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Le favole di

Jean de La Fontaine

 

I due cani e l'asino morto La cicala e la formica
L'Aquila e la Civetta Il gallo e la volpe
Il topo e l'ostrica La testuggine e le due anatre
Il Topo e l'Elefante Tirsi e Amaranto
L'Asino carico di spugne e l'Asino carico di sale L'Asino vestito della pelle del Leone
Il Cervo e la Vite I desideri
L'Uomo e la Pulce L'Occhio del Padrone
Il congresso dei topi L'Amore e la Follia

Cenni biografici

La Fontaine Prodotto dell'immaginario collettivo, partecipe di un fondo comune di conoscenze immediate, risalente probabilmente a un modello orientale, la favola si codifica in testi redatti sia in prosa sia in versi con finalità a carattere morale-didascalico, pertanto la sua trama non si esaurisce nella vicenda narrativa, ma vuole piuttosto evidenziare un messaggio di ordine etico, giacché assai spesso gli scrittori se ne valsero in rapporto a un contesto politico-sociale corrotto, da biasimare.

Ed è proprio grazie a Jean De La Fontaine che la favola conosce il proprio momento d'auge in Europa durante il '700.
Nato l'8 luglio 1621 questo delicato ma corrosivo scrittore era un bambino sognatore e spensierato. Suo padre, sovrintendente alle Acque e Foreste a Chateau-Thierry, avrebbe voluto che egli prendesse gli ordini, ma il piccolo scrittore non si sentiva per nulla adatto alla vita ecclesiastica. A ventisei anni, invece, si sposò e il padre gli affidò una parte del suo incarico.

A Parigi, dove soggiornava sempre più spesso, egli compì le prime prove letterarie e condivise la sorte di Nicolas Fouquet, uomo politico francese che a quel tempo era all'apice del suo potere. La caduta in disgrazia di quest'ultimo, nel 1661, piombò lo scrittore in gravi difficoltà finanziarie. Nel 1664 fu raccolto dalla duchessa d'Orleans e nel 1672 da Madame de la Sablière. Ormai al riparo dalla miseria, diventato l'amico di Racine, Boileau e Molière, La Fontaine poté pubblicare una prima raccolta di Favole nel 1668, una seconda nel 1678, alcuni racconti e libretti d'opera.

Nel 1684 entrò nell'Accademia di Francia. Tuttavia, più che al titolo di accademico, La Fontaine deve l'immortalità alla sua opera letteraria e soprattutto alle Favole che, rifacendosi agli antichi modelli latini (in particolare, ovviamente, ad Esopo), rappresentano senz'altro la sua opera meglio riuscita ed ispirata, soprattutto perchè dipingono la società francese del XVII secolo. Il narratore, infatti, in questi mini racconti, sorta di apologhi, mette in bocca agli animali parole che nessuno a quell'epoca avrebbe osato pronunciare. Soprattutto perchè, spesso e volentieri, erano parole che andavano a toccare punti sensibili del potere dominante. Bisognava indubbiamente possedere un bel coraggio per fare questo, un coraggio d'altronde che La Fontaine ha dimostrato largamente di possedere quando, arrestato Fouquet, non aveva esitato a sfidare la collera del re nel tentativo di salvare il suo protettore.
Morì a Parigi il 13 aprile 1695.

 


 


 

 

 

 

 

I DUE CANI E L'ASINO MORTO

I vizi son fra lor buoni fratelli,
e quando uno si siede
nel nostro cor, si vede
che siedono anche quelli
van con  per via,
a meno che la trista compagnia
per ira non si pigli pei capelli.

Non così le virtù. Raro si mira
dei grandi affetti in un sol uom lo zelo
temperato con nobile armonia.
L'uno è valente, sì, ma pronto all'ira,
l'altro è saggio, ma l'anima è di gelo.
Fin tra le bestie spesso
vedi accader lo stesso.
Il più fido animai che mai ci sia,
il cane io dico, mostrasi talvolta
anch'esso bestia stolta
e piena d'un'ingorda ghiottornia.

Due Cani in lontananza un giorno videro
in mezzo al fiume galleggiare un Asino,
che, sospinto dal vento, se ne giva
discostandosi sempre dalla riva.

