Prodotto
dell'immaginario collettivo, partecipe di un fondo comune di conoscenze
immediate, risalente probabilmente a un modello orientale, la favola si
codifica in testi redatti sia in prosa sia in versi con finalità a
carattere morale-didascalico, pertanto la sua trama non si esaurisce
nella vicenda narrativa, ma vuole piuttosto evidenziare un messaggio di
ordine etico, giacché assai spesso gli scrittori se ne valsero in
rapporto a un contesto politico-sociale corrotto, da biasimare.
Ed è proprio grazie a Jean De La Fontaine che la favola conosce il
proprio momento d'auge in Europa durante il '700.
Nato l'8 luglio 1621 questo delicato ma corrosivo scrittore era un
bambino sognatore e spensierato. Suo padre, sovrintendente alle Acque e
Foreste a Chateau-Thierry, avrebbe voluto che egli prendesse gli ordini,
ma il piccolo scrittore non si sentiva per nulla adatto alla vita
ecclesiastica. A ventisei anni, invece, si sposò e il padre gli affidò
una parte del suo incarico.
A Parigi, dove soggiornava sempre più spesso, egli compì le prime prove
letterarie e condivise la sorte di Nicolas Fouquet, uomo politico
francese che a quel tempo era all'apice del suo potere. La caduta in
disgrazia di quest'ultimo, nel 1661, piombò lo scrittore in gravi
difficoltà finanziarie. Nel 1664 fu raccolto dalla duchessa d'Orleans e
nel 1672 da Madame de la Sablière. Ormai al riparo dalla miseria,
diventato l'amico di Racine, Boileau e Molière, La Fontaine poté
pubblicare una prima raccolta di Favole nel 1668, una seconda nel 1678,
alcuni racconti e libretti d'opera.
Nel 1684 entrò nell'Accademia di Francia. Tuttavia, più che al titolo di
accademico, La Fontaine deve l'immortalità alla sua opera letteraria e
soprattutto alle Favole che, rifacendosi agli antichi modelli latini (in
particolare, ovviamente, ad Esopo), rappresentano senz'altro la sua
opera meglio riuscita ed ispirata, soprattutto perchè dipingono la
società francese del XVII secolo. Il narratore, infatti, in questi mini
racconti, sorta di apologhi, mette in bocca agli animali parole che
nessuno a quell'epoca avrebbe osato pronunciare. Soprattutto perchè,
spesso e volentieri, erano parole che andavano a toccare punti sensibili
del potere dominante. Bisognava indubbiamente possedere un bel coraggio
per fare questo, un coraggio d'altronde che La Fontaine ha dimostrato
largamente di possedere quando, arrestato Fouquet, non aveva esitato a
sfidare la collera del re nel tentativo di salvare il suo protettore.
Morì a Parigi il 13 aprile 1695.
I vizi son fra lor buoni fratelli,
e quando uno si siede
nel nostro cor, si vede
che siedono anche quelli
van con per via,
a meno che la trista compagnia
per ira non si pigli pei capelli.
Non così le virtù. Raro si mira
dei grandi affetti in un sol uom lo zelo
temperato con nobile armonia.
L'uno è valente, sì, ma pronto all'ira,
l'altro è saggio, ma l'anima è di gelo.
Fin tra le bestie spesso
vedi accader lo stesso.
Il più fido animai che mai ci sia,
il cane io dico, mostrasi talvolta
anch'esso bestia stolta
e piena d'un'ingorda ghiottornia.
Due Cani in lontananza un giorno
videro
in mezzo al fiume galleggiare un Asino,
che, sospinto dal vento, se ne giva
discostandosi sempre dalla riva.
- Amico, - disse l'un, - che l'occhio
hai limpido
e più acuto del mio, guarda sul liquido
specchio dell'onda. E' un bove od un cavallo?
E l'altro: E' un buon boccone senza fallo.
Ma pigliano, barbin, questo è il
difficile!
Lunga è la tratta e incontro il vento soffia.
Non ti senti riarso e sitibondo?
