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Sabrina Pitto

L'ochetta Dolina e il maialino dal codino blu
Una stella di nome Alioth
Gaia e le foglie

della stessa Autrice ...Poesie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ochetta Dolina e il maialino dal codino blu

 

Il cielo era limpido quel primo giorno di primavera e nella Valle dei Fiordalisi regnava la pace.

I contadini ed i fattori erano paghi nel vedere i loro alberi in fiore. Inoltre i frutti non avrebbero tardato ad arrivare ed i campi erano pronti per la semina. Gli animali scalpitavano per uscire dalle stalle dopo il soggiorno invernale forzato, euforici di poter correre liberi per i prati fioriti, grati di potersi cibare dell’erbetta fresca e profumata e godere del primo tiepido sole.

Solo l’ochetta Dolina era triste. Il suo padrone, il fattore Gioacchino, aveva chiuso la fattoria e venduto gli animali perché troppo anziano e stanco. Aveva scelto di ritirarsi e di raggiungere la sorella che viveva nella lontana Valle delle Genziane, per godersi il riposo degli ultimi anni della sua vita. L’ochetta Dolina era, tra i suoi animali la preferita, tanto che le aveva dato il nome di sua madre.

Quando partì le disse "Dolina, non ti ho venduto come gli altri animali perché voglio che sia tu a decidere della tua vita, ti lascio perciò libera, scegli la tua strada, la valle è ricca di stagni e di boschi. Fai tesoro di quello che ti ho insegnato".

L’aveva lasciata così sul sentiero che porta al bosco delle fragole, equipaggiata della sua valigetta contenente uno spazzolino per la pulizia del becco, un pettinino per lisciarsi le piume, un cappellino di paglia e svariati fiocchi colorati che era solita indossare elegantemente legati al suo lungo collo, in occasione del raduno dei fattori. Il raduno si teneva per prendere decisioni comuni per il benessere degli animali e della valle dei Fiordalisi. Il fattore Gioacchino la portava con sé in rappresentanza degli animali della fattoria. Li rappresentava proprio bene i suoi amici! Difendeva la categoria degli animali a spada tratta. Faceva sentire le sue ragioni con determinazione ed accoramento. Il fattore era fiero di come si facesse rispettare. Richiedeva stalle e recinti più confortevoli e più abbeveratoi d’acqua corrente di modo che tutti potessero bere tranquilli come era necessario nei mesi estivi, senza code e risse. Guardò la sua valigetta e pensò che per niente al mondo si sarebbe separata da quegli oggetti così ricchi di ricordi, anche se era certa che non li avrebbe più utilizzati. Sarebbe iniziata per lei una nuova vita. "Si’, una nuova vita" pensò, ma lei non voleva una vita diversa da quella che già aveva. Si trovò ad un tratto sola, senza una casa e senza una meta. Non le restava che affrontare il bosco delle fragole alla ricerca di una dimora e di nuovi amici.

Dopo due giorni di cammino finalmente scorse un laghetto e si fermò per rifocillarsi. Fece un lauto pranzo e si appisolò sotto un castagno per un meritato riposino. Si svegliò al forte gracidare di due ranocchi. Quando tirò fuori la testa da sotto l’ala li vide ritti sulla sua valigetta. "Perché state li’ sulla mia valigetta?" chiese Dolina. "Siamo curiosi di sapere cosa fa una graziosa ochetta come te qui nel laghetto dei ranocchi" risposero. Dolina raccontò quindi la sua storia e disse che cercava una dimora. I due ranocchi le parlarono della Valle dei Fiori dicendole che li’ avrebbe trovato sicuramente qualcosa d’interessante dato che quella era una valle molto ricca. Avrebbe dovuto attraversare il bosco dei Ciuffetti detto anche il bosco della felicità. I Ciuffetti erano degli esserini simili a piccoli orsi con un ciuffetto di pelo blu sul capo. Ringraziò i ranocchi e riprese il cammino. Il bosco dei Ciuffetti si presentò bellissimo con grossi alberi dai frutti rotondi e colorati e piccole casette gialle dove risiedevano i Ciuffetti. Ormai il sole stava tramontando e non c’era l’ombra d'alcun Ciuffetto in giro. Probabilmente erano tutti in casa pronti per la cena, pensò.