- Amico, - disse l'un, - che l'occhio hai limpido
e più acuto del mio, guarda sul liquido
specchio dell'onda. E' un bove od un cavallo?
E l'altro: E' un buon boccone senza fallo.

Ma pigliano, barbin, questo è il difficile!
Lunga è la tratta e incontro il vento soffia.
Non ti senti riarso e sitibondo?
Proviamo a ber quest'acqua fino in fondo,
finché in secco vedremo della bestia
(superba provvigion) il corpo ghiotto -.
Bevono i Cani e bevi e bevi... bevvero
tanto che punf... scoppiarono di botto.

Tal è l'uomo. Se in lui fissa è l'idea,
non c'è cosa impossibile e fallace.
Castelli in aria crea,
e per amor di vane ombre e di gloria
in desideri perde la sua pace.

- Oh potessi riempire di ducati
questi miei scrigni! O s'io sapessi almeno
la chimica, la storia,
la medicina, l'arabo, l'armeno!
O arrotondar potessi questi Stati! -

Questo è bevere il mar. Ai sovrumani
concetti d'uno spirto vanerello
non bastan quattro corpi ed Otto mani.
Se non si resta a mezzo sul più bello,
a compier ciò che logico non è
non bastan quattro vite di Noè.

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L'OCCHIO DEL PADRONE

Un Cervo entro una stalla a rifugiarsi
corse un giorno, ma i buoi
non volendo saper de' fatti suoi,
comandarono a lui d'allontanarsi.

- O amici, - disse il povero animale, non mi cacciate via:
io vi dirò, se non mi fate male,
dove potrete grassa prateria
ed erba ritrovar buona per voi -.
A quest'offerta si piegaro i buoi.

Il Cervo in un cantuccio rintanato
piglia coraggio e fiato,
e quando quasi sul finir del giorno
vennero i servi a portar erba e fieno,
e venne nientemeno
il sor soprintendente,
non che d'un Cervo, quella buona gente
non si accorse dell'ombra pur d'un corno.

Il lesto abitator della foresta
rende già grazie ai bovi,
e sospira il momento in cui non resta
persona in stalla per alzar le piante.
Ruminando un de' buoi - Va ben, va bene, gli dice, - ma se viene
l'uom dai cent'occhi, come sempre suole,
e guarda e cerca intorno,
scommettere non vo' sopra il tuo corno -.

Ed ecco entra il Padrone, entra ed adocchia,
chiama, rimbrotta i suoi.
- Ehi là, - dice, - quest'erba è troppo poca,
ehi qua, non c'è pe' buoi
letto più fresco? presto, alto, in cascina:
chi mi rovina le bestie? Olà,
c'è gran difficoltà
a toglier quattro ragnatele ai muri?
Brutti figuri, e questa roba? e questa?
Così girando, ed adocchiando, a un tratto
uscir vede una testa diversa dalle solite.
Dàlli, addosso, la povera
bestia è scoperta. I servi
con forche e spiedi accorrono
da ammazzare non un ma cento cervi.
Invan, trafitto, ei lacrima,
ucciso, trasportato e ben salato,
tornò più volte in tavola
piatto ai vicini molto prelibato.

Non vede ben che l'occhio del Padrone,
dice Fedro con stil molto elegante.
Per fare più completa la lezione,
aggiungeremo: e l'occhio dell'amante

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L'UOMO E LA PULCE

Spesso il buon Dio con voti stanchiamo e con preghiere
noiose ed anche indegne d'un uomo d'intelletto,
come se Dio dovesse su noi sempre tenere
lo sguardo, e fosse in Cielo degli uomini il valletto.
Passò quel tempo, Enea, che usavano le mani
menar gli Dèi per conto dei Greci e dei Troiani.

Una pulce morsicò
sulla gamba un bighellone
e scappò.

- Corri, Alcide, corri e libera
da quest'Idra, - egli gridò, da quest'Idra l'universo,
mostro orribile e perverso
della tiepida stagione.
Anche tu,
padre Giove, e che ci fai
fra le nuvole lassù?
Dagli Dèi la mazza e il fulmine
supplicava per cagione
d'una Pulce il bighellone.

