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Le favole di Leonardo

 

Il granchio Il ragno e l'uva Il cigno
La volpe e il caprone Il testamento dell'aquila La scimmia e l'uccellino
La volpe e la gazza Il pellicano Il cardellino
Il pavone Il toro Il coccodrillo e l'icneumone
L'ermellino Il ragno nella buca della chiave La pulce e il castrone
I tordi e la civetta Il falcone e l'anatra La farfalla e il lume
La talpa    

Cenni biografici

Leonardo nasce tra Empoli e Pistoia, sabato 15 Aprile 1452, nel borgo di Vinci.  Il padre, notaio, l'ebbe da Caterina, una donna di Anchiano che sposerà poi un contadino. Nonostante fosse figlio illegittimo il piccolo Leonardo viene accolto nella casa paterna dove verrà allevato ed educato con affetto. A sedici anni il nonno Antonio muore e tutta la famiglia, dopo poco, si trasferisce a Firenze.
La precocità artistica e l'acuta intelligenza del giovane Leonardo spingono il padre a mandarlo nella bottega di Andrea Verrocchio: pittore e scultore orafo acclamato e ricercato maestro. L'attività esercitata da Leonardo presso il maestro Verrocchio è ancora da definire, di certo c'è solo che la personalità artistica di Leonardo comincia a svilupparsi qui.
Possiede una curiosità senza pari, tutte le disclipline artistiche lo attraggono, è un acuto osservatore dei fenomeni naturali e grandiosa è la capacità di integrarle con le sue cognizioni scientifiche.
Nel 1480 fa parte dell'accademia del Giardino di S. Marco sotto il patrocinio di Lorenzo il Magnifico . E' il primo approccio di Leonardo con la scultura. Sempre un quell'anno riceve l'incarico di dipingere l'Adorazione dei Magi per la chiesa di S. Giovanni Scopeto appena fuori Firenze (oggi quest'opera si trova agli Uffizi). Tuttavia, l'ambiente fiorentino gli sta stretto.
Si presenta allora, con una lettera che rappresenta una specie di curriculum in cui descrive le sue attitudini di ingegnere civile e costruttore di macchine belliche, al Duca di Milano Lodovico Sforza, il quale ben lo accoglie. Ecco nascere i capolavori pittorici: la Vergine delle Rocce nelle due versioni di Parigi e di Londra, e l'esercitazione per il monumento equestre in bronzo a Francesco Sforza. Nel 1489-90 prepara le decorazioni del Castello Sforzesco di Milano per le nozze di Gian Galeazzo Sforza con Isabella d'Aragona mentre, in veste di ingegnere idraulico si occupa della bonifica nella bassa lombarda. Nel 1495 inizia il famoso affresco del Cenacolo nella chiesa Santa Maria delle Grazie.
Questo lavoro diventa praticamente l'oggetto esclusivo dei suoi studi. Verrà terminata nel 1498. L'anno successivo Leonardo fugge da Milano perché invasa dalle truppe del re di Francia Luigi XII e ripara a Mantova e Venezia.
Nel 1503 è a Firenze per affrescare , insieme a Michelangelo, il Salone del Consiglio grande nel Palazzo della Signoria. A Leonardo viene affidata la rappresentazione della Battaglia di Anghiari che però non porterà a termine, a causa della sua ossessiva ricerca di tecniche artistiche da sperimentare o da innovare.
Ad ogni modo, allo stesso anno è da attribuire la celeberrima ed enigmatica Monna Lisa, detta anche Gioconda, attualmente conservata al museo del Louvre di Parigi.
Nel 1513 il re di Francia Francesco I lo invita ad Amboise. Leonardo si occuperà di progetti per i festeggiamenti e proseguirà con i suoi progetti idrologici per alcuni fiumi di Francia. Qualche anno dopo, precisamente nel 1519, redige il suo testamento, lasciando tutti i suoi beni a Francesco Melzi, un ragazzo conosciuto a 15 anni (da qui, i sospetti sulla presunta omosessualità di Leonardo).
Il 2 Maggio 1519 il grande genio del Rinascimento spira e viene sepolto nella chiesa di S. Fiorentino ad Amboise. Dei sui resti non vi è più traccia a causa delle profanazioni delle tombe avvenute nelle guerre di religione del XVI secolo.