Mentre si accingeva a bussare ad una porticina verde, alla ricerca di qualcuno cui chiedere informazioni per procedere, senti’ un rumore di foglie provenire da dietro una siepe. Pensò "finalmente un Ciuffetto" e gridò " Signor Ciuffetto, sono l’ochetta Dolina, da che parte devo andare per la Valle dei Fiori?" Non udendo risposta si accostò alla siepe e udì qualcuno piangere sommessamente. "Signor Ciuffetto" chiamò "perché piange, non è forse questo il bosco che chiamano della felicità?" "Non per me" rispose una voce "Io non sono un Ciuffetto, sono Nino il maialino". Usci’ allo scoperto e rispose "piango perché i miei colleghi animali della fattoria nella Valle dei Fiori, si burlano di me a causa di una particolarità del mio corpo che ho dalla nascita". "Non vedo niente che non va in te" disse Dolina "sei rosa e rubicondo come tutti i maialini". Allora Nino si girò e mostrò il suo codino arrotolato. Dolina non credeva ai suoi occhi, il codino era di colore blu intenso. "Hai il codino blu!" esclamò. "Si’" rispose il maialino "è un simbolo di famiglia. Anche mia madre, mio nonno ed i miei fratellini l’avevano. Vengo spesso nel bosco dei Ciuffetti" continuò "perché qui trovo un po’ di tranquillità e mi diverto tanto. Non mi fanno sentire diverso. Loro hanno un ciuffetto blu del pelo ed io il mio codino". All’improvviso dalla casetta gialla, in prossimità della siepe, si apri’ una piccola porta e ne usci un ciuffetto. "Ciao Nino" disse "Chi c’è li’ con te? Non mi presenti la tua nuova amica?". "E’ l’ochetta Dolina…" e ad un tratto scoppiò in un fragorosa risata e disse "Scusa Dolina ma alla vista di un Ciuffetto non riesco a trattenere le risa, sono troppo buffi e divertenti". Anche Dolina fu contagiata e non riuscì a trattenere la felicità che si era impadronita di lei. Il Ciuffetto, allora appagato disse "anche oggi ho fatto la mia buona azione. Ho reso felice qualcuno. E’ la nostra missione. Per questo il bosco dei Ciuffetti è detto della felicità". Invitò l’ochetta ed il maialino a mangiare i frutti colorati che raccolse da uno dei tantissimi alberi che circondavano la casetta e quando seppe che Dolina cercava un posto dove alloggiare le offri’ di rimanere nello stagno del bosco dei Ciuffetti situato pochi metri più in là, sino a quando non avrebbe trovato una dimora più comoda. L’ochetta Dolina ringraziò e accettò. Era tutto cosi’ bello li’ e pensò che la Valle dei Fiori avrebbe potuto aspettare. Nino il maialino, che nel frattempo si era chiuso in un cupo silenzio, disse" adesso devo proprio ritornare alla fattoria altrimenti il fattore Brando mi caccerà!". E se ne andò via temendo i dispetti che gli avrebbero fatto gli animali della fattoria al suo ritorno, ma promise che sarebbe tornato il giorno dopo a trascorrere momenti felici con Dolina ed i Ciuffetti.

Cosi’ fece per giorni e giorni a seguire ed ogni volta che andava via per tornare dal fattore, a Dolina dispiaceva vederlo rattristarsi. Pensò come potesse essere difficile vivere con degli animali che non ti stimano solo per una diversità fisica. Le vennero allora in mente i suoi vecchi amici ed il fattore Gioacchino. Loro si che le volevano bene e l’ammiravano. Quella sera si addormentò malinconica. La mattina seguente si svegliò serena; la notte le aveva portato consiglio. Decise che sarebbe partita subito per la Valle dei Fiori. Era tempo di cercarsi un posto fisso dove stare e voleva fare una sorpresa a Nino andando a trovarlo alla fattoria di Brando. Dalla descrizione fattagli dal maialino non le sarebbe stato difficile trovarla. Salutò l’amico Ciuffetto e si mise in cammino. Il tragitto si presentava lungo. Il bosco dei Ciuffetti distava circa un’ora dalla Valle dei Fiori. Ma l’ochetta Dolina era cosi’ desiderosa di arrivare che percorse velocemente il bosco e raggiunse la meta senza neanche accorgersene. Quando lesse il cartello "BENVENUTI NELLA VALLE DEI FIORI, LA VALLE PIU’ RICCA E RIGOGLIOSA DEL PAESE" si stupì. Le sembrava d'essere appena partita e quando allungò il collo per vedere al di là del cartello rimase a becco aperto nel vedere lo spettacolo che le si presentò davanti. C’erano immensi prati verdi colmi di fiori giganti dai petali variopinti. In mezzo ai prati erano collocate le fattorie e le casette degli abitanti della Valle. Pensò a quanto fossero fortunati gli animali che vivevano li’ e s'intrattenne ancora qualche minuto per mettersi un po’ in ordine. Si pettinò le piume, si legò un bel fiocchetto blu al collo e si mise il cappellino di paglia. "Questo posto è incantato come nelle favole" pensò e si avviò quasi in punta di zampe all’interno del paese quasi avesse paura di fare rumore. Temeva d’interrompere la magia di tale bellezza.