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I DESIDERI

Nel Mogòl c'è dei folletti
abilissimi valletti,
che alla casa e all'orto attendono,
ma bisogna aver rispetto
o scompiglia chi le tocca
le faccende del folletto.

Un di questi folletti in illo tempore
coltivava il giardin d'un galantuomo
in riva al Gange, e svelto, lieto, amabile,
non aveva pensier da quello in fuori
de' suoi padroni e dei suoi cari fiori.

Gli zeffiri, che sono coi folletti
buoni compagni, il campo rinfrescavano,
e il nostro giardiniere,
lavorando con mano attenta ed agile,
accoglievali sempre con piacere.

I folletti si sa che son volubili,
ma questo alla sua casa si attaccò
con tanto amor, che stuzzicò l'invidia:
e tanto i suoi fratelli congiurarono,
che il Capo di partir gli comandò.

O sia questa una legge di repubblica,
o sia che così volle il presidente,
o per capriccio o per ragion politica,
il fatto sta che in fondo alla Norvegia
fu traslocato perentoriamente.

In quel freddo paese gli assegnarono
una casa sepolta entro la neve.
Così provvede spesso la repubblica,
e così fu che in forza del congedo
il nostro Indou divenne Samoiedo.

Ma prima di partir volle lo spirito
parlar co' suoi padroni,
e disse lor: - Partire mi costringono
e non vado a cercarne le ragioni;
però nel breve tempo a me concesso
ancora m'è permesso
di soddisfar tre vostri desideri,
e il faccio volentieri.
Chiedete ciò che in l'animo vi frulla,
un bel desiderar non costa nulla -.

I suoi padroni cercan l'Abbondanza,
e l'Abbondanza versa il cornucopia.
Piovon marenghi, gli scrigni ne crepano,
le biade da' granai quasi traboccano,
e luogo non c'è più per la Speranza.

E conta e conta e scrivi sui registri,
ahi! non c'è tempo per tirare il fiato,
quindi i ladri si svegliano e congiurano,
quindi i signori chiedono gl'imprestiti,
piovon le tasse... O voto sciagurato!

Quella povera gente disperata,
anzi quasi malata di fortuna,
- Basta! basta! - pregando alfine esclama, o poveretti, o povertà beata,
o gran virtù, che il troppo mai non chiama.

O pia Mediocrità, torna e discaccia
quest'Abbondanza che avvelena l'ore;
ite, o tesori, e tu vieni, ritorna
del buon umore amica e del buon core! A questo dir Mediocrità si affaccia.

Le fan largo, con lei la pace stringono,
né chiedono di più. Ride il folletto
di lor come di quei che sempre sognano
fantasmi, e il bene perdono più schietto.
Sul punto di pigliar da lor licenza,
pegno di sua bontà, lasciava loro,
amabile tesoro, la Sapienza.

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L'ASINO VESTITO DELLA PELLE DEL LEONE
Un Asino, sebben asino tondo,
vestito della pelle del Leone,
il terror divenuto era del mondo.

Ma gli sbucò un orecchio e bastò questo
per svergognar quell'animal poltrone;
mastro bastone poi faceva il resto.

Vedendo che Martino,
il mugnaio, menava al suo molino
i leoni, stupì naturalmente
per via tutta la gente.

C'è in Francia e c'è in Italia dei messeri,
che tornan questo apologo di moda.
Lusso e sfoggio e di servi una gran coda
tengon luogo dei meriti sinceri.
 

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IL CERVO E LA VITE

All'ombra d'una vite alta e frondosa,
come crescon sovente
nei caldi climi, un Cervo, spinto in caccia,
timido si accovaccia.
E nella selva delle foglie spesse
poté salvar la pelle sua preziosa.

I cacciatori chiaman dalla traccia
i mesti cani, ma la bestia ingrata
non si mette a brucar la sua benevola
benefattrice come un'insalata?

E mal per lui! ché allo stormir ritornano
i cani, e addosso, piglia,
del suo sangue la vite ei fe' vermiglia.
Invan piange la bestia,
invan pietà dai cacciatori supplica;
della sua carne ebbe ciascun un tondo
ed i cani ne furon consolati.
Esempio a quanti ingrati son nel mondo.

