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Maria Campeggio

Giada, la Fata non innamorata

Invidia

L'amore evitato

La principessa perfida

Il re superbo

I tre doni della vita

della stessa Autrice ... Poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giada, la Fata non innamorata

Questa è la storia di Giada
Fata non innamorata
che avendo rifiutato Krifau
foglia e scoglio diventò,
ma Candida aiutò la sua protetta
e fu così che venne fatta vendetta.
C'era un tempo e  c'è ancora, visto che alcuni esseri sono immortali, una
Fata bella da togliere il fiato. Veniva  corteggiata da tanti Maghi, però
non voleva  metter su famiglia. Diceva  spesso alla madre:
- Le fate non si sposano. Devono girare il mondo per aiutare gli esseri
umani con le loro magie.
Il suo nome era Giada e al collo aveva sempre appesa, come portafortuna, la
giada imperiale, pietra di grande valore dal colore verde smeraldo
regalatole da sua madre pochi giorni dopo la nascita.
Il  Mago Krifau, orgogliosissimo e feroce,  si era invaghito di lei ed  era
disposto a tutto pur di conquistarla.   Avvenne dunque  che a una festa tra
Fate e Maghi, la nostra protagonista  aveva persino rifiutato di ballare con
lui e quando lui aveva insistito con aria di superiorità, la  Fata si era
inviperita e gli aveva gettato addosso quel poco di vino rosso che le era
rimasto nel bicchiere e che stava gustando.  Krifau, ovviamente
arrabbiatissimo aveva incassato senza proferir parola, ma la sera stessa  si
era recato dal vecchio Mago Telet  e gli aveva raccontato l'accaduto.
L'amico Mago, potentissimo nelle magie, volendo dimostrare che nonostante la
vecchiaia ancora era valente, aveva preso una piccola bacchetta tra le
migliaia che aveva e dandola a Krifau aveva detto:
-  Falle toccare questa e la tua  bella si trasformerà in foglia.
Al che Krifau aveva risposto, digrignando i denti giallognoli:
-  Oh vendetta, già ti assaporo!
Il giorno dopo  si era recato nei pressi della casa di Giada e appena lei
era uscita, le aveva detto mieloso:
-  Giada, dolcissima creatura, accetta questo mio dono.
Giada pensò che era proprio un gran testardo; in più  non si fidava di lui,
perciò aveva tirato dritto, senza nemmeno guardarlo.  Ma egli le disse
mieloso:
-  E' solo un dono che ti farà diventare più brava nelle tue magie. Non
chiedo nulla, prendilo in segno di riconciliazione; vedi, io non ti porto
alcun rancore.
E Giada  c'era cascata. Appena toccata la bacchetta, era diventata una
foglia di edera e si era ritrovata in un grande giardino pieno di verde.
Krifau, con i suoi occhi da demonio, aveva gioito ed era scappato per andare
da Telet e  sapere da lui dove si trovava Giada  e questi, facendogli
guardare nel suo grande Libro degli Eventi, glielo aveva fatto vedere. Ora
Giada, foglia d'edera,  tremava al vento appesa a uno stelo.
Quel giardino circondava una fattoria; il figlio del fattore aveva appena
quindici anni e già amoreggiava con una sua coetanea.   Il  ragazzo ogni
pomeriggio prima di incontrarsi con la sua fidanzatina,  strappava per lei
uno stelo di edera e glielo portava.
Così fece anche  quel pomeriggio, ma subito dopo lo strappo,  udì una
fievole voce femminile che diceva:
- Io so che mi hai strappata per la tua innamorata. E siccome il tuo è un
gesto d'amore, appena le darai lo stelo io ti dirò chi sono.
Il ragazzo guardò tutte le foglie e poi ne vide una che sbatteva forte.
Pensò: "Possibile che io abbia sentito parlare una foglia? Eppure a tavola
non bevo vino". Tuttavia si avviò verso il luogo dell'incontro con la
ragazza e quando la vide le diede  un bacio e poi  l'edera come sempre; ed
ecco che quella foglia nelle mani di lei,  cadde a terra e si trasformò.in
una Fata! Giada raccontò a entrambi la sua vicenda e poi  ringraziò il
ragazzo e  fuggì via per andare a tranquillizzare sua madre.
Ma la cattiveria, si sa, non ha limiti. Nel Libro degli Eventi Telet  aveva
visto tutto e mandò a chiamare Krifau. Questi inferocito, chiese al vecchio
un'altra magia. Telet  pensò molto e poi disse:
-  La trasformerò in scoglio. Ma devi sempre usare la bacchetta che ti darò.
 Krifau replicò:
-  Impossibile! Ormai non si fiderà più di me.
E Telet:
- Metti la bacchetta alla finestra della sua casa. Quando si affaccerà la
toccherà.
E Giada felice di esser tornata a casa, la mattina dopo aprì la finestra e
vide la bacchetta. Essendo una Fata, venne attratta da essa e la prese in
mano. Subito si ritrovò scoglio in mezzo al mare.  L'acqua si confuse con le
sue lacrime. Chi l'avrebbe liberata ora? Ci voleva un altro atto d'amore; ma