 

 

 

 

 

IL GRANCHIO


Un granchio si accorse che molti pesciolini, anziché avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti intorno ad un masso. L'acqua era limpida come l'aria, e i pesci nuotavano tranquilli godendosi l'ombra e il sole.
Il granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e li mangiava.
- Non è bello ciò che stai facendo - brontolò il masso - Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.
Il granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore prelibato.
Ma un giorno, all'improvviso, venne la piena. Il fiume si gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli stava sotto.

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IL RAGNO E L'UVA


Un ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il movimento degli insetti, si accorse che le mosche accorrevano specialmente verso un grappolo d'uva dagli acini grossi e dolcissimi.
- Ho capito disse fra sé.
Si arrampicò, dunque, in cima alla vite, e di lassù, con un filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere mosche che cercavano il cibo; e ne uccise molte, perché nessuna di loro sospettava la sua presenza.
Ma intanto venne il tempo della vendemmia. Il contadino arrivò nel campo colse anche quel grappolo, e lo buttò nella bigoncia, dove fu subito pigiato insieme agli altri grappoli.
L'uva, così, fu il fatale tranello per il ragno ingannatore, che morì insieme alle mosche ingannate.

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LA VOLPE E IL CAPRONE


Una volpe era caduta in un pozzo e non poteva più uscirne. Un caprone assetato viene allo stesso pozzo guarda dentro e la vede: - E' buona quest'acqua? Era la fortuna inattesa. - Se è buona! Scendi giù, amico mio! Scendi: è una delizia!
E quello stordito si caccia giù e beve sino a saziarsene. Quando ebbe bevuto, si guardò intorno. - E ora come si fa a risalire?
- Già, è un affaraccio; ma c'è un modo di salvare te e me. Guarda: tu appoggi i piedi davanti, così, in alto, contro il muro, e rizzi le corna; io m'arrampico e poi ti tiro su. Va bene?
- Facciamo pure così rispose quel bonaccione; e così fece.
La volpe, saltando lesta lungo le gambe, le spalle e le corna del suo compagno, si trovò subito al collo del pozzo; e già se ne andava.
- Ohé, - gridò il malcapitato - te ne vai? E così mi tradisci?
La volpe si rivoltò verso di lui : - Se tu avessi tanti ragionamenti nella testa quanti hai peli sotto il mento non saresti sceso giù, prima d'aver pensato al modo di risalire.

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IL TESTAMENTO DELL'AQUILA
 

Una vecchia aquila reale, che viveva da molti anni solitaria sopra un'altissima roccia, sentì che l'ora della morte era vicina. Con un grido possente chiamò i suoi figli che vivevano sulle rocce sottostanti, e quando furono tutti riuniti intorno a lei li guardò uno per uno e disse:
- Io vi ho nutriti ed allevati perché, fino da piccoli, siete stati capaci di guardare il sole. Ho lasciato morire di fame i vostri fratelli che non sopportavano la sua vista. Perciò voi siete degni di volare più in alto di tutti gli uccelli. Chi non vuol morire non si accosti mai al vostro nido. Tutti gli animali devono temervi, e voi non farete alcun male a chi vi rispetta, ma gli lascerete mangiare gli avanzi delle vostre prede.
Ora io sto per lasciarvi, ma non morirò qui nel mio nido. Volerò in alto, fin dove mi porteranno le ali; mi protenderò verso il sole come se dovessi andare da lui. I suoi raggi infuocati bruceranno le mie vecchie penne, precipiterò verso la terra, cadrò dentro l'acqua.
Ma da quell'acqua, per miracolo, rinascerò un'altra volta, ringiovanita, pronta a ricominciare una nuova esistenza. Così è la natura delle aquile, il nostro destino. -
Detto questo l'aquila reale spiccò il volo: maestosa e solenne ruotò intorno alla roccia dove stavano i suoi figli; poi, all'improvviso, puntò diritta verso l'alto, per bruciare nel sole le sue ali ormai stanche.  