 

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L'ASINO CARICO DI SPUGNE E L'ASINO CARICO DI SALE

Con gravità d'imperator romano
un asinaio, col suo scettro in mano,
guidava due corsier di Asineria;
l'uno di spugne carico, con chiasso
moveva i piè veloci:
l'altro, carco di sal, stentava il passo,
come se camminasse sulle noci.

E va per valli, e va per strade e monti,
le brave bestie arrivan finalmente
al guado d'un torrente,
che a piedi asciutti non si passa mai.

Il buon uom, che fa senza anche dei ponti,
salito in groppa a quello delle spugne,
com'era naturale,
caccia davanti l'asino del sale.

Questo, volendo far di propria testa,
dopo giri e rigiri entra in un gorgo
così fondo, che quasi mi ci resta.
Ma a furia di sgambetti, in quella piena
la bestia fece in modo,
che non sentì più peso sulla schiena.
Tutto il suo sale s'era sciolto in brodo.

Supponendo anche lui d'uscir d'affanno,
mastro spugnaio volle far lo stesso,
a guisa delle pecore
che ciò che l'una fa e l'altre fanno.

Entra nel fiume infino che gli giugne
l'acqua alle orecchie e vi bevvero in tre,
il mulattiero, l'asino e le spugne.
Ma queste spugne, ahimè!
fatte pel troppo ber troppo pesanti,
resero il bel servizio
di tirare la bestia in precipizio.

Bestia e padrone vi sarebber morti
e senza remissione,
se non li soccorrean anime buone.
A noi basta aver visto a nostra vera
istruzïon morale,
che se tutti fan tutto a una maniera,
si casca in fondo e ci si perde il sale.

 

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L'AMORE E LA FOLLIA

Amor è un gran mistero:
mistero i dardi, la faretra, il foco,
e dell'infanzia sua mal noto è il vero.
Non io pretendo adesso
in pochi versi movergli il processo
e spiegar questa scienza, che, confesso,
vuol tempo per chi sa ben decifrarla.
Ma voglio colla solita mia ciarla
narrar soltanto come il cieco iddio
perdesse gli occhi e il mal che ne seguì,
un mal, che a parer mio
potrebbe essere un ben... Ma in questo affare
agli amanti rimetto il giudicare.

Amor giuocava un giorno in compagnia
della Follia.
Aveva il fanciullino in quell'età
aperti gli occhi ch'ora più non ha.
Nata una fiera disputa,
voleva Amor portarla innanzi ai Numi,
ma la Follia, perduta la pazienza,
gli die tal colpo che gli spense i lumi.

Venere, donna e madre, a quella vista
alza le strida e stordisce gli Dèi.
Giove dal cielo e Nemesi
e tutti insieme accorrono con lei
i giudici d'inferno.
La madre piange e narra della trista
l'orrenda azione,
e come il suo bambin non possa, ahi! moversi
senza bastone.

Non c'è pena sì grande,
che corrisponda ad opre sì nefande;
ma poi che riparata esser dovea
l'ingiuria, visto il caso, il danno, il male,
e visto l'interesse generale,
la corte mise fuori questa grida:
- Sempre Follia faccia all'Amor di guida!

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TIRSI E AMARANTO


Se il Boccaccio mi tolse un giorno al dolce
Esopo mio, novella ecco mi toglie
ad entrambi una Musa assai gentile,
che alla fonte natia mi riconduce.
Come dire di no, quando divina
è la musa e di tal beltà vestita,
che sui cuori sovrana alza lo scettro?
Or sappia il mondo che a cantar mi tragge
ancora messer Lupo e monna Volpe
l'unica Sillery, vaga donzella,
a cui tutti si prostrano devoti.
Chi dice Sillery nulla gli resta
d'aggiungere di poi che non sia vano.
Essa si duol che a lei sfugga il segreto
spirto de' miei Racconti (a dolce sguardo
è ben che ignudo il ver non apparisca)
onde ancor canterò, ma sol per essa,
ciò che davanti a lei senza commento
possa tornar più volte e senza offesa.