chi sarebbe passato di là e che cosa avrebbe fatto di amorevole?
Giada per sua fortuna conosceva anche lei una Fata più anziana, di cui era
la pupilla.  Il suo nome era Candida e anche lei possedeva il Libro degli
Eventi. In realtà da molto tempo non lo guardava, perché suo figlio si era
ammalato e lei lo aveva assistito senza curarsi di niente altro. Quando però
egli si riprese, la madre pensò di andare a guardare il Libro, dimenticato
nella libreria e tutto impolverato. Quando vide Giada trasformata in
scoglio, pianse assai;  poi studiò un modo per liberarla: ci voleva per
l'appunto un gesto d'affetto. Candida  sapeva che tutti i giorni un
pescatore di sua conoscenza  si recava con la barca in mare; andò a bussare
a casa di costui che viveva con la moglie e il suo bimbo di appena un anno.
Candida lo salutò, accolta festosamente dal pescatore, al quale si rivolse
così:
-  Ti piacerebbe dare a tua moglie un vestito nuovo  da far invidia alle sue
amiche?
Egli  fu molto franco  e le rispose:
-  Tu Fata Candida metti il dito nella piaga. Sai bene che siamo poveri e
mia moglie porta gli stessi  vestiti da tre anni.  Io non posso comprarle
nemmeno una sciarpetta da mettere quando fa freddo.
La Fata gli spiegò il suo piano. Doveva recarsi in mare insieme alla moglie
il giorno dopo con vestiti stupendi che lei stessa gli avrebbe fornito.
Avrebbe dovuto fermare la barca sullo scoglio in mezzo al mare sfumato di
rosa  e salire su esso; poi avrebbe regalato alla moglie quei vestiti, segno
del suo amore per lei. E lo scoglio alla vista di ciò, sarebbe diventato ciò
che era prima: una deliziosa Fata.
Il pescatore accettò e riferì tutto alla moglie, che fu anche lei ben
contenta di ricevere dei vestiti nuovi.  Giada, una volta liberata dalla
terribile magia, corse subito stavolta da Candida e le si buttò quasi in
ginocchio per ringraziarla. Candida le disse che doveva assolutamente
liberarsi di Krifau; quel meschino avrebbe continuato a perseguitarla
altrimenti, ma come fare? Bisogna sapere che anche i Maghi sono immortali, a
meno che non vengono anch'essi trasformati in esseri mortali. E Candida,
dopo essersi lambiccato il cervello per molto tempo, esultante  disse a
Giada:
-  Bene, bene.  Ci sono! Fa' in modo di incontrarlo e digli che accetti
finalmente di diventare sua moglie, che quello che hai sofferto ti ha
convinta. Dagli questo anello - e la Fata Candida le mostrò  un grosso
anello in argento - dicendogli che tu per prima glielo metterai  al dito, se
lui vuole essere il tuo sposo. L'anello trasformerà il caro Krifau in un
fagiano e lo porterà nel bosco qui vicino. Mio figlio va sempre a caccia e
siccome questo uccello avrà una bianca macchia sulla testa, sarà facile
riconoscerlo; appena lo vedrà mio figlio,  gli sparerà e tu ti sarai
definitivamente liberata di lui.
La nostra Giada non se lo fece ripetere due volte. Accettò, perché convinta
che il crudele Mago le avrebbe reso la vita insopportabile.   Candida prima
di darle  l'anello lo immerse in un liquido nero e pronunciò la formula
magica.
Giada poi  lo prese e se ne tornò a casa. La sera dopo aspettò il Mago nei
pressi di casa sua; egli quando la vide sbigottì: che cosa ci faceva là? Non
doveva essere in mezzo al mare? La Fata se ne accorse, ma fece finta di
nulla, gli disse ciò che Candida le aveva consigliato e gli mostrò l'anello.
Krifau sorrise, anche se il suo era più un ghigno di soddisfazione. Porse la
mano senza nemmeno rispondere, per dimostrare che accettava l'anello il
quale avrebbe dovuto suggellare il fidanzamento. Ma, ahi per lui,  quando
Giada glielo  infilò, Krifau si ritrovò tra i cespugli nel bosco trasformato
in fagiano. Quando Giada corse dalla Fata Candida, lei aveva già aperto il
suo Libro degli Eventi sul quale  visto tutto. Diede dunque disposizioni al
figlio, come aveva promesso alla sua pupilla.
Il Mago Telet,  che nel frattempo si era ammalato, non aveva visto nulla e
non aveva potuto intervenire. Invece il figlio della cara Candida andò a
caccia qualche giorno dopo e cercò il fagiano con la macchia bianca sulla
testa; lo vide tra i cespugli e lo uccise con un colpo di fucile, mentre
Candida e Giada con il Libro degli Eventi aperto, assistevano a tutto. Il
ragazzo  era stato pregato dalla madre di non prendere il fagiano morto, ma
di lasciarlo là; Candida  aveva sentenziato:
-  Chi ha il cuore velenoso ha anche  carni   velenose.  La trasformazione e
la morte non fanno cessare la cattiveria.
Giada, alla morte dell'uccello, si era sentita sollevata. Aveva abbracciato
forte la sua protettrice ed era tornata dalla madre tutta contenta.