Camminava beata tra i fiori quando intravide una fattoria fatta di mattoncini rossi e recintata da uno strano steccato. Ogni asse era lavorato in modo da formare dei fiorellini ed ognuno era di colore diverso. "Ecco la fattoria di Brando" pensò. Nino il maialino l’aveva descritta proprio cosi’. Allora stanca si sedette poco distante in attesa che Nino uscisse per andare al bosco. Gli avrebbe fatto una bella sorpresa. Mentre aspettava notò un cancelletto situato al centro dello steccato. Dal cancello si poteva accedere alla fattoria percorrendo un vialetto. Alla destra s'intravedevano ben quattro laghetti di cui uno deserto faceva parte di un cortile situato all’ingresso della fattoria. "Dev’essere il laghetto personale di Brando, quello in cui gli animali non possono entrare" pensò. Brando lo utilizzava per pescare le trote. Negli altri laghetti vide oche, germani reali e cigni. Ogni gruppo aveva il suo. Poi liberi nel prato vide pavoni e coniglietti. Alla sinistra del cancello c’erano i recinti con i maialini, le mucche e le pecore. Non aveva mai visto una fattoria così estesa e ben organizzata come quella. Ahhh! Però notò che aveva un difetto. C’era solo un abbeveratoio situato all’esterno dei recinti. Dolina aveva un chiodo fisso per gli abbeveratoi. Troppe volte, alla fattoria di Gioacchino, aveva assistito ai battibecchi degli animali in coda per bere. Gli animali dovevano aspettare addirittura delle ore prima di riuscire ad arrivare alla tanto desiderata acqua. Ma, all’improvviso, i suoi pensieri furono interrotti. Vide Nino avvicinarsi all’abbeveratoio stranamente non affollato. Probabilmente aveva aspettato il momento giusto. Ma ecco che dietro di lui una mucca avanzava a passo veloce e quando Nino immerse il muso nell’acqua per rinfrescarsi, questa gli si avvicinò e gli diede una spinta. Fu tanto forte che lo fece indietreggiare rapidamente e ruzzolare a terra. Alle proteste di Nino la mucca gridò "non puoi bere al nostro abbeveratoio, tu sei malato. Sei stato contaminato da qualche pestilenza o epidemia ed il tuo codino blu ne è la prova. Devi andare via di qui, nessuno ti vuole non hai neanche un amico". "Non sono malato" protestò Nino " e poi anch’io ho degli amici". "Chi sono questi amici?" chiese la mucca. "I Ciuffetti e l’ochetta Dolina" rispose Nino. "Ah i Ciuffetti anche loro devono essere malati con quel pelo blu sul capo. Cosa fate quando state insieme, vi consolate? E poi chi è l’ochetta Dolina?" chiese l’altra. A quel punto l’ochetta Dolina che aveva assistito, non poteva più rimanere nascosta. Cosi’ decise di farsi avanti sebbene non fosse educato entrare alla fattoria senza essere stata invitata. "E’ per una buona causa" pensò "devo difendere Nino". Nel frattempo tutti gli altri animali, che avevano circondato i due litiganti, si misero ad urlare "Via Nino il maialino dal codino blu. Via via, vai via di qui! Non ti vogliamo". Allora Dolina entrò; si diresse veloce come una saetta verso l’abbeveratoio, si fece largo tra gli animali e disse "Sono l’ochetta Dolina, io e Nino siamo molto amici. Vi assicuro che è buono e divertente. E’ strano che non ve ne siate mai accorti!". Gli animali si ammutolirono per qualche minuto, poi una voce appartenente ad un cigno disse "Non hai paura di prendere qualche malattia?". "Per niente al mondo!" rispose e continuò "Il codino blu lo ha ereditato da sua madre e, anzi, è simbolo di nobiltà! Non avete mai sentito parlare di sangue blu? Gli esseri umani che hanno titoli nobiliari si dice abbiano sangue blu. Loro possiedono ricchezze materiali, mentre gli animali che hanno parti del corpo blu sono nobili d’animo ovvero sono gentili, altruisti e aiutano chi ha bisogno". Nino si senti’ un re e sorrise nel vedere che tutti gli animali iniziavano ad esplorare il loro corpo sperando d'avere anche solo un piccolo segno blu per potersi definire nobili d’animo anche loro. I più felici furono i pavoni ed i germani reali maschi che trovarono, i primi, delle macchiette blu sulla loro meravigliosa coda mentre i secondi delle striature sulle piume. Gli altri rimasero male non trovando niente. Un’oca intervenne all’improvviso e disse "Ochetta Dolina, anche tu sei nobile d’animo, dato che hai un fiocco blu al collo!". Dolina, allora, approfittò di questo intervento per fare felici anche gli altri animali e rispose "Certo, l’importante è sentirsi buoni dentro. Ciascuno di noi se cerca bene in se stesso trova la sua parte di bontà. Solo allora si ha il diritto di indossare qualcosa di blu". Tutti si scoprirono un po’ nobili e vollero che l’ochetta Dolina desse loro dei fiocchi blu. Le oche se li misero al collo, i maialini sul codino, le mucche su una zampa e cosi’ via per gli atri animali. Poi tutti chiesero scusa a Nino e si proclamarono suoi amici. Dolina fu soddisfatta ed anche se sapeva di aver detto qualche bugia, era felice perché l’aveva fatto a fin di bene.