Vengano prima i miei pastori e poi
ben io saprò sulla modesta lira
di capri e lupi concertar le voci.

Tirsi diceva ad Amaranto un giorno:
- Conosco un mal, mia cara, un mal sì dolce,
che vince ogni altro ben sopra la terra
ne' suoi misteriosi incanti. Or vieni,
se di Tirsi non hai dubbio e paura,
e lascia che conoscere ti faccia
questo mal, questo bene. E non son io
il più fedele e il più sincero amico
di quanti hanno per te malato il cuore? -.

Disse Amaranto: - E qual nome gli fanno
a questo mal che dici?
- Amor.
- Amore?
È un bel nome davver. E a quali segni
presentirlo potrei, qual è il tormento?

- Son pene al cui confronto anche i più grandi
passatempi dei re, stupidi giochi
diventan. Tu vaneggi in una blanda
estasi in mezzo ai boschi. Il ruscelletto
luccica sempre in una vaga imagine
tremolante che a te non rassomiglia
e t'insegue dovunque ove tu fugga;
per ogni cosa è cieca la pupilla
fuor di quella parvenza. Il nome, il nome
d'un pastorel, la voce sua, l'idea,
d'una fiamma improvvisa il volto accende.

Sospiri, se di lui pensi, e non sai
perché sospiri, ma per lui sospiri,
incontrarlo vorresti e in un lo temi.

- E questo mal? - allor disse Amaranto; o mio buon Tirsi, è un pezzo ch'io lo provo -.

Tirsi sperò d'essere giunto in porto,
e corse a lei, che subito soggiunse:
- Io lo conosco, è il mal che sento in core
per Clidamante-.
Ahi disgraziato Tirsi!
ché di vergogna non moristi e d'ira?
Molti son come lui semplici e stolti,
che, giocando alla sorte, ahi! troppo tardi
s'avvedono di fare il giuoco altrui.


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IL TOPO E L'ELEFANTE

La vanità, ch'è tutto un mal francese,
fa ch'ogni sciocco e stupido borghese,
un grand'uomo si creda in quel paese.

Vani son gli Spagnoli e tuttavia,
per quanto grande il lor difetto sia,
è più che scipitezza una pazzia.

L'esempio che vi conto vi dimostra
la boria nostra, la qual su per giù
non vale men di un'altra e non di più.

Un Topolin piccino
vide un grosso Elefante gigantesco,
e rise di quel grande baldacchino
pesante ed arabesco,
con tre piani di sopra e una sultana
seduta in mezzo di beltà sovrana,
con cani e gatti e pappagalli suoi,
e con tutta una casa che in viaggio
andava ad un lontan pellegrinaggio.

Rideva il Topolin perché la gente
stesse a guardar quel coso stravagante,
più che animale, macchina ambulante.

- Bel merito, - dicea, - d'esser sì grosso,
come se il bello fosse in un colosso...
O gente sciocca, ov'è la meraviglia
che ai ragazzetti fa levar le ciglia?
Così piccino come son, un grano
non valgo men di questo pastricciano -.

E stava per aggiungere di più
il Topo vanerello.
Quand'ecco sul più bello
un gatto salta giù
e fric... in un istante
mostrò che un Topo è men che un Elefante.

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LA CICALA E LA FORMICA


L'estate passava felice per la cicala che si godeva il sole sulle foglie degli alberi e cantava, cantava, cantava. Venne il freddo e la cicala imprevidente, si trovò senza un rifugio e senza cibo.
Si ricordò che la formica per tutta l'estate aveva accumulato provviste nella sua calda casina sotto terra. Andò a bussare alla porta della formica.
La formica si fece sulla porta reggendo una vecchia lampada ad olio.
- Cosa vuoi? - chiese con aria infastidita.
- Ho freddo, ho fame….- balbettò la cicala. Dietro di lei si vedeva la campagna innevata. Anche il cappello della cicala ed il violino erano pieni di neve.
- Ma davvero? - brontolò la formica - lo ho lavorato tutta l'estate per accumulare il cibo per l'inverno. Tu che cosa hai fatto in quelle giornate di sole?
- Io ho cantato!
- Hai cantato? - Bene… adesso balla!
La formica richiuse la porta e tornò al calduccio della sua casetta, mentre la cicala, con il cappello ed il violino coperti di neve, si allontanava, ad ali basse, nella campagna.