Nota: Krifau, leggi Krifò (alla francese)
 


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Invidia


C'era un tempo una matrigna.."Allora sarà cattiva?", starà pensando
qualcuno.No, questa favola è.al contrario!
Lidia era rimasta vedova con la sua unica  figlia  e quella  dell'uomo che
aveva sposato in seconde nozze. Le bambine  si chiamavano rispettivamente
Anna e Lea ed erano quasi coetanee;   Lidia le amava entrambe e non  c'era
regalo fatto ad Anna che non venisse fatto anche a Lea, perché tra le due
non esisteva per lei disparità alcuna. Dopotutto aveva cresciuto Lea fin da
piccola e  le voleva un bene grande pur non avendola partorita.  Le bambine
andavano d'accordo, tranne qualche piccolo litigio che, si sa,  tra sorelle
succede.
Quando però diventarono adolescenti, Lea cominciò a provare per la
sorellastra una sorta di invidia morbosa. Anna era di statura normale, ma
snella e con lunghi capelli neri, invece Lea era piuttosto bassa e proprio
non sopportava i suoi capelli rossi. Inoltre si era accorta che Anna era
ammirata dagli uomini, mentre lei nessuno la degnava di un solo sguardo.
Finalmente tra i tanti corteggiatori Anna ne scelse uno e si fidanzò.
"Accidenti a lei", pensò la sorellastra, "quel giovane piace molto anche a
me"; e qui si scatenò una gelosia indicibile, che però Lea molto
furbescamente riusciva a celare.
Un pomeriggio che il fidanzato di Anna era andato a trovarla, Lea  disse
alla matrigna che sarebbe uscita a fare una passeggiata; aveva bisogno di
allontanarsi  per  risparmiarsi  la rabbia di vederli insieme. Nel parco
poco distante dalla loro abitazione, vide una vecchina che era caduta a
terra e non riusciva a rialzarsi; prontamente Lea la soccorse e la vecchina
si rivolse a lei dicendole:
-  Oh che cara ragazza. Per ricambiare la gentilezza,  cosa posso fare per
te?
Lea ne approfittò per sfogarsi e le confidò ciò che la tormentava. E la
vecchina:
- Capiti bene, mia cara. Io sono una strega e mi chiamo Mandù. Sono vecchia
come vedi,  ma ancora qualche potere ce l'ho. Ecco qui questo grappolo
d'uva - e nel dire ciò,  tirò fuori dalla tasca della gonna un grappolo
d'uva in cristallo - io posso comandargli quello che voglio,  staccandone un
chicco per ogni ordine che dò, il quale  poi però ricresce sempre. Cosa vuoi
che gli comandi?
La ragazza non ebbe esitazioni e disse:
-  Voglio che il fidanzato di mia sorella muoia.
Ma la vecchia strega scandalizzata, le rispose:
-  No cara, non posso chiedere questo. Io posso aiutare te; non chiederò mai
il male per un essere umano. Potrei per esempio accontentarti se vuoi che un
uomo ti corteggi.
Ma Lea aveva il cuore di ferro e la faccia di bronzo: non gli interessava
essere corteggiata, ma voleva che l'uomo che lei desiderava morisse
piuttosto che vederlo nelle braccia della sorella. Le venne allora un'idea:
invece  di chiedere favori a quella  vecchia "befana" che non voleva nemmeno
fare ciò che lei desiderava,  poteva impossessarsi dell'oggetto magico  e
realizzare in tal modo  ogni desiderio. Così le disse:
-  Buona strega, va bene. Ma  andiamo a sederci su quel muretto e potremo
parlare con più  calma. Lascia che ti aiuti; appoggiati a me e dammi il
bastone, perché finche ci sono io tu non ne hai bisogno.
Ahimè! La strega si fidò, ma Lea appena ebbe il bastone in mano le diede un
colpo in testa e la poveretta cadde a terra. Poi le sottrasse il grappolo
d'uva e, curandosi di non essere stata vista da nessuno, scappò via.
Tornata a casa, strappò un chicco dicendo: "Voglio che accada una disgrazia
al fidanzato della  mia sorellastra". Non intese risposta, ma qualche giorno
dopo qualcuno bussò alla porta della sua casa chiedendo di Anna, alla quale
comunicò che il fidanzato purtroppo era morto cadendo da cavallo. Anna si
disperò, consolata dalla madre e naturalmente dalla stessa Lea che, ottima
attrice, finse un grande dolore.
Passarono alcuni mesi e Anna si deperiva ogni giorno di più, finchè Lidia
decise di chiedere aiuto a una cugina che cercava qualche ragazza che
tenesse compagnia alla sua unica figlia, quando lei si assentava per lavoro,
essendo anch'essa rimasta vedova e dovendo mantenere sé stessa e la
figliola. Lidia disse alla parente:
- Forse rendersi utile farà bene ad Anna. Se starà ancora  a casa non farà
altro che pensare al suo amato, venuto a mancare così improvvisamente e
tragicamente.
La cugina non ebbe remore ad accettare; ma quando lo seppe Lea, cominciò a
provare una grande rabbia: no, Anna era tristissima  e nel dolore doveva
rimanere. Così, preso il grappolo d'uva che teneva nascosto nel cassetto del
mobile che aveva in camera, lo implorò di far accadere qualcosa che
impedisse ad Anna di allontanarsi da casa. E la ragazza si ammalò. Dovendo
la cugina partire qualche giorno dopo, non potè aspettare e dovette chiamare
un'altra persona che tenesse compagnia alla figlia. Intanto Anna soffriva
nel corpo e nell'animo; Lidia e quell'infame della sorellastra le erano
sempre accanto, ma nessun medico sapeva dire che cosa avesse. Un giorno però
Lidia decise di consultare uno specialista famoso e quegli le disse:
-  Signora, io non so dirle cosa abbia sua figlia. Ma la trovò molto
depressa e credo che  uscire da questa casa e   andare un po' in campagna
non potrebbe che farle bene.
Lidia decise di ascoltare il suggerimento del medico, il quale però, siccome
la ragazza aveva la febbre alta, le disse:
-  Prima però le darò qualcosa che le faccia passare la febbre.
E le prescrisse uno sciroppo da prendere mattina e sera. Quando se ne fu
andato, Lea che aveva assistito alla visita medica, disse a Lidia:
-  Madre non uscire tu, fai compagnia ad Anna; andrò io in farmacia a
comprare lo sciroppo.
Povere donne che nutrivano tanta fiducia in lei! Lidia gliene fu grata; ma
naturalmente quel demonio di Lea non andò a comprare lo sciroppo che
serviva, bensì uno che faceva passare il mal di denti. Tornò a casa e lei
stessa volle darne un cucchiaio ad Anna, dicendole amorevolmente:
-  Su sorellina, tra qualche giorno starai meglio e andrai a fare un po' di
villeggiatura. Là respirerai aria pulita e ti sentirai meglio; io
naturalmente verrò a trovarti.
E Anna:
-  Grazie Lea, sei molto cara!
Per strani casi che talvolta  non si spiegano,  la febbre di Anna,
nonostante lo sciroppo non avesse alcun effetto antipiretico, passò
ugualmente.  Lea strinse i denti sputando bile,  ma non lo diede a vedere;
anzi fingendosi  contenta, aiutò Lidia a preparare le valigie. Quando madre