Proviamo a ber quest'acqua fino in fondo,
finché in secco vedremo della bestia
(superba provvigion) il corpo ghiotto -.
Bevono i Cani e bevi e bevi... bevvero
tanto che punf... scoppiarono di botto.
Tal è l'uomo. Se in lui fissa è
l'idea,
non c'è cosa impossibile e fallace.
Castelli in aria crea,
e per amor di vane ombre e di gloria
in desideri perde la sua pace.
- Oh potessi riempire di ducati
questi miei scrigni! O s'io sapessi almeno
la chimica, la storia,
la medicina, l'arabo, l'armeno!
O arrotondar potessi questi Stati! -
Questo
è bevere il mar. Ai sovrumani
concetti d'uno spirto vanerello
non bastan quattro corpi ed Otto mani.
Se non si resta a mezzo sul più bello,
a compier ciò che logico non è
non bastan quattro vite di Noè.
Un Cervo entro una stalla a rifugiarsi
corse un giorno, ma i buoi
non volendo saper de' fatti suoi,
comandarono a lui d'allontanarsi.
- O amici, - disse il povero animale, non mi cacciate via:
io vi dirò, se non mi fate male,
dove potrete grassa prateria
ed erba ritrovar buona per voi -.
A quest'offerta si piegaro i buoi.
Il Cervo in un cantuccio rintanato
piglia coraggio e fiato,
e quando quasi sul finir del giorno
vennero i servi a portar erba e fieno,
e venne nientemeno
il sor soprintendente,
non che d'un Cervo, quella buona gente
non si accorse dell'ombra pur d'un corno.
Il lesto abitator della foresta
rende già grazie ai bovi,
e sospira il momento in cui non resta
persona in stalla per alzar le piante.
Ruminando un de' buoi - Va ben, va bene, gli dice, - ma se viene
l'uom dai cent'occhi, come sempre suole,
e guarda e cerca intorno,
scommettere non vo' sopra il tuo corno -.
Ed ecco entra il Padrone, entra ed adocchia,
chiama, rimbrotta i suoi.
- Ehi là, - dice, - quest'erba è troppo poca,
ehi qua, non c'è pe' buoi
letto più fresco? presto, alto, in cascina:
chi mi rovina le bestie? Olà,
c'è gran difficoltà
a toglier quattro ragnatele ai muri?
Brutti figuri, e questa roba? e questa?
Così girando, ed adocchiando, a un tratto
uscir vede una testa diversa dalle solite.
Dàlli, addosso, la povera
bestia è scoperta. I servi
con forche e spiedi accorrono
da ammazzare non un ma cento cervi.
Invan, trafitto, ei lacrima,
ucciso, trasportato e ben salato,
tornò più volte in tavola
piatto ai vicini molto prelibato.
Non vede ben che l'occhio del Padrone,
dice Fedro con stil molto elegante.
Per fare più completa la lezione,
aggiungeremo: e l'occhio dell'amante
Spesso il buon Dio con voti stanchiamo e con preghiere
noiose ed anche indegne d'un uomo d'intelletto,
come se Dio dovesse su noi sempre tenere
lo sguardo, e fosse in Cielo degli uomini il valletto.
Passò quel tempo, Enea, che usavano le mani
menar gli Dèi per conto dei Greci e dei Troiani.
Una pulce morsicò
sulla gamba un bighellone
e scappò.
- Corri, Alcide, corri e libera
da quest'Idra, - egli gridò, da quest'Idra l'universo,
mostro orribile e perverso
della tiepida stagione.
Anche tu,
padre Giove, e che ci fai
fra le nuvole lassù?
Dagli Dèi la mazza e il fulmine
supplicava per cagione
d'una Pulce il bighellone.
Nel Mogòl c'è dei folletti
abilissimi valletti,
che alla casa e all'orto attendono,
ma bisogna aver rispetto
o scompiglia chi le tocca
le faccende del folletto.
Un di questi folletti in illo tempore
coltivava il giardin d'un galantuomo
in riva al Gange, e svelto, lieto, amabile,
non aveva pensier da quello in fuori
de' suoi padroni e dei suoi cari fiori.