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L'AQUILA E LA CIVETTA


La civetta, quando vide schiudersi nel suo nido le uova, si sentì il cuore pieno di felicità e d'orgoglio:
- Quanto sono belli i miei cinque civettini! - pensava, guardandoli commossa con i suoi tondi occhi gialli. Chiunque li vedesse, resterebbe conquistato dalla loro grazia. Ma, ahimè, non posso sentirmi tranquilla, perché troppi nemici li insidiano. Ho timore soprattutto dell'aquila, che avvista dall'alto qualsiasi preda con il suo sguardo acutissimo.
Decise perciò di recarsi lei stessa dall'aquila, per supplicarla di risparmiare il suo nido.Distribuì equamente il cibo nei cinque beccuzzi spalancati dei suoi civettini, e, rivolto loro un ultimo sguardo affettuoso si diresse, con il cuore pieno d'inquietudine e di timore, al bosco di querce, in cui la superba aquila aveva il suo quartier generale. Udita la preghiera della civetta, l'aquila squadrò altera la povera madre e le rispose:
- Le tue parole mi commuovono e perciò puoi stare tranquilla per tuoi civettini. Ma dimmi, come li riconoscerò?
- Oh, - disse la civetta - ciò ti sarà facilissimo. Sappi che non vi sono uccellini più belli di loro. Quando vedrai dei piccoli con gli occhioni dorati con meravigliose piume soffici, comprenderai subito che quelli sono i miei figli.
Un giorno l'aquila, volando in cerca di preda, giunse al nido della civetta, mentre questa era lontana. Vi gettò uno sguardo e vide cinque uccellini grigiastri che giudicò assai brutti e sgraziati.
- Questi non sono certo i civettini - pensò - dei quali mi è stata decantata la famosa bellezza. Li ghermì tra gli artigli e li portò ai suoi aquilotti.
Con quanto strazio la povera civetta trovò al ritorno il suo nido devastato

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IL GALLO E LA VOLPE


Sul ramo di un albero stava in vedetta un vecchio gallo accorto e scaltro.
- Fratello - disse una volpe facendo la voce dolce - noi non siamo più in guerra. Questa volta abbiamo fatto la pace generale: vengo ad annunziartelo. Scendi che ti voglio abbracciare; fa' presto per piacere, perché debbo partire oggi, e fare almeno quaranta miglia. Tu e i tuoi potrete star dietro ai vostri affari senza alcun timore; noi collaboreremo con voi come fratelli. Potete fare i fuochi artificiali dalla gioia, fin da questa sera, e intanto vieni a ricevere il bacio d'amore fraterno.
- Amico - rispose il gallo - non avrei mai potuto apprendere una notizia più dolce e più bella di questa su questa pace; e averla datemi raddoppia la gioia. Vedo due levrieri: credo siano corrieri mandati a dare questo annuncio; sono veloci e saranno qui tra un momento. Scendo: così potremo abbracciarci tutti, l'un l'altro.
- Addio - disse la volpe. - La strada che debbo fare è lunga. Festeggeremo il successo della vicenda un'altra volta.
Subito la furbacchiona se la svignò, si mise al sicuro, delusa del suo tranello. E il nostro vecchio gallo si mise a ridere tra sé della sua paura: perché è un doppio piacere ingannare l'ingannatore.