e figlia partirono per raggiungere la villa di campagna, Lea promise che la
settimana successiva  sarebbe andata a vedere  come stava Anna e
abbracciando forte quest'ultima, le disse affettuosamente:
-  Ti porterò le arance del nostro giardino che a te piacciono. Quando
starai bene le coglieremo di nuovo insieme.
Anna, spirito buono, ricambiò sinceramente l'abbraccio e partì con la madre.
Intanto Lea sapeva bene cosa fare: avrebbe staccato un chicco dal grappolo
d'uva e, tenendo in mano un'arancia (la più grossa), avrebbe chiesto che
l'agrume diventasse velenoso e quindi letale; poi, una volta  andata a
trovare Lidia ed Anna,  lei stessa lo avrebbe dato da mangiare alla sorella,
ma, per non destare sospetti, doveva chiedere che il veleno agisse
lentamente in modo che l'odiosa Anna se ne andasse dopo qualche giorno,
senza una spiegazione logica.
La sua mente malvagia attuò parte del piano: colse le arance, staccò un
chicco dal grappolo d'uva e chiese che  il frutto divenisse velenoso;
l'arancia divenne di un arancione più vivo e questo fu per Lea il segno che
il suo desiderio era stato esaudito. Doveva  solo aspettare qualche giorno e
poi recarsi in campagna.
Ma intanto.che fine aveva fatto la strega? Questa si era ripresa quel giorno
nel parco, ma  il colpo in testa le aveva procurato un'amnesia;
fortunatamente però un giorno, visto che le giornate erano belle, vi si recò
nuovamente per fare una passeggiata. Mentre camminava la sua mente venne
come fulminata: ora sì che ricordava! E sapeva anche dove era finito il suo
prezioso grappolo che non trovava più. Ma certo lei non sapeva il nome della
ragazza che l'aveva colpita e derubata; quindi si informò da gente che era
lì anch'essa a godersi il giorno di sole:
-  Conoscete una ragazza coi capelli rossi, così e cosà..
Ed ebbe le informazioni che voleva. La strega possedeva nel suo giardino una
vasca d'acqua con dei pesci; bastava avvicinarsi e dire il nome della
persona di cui si voleva sapere qualcosa e l'acqua limpida mostrava   tutto.
Figuratevi come rimase la strega quando nello specchio d'acqua vide tutto
ciò che aveva combinato Lea. Ora bisognava rimediare, e la vecchia corse
subito nel luogo in cui si trovavano Lidia e Lea. Quando Lidia udì il
racconto, dapprima non le credette:
- Vecchia megera -  la insultò - come osi dire ciò della persona che ho
cresciuto come fosse mia figlia?
Ma la strega insisteva e non voleva andarsene. Era una strega buona e voleva
aiutare le due sprovvedute  donne.  Quando Lidia  minacciò di metterla alla
porta, a lei venne un'idea:
-  Sentite signora - le disse - il giorno in cui aspettate la vostra
figliastra io verrò qui e mi nasconderò dietro la tenda della camera di
vostra figlia. Lea, come vi ho spiegato già,  le sta portando delle arance
di cui una avvelenata; naturalmente le porgerà  quella. Vostra figlia non
deve far altro che sbucciarla e invitare Lea a dividerla con lei; ovviamente
la meschina rifiuterà, ma Anna dovrà insistere molto dicendo che se non la
potrà dividere  con la sorella, non metterà in bocca un solo spicchio di
quel frutto. Sono sicura che mai e poi mai Lea assaggerà l'agrume; a questo
punto io uscirò da dietro la tenda e la smaschererò. Facciamo questa prova:
è per il vostro bene e per quello della vostra adorata figliola. E poi anche
io voglio vendetta per ciò che quella disgraziata mi ha fatto.
Mandù era stata convincente e madre e figlia accettarono, non senza dubbi.
La sera stessa Lea mandò un biglietto indirizzato a Lidia in cui diceva che
sarebbe andata a trovarle la mattina dopo; questa avvertì subito la strega.
Il piano di Lea era chiaro: eliminare definitivamente quella smorfiosa di
Anna; in tal modo niente più invidia che non la faceva riposare la notte, e
in più alla morte di Lidia tutti i beni del padre sarebbero spettati a lei.
Ma non sapeva che un altro piano, altrettanto  ben predisposto l'avrebbe
incastrata.
Infatti quando fu in camera di Anna, dopo averle chiesto fingendosi
mortificata come stava,  le disse che le aveva portato delle arance e dalla
cesta ne tirò fuori una, porgendola alla sorella. Anna, come convenuto con
la madre e Mandù la supplicò di consumarla insieme a lei, ma Lea rifiutò
adducendo varie scuse; disse che si sentiva sazia, che aveva bruciori di
stomaco, che voleva che il frutto lo mangiasse tutto quanto l'amata
sorella.A questo punto, da dietro la tenda venne fuori Mandù e Lea quando la
vide, dovette aggrapparsi alla spalliera del letto per non svenire. La
strega inferocita disse:
- Quel  giorno nel parco venni derubata del mio magico grappolo di
cristallo; quante ne hai combinate servendosi di esso, vipera! Ho visto
tutto nella mia vasca d'acqua che riflette tutto ciò che ha fatto e fa una
persona di cui si sa il nome. Meno male che ho fatto in tempo ad avvertire
Lidia ed Anna: povera anima! Volevi ammazzarla, essere spregevole!
Lea cercò di negare, dicendo che Mandù era una strega e come tale cattiva e
poi era vecchia e quindi arteriosclerotica. Lidia, cercando di mantenere il
controllo, disse alla figliastra:
-  Dunque non hai problemi a mangiare l'arancia. Fallo e dimostrerai la tua
innocenza.
Negli occhi di Lea si vide il  terrore: era in trappola. Proprio non sapeva
che dire o che fare. Questo bastò a madre e figlia per capire che Mandù
aveva ragione. Allora Lea, senza neanche  scomporsi, confessò: l'invidia e
la gelosia per la sorellastra  che considerava più bella di lei, l'avevano
indotta ad agire così. Quale dolore e meraviglia  per madre e figlia!
Mentre Anna per lo stupore era ammutolita, Lidia si riprese poco dopo e
disse:
-  Ingrata! Ti ho cresciuta come se fossi stata nel mio ventre e tua sorella
ti ha voluto bene come me. Come hai potuto arrivare a tanto?
Le uscivano di bocca le parole, mentre la testa le rimbombava tutta.
Dopodiché Anna scoppiò in lacrime, dicendo:
-  Madre, mandala via, non la voglio più vedere.per favore.per favore!
E Lidia, rivolgendosi alla strega, con voce severa le disse:
-  Strega buona, tu sia benedetta per averci aperto gli occhi! Ora, ti
prego, porta con te questo essere schifoso; che essa non compaia più davanti
a me o a mia figlia. Fanne tu quello che vuoi e  noi cercheremo di fare come
se non fosse mai esistita.
Lea non mostrò alcun segno di pentimento, mentre la strega si pronunciava:
-  Verrà a casa mia e mi  farà da serva, obbedendo perennemente ai miei
comandi. E, presa la ragazza per un braccio, la condusse con sé, mentre
Lidia ed Anna si abbracciavano.