Pian piano nella fattoria tornò l’ordine. L’ochetta Dolina pensò che fosse l’ora di partire nuovamente alla ricerca di un posto dove fermarsi definitivamente e decise di mettersi in viaggio. Nino si offri’ di accompagnarla. Ma mentre si avviavano verso il cancello udirono una voce chiamare "Ninooo"; il maialino si voltò vide che il fattore Brando faceva segno con la mano di andare verso di lui "Vieni ti devo parlare. Porta con te la tua amica" disse poi il fattore. Dolina e Nino si guardarono e capirono che entrambi temevano la stessa cosa: una bella ramanzina per avere creato scompiglio alla fattoria. Ma rimasero felicemente sorpresi. Il fattore Brando, che aveva assistito alla scena dall’uscio di casa, disse "Complimenti Nino hai un’amica nel vero senso della parola!" e rivolgendosi a Dolina continuò "hai difeso Nino dimostrando intelligenza e spirito d’iniziativa e sei riuscita a creare armonia tra gli animali. Ho provato anch’io ma non ci sono mai riuscito. Ti offro perciò di rimanere con noi alla fattoria. Ovviamente se ti fa piacere!". L’ochetta Dolina trattenne a stento un urlo di gioia che le esplose dentro e rispose "E’ un’offerta che mi lusinga. La ringrazio molto e accetto volentieri". Nino saltò dalla felicità e decise di accompagnare Dolina al laghetto delle oche, ma il fattore si oppose e disse "No, voglio che l’ochetta Dolina stia qui nello stagno delle trote. Dovrò chiederle consiglio spesso dato che la porterò sempre con me al raduno dei fattori. Sono certo che rappresenterà benissimo gli animali della fattoria" e continuò rivolgendosi a Dolina "hai una settimana di tempo per guardarti intorno e vedere se c’è qualche miglioria da apportare alla fattoria. Nino sarà il tuo vice". Dolina e Nino rimasero meravigliati. Dolina poteva accedere al laghetto delle trote!! Nessun animale aveva mai potuto metterci zampa. E poi il raduno dei fattori!! Dolina era fuori di sé dalla felicità. Questa sì che era una bella soddisfazione. Ringraziò mentalmente il fattore Gioacchino per averle dato la possibilità di trovare una fattoria modello come quella e pensò "un argomento da portare al raduno l’ho già in mente..gli abbeveratoi!!!!!!!".

 

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Una stella di nome Alioth

 

Era una tiepida sera d’inizio estate e Martino stava steso sulla sabbia con gli occhi rivolti al cielo. La sua casetta era situata vicino al molo di Bellaria, un tranquillo paesino dalle casette blu come il mare.

Da qualche tempo, dopo avere cenato con la mamma e le sorelline, andava in quel tratto dove la spiaggia terminava e creava un angolo nascosto da arbusti e da un grosso scoglio. Martino chiamava quel luogo Sabbia Segreta. Nessuno ne conosceva l’esistenza, gli arbusti erano troppo fitti e difficili da oltrepassare. Ma Martino era agile e magro, per lui introdursi era un gioco.

Si era completamente isolato dai suoi amici che si radunavano nella piazzetta di Bellaria per organizzare giochi oppure, formando un cerchio, a turno raccontavano storie inventate per creare stupore all’interno del gruppo. Ma Martino no, lui non era come gli altri. All’età di dieci anni si sentiva grande e dedicava il suo tempo libero a passatempi più soddisfacenti e costruttivi per il futuro. E pensava.

Annotava i pensieri degni di essere ricordati su un piccolo quaderno rilegato con carta bianca a fiorellini azzurri. I pensieri passano e se ne vanno e Martino non voleva perderli, almeno non tutti. Gli piaceva l’idea di potere rileggere quelli più allegri nei momenti tristi e, con il passare del tempo, ricordare.

A casa Lisa e Lara, le sue sorelline, facevano sempre un gran baccano e lui non riusciva ad avere un po’ di tempo per sé. Le bimbe volevano sempre giocare e si divertivano a fargli degli strani scherzetti e, a volte, qualche dispetto. La mamma pretendeva aiuto da lui e Martino le dava volentieri una mano, ma appena possibile fuggiva e si rifugiava alla Sabbia Segreta.

Neppure in famiglia conoscevano quel luogo. Lui lo considerava un rifugio solo suo.

La sua casetta non era distante e sapeva che qualora la mamma l’avesse cercato, avrebbe udito l’eco della sua voce. Spesso gli capitava di sentire le sorelline urlanti nel cortile.

Quella sera il cielo, pur essendo limpido, gli pareva meno luminoso del solito. "Verrà maltempo" pensò, anche se non riusciva ad intravedere alcuna nuvola. Martino aveva una vera passione per gli astri. Tutte le sere alzava gli occhi e li osservava attentamente. Contemplare il cielo di sera, luminoso e silenzioso con tutti quei puntini gialli pulsanti che sembravano pietre preziose, gli infondeva una grande gioia.

Aveva stabilito una sorta di contatto e complicità e si confidava spesso con loro. Le sue parole echeggiavano nel buio e, anche se non riceveva risposta, traeva beneficio da quei discorsi solitari e grazie ai momenti di sodalizio con le stelle, tornava sempre a casa sereno.

I suoi pensieri furono bruscamente interrotti. Avvertì che non era solo alla Sabbia Segreta e, quando si guardò attorno, fu abbagliato da una fortissima luce che lo costrinse a chiudere improvvisamente gli occhi. "Chi è?" chiese Martino "Lisa Lara siete voi? Abbassate il lume" ordinò, ma non ci fu risposta. Spaventato, tentò di scappare ma inciampò e cadde sulla sabbia.