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LA VOLPE E LA GAZZA


Una volpe affamata capitò, un giorno, sotto un albero dove s'era posato un branco di gazze rumorose.
La volpe, nascosta, incominciò ad osservarle, e si accorse che quegli uccelli erano sempre in cerca di cibo e non avevan paura di posarsi e di beccare nemmeno sulle carcasse degli animali.
Proviamo disse fra sé la volpe.
Piano piano, senza farsi sentire, si mise lunga distesa, restando immobile, a bocca aperta, come se fosse morta.
Dopo un po' una gazza la vide e subito si buttò giù dall'albero.
Si avvicinò alla volpe, e, credendola morta, incominciò a beccarle la lingua.
Cosi lasciò la testa nella bocca della volpe come in una tagliola.  

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IL PELLICANO

 

Quando il pellicano parti per andare in cerca di cibo, un serpente, ben nascosto fra i rami, cominciò a muoversi verso il nido.
I piccoli dormivano, tranquilli.
Il serpente si avvicinò, e con un lampo malvagio negli occhi iniziò la strage. Un morso velenoso a ciascuno, e i poveretti passarono immediatamente dal sonno alla morte.
Soddisfatto il serpente ritornò nel suo nascondiglio, per godersi il ritorno del pellicano.
Infatti, di lì a poco, l'uccello ritornò.
Alla vista di quella strage incominciò a piangere, e il suo lamento era così disperato che tutti gli abitanti della foresta lo ascoltavano commossi.
- Che senso ha ora la mia vita senza di voi? - diceva il povero padre guardando i suoi figli uccisi. - Voglio morire anch'io, come voi! -
E col becco incominciò a lacerarsi il petto, proprio sopra il cuore. Il sangue sgorgava a fiotti dalla ferita, bagnando i piccoli uccisi dal serpente.
Ma,' ad un tratto, il pellicano, ormai moribondo, trasalì. Il suo sangue caldo aveva reso la vita ai suoi figlioli; il suo amore li aveva resuscitati. E allora, felice, spirò.

 

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IL PAVONE

Il contadino parti, dopo aver chiuso la porta del cortile.
Sperava di ritornare presto, ma i giorni passavano senza che lui si facesse vedere.
Gli animali del cortile avevano fame e sete; perfino il gallo non cantava più.
Stavano tutti immobili, per non consumare le forze, sotto l'ombra di una pianta.
Soltanto il pavone, anche quel giorno, si levò barcollando sulle zampe, apri a ventaglio la sua grande e variopinta coda, e incominciò a passeggiare avanti e indietro.
- Mamma - domandò una magra gallinella alla chioccia - perché il pavone fa la ruota tutti i giorni? -
- Perché è vanesio, figlia mia; e l'ambizione è un vizio che scompare soltanto con la morte -.

 

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L'ERMELLINO

Una volpe stava mangiando, quando passò un elegante ermellino. - Vuoi favorire? - disse la volpe ormai sazia. Grazie, - rispose l'ermellino - ho già mangiato. -
- Ah, ah! - rise la volpe. - Voialtri ermellini siete gli animali più modesti del mondo. Mangiate solo una volta al giorno, e preferite digiunare piuttosto che sporcarvi il vestito. -
In quel mentre arrivarono dei cacciatori. La volpe, svelta come un lampo, si rintanò sotto terra, e l'ermellino, non meno veloce della volpe, corse verso la sua tana.
Ma il sole aveva sciolto la neve e la tana era diventata un pantano.
Il candido ermellino, per non strisciare nel fango, si fermò titubante. E i cacciatori lo colpirono a morte.
La moderazione raffrena tutti i vizi. L'ermellino preferisce morire, piuttosto che macchiare la sua purezza.  