MORALE:
A volte alla cattiveria, bisogna reagire con la cattiveria.D'altra parte
così va il mondo da quando è nato.



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L'amore evitato


Lilla era sempre alla finestra della sua modesta casa che si affacciava su
un vico stretto.  Lo vedeva passare quasi tutti i giorni quel giovane uomo
a cavallo con i capelli sulle spalle, gli occhi verdi e l'aria baldanzosa.
Lilla si  rendeva conto che, ammesso che l'avesse  notata, tra loro non ci
sarebbe mai potuto essere  un  matrimonio: egli era ricco, suo padre
possedeva più della metà delle case di quel piccolo paese. Inoltre Lilla non
era bella: aveva il viso largo, era grassoccia,  gli occhi erano piccoli e
non era più giovanissima.
Eppure un giorno, mentre il giovane il cui nome era Kylan, passeggiava sotto
casa sua, Lilla ebbe il coraggio di salutarlo sventolando appena un
fazzoletto. Egli le rispose con un sorriso; la stessa cosa accadde nei
giorni seguenti, finchè una volta finalmente Lilla ebbe il coraggio di
aprire la finestra e di dire:
-  Buongiorno! Venite a prendere un infuso  fatto  da me?
Era infatti bravissima a preparare tali bevande con le erbe.
Kylan vedendola meglio, si rese conto che non gli piaceva affatto quella
donna e gentilmente declinò l'invito. A casa si confidò col suo fedelissimo
servo, Geo. Pur essendo più giovane di lui, questi lo spronò:
-  Signore, non siete stato educato a non accettare. Domani, se vi inviterà,
dite di sì.
Kylan pensò che quelle giovane stava cercando un buon partito, come si dice;
ma lui non ci sarebbe cascato. Certo che avrebbe accettato l'invito, ma poi
la cosa sarebbe finita lì.  Così il giorno dopo fu lui stesso a invitare
Lilla ad affacciarsi alla finestra con un gesto eloquente della mano  e
quando lei lo fece, le gridò:
- Se mi aprite accetto volentieri il vostro infuso, sempre se l'invito è
ancora valido.
Lilla subito rientrò nelle stanze per aprire il portone: "Mio Dio", pensò
quando gli fu davanti "da vicino è ancora più bello".
Così Kylan e Lilla bevvero e chiacchierarono  nella cucina di lei; lui si
accorse ancor meglio,  guardandola da vicino,  che era piuttosto brutta e
per giunta  rozza nei modi. La salutò ringraziandola e le disse che poi
sarebbe ripassato un'altra volta.
Passarono alcuni mesi e Lilla non si dava pace. Perché Kylan non passava più
da quella strada?  Una mattina, andando a prendere l'acqua alla fontana,
incontrò delle amiche che stavano chiacchierando e parlando di questo e
quello, una di loro annunciò:
-  Sapete che il figlio del nostro padrone si sposa?
Ci fu un gran vociare intorno e poi una signora più anziana disse:
-  Dicono che lei venga da un paese vicino, il padre è anche lui
proprietario terriero e la ragazza, molto più giovane del futuro marito, è
bella, ma bella veramente.
A Lilla vennero le lacrime agli occhi. Tornò a casa e si mise a piangere:
lei quel giovane lo desiderava davvero! Ma ormai che cosa poteva fare?
Passarono alcune settimane e Lilla piangeva e non mangiava quasi nulla. Il
suo viso era diventato molto pallido. Una mattina si guardò allo specchio e
pensò al suo Angelo custode a cui non aveva mai saputo dare un nome; eppure,
fin da piccola, sua madre le aveva sempre detto che ognuno di noi ha il suo
Angelo. Quasi interrogandolo o forse parlando a sé stessa, Lilla cominciò:
"Io l'amo, ma perché?
Eppure non è un re.
M'  ha presa in un giorno
ma  non fece ritorno;
e adesso che farò?
Lo lascerò andare o lo inseguirò?"
La sua stessa immagine sfocata le rispose:
"Aveva gli occhi verdi,
e  principe non fu,
ma  l'ami Lilla tu;
perciò cercarlo dovrai
chè forse tuo sarà
o l'altra sposerà".
Lilla allora si vestì e uscì di casa, non senza prima aver messo gran parte
del suo corredo in una grande cesta.  In città suonò alla porta di un grande
palazzo e una signora  riccamente vestita si affacciò alla finestra. La
giovane donna le disse che era una conoscente del figlio Kylan e che voleva
venderle delle lenzuola o delle tovaglie ricamate di buona manifattura,
nell'imminenza del matrimonio. Ma la madre di Kylan intuì l'inganno; d'altra
parte aveva saputo che il figlio si era recato da Lilla  una volta e che
questa non aveva occhi che per lui. Naturalmente non la voleva come nuora,
poiché era povera e per giunta brutta; allora  cerimoniosa, le disse che
poteva    entrare, ma le chiese di attendere solo qualche minuto perché la
scalinata che la serva aveva appena lavato, era bagnata. In realtà, quella
donna chiese alla serva di ungere la scala con una grande quantità di
sapone, cosicché quando Lilla entrò un buon quarto d'ora dopo, scivolò già
sui primi gradini.
Sconfitta se ne tornò a casa, ma testarda com'era  ci  riprovò il giorno
dopo. Questa volta la madre di Kylan fece ungere la scala con olio d'oliva e
la povera Lilla scivolò ancora.
Decise così di cambiare tattica. Una sera aspettò Kylan che rientrava a casa
col fido Geo; sentì che ridevano e poi il servo  diceva:
-  Certo che se capitiamo ancora a casa di quella ricca vedova, stavolta le
porteremo via anche la sottana.
E subito Kylan gli fece eco:
-  Peccato che non abbia una figlia. Potrei fidanzarmi con lei, farmi dare
la mia parte di dote e poi lasciarla la prima notte di nozze.ah, ah!
E qui  non potè trattenere più le risa.
Lilla si chiese chi fosse veramente quell'uomo. Sicuramente un essere
meschino! Dalla sua casa non mancava nulla dopo la visita, ma che cosa c'era
da prendere? Lilla era povera e  questo probabilmente era anche il motivo
per cui Kylan non era più tornato.
Era un uomo senza scrupoli e senza cuore. Forse non amava nemmeno la
fidanzata; amava solo sé stesso!
Quella sera la giovane fuggì via e non cercò più Kylan. Non si sa se trovò
mai l'amore, ma credo proprio che con Kylan non sarebbe stata felice.
 