Gli zeffiri, che sono coi folletti
buoni compagni, il campo rinfrescavano,
e il nostro giardiniere,
lavorando con mano attenta ed agile,
accoglievali sempre con piacere.
I folletti si sa che son volubili,
ma questo alla sua casa si attaccò
con tanto amor, che stuzzicò l'invidia:
e tanto i suoi fratelli congiurarono,
che il Capo di partir gli comandò.
O sia questa una legge di repubblica,
o sia che così volle il presidente,
o per capriccio o per ragion politica,
il fatto sta che in fondo alla Norvegia
fu traslocato perentoriamente.
In quel freddo paese gli assegnarono
una casa sepolta entro la neve.
Così provvede spesso la repubblica,
e così fu che in forza del congedo
il nostro Indou divenne Samoiedo.
Ma prima di partir volle lo spirito
parlar co' suoi padroni,
e disse lor: - Partire mi costringono
e non vado a cercarne le ragioni;
però nel breve tempo a me concesso
ancora m'è permesso
di soddisfar tre vostri desideri,
e il faccio volentieri.
Chiedete ciò che in l'animo vi frulla,
un bel desiderar non costa nulla -.
I suoi padroni cercan l'Abbondanza,
e l'Abbondanza versa il cornucopia.
Piovon marenghi, gli scrigni ne crepano,
le biade da' granai quasi traboccano,
e luogo non c'è più per la Speranza.
E conta e conta e scrivi sui registri,
ahi! non c'è tempo per tirare il fiato,
quindi i ladri si svegliano e congiurano,
quindi i signori chiedono gl'imprestiti,
piovon le tasse... O voto sciagurato!
Quella povera gente disperata,
anzi quasi malata di fortuna,
- Basta! basta! - pregando alfine esclama, o poveretti, o povertà beata,
o gran virtù, che il troppo mai non chiama.
O pia Mediocrità, torna e discaccia
quest'Abbondanza che avvelena l'ore;
ite, o tesori, e tu vieni, ritorna
del buon umore amica e del buon core! A questo dir Mediocrità si
affaccia.
Le fan largo, con lei la pace stringono,
né chiedono di più. Ride il folletto
di lor come di quei che sempre sognano
fantasmi, e il bene perdono più schietto.
Sul punto di pigliar da lor licenza,
pegno di sua bontà, lasciava loro,
amabile tesoro, la Sapienza.
Un Asino, sebben asino tondo,
vestito della pelle del Leone,
il terror divenuto era del mondo.
Ma gli sbucò un orecchio e bastò questo
per svergognar quell'animal poltrone;
mastro bastone poi faceva il resto.
Vedendo che Martino,
il mugnaio, menava al suo molino
i leoni, stupì naturalmente
per via tutta la gente.
C'è in Francia e c'è in Italia dei messeri,
che tornan questo apologo di moda.
Lusso e sfoggio e di servi una gran coda
tengon luogo dei meriti sinceri.
All'ombra d'una vite alta e frondosa,
come crescon sovente
nei caldi climi, un Cervo, spinto in caccia,
timido si accovaccia.
E nella selva delle foglie spesse
poté salvar la pelle sua preziosa.
I cacciatori chiaman dalla traccia
i mesti cani, ma la bestia ingrata
non si mette a brucar la sua benevola
benefattrice come un'insalata?
E mal per lui! ché allo stormir ritornano
i cani, e addosso, piglia,
del suo sangue la vite ei fe' vermiglia.
Invan piange la bestia,
invan pietà dai cacciatori supplica;
della sua carne ebbe ciascun un tondo
ed i cani ne furon consolati.
Esempio a quanti ingrati son nel mondo.
Con gravità d'imperator romano
un asinaio, col suo scettro in mano,
guidava due corsier di Asineria;
l'uno di spugne carico, con chiasso
moveva i piè veloci:
l'altro, carco di sal, stentava il passo,
come se camminasse sulle noci.