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IL TOPO E L'OSTRICA


Un topo, un topo un po' tonto, che abitava in un campo, si stufò un giorno della sua casa; lasciò il podere, i covoni di grano, il suo buco e si mise a viaggiare.
- Com'è grande il mondo! Com'è spazioso! - esclamò appena uscito dal paese. - Guarda; laggiù ci sono gli Appennini; lì c'è il Caucaso...
Per lui un mucchietto di terra sollevata dalle talpe era una montagna.
Dopo qualche giorno, il viaggiatore arrivò a una spiaggia sulla quale il mare aveva lasciato un gran numero di ostriche.
In principio, appena le vide, il nostro topo credette che fossero dei grossi bastimenti e disse:
- Mio padre era proprio un gran poveraccio! Era così pauroso che non aveva il coraggio di viaggiare. Io, invece, ho già visto l'impero marittimo e ho attraversato il deserto in cui non c'era nulla da bere...
Il topo aveva imparato queste cose sentendole dire da un maestro di campagna e le ripeteva a casaccio; non era infatti uno di quei topi che diventano sapienti fino ai denti rodendo i libri.
Tra le ostriche chiuse, una si era aperta; e, sbadigliando al sole, rinfrescata da un dolce venticello, sorbiva l'aria, respirava, se ne stava sbocciata, bianca, grassa, gustosa a vedersi.
Il topo la scorse di lontano e disse tra sé:
- Che cosa vedo! Dev'essere roba da mangiare e se il suo colore non m'inganna oggi farò il pranzo più delizioso della mia vita.
Così dicendo, pieno di belle speranze, si avvicinò alla conchiglia, allungò un po' il collo e... di colpo l'ostrica si richiuse e il topo fu preso come al laccio. Ecco quel che capita agli ignoranti.

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LA TESTUGGINE E LE DUE ANATRE

C'era una volta una testuggine un po' '' sciocca che, stanca del suo buco, desiderava mettersi a viaggiare. Si sa, le terre straniere attirano di più e lo zoppo odia la casa.

Due anatre, alle quali la comare comunicò quel bel progetto, le dissero di avere il modo di accontentarla.

- Vedi quella strada così larga, in cielo? Noi ti scarrozzeremo per aria, fino in America: vedrai molte repubbliche, molti regni, molti popoli; potrai istruirti osservandone i diversi costumi. Anche Ulisse fece così.

(Nessuno si aspettava di trovare Ulisse in questa storia, vero?).

La testuggine accettò la proposta.

Decisa la cosa, gli uccelli inventarono una macchina per trasportare la viaggiatrice: le misero in bocca, per traverso, un bastone e le dissero:

- Stringi bene... E attenta a non lasciare la presa.

Poi ciascuno di loro afferrò il bastone per un'estremità. Sollevata la testuggine, dappertutto ci si stupì nel vedere il lento animale e la sua casa andare in quel modo, in mezzo tra un papero e l'altro.

- Miracolo! - gridavano. - Venite a veder passare tra le nubi la regina delle testuggini

- La regina! Proprio così: effettivamente lo sono: c'è poco da canzonare.

Avrebbe fatto meglio a continuare la sua strada senza dir nulla perché aprendo i denti lasciò il bastone e cadde e si schiantò ai piedi di coloro che stavano a guardare.

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IL CONGRESSO DEI TOPI

 Un gatto chiamato Rodilardo faceva tale strage di topi che non se ne vedevano quasi più intorno, tanto grande era il numero di quelli che aveva mandato alla sepoltura. I pochi rimasti., mancando loro il coraggio di lasciare i rifugi in cui si celavano, erano ridotti a non mangiare nemmeno il quarto di ciò che occorreva loro per sfamarsi e Rodilardo era considerato fra quella povera gente, non un gatto, ma un vero e proprio demonio.

Un giorno però, quel gatto si mise in viaggio per certe sue private faccende e, approfittando di questa lontananza, i topi superstiti si riunirono a congresso per discutere e trovare un rimedio al grande pericolo che li sovrastava. Dichiarata aperta la seduta, il decano, vecchio topo noto per la sua prudenza, espose che, a suo parere, si sarebbe dovuto trovare il modo di attaccare al più presto un sonaglio al collo di Rodilardo. Così, quando costui si sarebbe avviato alla solita caccia di roditori, i topi, preavvertiti dal suono avrebbero fatto in tempo a rifugiarsi nei loro buchi. Non sapeva suggerire altro ripiego migliore di questo e tutti i congressisti condivisero il saggio parere del signor decano.

La difficoltà consisteva nel fatto di riuscire ad appendergli il sonaglio al collo:

Uno disse:

"Io non ci vado; fossi pazzo!".

Un altro mormorò:

"Non me ne sento capace".

La seduta fu sciolta senza venire a capo di nulla.

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