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La principessa perfida

Questa è una  favola dove c'è  una principessa. "Beh", vi chiederete,
"quante favole su principesse e regine sono state scritte!?  Qual è la
novità?". La novità è che finisce così.
Un re aveva un'unica figlia femmina, avuta dopo ben cinque maschi. La
principessa era graziosa, ma così superba da rasentare il disprezzo per
chiunque.  Aveva sempre rifiutato qualsiasi matrimonio con i regnanti delle
zone vicine e da un po' di tempo in qua si era messa in testa che avrebbe
sposato chiunque avesse sostenuto e superato alcune prove, inventate da lei
stessa. Il padre, a cui lei aveva esposto il suo piano, pur riluttante,
avendola comunque  sempre  accontentata, non aveva esitato neppure un
istante ad acconsentire.
A poche centinaia di chilometri dal paese della principessa viveva
Biancospino, un giovane sveglio e deciso. Saputo che la sovrana  si sarebbe
sposata solo  a determinate condizioni, decise di partire per andare a
trovarla e conoscerla.
Un mattino dunque prese una barca e remò sul lago calmo e gelido. Poco oltre
trovò sulla superficie dell'acqua un fiore bianco con un ramo dalle spine
aguzze. "Oh", pensò, "un biancospino! Mi porterà fortuna". E lo prese; ma,
subito una spina lo punse e dalla sua mano cominciarono  ad uscire tre
gocce di  sangue e dall'acqua una voce flebile che sembrava provenire
dall'oltretomba  si pronunciò così:
"Tre gocce di sangue:
una per te
una per la principessa
e una per il re".
Biancospino cominciò ad aver paura. Chi aveva parlato? Incerto se tornare
indietro o proseguire, notò sul fondo del lago un sacco enorme e la stessa
voce che diceva:
"Biancospino pescalo tu
e poi va' avanti: orsù!"
E il ragazzo, abbandonato ogni timore,  si gettò nell'acqua  e tirò su il
sacco, il quale era assai pesante.
Arrivato sull'altra sponda, vide tra i ciottoli nell'acqua una collana di
perle. Si disse: "Questa la porterò alla principessa". Ma mentre pensava
così, ancora una volta la voce dall'acqua si fece sentire:
"Raccogli il gioiello,
ti sarà utile anche quello".
Biancospino non se lo fece ripetere un'altra volta, prese la collana mentre
ancora si chiedeva chi era che parlava.
Camminò per un bel pezzo, dopo aver lasciato la barca a riva,  e arrivò in
un paese dove c'era il mercato. Si avvicinò a un venditore, chiedendo la
strada per il paese del re. L'uomo, anziano e dunque esperto della vita, lo
guardò e gli disse:
-  Ragazzo, vai per la figlia del re? Attento, è una creatura cattiva;
chiede prove incredibili ai suoi pretendenti e se non le superano, muoiono
vittime di queste stesse  trappole diaboliche".
Biancospino gli rispose impavido:
-  Buon vecchio, si vive una volta sola; voglio provare. Io non ho nessuno
della famiglia e quindi se morissi, a chi dovrei arrecare dolore?"
Il vecchio  non parlò  più e si limitò a indicargli la strada.
Il giovane ringraziò e si incamminò verso il castello. Arrivato lì, chiese
di farsi ricevere dalla principessa. Quando la vide era insieme a suo padre
e  gli sembrò bellissima, ma aveva lo sguardo perfido. Il buon vecchio aveva
ragione! Lei gli disse subito altezzosa   che avrebbe dovuto superare delle
prove  se voleva sposarla e fissò la prima per l'indomani mattina, alla
presenza di tutta la corte del re.
Biancospino venne ospitato in una camera del castello. La notte, non potendo
dormire, si ricordò del sacco e della collana di perle che aveva trovato nel
lago e della voce che gli aveva suggerito di prenderli. Decise che li
avrebbe portati con sé la mattina dopo.
Ed infatti il mattino seguente Biancospino seppe da un  paggio che doveva
condurlo nell'arena, dove avrebbe dovuto domare il leone più feroce che il
re possedesse nel suo giardino zoologico. L'arena era colma di gente; era
accorso quasi tutto il paese e naturalmente, vi era la corte tutta al
completo. Il ragazzo vi entrò tremante e vide la bestia avvicinarsi piano;
subito gli venne in mente il sacco che aveva sulle spalle, ma mentre lo
apriva il leone gli aveva già azzannato una mano. Sangue scarlatto cadde a
terra e Biancospino si ricordò della voce che aveva udito quando le spine
del biancospino lo avevano punto: "Tre gocce: una per te.". Cercò
rapidamente di liberarsi e intanto aprì il sacco: conteneva pezzi di carne.
Chiaramente il ragazzo li gettò verso la bestia feroce che cominciò a
cibarsene e la cosa stupefacente era che più sgravava quel sacco fatato e
più carne ne usciva; infine il leone venne completamente sfamato.
Biancospino cercò di avvicinarsi  ad esso e questo, riconoscente per il
lauto pasto, si fece persino  accarezzare con grande giubilo della folla e
dispetto della principessa che pensò: "Se questo ce la fa un'altra volta,
sarò costretta a sposarlo anche se  non mi piace. Non è che uno straccione
venuto dalla campagna e io,  la figlia del  re, dovrei sposare un
sempliciotto. Ma l'ho promesso a mio padre, purtroppo". Comunque fece buon
viso a cattivo gioco e si congratulò con il ragazzo, a cui non sottrasse le
sue lodi nemmeno il re.
"Bene, il leone non aveva mangiato Biancospino?", pensava adirata la
sovrana, "sarebbe caduto forse  nell'olio bollente".
E fu così che il giorno seguente Biancospino fu messo di nuovo alla prova:
doveva camminare su una fune e arrivare dall'altra parte senza perdere
l'equilibrio; se fosse caduto, giù vi era una grande vasca di olio bollente.
Il ragazzo aveva con sé la collana, che gli sarebbe servita. E infatti
sapete che avvenne? Quando egli stava per cadere, la collana gli scivolò
dalla tasca e cadde nell'olio, prosciugandolo tutto; e  le dieci perle si
trasformarono in dieci cuscini su cui  cadde qualche secondo dopo
Biancospino. La principessa per la rabbia si morse il labbro fortemente,
tanto che cominciò a sanguinare e dovette tamponare col fazzoletto bianco
che divenne a macche rosse. E Biancospino si ricordò ancora  della
profezia: "Tre gocce di sangue: una per te, una per la principessa.".
Tuttavia essa,  con voce alterata che non riuscì a nascondere,   ebbe
comunque  per la seconda volta   la forza di parlare, sforzandosi di
sorridere;  e disse:
-  Bravo Biancospino! Sei stato eccezionale, perché nessuno prima d'ora
c'era riuscito.
Il re intervenne, dicendo: "Ora mia figlia sarà tua sposa".
Ma.sorpresa! Il ragazzo fiero così parlò al re:
-  Sire, vostra figlia è bellissima, ma io non la voglio come moglie. Ho
voluto cimentarmi nelle prove per provare il mio coraggio; ma non voglio
accanto una donna che chiede ai pretendenti di perdere la vita per lei.
Questa è crudeltà e capriccio, l'amore è un'altra cosa.
La principessa stentò a credere alle sue orecchie. Quel sempliciotto osava
rifiutarla! Stava per gettarsi su di lui veemente per schiaffeggiarlo,
quando il padre la trattenne per un braccio; poi le disse severo:
-  Figlia,  il ragazzo ha ragione. Devi sposare un uomo che ti ami e che tu
stessa ami intensamente. Perché pretendi che si rischi la vita per te? Forse
coloro che sono caduti nell'olio bollente non erano degni del tuo amore? No,
se qualcuno fosse  sopravvissuto e ti avesse avuta in moglie, avresti potuto
essere una sposa infelice, perché avresti conosciuto il suo coraggio e la
sua fortuna, ma non il suo cuore.
La giovane sovrana si ostinava a dar torto al padre, urlando contro di lui.
Perciò il re prese una decisione. Disse:
-  Tu mi sei assai preziosa; ma osi mancarmi di rispetto e hai il cuore
duro. Dunque ti  allontanerò  dal castello per un po' e ti manderò nel
palazzo di campagna che fu di tua madre dove  avrai modo di riflettere.
Porterai con te le cose  necessarie e vivrai da sola per tre mesi. Nessuno
ti servirà, farai tutto da sola;  la tua dama di compagnia verrà a trovarti
una volta a settimana per portarti i viveri. Luce dei miei occhi, io
soffrirò! Ma starai lontana fino a quando non ti sarai  ammorbidito.
E dicendo così, il re preso dalla rabbia e dal dolore, si passò l'anello che
aveva all'anulare della destra sulla guancia. Esso era di oro lavorato e
quindi spigoloso e graffiò il viso del sovrano che cominciò a sanguinare. Ed
ecco la goccia di sangue per il re. La voce del lago aveva detto: "Tre gocce
di sangue: una per te, una per la principessa e una per il re".
Così fu. E Biancospino, a cui il re diede una sostanziosa ricompensa in
denaro per il coraggio dimostrato, fece ritorno a casa sua.