E va per valli, e va per strade e monti,
le brave bestie arrivan finalmente
al guado d'un torrente,
che a piedi asciutti non si passa mai.
Il buon uom, che fa senza anche dei ponti,
salito in groppa a quello delle spugne,
com'era naturale,
caccia davanti l'asino del sale.
Questo, volendo far di propria testa,
dopo giri e rigiri entra in un gorgo
così fondo, che quasi mi ci resta.
Ma a furia di sgambetti, in quella piena
la bestia fece in modo,
che non sentì più peso sulla schiena.
Tutto il suo sale s'era sciolto in brodo.
Supponendo anche lui d'uscir d'affanno,
mastro spugnaio volle far lo stesso,
a guisa delle pecore
che ciò che l'una fa e l'altre fanno.
Entra nel fiume infino che gli giugne
l'acqua alle orecchie e vi bevvero in tre,
il mulattiero, l'asino e le spugne.
Ma queste spugne, ahimè!
fatte pel troppo ber troppo pesanti,
resero il bel servizio
di tirare la bestia in precipizio.
Bestia e padrone vi sarebber morti
e senza remissione,
se non li soccorrean anime buone.
A noi basta aver visto a nostra vera
istruzïon morale,
che se tutti fan tutto a una maniera,
si casca in fondo e ci si perde il sale.
Amor è un gran mistero:
mistero i dardi, la faretra, il foco,
e dell'infanzia sua mal noto è il vero.
Non io pretendo adesso
in pochi versi movergli il processo
e spiegar questa scienza, che, confesso,
vuol tempo per chi sa ben decifrarla.
Ma voglio colla solita mia ciarla
narrar soltanto come il cieco iddio
perdesse gli occhi e il mal che ne seguì,
un mal, che a parer mio
potrebbe essere un ben... Ma in questo affare
agli amanti rimetto il giudicare.
Amor giuocava un giorno in compagnia
della Follia.
Aveva il fanciullino in quell'età
aperti gli occhi ch'ora più non ha.
Nata una fiera disputa,
voleva Amor portarla innanzi ai Numi,
ma la Follia, perduta la pazienza,
gli die tal colpo che gli spense i lumi.
Venere, donna e madre, a quella vista
alza le strida e stordisce gli Dèi.
Giove dal cielo e Nemesi
e tutti insieme accorrono con lei
i giudici d'inferno.
La madre piange e narra della trista
l'orrenda azione,
e come il suo bambin non possa, ahi! moversi
senza bastone.
Non c'è pena sì grande,
che corrisponda ad opre sì nefande;
ma poi che riparata esser dovea
l'ingiuria, visto il caso, il danno, il male,
e visto l'interesse generale,
la corte mise fuori questa grida:
- Sempre Follia faccia all'Amor di guida!
Se il Boccaccio mi tolse un giorno al dolce
Esopo mio, novella ecco mi toglie
ad entrambi una Musa assai gentile,
che alla fonte natia mi riconduce.
Come dire di no, quando divina
è la musa e di tal beltà vestita,
che sui cuori sovrana alza lo scettro?
Or sappia il mondo che a cantar mi tragge
ancora messer Lupo e monna Volpe
l'unica Sillery, vaga donzella,
a cui tutti si prostrano devoti.
Chi dice Sillery nulla gli resta
d'aggiungere di poi che non sia vano.
Essa si duol che a lei sfugga il segreto
spirto de' miei Racconti (a dolce sguardo
è ben che ignudo il ver non apparisca)
onde ancor canterò, ma sol per essa,
ciò che davanti a lei senza commento
possa tornar più volte e senza offesa.
Vengano prima i miei pastori e poi
ben io saprò sulla modesta lira
di capri e lupi concertar le voci.
Tirsi diceva ad Amaranto un giorno:
- Conosco un mal, mia cara, un mal sì dolce,
che vince ogni altro ben sopra la terra
ne' suoi misteriosi incanti. Or vieni,
se di Tirsi non hai dubbio e paura,
e lascia che conoscere ti faccia
questo mal, questo bene. E non son io
il più fedele e il più sincero amico
di quanti hanno per te malato il cuore? -.
