del prato

Magie nella pianura lombarda

dello stesso Autore Poesie

 

 

 

 

 

La Regina del prato

Com'era bello quell'uomo dallo sguardo fiero e col braccio teso nel cenno del saluto! Imperterrito, orgoglioso, ritto in piedi sulla sua biga dorata riceveva il tripudio, l'ovazione della folla al rientro dall'ultima sua campagna contro i Galli.
- Chi l'avrebbe mai detto - pensava
- che per vincere l'incipiente calvizie mi sarei improvvisato condottiero? -
Dopo ch'ebbe provato ogni genere di pettinatura nel tentativo di celare la sua fronte sempre più alta, decise che solo la corona d'alloro poteva fungere da perfetto toupet. Ma quante fatiche gli era costata! Ed ora s'accorgeva d'aver affrontato insidie e pericoli inutilmente. Già, perchè la folla, nell'atto di rendergli omaggio gli lanciava contro ogni sorta d'improperi.
Era il modus vivendi di quei tempi, così prodighi di violenza, di superstizione, di contraddizioni. E si pensava
che per riportare sulla Terra il Semidio di turno, quello di motteggiarlo fosse l'unico sistema valido e consentito.
Povero Cesare, adesso era diventato verde dalla rabbia nell'udire l'urlo delirante della folla:
- Pelatone, Pelatone! -
Ma quel mio omonimo, quel Ragazzi, non avrebbe potuto nascere in anticipo di qualche millenio?
Erano questi i pensieri che solcavano la mente della graziosa testolina di lei ogniqualvolta le galline uscivano a razzolare sul suo verde prato.
Le galline, i Galli, Vercingetorige, Cesare...
- e se m'avessero beccata! - era proprio terrorizzata.
E tremava nel vedere quei terribili rostri che s'aprivano e
subito si richiudevano stringendo come chele d'un granchio
un insetto od un verme sfortunato.
- Non devo avere paura - disse tra sè e sè
- in fondo io sono la più forte e longeva abitante del villaggio -
Col passare delle stagioni ognuno aveva intrapreso la via più mesta, in silenzio, senza fare rumore, senza campane nè
funerale. Ma lei e le sue sorelle no, piegata la schiena ed a capo chino sfidavano i rigori dell'età e dei primi freddi di stagione. E non appena dal grigiore e dalle nebbie filtrava un timido raggio di sole, ecco che si rialzavano e si godevano felici gli ultimi loro giorni di vita. Con l'arrivo della primavera erano le prime ad uscire di casa e spesso le si vedeva sostare vicino ai cumuli di neve non ancora disciolti dal sole.
Arrivavano alla chetichella, come se avessero avuto timore di sporcare il prato e dopo qualche giorno raddoppiavano di numero. Belle, timide, umili, erano come fanciulle che si apprestavano ad esplorare i misteri dell'adolescenza coi loro grembiulini bianchi e gialli che risaltavano sul verde del prato. Era il mese di marzo e si celebrava l'antico rito del richiamo dell'erba. I ragazzi festosi attraversavano i prati agitando dei campanacci e recitando invocazioni rituali al fine di risvegliare l'erba e di favorirne la crescita. E le gentili damigelle partecipavano
a quel rito solleticando con le loro vesti i verdi fili ancora addormentati per farli uscire dal loro torpore.
Ed anche la nostra protagonista amava giocare e gioire alla
vita. Di notte inclinava la sua dolce testolina, la ricopriva con un cappuccio color verde brillante e dormiva.
Ma di giorno i suoi occhi seguivano il corso del sole e non si stancavano mai di rimirarlo. Forse nella sua fragilità sentiva il bisogno di sentirsi protetta da qualcuno di veramente forte e bello. E chi altri se non il sole? Gli abitanti del villaggio, a parte le primule e le viole, erano così altezzosi e distanti.
Tutti quanti sembravano non avere occhi che per lei: la Regina, la rosa, la rossa castellana. I mughetti erano i giullari che agitavano i loro bianchi campanelli; i tulipani i paggi; i gigli i chierici del coro; i narcisi non pensavano ad altro che alla loro bellezza ed i rossi garofani si occupavano soltanto di politica.
Povera pratolina, si stringeva sempre più forte alle sorelle le quali giorno dopo giorno arrivarono in gran numero rubando spazio ai fili d'erba che nel frattempo erano diventati dei giovanottoni alti e robusti. Ben presto il prato si coprì d'un mantello chiazzato di bianco
che non finì mai di stupire il figlio del proprietario del
podere. Ma haimè, suo padre non la pensava esattamente come
lui e quel giorno un brivido di freddo percorse la margherita facendola quasi svenire dalla paura.
- Dovrò chiamare il Mangiamargherite, anzi sai che farò?
Vado al suo negozio ad acquistare quel prodotto che le rinsecchisce e risparmia le altre erbe -
Altro che paura delle galline! Adesso era in gioco la vita
di lei e di tutta la famiglia.
- Se fai una cosa simile non taglierò più il prato! -
replicò il giovane al padre.
Nel sentire quelle parole la poverina si rincuorò ma da quel momento il suo cuore iniziò a battere per lui. Non le interessava nemmeno seguire il corso del sole, i suoi occhi
erano rivolti al bel giovanotto dall'animo nobile che l'aveva difesa. Com'era felice quando lui s'apprestava a tagliare il prato: si alzava sullo stelo nella vana speranza di sovrastare le sorelle in modo che lui s'accorgesse di lei. E dopo la tosatura era sempre la prima a rifiorire, ansiosa di guardarlo in viso, di seguire
con gli occhi ogni suo movimento. Un giorno il suo cuore si
mise a battere all'impazzata, il bel giovane l'aveva notata
ed a passo deciso si muoveva verso di lei.
- Cosa succederà ora? -
I suoi petali tremarono dall'emozione ed un leggero rossore
mise allo scoperto i suoi sentimenti.
" Mentre ti sfogliava, petalo su petalo, da lui ti sentisti
tradita e col tuo amore se n'andò la tua vita. Fu in quell'istante, nel tuo amaro responso che ritrovasti l'orgoglio. La sua lacrima che uccise il tuo cuore ti consacrò Regina del prato. Umile e bella ti mischiasti al trifoglio e quel ragazzo ormai se n'è andato. "
Ma la favola non è finita, ora quel ragazzo è un uomo e quando di sera osserva compiaciuto e malinconico il tramonto, lui vorrebbe ritornare indietro nel tempo a sfogliare di nuovo quella margherita.