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IL RAGNO NELLA BUCA DELLA CHIAVE

Un ragno, dopo avere esplorato tutta la casa, di fuori e di dentro, pensò di rintanarsi nel buco della serratura.
Che rifugio ideale! Chi lo avrebbe mai scoperto, li dentro?
Lui, invece, affacciandosi sull'orlo della toppa, avrebbe potuto guardare dappertutto senza correre alcun rischio.
Lassù diceva fra sé, sbirciando la soglia di pietra tenderò una rete per le mosche; quaggiù aggiungeva scrutando lo scalino ne tenderò un'altra per i bruchi; qui, vicino al battente dell'uscio, farò una piccola trappola per le zanzare.
Il ragno gongolava. Il buco della serratura gli dava una sicurezza nuova, straordinaria; cosi stretto, buio, foderato di ferro, gli sembrava più inattaccabile di una fortezza, più sicuro di qualsiasi armatura.
Mentre si crogiolava in questi pensieri, gli giunse all'orecchio un rumore di passi: allora, prudente, si ritirò in fondo al suo rifugio.
Qualcuno stava per entrare in casa; una chiave tintinnò, s'infilò nel buco della serratura e lo schiacciò.  

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IL CIGNO

Il cigno piegò il flessuoso collo verso l'acqua e si specchiò a lungo. Allora capi la ragione della sua stanchezza, e di quel freddo che gli attanagliava il corpo facendolo tremare come d'inverno: con assoluta certezza egli seppe che la sua ora era suonata e che bisognava prepararsi a morire.
Le sue piume erano ancora bianche come il primo giorno della sua vita. Era passato attraverso le stagioni e gli anni senza macchiare la sua veste immacolata; ora poteva anche andarsene, concludere in bellezza la sua vicenda.
Alzando il bel collo, si diresse lento e solenne sotto ad un salice, dov'era solito riposarsi durante la calura. Era già sera. Il tramonto tingeva di porpora e di viola l'acqua del lago.
E nel grande silenzio che già scendeva tutto intorno, il cigno incominciò a cantare.
Mai aveva trovato, prima di allora, accenti così pieni d'amore per tutta la natura, per la bellezza del cielo, dell'acqua e della terra. Il suo canto dolcissimo si sparse nell'aria, velato appena di nostalgia, finché piano piano si spense, insieme all'ultima luce dell'orizzonte.
- È il cigno - dissero commossi i pesci, gli uccelli, tutti gli animali del prato e del bosco - è il cigno che muore. -  

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IL CARDELLINO

Quando ritornò nel nido, con un piccolo verme in bocca, il cardellino non trovò più i suoi figlioli. Qualcuno, durante la sua assenza, li aveva rubati.
Il cardellino incominciò a cercarli dappertutto, piangendo e gridando; tutta la selva risuonava dei suoi disperati richiami, ma nessuno gli rispondeva.
Un giorno un fringuello gli disse:
- Mi pare di aver visto i tuoi figlioli sulla casa del contadino. -
Il cardellino partì, pieno di speranza, e in breve tempo arrivò alla casa del contadino. Si posò sul tetto: non c'era nessuno. Scese sull'aia: era deserta.
Ma nell'alzare la testa vide una gabbia appesa fuori dalla finestra. I suoi figlioli erano li dentro, prigionieri.
Quando lo videro, aggrappato alle stecche della gabbia, si misero a pigolare chiedendogli di portarli via; e lui cercò di rompere col becco e con le zampe le sbarre della prigione, ma invano.
Allora, con un gran pianto, li lasciò.
Il giorno dopo, il cardellino tornò di nuovo sulla gabbia dov'erano i suoi figli. Li guardò. Poi, attraverso le sbarre, li imboccò uno per uno, per l'ultima volta.
Infatti egli aveva portato alle sue creature il tortomalio, che era un'erba velenosa, e i piccoli uccellini morirono.
- Meglio morti - disse - che perdere la libertà. -  

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LA SCIMMIA E L'UCCELLINO


Un giorno una giovane scimmia, saltando di ramo in ramo, vide un nido pieno di piccoli uccelli. Tutta contenta si avvicinò ed allungò una mano per prenderli; ma quelli, sapendo già volare, fuggirono via lasciando nel nido soltanto il più piccolo.
Allegra come una pasqua la scimmietta tornò a casa con l'uccellino; e tanto gli piaceva che cominciò ad accarezzarlo, a baciarlo, a stringer-selo al petto. Sua madre la guardava senza dir nulla.
- Com'è carino! - gridava la scimmietta. - Gli voglio tanto bene! -
E seguitò a baciarlo ed a stringerselo a sé, finché gli tolse la vita. Questa favola, è detta per quelli che non sanno castigare i propri figli.