Disse Amaranto: - E qual nome gli fanno
a questo mal che dici?
- Amor.
- Amore?
È un bel nome davver. E a quali segni
presentirlo potrei, qual è il tormento?
- Son pene al cui confronto anche i più grandi
passatempi dei re, stupidi giochi
diventan. Tu vaneggi in una blanda
estasi in mezzo ai boschi. Il ruscelletto
luccica sempre in una vaga imagine
tremolante che a te non rassomiglia
e t'insegue dovunque ove tu fugga;
per ogni cosa è cieca la pupilla
fuor di quella parvenza. Il nome, il nome
d'un pastorel, la voce sua, l'idea,
d'una fiamma improvvisa il volto accende.
Sospiri, se di lui pensi, e non sai
perché sospiri, ma per lui sospiri,
incontrarlo vorresti e in un lo temi.
- E questo mal? - allor disse Amaranto; o mio buon Tirsi, è un pezzo ch'io
lo provo -.
Tirsi sperò d'essere giunto in porto,
e corse a lei, che subito soggiunse:
- Io lo conosco, è il mal che sento in core
per Clidamante-.
Ahi disgraziato Tirsi!
ché di vergogna non moristi e d'ira?
Molti son come lui semplici e stolti,
che, giocando alla sorte, ahi! troppo tardi
s'avvedono di fare il giuoco altrui.
La vanità, ch'è tutto un mal francese,
fa ch'ogni sciocco e stupido borghese,
un grand'uomo si creda in quel paese.
Vani son gli Spagnoli e tuttavia,
per quanto grande il lor difetto sia,
è più che scipitezza una pazzia.
L'esempio che vi conto vi dimostra
la boria nostra, la qual su per giù
non vale men di un'altra e non di più.
Un Topolin piccino
vide un grosso Elefante gigantesco,
e rise di quel grande baldacchino
pesante ed arabesco,
con tre piani di sopra e una sultana
seduta in mezzo di beltà sovrana,
con cani e gatti e pappagalli suoi,
e con tutta una casa che in viaggio
andava ad un lontan pellegrinaggio.
Rideva il Topolin perché la gente
stesse a guardar quel coso stravagante,
più che animale, macchina ambulante.
- Bel merito, - dicea, - d'esser sì grosso,
come se il bello fosse in un colosso...
O gente sciocca, ov'è la meraviglia
che ai ragazzetti fa levar le ciglia?
Così piccino come son, un grano
non valgo men di questo pastricciano -.
E stava per aggiungere di più
il Topo vanerello.
Quand'ecco sul più bello
un gatto salta giù
e fric... in un istante
mostrò che un Topo è men che un Elefante.
La
cicala e la formica L'estate
passava felice per la cicala che si godeva il sole sulle foglie degli
alberi e cantava, cantava, cantava. Venne il freddo e la cicala
imprevidente, si trovò senza un rifugio e senza cibo. Si
ricordò che la formica per tutta l'estate aveva accumulato provviste
nella sua calda casina sotto terra. Andò a bussare alla porta della
formica. La
formica si fece sulla porta reggendo una vecchia lampada ad olio. -
Cosa vuoi? - chiese con aria infastidita. -
Ho freddo, ho fame….- balbettò la cicala. Dietro di lei si vedeva la
campagna innevata. Anche il cappello della cicala ed il violino erano
pieni di neve. -
Ma davvero? - brontolò la formica - lo ho lavorato tutta l'estate per
accumulare il cibo per l'inverno. Tu che cosa hai fatto in quelle
giornate di sole? -
Io ho cantato! -
Hai cantato? - Bene… adesso balla! La