Cercò di aprire gli occhi ma la luce era ancora lì, allora gli venne un’idea. Si tolse la maglietta e la tirò alla luce, sperando di attenuarla un pochino. Finalmente ci riuscì e poté riaprire gli occhi. Si avvicinò per cercare di capire chi si nascondesse sotto la maglietta e d’un tratto gli apparve chiara la sagoma di una stella.

"Lisa, Lara…." Chiamò, convinto che tutto ciò fosse opera delle sorelline. "lo scherzo è riuscito, adesso basta venite fuori. E’ proprio bella" escalmò, "come avete fatto ad illuminarla?", chiese. "Ma io sono una stella vera!" rispose una vocina sottile sottile.

Martino rimase molto sorpreso. Il suo viso paffuto e lentigginoso si fece serio. Non riconobbe la voce delle sorelle e allora pensò che gli amici avessero scoperto il suo rifugio e che volessero spaventarlo. Ma la luce continuò "sono Alioth, la stella più luminosa dell’Orsa Maggiore!"

Allora, Martino rivolse i suoi dolci occhi chiari al cielo con aria smarrita e rimase a contemplarlo per alcuni minuti. Non riusciva a trovarla in cielo quella stella. Eppure la conosceva bene, come tutte le altre che compongono il grande carro e che gli tenevano compagnia tutte le sere.

Erano Mizar, Alkaid, Merak Dubhe, Phecda e Megrez.

Aveva imparato il loro nome leggendo un libro di astronomia che apparteneva al nonno e che custodiva gelosamente in una grande scatola dorata. Le stelle non erano sempre visibili e, a volte, faticava a distinguerle. Ma non Alioth. Lei era la più spendente e, per vedere il carro, i suoi occhi giravano giravano fino ad individuarla.

Martino continuava a fissare il cielo, quasi non avesse il coraggio di tornare alla realtà. Sperava che qualsiasi cosa si nascondesse sotto la maglietta, fosse svanita nel nulla. Ma la luce era ancora lì.

"Devi credermi" disse la luce "sono una stella vera. Sò che tu osservi sempre il cielo. Anch’io ti osservo. Ogni stella ha il suo punto di riferimento sulla terra ed io ho scelto te".

Martino rimase sconcertato ed affascinato nello stesso tempo. Possibile che si trattasse davvero di una stella? E possibile che anche le stelle fossero interessate alla terra ed ai suoi abitanti come gli esseri umani lo sono al cielo ed agli astri? Non aveva mai pensato a questa possibilità, benché in quei momenti di riflessione durante i quali si rivolgeva alle stelle, avesse inconsciamente desiderato di stabilire un legame con loro.

Alioth, la stella, interruppe i suoi pensieri e chiese "cos’ho addosso? Non riesco a vedere niente e muoio dalla curiosità di visitare questo posto. Dev’essere proprio bello, ha un profumo intenso…..".

Martino si scusò per avergli tirato la maglietta e, come primo impulso, pensò di togliergliela ma si fermò e disse "non posso levartela. La tua luce mi abbaglia, riuscirò a sostenere il tuo sguardo solo col sorgere del sole; il contrasto sarà minore.

Domani mattina ti libererò e riuscirai a vedere la sabbia ed il mare".

Alioth rispose che poteva aspettare fino al giorno seguente e lo pregò di non dire a nessuno della sua presenza e aggiunse "io sono la prima stella scesa sulla terra, non vorrei attirare l’attenzione della gente. Mi raccomando Martino, questo deve rimanere il nostro Segreto."

Martino la rassicurò e le disse che in quell’angolo della spiaggia avrebbe potuto stare tranquilla, nessuno l’avrebbe mai scoperta.

Si accorse solo allora di come il tempo fosse passato in fretta e dovette a malincuore congedarsi da Alioth. Spiegò che doveva correre a casa altrimenti la mamma, non vedendolo arrivare, si sarebbe preoccupata. Alioth capì e si preparò a trascorrere la notte alla Sabbia Segreta.

Martino non riuscì a chiudere occhio tanto era eccitato dallo straordinario evento che gli era capitato. Gli sembrava di vivere una bella favola ed il silenzio della notte rendeva tutto ancora più magico ed incantato.

Aspettava con impazienza il giorno; aveva una grande voglia di tornare da Alioth per parlare con lei del cielo e dei suoi segreti.

Il mattino arrivò e Martino si vestì in fretta, prese la sacca con i libri e corse alla Sabbia Segreta. Giunto al rifugio, gli si presentò davanti un’immagine bizzarra: la sua maglietta pareva camminasse da sola, appesa nel vuoto. Subito rimase sconcertato poi si rese conto che con la luce del giorno gli era impossibile vedere la stella, ma Alioth c’era e la sua voce sottile glielo confermò "Martino, sono qui, sotto la maglietta!" disse.

Martino si sedette sulla sabbia e s’incantò ad ascoltare le storie di Alioth. Raccontò di quella volta che per poco rimaneva schiacciata da una meteora. Le passò così vicino da portarle via un pezzettino di una delle sue punte. Per fortuna la sua cara amica Mizar l’aiutò a ricomporla, donandole un po’ della sua polvere gialla. Adesso entrambe avevano una punta più sottile ma erano felici ugualmente.