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IL COCCODRILLO E L'ICNEUMONE

Un coccodrillo, dopo aver ucciso un uomo che dormiva sotto una palma, versò molte lacrime.
- Vedi - disse un icneumone a suo figlio - il coccodrillo è un ipocrita, perché ora piange e fra poco divorerà la sua vittima. -
Infatti, dopo un po', il coccodrillo si mise tranquillamente a mangiare la sua preda.
Finito il pasto si addormentò sulla sponda del fiume, a bocca aperta, per consentire ad un uccellino suo amico, chiamato Trochilo, di entrar dentro a beccare gli avanzi rimastigli tra i denti.
Stuzzicato piacevolmente dal diligente uccellino, il coccodrillo, nel sonno, apri ancora di più le sue poderose mascelle.
Allora l'icneumone disse a suo figlio:
- Ora stai bene attento. E così che si uccidono i traditori. -
E, presa la rincorsa, si precipitò nella bocca del coccodrillo infilan-dosi alla svelta giù per la gola. Da quella passò nello stomaco, glielo sfondò con i denti aguzzi, quindi entrò nell'intestino facendo altrettanto.
Il coccodrillo, svegliato di soprassalto, incominciò a rotolarsi per terra in preda al dolore, urlò sentendosi strappare le viscere, finché, dilaniato dall'icneumone, restò a pancia all'aria, stecchito.

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I TORDI E LA CIVETTA

- Siamo liberi! Siamo liberi! - gridarono un giorno i tordi, vedendo che l'uomo aveva catturato la civetta.
- Ora la civetta non ci fa più paura. Ora dormiremo tranquilli. -
La civetta, infatti, era caduta in un'imboscata, e l'uomo l'aveva rinchiusa in gabbia.
- Andiamo a vedere la civetta in prigione - dicevano i tordi volando e cantando intorno alla gabbia della loro avversaria.
Ma l'uomo aveva catturato la civetta con un altro scopo, ossia quello di prendere i tordi. Infatti, la civetta fece subito alleanza col suo vincitore il quale, dopo averla legata per una zampa, la metteva ogni giorno bene in mostra sopra un trespolo. I tordi, per vederla, si precipitavano sugli alberi vicini, dove l'uomo aveva nascosto le sue canne impaniate. E i tordi, anziché perdere la libertà come la civetta, perdevano la vita.
Questa favola è detta per tutti quelli che si rallegrano quando qualcuno, che conta più di loro e su di loro, perde la libertà. Perché il vinto, quando è importante, diventa presto alleato o strumento del vincitore, mentre tutti quelli che, prima, dipendevano da lui, cadono sotto un nuovo padrone, e insieme alla libertà perdono, spesso, anche la vita.

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IL FALCONE E L'ANATRA

Ogni volta che andava a caccia d'anatre, il nobile falcone si arrabbiava. Quelle anatre riuscivano quasi sempre a beffarlo, tuffandosi sott'acqua proprio all'ultimo momento, e restando sommerse più di quanto lui potesse rimanere sospeso in aria ad aspettarle.
Anche quella mattina il falcone decise di ritentare. Dopo aver fatto molte ruote ad ali aperte per studiare la situazione, e dopo aver bene individuato l'anatra da catturare, il nobile rapace piombò giù come un bolide. Ma l'anatra, più svelta, si tuffò a capofitto.
- Questa volta ti vengo dietro - gridò il falcone infuriato, e si tuffò anche lui.
L'anatra, vedendolo sott'acqua, fece un guizzo, risalì, spiegò le ali e si mise a volare. Il falcone, con le penne bagnate, non riuscì a prendere il volo.
Passandogli sopra, l'anatra gli disse:
- Addio, falcone! Io nel tuo cielo ci so stare, ma tu, nella mia acqua, affoghi! -