formica richiuse la porta e tornò al calduccio della sua casetta,
mentre la cicala, con il cappello ed il violino coperti di neve, si
allontanava, ad ali basse, nella campagna
L'aquila
e la civetta La
civetta, quando vide schiudersi nel suo nido le uova, si sentì il cuore
pieno di felicità e d'orgoglio: -
Quanto sono belli i miei cinque civettini! - pensava, guardandoli
commossa con i suoi tondi occhi gialli. Chiunque li vedesse, resterebbe
conquistato dalla loro grazia. Ma, ahimè, non posso sentirmi
tranquilla, perché troppi nemici li insidiano. Ho timore soprattutto
dell'aquila, che avvista dall'alto qualsiasi preda con il suo sguardo
acutissimo. Decise
perciò di recarsi lei stessa dall'aquila, per supplicarla di
risparmiare il suo nido.Distribuì equamente il cibo nei cinque beccuzzi
spalancati dei suoi civettini, e, rivolto loro un ultimo sguardo
affettuoso si diresse, con il cuore pieno d'inquietudine e di timore, al
bosco di querce, in cui la superba aquila aveva il suo quartier
generale. Udita la preghiera della civetta, l'aquila squadrò altera la
povera madre e le rispose: -
Le tue parole mi commuovono e perciò puoi stare tranquilla per tuoi
civettini. Ma dimmi, come li riconoscerò? -
Oh, - disse la civetta - ciò ti sarà facilissimo. Sappi che non vi
sono uccellini più belli di loro. Quando vedrai dei piccoli con gli
occhioni dorati con meravigliose piume soffici, comprenderai subito che
quelli sono i miei figli. Un
giorno l'aquila, volando in cerca di preda, giunse al nido della
civetta, mentre questa era lontana. Vi gettò uno sguardo e vide cinque
uccellini grigiastri che giudicò assai brutti e sgraziati. -
Questi non sono certo i civettini - pensò - dei quali mi è stata
decantata la famosa bellezza. Li ghermì tra gli artigli e li portò ai
suoi aquilotti. Con
quanto strazio la povera civetta trovò al ritorno il suo nido devastato
Il
gallo e la volpe Sul
ramo di un albero stava in vedetta un vecchio gallo accorto e scaltro. -
Fratello - disse una volpe facendo la voce dolce - noi non siamo più in
guerra. Questa volta abbiamo fatto la pace generale: vengo ad
annunziartelo. Scendi che ti voglio abbracciare; fa' presto per piacere,
perché debbo partire oggi, e fare almeno quaranta miglia. Tu e i tuoi
potrete star dietro ai vostri affari senza alcun timore; noi
collaboreremo con voi come fratelli. Potete fare i fuochi artificiali
dalla gioia, fin da questa sera, e intanto vieni a ricevere il bacio
d'amore fraterno. -
Amico - rispose il gallo - non avrei mai potuto apprendere una notizia
più dolce e più bella di questa su questa pace; e averla datemi
raddoppia la gioia. Vedo due levrieri: credo siano corrieri mandati a
dare questo annuncio; sono veloci e saranno qui tra un momento. Scendo:
così potremo abbracciarci tutti, l'un l'altro. -
Addio - disse la volpe. - La strada che debbo fare è lunga.
Festeggeremo il successo della vicenda un'altra volta. Subito
la furbacchiona se la svignò, si mise al sicuro, delusa del suo
tranello. E il nostro vecchio gallo si mise a ridere tra sé della sua
paura: perché è un doppio piacere ingannare l'ingannatore.