 

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Il re superbo

FAVOLA PER BAMBINI. E SOPRATTUTTO PER ADULTI


In una città lontanissima e sconosciuta, viveva un tempo un giovane monarca.
Il suo palazzo era immenso come il giardino che lo circondava e possedeva
tanto di quell'oro che egli stesso non sapeva stimarne il valore preciso. Si
chiamava Teofasto ed era molto molto superbo; anche per questo dominava da
tiranno, disprezzando il   popolo a cui aveva imposto tasse gravose e
persino altri sovrani che si era inimicati col suo atteggiamento.
Una notte si scatenò un temporale e  il re non riusciva a dormire; tuoni,
lampi e vento lo infastidivano. Pensò dunque di uscire a fare una
passeggiata nel suo giardino. Vi chiederete: una passeggiata con quel tempo?
Ebbene, il re Teofasto era convinto di essere invincibile e onnipotente:
qualche lampo  e qualche tuono  non l'avrebbero certo spaventato. Prese
dunque una grande cappa, se la avvolse intorno al corpo per proteggersi
dalla pioggia e uscì. Era buio e camminando nell'oscurità, il re non si
accorse che aveva superato i confini del suo giardino, per ritrovarsi in un
posto che non conosceva. Intanto la pioggia continuava a scrosciare e il
temporale non cessava. Teofasto si guardò intorno smarrito. Poi vide per
terra una grossa macchia lucente e si avvicinò,  sembrava olio e per
accertarsene ci mise dentro l'indice; ma, appena la toccò la macchia si
estese e ne venne fuori una vecchina rugosa, curva e vestita di stracci, la
quale disse: "Sire, vi stavo aspettando. Avete perso la strada, vero?
Seguite le mie indicazioni e la ritroverete." Il re la guardò minaccioso e
poi scoppiò a ridere: "Io non mi farò mai indicare la strada da una
miserabile stracciona. Io sono il re di questa città, sono onnipotente.
Aspetterò che cessi la pioggia e all'alba sono sicuro che saprò tornarmene
da solo  al castello." La vecchia rispose: "Va bene Maestà, come volete". E
scomparve. Intanto la pioggia stava cessando e il re pensò di sdraiarsi a
dormire sotto un albero, usando come coperta la sua cappa. Si svegliò quando
il sole stava per sorgere e si diresse dalla parte doveva gli sembrava che
fosse venuto la sera prima. Dopo qualche ora di cammino, arrivò ai cancelli
del suo giardino, ma li trovò sbarrati e.il castello era scomparso.
Impietrito per lo stupore, pensò almeno di chiamare qualche guardiano, ma il
posto sembrava abbandonato da secoli. A questo punto sentì dietro di sé la
voce rauca della vecchia che lo chiamava, si girò, e quando la vide dietro
di sé, disse ferocemente: "Ma chi sei tu? Una strega? Hai fatto un
incantesimo perché il castello sparisse?". La vecchia, senza scomporsi
rispose: "Sire, io ero una donna bella e dotata di poteri magici, ma con  un
incantesimo malvagio fattomi da un'altra donna che aveva i miei stessi
poteri  ed era  invidiosa della mia bellezza, fui ridotta così. Consultai
allora una strega e lei mi disse che  avrei potuto ritornare ad essere come
prima, dando un aiuto a qualcuno che ne aveva  bisogno. Ho avuto
quest'occasione ieri sera, anche se  voi avete rifiutato".  Ma il re
continuava ad essere altero e ostinato: "Brutta megera, io non ho  bisogno
di te;  che cos'è mai  questa fandonia dell'incantesimo? Siete brutta come
la peste e per giunta bugiarda". Non aveva nemmeno terminato di parlar così
che una nube di fumo avvolse la vecchia e sparì qualche minuto dopo,
lasciando al suo posto una magnifica donna. Il re sbigottì, ma la donna  si
pronunciò così: "Vi avevo detto sire, che solo aiutando qualcuno sarei
tornata ad essere quella di prima. Io vi ho proposto di indicarvi la strada
per tornarvene a casa, dunque ho fatto ciò che dovevo; anche se voi con la
vostra alterigia non avete accettato, io comunque sono stata liberata
dall'incantesimo".
Teofasto allora, di fronte a questa dimostrazione, le credette. Poi cominciò
a supplicarla di far riapparire il suo castello: "Perdonatemi, ma se mi
accontenterete, io vi darò tutto l'oro che volete".
La donna disse: " Sire, dovevate accettare prima il mioaiuto . Ora, se
volete far riapparire il vostro castello, dovrete dare prova di umiltà e
pazienza". Teofasto, messo alle strette, decise  di dare ascolto alla donna;
dopotutto sull'incantesimo aveva detto la verità;  dunque chiese: "Cosa
dovrei fare?". La risposta fu: "Voi conoscete il re  della città vicina.
Andate  da lui e chiedetegli delle stoffe". Il re sbalordito esclamò:
"Perché? A cosa servirebbero? E poi io ho nelle mie sartorie i migliori
tessuti che si siano mai visti; perché chiederli a lui, che per giunta è da
anni il mio più acerrimo nemico?". La donna, mostrando  un sorriso  ironico,
gli rispose: "Maestà, il castello non c'è più; ricordate? Voi non possedete
più nulla.  E non esistono nemmeno le scuderie per usare il cavallo. Dovrete
raggiungere le città a piedi". Il re ebbe l'impressione di vivere un brutto
sogno da cui si sarebbe prima o poi svegliato; invece ciò che gli stava
accadendo, purtroppo per lui, era tutto vero. Non gli rimaneva che
acconsentire a ciò che la donna gli proponeva. Sapeva  la città da
raggiungere   era ad est e si diresse in quella direzione. Attraversò una
sterpaglia, poi si trovò di fronte ad un arco piuttosto basso  che appariva
come un ingresso; sopra ad esso era scritto questo monito: "Piega la testa,
tu che hai alta la cresta". Teofasto si piegò e passò attraverso l'arco che
portava in un tunnel sempre basso, per cui egli fu costretto a percorrerlo
sempre con le spalle curve. Dopo un'ora di cammino, si trovò nella città del
re nemico. Si diresse verso il suo castello e si fece ricevere. Il re, il
cui nome era Alceo, si meravigliò molto vedendolo, ma nascose la sua
meraviglia; dunque, dopo i convenevoli, gli chiese incuriosito: "A che debbo
la tua visita, Teofasto?". Questi rispose: "Avrei bisogno di tessuti di ogni
genere:  cotone,  lino, lana, seta  e quant'altro". Alceo scoppiò a ridere:
"Sei venuto per prendermi in giro, Teofasto? Sei dunque partito dalla tua
città per venire fin qui a chiedermi questo? Non è per caso un tranello per
nuocermi? Guarda che le mie guardie sono sempre all'erta. Se nascondi un
pugnale sotto il mantello, ti conviene non usarlo, altrimenti verresti
subito catturato e ucciso". Teofasto raccontò ciò che gli era successo.
Alceo sorrise ed esclamò: "Questa è una bugia. Vattene Teofasto! Non avrai
ciò che vuoi; tu  sei coperto d'oro fino alla punta dei capelli e  vuoi
farmi credere che non ci sono stoffe nel tuo maniero?". Teofasto insistette,
dicendo che il suo maniero era scomparso; e allora Alceo, a cui non mancava
la cattiveria, disse: "Se vuoi ciò che chiedi, passerai sei giorni nelle mie
cucine tra gli sguatteri; farai tutto ciò che fanno loro. Dopotutto ogni
cosa va guadagnata".  Teofasto non si ribellò; quasi piangendo si piegò alla
volontà del rivale e per un giorno intero lavò i piatti nelle cucine del re
Alceo, mentre gli altri servi lo deridevano: "Un re che fa il servo a un
altro re! Quando mai s'è visto? Dovete essere impazzito Maestà". Teofasto
non rispondeva e piegava il capo, mentre non vedeva l'ora che quei giorni
terminassero. Alla fine, ebbe finalmente da Alceo ciò che aveva chiesto.
Uscì dal castello del re nemico sotto il peso delle stoffe che portava sulle
spalle e  gli venne subito voglia di dormire;  pensò che fosse perché non
era abituato a lavorare tanto, quindi decise di deporre il carico e di
stendersi sotto un albero.  Ma al risveglio si trovò nella sua città,
laddove   aveva lasciato la donna.  Ella vedendolo, esclamò: "Bene Maestà.
Ora fate il giro della vostra città  e distribuite i tessuti alle famiglie
più povere, perché li usino  per  farne lenzuoli e coperte per il loro letto
e vestiti  per proteggersi dal freddo e per uscire decentemente vestiti nei
giorni di festa". Il re Teofasto ormai era pronto a tutto; umiliarsi
bussando alle porte dei suoi sudditi poveri, forse era l'ultimo scoglio da
superare e poi finalmente avrebbe riavuto il suo palazzo reale. Ma, come
indovinando il suo pensiero, la donna gli disse: "Sire, non prendete questo
gesto come un'umiliazione, ma come un atto di carità verso chi per anni non
avete considerato, perché la vostra prepotenza e presunzione vi rendevano
egoista impedendovi  di pensare alle difficoltà dei  poveri del vostro
regno". Teofasto allora andò in città,  bussò alle porte di poveri
disgraziati, vide la loro miseria e capì.
Tornato presso la sua dimora, non vi trovò più la donna, ma il castello era
riapparso. Entrò e subito chiamò i suoi ministri per prendere i 
provvedimenti  di ridurre le tasse e di distribuire ai più poveri della
città il grano dei suoi granai. E così il re Teofasto, a partire da quel
giorno, si sentì  anche più sereno.
Morale: Chi è troppo superbo, prima o poi è costretto a piegare il capo.