Mizar era una stella generosa ed aveva molto fascino. Era la stella più bella, la sua bontà d’animo la rendeva tale. Alioth era fiera di avere qualcosa che apparteneva a Mizar e, ancor più, di avere il suo stesso difetto; per nulla al mondo l’avrebbe cambiato.

Poi raccontò di quando litigò con Dubhe. Era invidiosa del fatto che lei fosse la più luminosa e per renderla meno visibile fece radunare, durante una notte in cui il cielo era sereno, le nuvole davanti a lei per offuscarla. Queste ultime però si ribellarono e per andare via chiesero aiuto alle stelle. Mizar e le altre soffiarono forte forte finchè riuscirono ad allontanarle. Fu un momento di tensione perché Duhbe era così arrabbiata che pianse per ore.

Quell’episodio però servì: le stelle fecero amicizia con le nuvole e, nei momenti di cielo grigio e tempestoso, promisero che avrebbero preso posto lì, vicino al grande carro per poter giocare tutte insieme.

E così fecero. Le stelle si divertivano a saltare sopra alle nuvole. Atterrare sul loro manto soffice era bellissimo! Martino si immedesimò e la sensazione che provò fu quella di immergersi nella panna.

I racconti di Alioth, piacquero molto a Martino anche se non avrebbe mai pensato che la vita di una stella fosse così movimentata. Aveva sempre immaginato il cielo come un luogo silenzioso e privo di vita

Ad un tratto sobbalzò "La scuolaaaa!" urlò. Era talmente assorto nei suoi pensieri e catturato dai discorsi avventurosi di Alioth che aveva dimenticato di andare a scuola. "presto, devo scappare altrimenti farò tardi, ci vediamo dopo" disse.

"Portami con te" implorò Alioth, curiosa di sapere cosa fosse una scuola. Martino riflettè e decise di portarle con sé. La fece entrare nella sua sacca; con la luce del giorno nessuno avrebbe potuta vederla.

Quella mattina c’era lezione di geografia e di storia. Martino si sedette al suo solito posto e si assicurò di sistemare la sacca in modo che nessuno avesse potuto urtarla, danneggiando Alioth.

Furono ore di lezione intensa in quanto si avvicinava la fine della scuola e la maestra preparava gli alunni a sostenere gli esami. Martino cercò di concentrarsi più che poteva anche se pensava continuamente ad Alioth che se ne stava zitta zitta e seguiva attentamente la lezione.

All’uscita della scuola Martino pensò che Alioth dovesse essere molto annoiata dopo una mattina pesante come quella! Ma la stella, una volta rimasti soli, emise un urlo di felicità e disse "che bello andare a scuola! Si imparano molte cose interessanti sul mondo e la sua storia. Siete davvero fortunati voi esseri umani!" Allora Martino le promise che l’avrebbe portata con lui tutte le mattine. Alioth ne fu entusiasta ma disse che si sarebbe fermata ancora per cinque giorni poi avrebbe dovuto ritornare in cielo. Martino si ricordò che La scuola sarebbe finita proprio il giorno della sua partenza. Ci sarebbe stata la festa di fine anno e pensò di portare anche Alioth: le avrebbe fatto una sorpresa.

I giorni passarono in fretta. Alioth era triste al pensiero di lasciare Martino e quel luogo splendido che era Bellaria.

"La mia visita sulla terra è stata davvero interessante" disse " e mi ha dato anche una buona idea. Formerò una scuola anche in cielo e racconterò alle mie amiche stelle quello che ho imparato qui. Tornerò presto da te, Martino!".

La mattina dell’ultimo giorno Alioth era ormai pronta per partire ma Martino la fermò. "Aspetta fino a stasera" disse "ho una sorpresa per te". Allora Alioth, curiosa, decise di rimandare la partenza di qualche ora. Trascorsero una giornata indimenticabile giocando insieme alla Sabbia Segreta. Alioth volle a tutti i costi toccare il mare e si divertì ad osservare i pesciolini.

Arrivò la sera ed anche il momento della sorpresa. Il giardino della scuola era splendido. Cespugli di rose lo circondavano e le aiuole erano fiorite e addobbate a festa. Dagli alberi scendevano festoni colorati ed un lunghissimo tavolo imbandito, era stato collocato al centro. Il cielo era chiaro e luminoso tipico di una bella sera d’estate.

Martino arrivò trepidante con Alioth che, curiosa, spuntava dalla sacca.

La prima immagine che si presentò ai loro occhi fu un gruppo di bambini che intonavano canzoncine allegre. Erano vestiti con divisi bianche e blu e d’un tratto iniziarono a ballare, coinvolgendo tutti i compagni ed i presenti. L’atmosfera si accese e la musica aumentò. Martino si mise a ballare ed Alioth volle uscire dalla sacca. La musica l’affascinava e volle assaporare gli ultimi momenti sulla terra. Si trovò a suo agio in mezzo a tutti quei bambini gioiosi; le pareva di essere una di loro e si rattristò molto all’idea di doverli lasciare.

All’improvviso calò il buio ed Alioth divenne visibile. Lei e Martino erano così immersi nei festeggiamenti che non avevano pensato a questa possibilità.

Tutti i bambini furono attratti dalla sua forte luce e s’incantorono alla vista della stella.