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Magie nella pianura lombarda

Quando gli animali s'incontrano e si salutano...ma questi
sono speciali: sono in miniatura, sono la fauna dei nani.
Nani di pianura, un lupo ed una cerbiatta che ammirano la luna; la luna di giorno che sembra una moneta d'ovatta. Poi
corrono nella campagna, tra il verde dei prati spunta una chiesina ed infine s'addormentano ai piedi di coloratissimi
tulipani. E nel dormiveglia giunge a loro il mormorìo dei nani.....

                Ogni cosa ha il suo prezzo

Luna di marzo
non ti sei coricata
una moneta d'ovatta
tu hai pagato
per assistere a questa
incantevole giornata.

                   Illusione

Oh Luna
non mentire!
la tua moneta
l'hai pagata
per non morire

E così t'ho vista
in compagnia del sole
ma non è bastato
a farti brillare
della luce d'un amore


                   La speranza

Spoglio il filare dei gelsi
pietre affioranti dal prato
che parevano dei teschi
e muto era il fontanino
all'esterno della chiesa
ma mai come oggi il verde
era così brillante sulla scena


                     Gnomi

Si tennero per mano
entrarono
in una corolla di tulipano
- Dai tira i dadi! -
e si sfracellarono sugli stami

Poi scesero lungo lo stelo
e giocando tra i fiori
s'ubriacarono di nettare
mentre il Tempo invidioso
agitava la clessidra degli errori

Il suo sorriso di cemento
scisse gli atomi del vento
ho tuffato la mano
in quel carico colorato
e come per incanto
ho rivisto il mio passato.
 

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