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I tre doni della vita
 

 
 Il principe Giuserfab era sempre molto molto triste, pur vivendo in un
 incantevole castello con i suoi genitori e avendo sempre a sua completa
 disposizione un gran numero di servitù.
 Un giorno il principe, ormai stanco della penosa situazione, decise di
 varcare i cancelli dei giardini reali. Si trovò così di fronte un melograno
 gigantesco, i cui frutti grandi e rossi, erano quanto mai invitanti; ecco
 perché Giuserfab decise di coglierne uno. Una volta presa la melagrana tra
 le mani, per poterla aprire la sbattè contro un grosso sasso che era là
 vicino e da essa   ne uscirono succosi chicchi che si sparsero per terra. Ma
 appena egli ne prese in mano uno per portarselo alla bocca, questo
 magicamente si ingrandì assumendo le dimensioni di un'arancia e da dentro
 uscì una voce decisa e gradevole, che così si pronunciò: "Maestà, se volete
 essere felice, fate ciò che vi dico! Prendete il sentiero che si snoda alla
 vostra destra e non ve ne pentirete! Buona fortuna!". Giuserfab non se lo
 fece ripetere due volte e imboccò la strada indicatagli, pur con qualche
 sospetto e paura. Camminò ore e ore senza incontrare niente e nessuno e
 stava quasi per tornare indietro, quando si trovò di fronte una donna dai
 vestiti logori e dai capelli disordinati; essa, vedendolo, lo supplicò: "O
 giovane principe, vi aspettavo! Mio figlio giace malato da mesi in un letto
 e nessun medico riesce a guarirlo, ma una maga mi ha detto che solo voi
 potete fare qualcosa per lui". Il principe perplesso chiese: "Donna, cosa
 mai dovrei fare?" La donna rispose: "Nulla di particolare, Maestà; dovete
 solo visitarlo e ascoltare ciò che vi dice". Il principe dunque accettò di
 seguire la donna; entrò nella sua casa, parlò a lungo col figlio e gli
 accarezzò la fronte. Il giovane lo ringraziò e gli regalò una sfera d'oro
 dicendogli: "Maestà, vogliate gradire il mio  dono e quando ritornerete da
 questo viaggio,  rompetelo e fatene buon uso". Il principe pensò a  cosa mai
 potesse servirgli una palla d'oro, dato che il suo castello era colmo di
 preziosissimi oggetti in oro e argento. Tuttavia, per non essere scortese,
 accettò il regalo e poi riprese la sua strada.
 E ancora ci vollero ore e ore di cammino prima di incontrare un uomo che
 appena lo vide lo riconobbe, gli corse incontro e lo supplicò: "O giovane
 principe, sono vittima di un incantesimo maledetto: di giorno non ho tregua
 perché un fastidioso prurito mi invade tutto il corpo e la notte non dormo
 mai, perché  anche se mi stendo sul mio letto sono destinato a non chiudere
 occhio. La maga che mi costrinse a questa miserrima esistenza mi disse che
 solo il coraggio di un'anima pura mi avrebbe salvato". Giuserfab, dapprima
 stupito e poi impietosito, chiese all'uomo: "Che debbo fare per voi?". Egli
 rispose lesto: "Maestà,  poco oltre nella foresta, vivono tigri e leoni
 ferocissimi. Dovete avvicinarli e accarezzarli, poi chiedete loro che cosa
 vogliono che tu faccia". Il principe ebbe un attimo di esitazione,  poi
 ordinò: "Conducetemi da loro!". Si inoltrò così, guidato dallo sconosciuto,
 nella foresta fino a quando si trovò di fronte a un branco di leoni e tigri,
 che appena lo videro spalancarono rabbiosi le loro fauci. Giuserfab si
 spaventò assai, poi cautamente si avvicinò alle bestie con movimenti lenti e
 quando fu a pochissimi passi da loro, esclamò: "Voi, che appartenete al
 regno animale, sappiate che non sono qui per farvi del male; piuttosto
 voglio salvare quest'uomo dal maleficio di cui è vittima, perciò ditemi cosa
 debbo fare per riuscire nel mio intento". Il leone più imponente dal proprio
 branco gli fece cenno di avvicinarsi e quando lo ebbe vicino gli disse:
 "Maestà, già siete stato temerario ad avvicinarvi a noi, che siamo tra le
 bestie più feroci; ma sappiate che dovrete superare una prova ben più ardua.
 Poco oltre nella foresta si è sviluppato un grande incendio, fra le foglie
 di quegli alberi che bruciano però è  nascosta una piccola palla d'oro che
 vi servirà". Il principe non senza qualche timore, tuttavia  decise di
 tentare. Incamminatosi nella foresta più fitta, cominciò a sentire un forte
 odore di bruciato, poi il fumo lo avvolse tutto ed infine scorse poco
 lontano fiamme altissime. Camminò ancora e si ritrovò circondato dal fuoco;
 ciononostante si arrampicò sugli alberi, cercando di evitare le fiamme, e
 finalmente su una palma trovò la sfera che mise subito in tasca per poi
 ridiscendere.
 Nero di fumo e un po' bruciacchiato Giusefab riprese a camminare. Gli venne
 incontro un re con il suo seguito di dame e cavalieri a cavallo; egli aveva
 una lunga barba e l'aspetto altero. Appena lo vide gli disse minaccioso:
 "Ehi tu, straccione, inchinati a me che sono il re!". Ma Giuserfab rispose
 sicuro: "Perdonate sire, ma anch'io sono di stirpe reale come voi; perché
 dunque mi imponete di inchinarmi?". Alquanto irritato per l'insolenza del
 giovane, il re ordinò alle guardie che lo scortavano di incatenarlo e
 metterlo in prigione, dicendo: "Una buona lezione per questo presuntuoso ci
 vuole proprio!". E fu così che il principe passò giorni e giorni nelle
 prigioni del re, finchè una mattina svegliandosi, si trovò accanto una
 pallina d'oro come quelle che aveva avuto precedentemente e con sua grande
 sorpresa, vide che la porta della sua cella era aperta. Raccolse la pallina
 e uscì fuori, quando all'improvviso nei giardini del re che l'aveva fatto
 prigioniero vide un albero di melograno e si ricordò di quello  che aveva
 visto all'inizio delle sue avventure. Avendo fame perché non mangiava da
 tempo, il principe staccò dai rami uno di quegli squisiti frutti, lo spaccò
 e stavolta ne uscì un solo chicco, che ingrandendosi cominciò a parlare,
 esprimendosi così: "Maestà, vi chiesi di seguire il sentiero e voi l'avete
 fatto. Avete avuto le tre sfere d'oro prezioso che ora vi invito a rompere.
 Il sentiero, giovane principe, rappresenta la vostra vita e ciò che
 contengono le palline ciò per cui dovete vivere se volete essere felice". Il
 principe, assai curioso, scaraventò a terra la prima sfera e subito ne uscì
 la donna dimessa che aveva incontrato per prima, la quale disse: "Maestà,
 andate e vivete usando sempre compassione verso gli altri. E la felicità non
 vi mancherà!". Essa poi scomparve com'era apparsa. Dalla seconda sfera
 rotta, uscì l'uomo vittima del maleficio che gli disse: "Maestà andate e
 vivete con coraggio, affrontando ogni difficoltà della vita. E la felicità
 non vi mancherà!". Infine, scaraventata a terra la terza sfera di metallo
 prezioso, ne venne fuori il re borioso, che stavolta con atteggiamento mite,
 così si espresse: "Maestà, non piegate mai il capo di fronte a nessuno:
 siate fiero e orgoglioso. E la felicità non vi mancherà!".
 Il giovane principe, che era anche intelligente, capì. Tornò alla reggia e.
 si crede che da quel giorno in poi  sia vissuto felice.


 

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