Alioth salutò calorosamente Martino che nel frattempo era accorso da lei e piansero; non avrebbero mai voluto dividersi. Ma Alioth doveva tornare in cielo, quello era il suo posto e senza di lei avrebbe perso la sua luminosità.

Pian piano si alzò e volò via. Tutti i bambini alzarono gli occhi per ammirarla ed agitarono le loro manine in segno di saluto.

 

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GAIA E LE FOGLIE

 

 

E’ autunno inoltrato ormai e la scuola è iniziata da tempo. A noi bambini, si sa, non è mai piaciuto stare troppo tempo seduti dietro ai banchi ad ascoltare le maestre. Raccontano storie interessanti, è vero, e la mamma dice che accrescono la nostra cultura, ma forse siamo troppo piccoli per rendercene conto e magari da grandi rimpiangeremo di non avere studiato abbastanza.

 

Il mio banco è vicino alla finestra, così a volte mi distraggo e guardo fuori. Il parco che circonda la scuola è davvero incantevole; c’è un enorme prato all’inglese ben curato. Tutto merito di Stelvio il giardiniere, che è preciso ed ama molto le piante. E’ una brava persona Stelvio, gli sono molto affezionata ed anche lui mi vuole bene. Tutte le volte che mi vede mi dona fiori ed arbusti con le pigne o con grosse foglie. A me dispiace che queste piante vengono strappate, perché presto moriranno, ma Stelvio dice che raccoglie quelle già spezzate dal vento o che cadono naturalmente. Io le accetto volentieri e cerco di mantenerle in vita il più possibile, ma vorrei fare di più. Vorrei che non morissero mai.

Solitamente l’autunno mi rende triste; osservando il parco attraverso i vetri, vedo la natura spegnersi piano piano. I fiori e le piante appassiscono e gli alberi perdono le foglie, quelle belle foglie verdi e rosse!

I miei genitori notano subito quando mi rattristo, perché succede raramente. A detta di tutti, sono una bambina gioiosa ed il mio grande amico Remo dice che è tutto merito del nome che porto: mi chiamo Gaia.

Sono sempre allegra e non mi arrabbio mai, neanche quando i miei compagni mi tirano le trecce e si prendevano gioco di me chiamandomi “Pippi Calzelunghe”, per le lentiggini che ho sul naso e sulle guance.

So che lo fanno per stuzzicarmi e per giocare ma io mi difendo dicendo loro che sono degli imbranati pasticcioni come “le Simpatiche Canaglie”. Vi sembrerà strano ma più ci prendiamo in giro, più diventiamo amici. Ci vogliamo tutti molto bene. Dicono che femmine come me non ce ne sono. Io infatti mi sento un maschiaccio. Le mie compagne sono tutte d’un pezzo e se ne stanno calme calme anche durante la ricreazione. Hanno paura di sporcarsi i vestitini che sembrano sempre quelli della domenica.

 

Quando arriva l’autunno i miei compagni diventano tutti più tristi; dicono che gli manca la mia allegria. Ma come si fa ad essere allegri quanto là fuori tutto si spegne? Fortunatamente ci sono anche tante belle piante sempreverdi che illuminano il giardino. Un giorno ho chiesto alla maestra perché le piante non sono tutte sempreverdi e le mi ha risposto che questa è la natura. D’accordo la natura non si può cambiare e forse è bella e misteriosa per questo, ma quelle foglie secche, quei fiori appassiti mi hanno sempre creato un senso di vuoto nel cuore. Forse sono un tantino esagerata ma provo una sensazione di abbandono. Le piante del cortile mi hanno tenuto compagnia per tutta la primavera e l’estate.

 

Adoro alzarmi presto le mattine d’estate per respirare l’aria tiepida e godere del cielo terso e del profumo dell’erba fresca appena tagliata. Tutto questo mi fa sentire libera ed euforica, non so spiegarne precisamente il motivo. Forse è la calura estiva, gli uccellini cinguettanti sui rami, i vestitini leggeri e la marmellata di susine della mamma.


Venivo spesso a trovare Stelvio, anche durante le vacanze e me ne stavo seduta sotto la grande palma, accanto al laghetto delle oche e dei germani reali, a guardarlo lavorare. Mi raccontava sempre tante cose interessanti sulle piante ed io lo ascoltavo attentamente. Le conosco quasi tutte le piante del giardino e tutte per nome. La grande aiuola di fiorellini bianchi, rossi e rosa, posta al centro del prato è deliziosa; è una composizione di Malvarosa, Silene Pendula, Primule, Trifoglio rosa e piante di Vetro. Tutto questo splendore in autunno sfiorisce, lasciando l’aiuola triste e incolta. Per non parlare degli alberi che perdono le foglie…

Fortunatamente poco più in là, ci sono le Petunie ed i Gerani che rimangono in fiore ed alcuni alberi sempreverdi che circondano il lago.

 

Dicono che i bambini sono sempre spensierati, ma anche a noi capita di avere delle preoccupazioni.