Il
topo e l'ostrica Un
topo, un topo un po' tonto, che abitava in un campo, si stufò un giorno
della sua casa; lasciò il podere, i covoni di grano, il suo buco e si
mise a viaggiare. -
Com'è grande il mondo! Com'è spazioso! - esclamò appena uscito dal
paese. - Guarda; laggiù ci sono gli Appennini; lì c'è il Caucaso... Per
lui un mucchietto di terra sollevata dalle talpe era una montagna. Dopo
qualche giorno, il viaggiatore arrivò a una spiaggia sulla quale il
mare aveva lasciato un gran numero di ostriche. In
principio, appena le vide, il nostro topo credette che fossero dei
grossi bastimenti e disse: -
Mio padre era proprio un gran poveraccio! Era così pauroso che non
aveva il coraggio di viaggiare. Io, invece, ho già visto l'impero
marittimo e ho attraversato il deserto in cui non c'era nulla da bere... Il
topo aveva imparato queste cose sentendole dire da un maestro di
campagna e le ripeteva a casaccio; non era infatti uno di quei topi che
diventano sapienti fino ai denti rodendo i libri. Tra
le ostriche chiuse, una si era aperta; e, sbadigliando al sole,
rinfrescata da un dolce venticello, sorbiva l'aria, respirava, se ne
stava sbocciata, bianca, grassa, gustosa a vedersi. Il
topo la scorse di lontano e disse tra sé: -
Che cosa vedo! Dev'essere roba da mangiare e se il suo colore non
m'inganna oggi farò il pranzo più delizioso della mia vita. Così
dicendo, pieno di belle speranze, si avvicinò alla conchiglia, allungò
un po' il collo e... di colpo l'ostrica si richiuse e il topo fu preso
come al laccio. Ecco quel che capita agli ignoranti.
C'era una volta una testuggine un po' ''
sciocca che, stanca del suo buco, desiderava mettersi a
viaggiare. Si sa, le terre straniere attirano di più e lo zoppo odia la
casa.
Due anatre, alle quali la comare comunicò quel bel
progetto, le dissero di avere il modo di accontentarla.
- Vedi quella stradacosì larga, in
cielo? Noi ti scarrozzeremo per aria, fino in America: vedrai molte
repubbliche, molti regni, molti popoli; potrai istruirti osservandone i
diversi costumi. Anche Ulisse fece così.
(Nessuno si aspettava di trovare Ulisse in questa
storia, vero?).
La testuggine accettò la proposta.
Decisa la cosa, gli uccelli inventarono unamacchina
per trasportare la viaggiatrice: le misero in bocca, per traverso, un
bastone e le dissero:
- Stringi bene... E attenta a non lasciare la presa.
Poi ciascuno di loro afferrò il bastone per
un'estremità. Sollevata la testuggine, dappertutto ci si stupì nel
vedere il lento animale e la sua casa andare in quel modo, inmezzo
tra un papero e l'altro.
- Miracolo! - gridavano. - Venite a veder passare tra
le nubi la regina delle testuggini
- La regina! Proprio così: effettivamente lo sono:
c'è poco da canzonare.
Avrebbe fatto meglio a continuare la sua strada senza
dir nulla perché aprendo i denti lasciò il bastone e cadde e si
schiantò ai piedi di coloro che stavano a guardare.
Un gatto chiamato Rodilardo faceva
tale strage di topi che non se ne vedevano quasi più intorno, tanto
grande era il numero di quelli che aveva mandato alla sepoltura. I pochi
rimasti., mancando loro il coraggio di lasciare i rifugi in cui si
celavano, erano ridotti a non mangiare nemmeno il quarto di ciò che
occorreva loro per sfamarsi e Rodilardo era considerato fra quella
povera gente, non un gatto, ma un vero e proprio demonio.
Un giorno però, quel gatto si mise in viaggio per
certe sue private faccende e, approfittando di questa lontananza, i topi
superstiti si riunirono a congresso per discutere e trovare un rimedio
al grande pericolo che li sovrastava. Dichiarata aperta la seduta, il
decano, vecchio topo noto per la sua prudenza, espose che, a suo parere,
si sarebbe dovuto trovare il modo di attaccare al più presto un
sonaglio al collo di Rodilardo. Così, quando costui si sarebbe avviato
alla solita caccia di roditori, i topi, preavvertiti dal suono avrebbero
fatto in tempo a rifugiarsi nei loro buchi. Non sapeva suggerire altro
ripiego migliore di questo e tutti i congressisti condivisero il saggio
parere del signor decano.
La difficoltà consisteva nel fatto di riuscire ad
appendergli il sonaglio al collo:
Uno disse:
"Io non ci vado; fossi pazzo!".
Un altro mormorò:
"Non me ne sento capace".
La seduta fu sciolta senza venire a capo di nulla.
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