Ad esempio, i compiti da fare tutti i giorni, la cameretta da riordinare, cercare di non fare arrabbiare la mamma… Direi che quest’ultimo è il compito più difficile; le mamme si arrabbiano sempre ed a volte non ne comprendiamo il motivo. La mia sostiene che dico bugie ma non è così, lo sanno tutti che sono una bambina schietta e sincera e la gente mi vuole bene per questo. Non crede ad una vicenda che mi è capitata circa un mese fa e, lo ammetto, può sembrare assurda ma io l’ho vissuta davvero. Questo avvenimento sorprendente mi ha cambiato la vita e, quest’anno, l’autunno lo vivo serenamente e ne apprezzo la bellezza.

 

Lo ricordo bene quel giorno! La scuola era iniziata da poche ore e, durante la ricreazione mentre i miei compagni giocavano nel cortile, sono andata al laghetto. L’ho percorso tutto intorno per due volte e poi mi sono seduta sotto un albero. Era una giornata grigia grigia e, assorta nei miei pensieri, ricordavo con malinconia i giorni di sole. Guardavo le foglie che ingiallivano e, fu all’improvviso, che udii un lieve vociare disperso nell’aria, come se le parole risultassero lontane e trascinate via dal vento. Ma il vento  non soffiava ed intorno a me non scorsi nessuno. Il vociare continuava e mi accorsi che veniva dall’alto, alzai gli occhi e vidi gli alberi sempreverdi agitarsi e le foglie muoversi in modo frenetico. La sensazione che provai fu di forte paura e subito pensai ad una leggera scossa sismica. Ma oltre il lago tutto era calmo ed i miei compagni continuavano a giocare tranquillamente. Mi sembrava di vivere in un sogno dove tutto appare irreale.

 

I rami sempreverdi erano tutti protesi in direzione delle aiuole dei fiorellini e degli alberi dalle foglie gialle.

D’impulso li seguii con lo sguardo e lo spettacolo che si presentò ai miei occhi, fu davvero eccezionale. Credo che nessuno abbia mai assistito a nulla di simile. Tutte le foglie gialle si staccavano contemporaneamente dai rami ed erano tantissime, così tante che formarono una nuvola densa che pareva polvere gialla. Anche i petali dei colorati e allegri fiorellini volarono pian piano verso le foglie; si unirono a loro e la nuvola diventò variopinta. Il tutto passò davanti agli alberi sempreverdi che scomparvero quasi inghiottiti dalla grande nuvola ed io insieme a loro.

 

Il vociare continuava ed anche la mia paura. Poi le parole si fecero sempre più chiare e udii “Gaia aiuta la natura”. All’improvviso tutto cessò; le foglie ed i fiori caddero sul selciato formando un tappeto tutto intorno a me. Guardai il cortile e non vidi più i miei compagni, allora senza pensare corsi in classe. Erano già tutti seduti ai banchi, ma la maestra stava entrando in quel momento così mi sedetti anch’io in fretta e lei non si accorse del mio ritardo. Pensai per tutta la lezione a quella frase udita poco prima al lago e alla strana vicenda che mi era capitata.

Dovevo fare qualcosa per le foglie ed i fiori secchi; era stata questa la richiesta accorata degli alberi sempreverdi. Non sapevo ancora cosa avrei potuto fare per loro ma una cosa era certa: all’uscita sarei tornata in quel luogo.

 

Così feci. In classe pensai di portare a casa foglie e petali e lasciai libri e quaderni sotto il banco. Arrivata al lago iniziai a riempire la cartella e filai a casa. Mi misi sul letto e pensai a lungo, poi ebbi un’illuminazione.

Mi venne in mente un piccolo diario che la mia anziana nonna mi mostrava e che conteneva foto antiche. Ricordo che tra una pagina e l’altra conservava fiorellini azzurri ed una piccola rosa rossa. Erano ricordi di giovinezza, diceva! Questa era davvero l’idea giusta. Le piante avrebbero potuto continuare a vivere e non perdersi nel vento. Sarebbero rimaste nel cuore del persone e custodite gelosamente come oggetti preziosi, utilizzate come segnalibri o ricordi di fresche giornate autunnali. Infilai le foglie tra le pagine dei libri ed anche i petali. Ero davvero felice! Se la mia nonna ci aveva pensato anni prima, voleva dire che anche lei amava la natura. Ma occorreva spargere la voce affinché, anche ai giorni nostri, tutti dessero nuova vita alle piante.

 

Il giorno seguente chiesi alla maestra di lasciarmi cinque minuti per poter parlare ai miei compagni. Lei volle sapere l’argomento e fu lieta di concedermi una piccola parte del suo tempo. Tutti i miei compagni mi ascoltarono a bocca aperta e l’idea piacque molto; quando terminai mi applaudirono. La gioia che provai fu immensa, mi pareva di avere salvato il mondo! Durante la pausa, anziché giocare, andammo tutti al lago a raccogliere le foglie ed i petali rimasti; c’erano anche le femmine e non solo i miei compagni di classe, ma tutta la scuola. Per molti giorni il passatempo più ambito fu quello di fare quadretti con componimenti floreali da regalare alla mamma ed ai parenti.

 

Alla sera tornai al lago, ma da sola. Parlai alle piante sempreverdi e le rassicurai; tutto era sistemato.

 

Mi parve che le foglie sorridessero, ma forse era tutto frutto della mia immaginazione.

 

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