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LA TALPA

Una talpa, sottoterra, passeggiava per le lunghe gallerie che la sua famiglia aveva scavato e ripulito in tanti anni di lavoro.
Andava avanti e indietro, saliva ai piani superiori, scendeva nelle cantine còme se avesse avuto una vista buonissima; invece, come tutte le talpe, aveva gli occhi molto piccoli e poca vista.
Finalmente s'infilò in un cunicolo sconosciuto e seguitò a camminare.
- Fermati - gridò una voce
dal piano di sotto. - Codesta galleria porta fuori, è pericolosa! -
La talpa, invece, continuò ad andare su, finché non si trovò dentro a un mucchio di terriccio ancora fresco.
Spinse il muso in alto e sbucò fuori, ma la luce del sole, come il bagliore di un fulmine, la uccise.
Anche la bugia, come la talpa, può vivere soltanto se rimane nascosta: non appena essa viene alla luce per farsi notare, muore.

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LA FARFALLA E IL LUME

Un parpaglione variopinto e vagabondo andava, una sera, discorrendo nel buio, quando vide in lontananza un lumicino. Subito drizzò le ali in quella direzione, e quando giunse vicino alla fiamma si mise a ruo-tarle agilmente intorno guardandola con grande meraviglia. Com'era bella!
Non contento di ammirarla, il parpaglione si mise in testa di fare con lei quello che faceva di solito coi fiori odorosi: si allontanò, si voltò, e puntando coraggiosamente il volo verso la fiamma le passò sopra sfiorandola.
Si ritrovò, stordito, ai piedi del lume; e si accorse, con stupore, che gli mancava una zampa e che la punta delle ali era bruciacchiata.
- Che cosa mi sarà successo? - si chiese, senza riuscire a trovare una ragione. Non poteva assolutamente ammettere che da una cosa tanto bella, com'era quella fiamma, gli potesse venire alcun male; e perciò, dopo aver ripreso un po' di forze, con un colpo d'ali si rimise in volo.
Fece alcuni volteggi, e di nuovo puntò verso la fiamma per posarvicisi sopra. E subito cadde, bruciato, nell'olio che alimentava la vivida fiammella.
- Maledetta luce - mormorò il parpaglione in fin di vita. - Io credevo di trovare in te la mia felicità, e invece ci ho trovato la morte. Piango sul mio sciocco desiderio, perché ho conosciuto troppo tardi, e a mie spese, la tua natura pericolosa. -
- Povero parpaglione - rispose il lume. - Io non sono il sole, come tu ingenuamente credevi. Io sono soltanto un lume; e chi non sa usarmi con prudenza, si brucia. -  

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LA PULCE E IL CASTRONE

Una pulce, che abitava nel raso pelo di un cane, senti un giorno un buon odore di lana.
- Che succede? -
Fece un piccolo salto e si accorse che il suo cane si era addormentato sopra la pelle di un castrone.
- Quella pelliccia fa proprio al caso mio - disse la pulce. - E più grossa e più morbida, e soprattutto è più sicura. Li non c'è pericolo d'incontrare le unghie e i denti del cane, che ogni tanto si mettono a cercarmi, e la pelle del castrone sarà certamente più dolce. -
Così, senza starci troppo a pensare, la pulce cambiò domicilio, passando, con un salto, dal pelo del cane alla pelliccia del castrone.
Ma la lana era folta, tanto folta e grossa, che non era facile arrivare fino alla pelle.
Prova e riprova, separando con pazienza un pelo dall'altro e aprendosi con fatica un varco, la pulce arrivò fino alla radice dei peli: ma questi erano così fitti che quasi si toccavano, non lasciando alla pulce nemmeno uno spiraglio da cui poter assaggiare la pelle.
Stanca, sudata e delusa, la pulce si rassegnò a ritornare sul cane; ma il cane era partito.
Povera pulce! Pentita dell'errore commesso pianse per giorni e giorni, e mori di fame nella grassa pelliccia del castrone.

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IL TORO

Un toro in libertà faceva strage fra le mandrie e gli armenti. I pastori non avevano più coraggio di portare al pascolo gli animali, per via di quel selvaggio bestione che arrivava all'improvviso, caricando a testa bassa, per infilzare con le corna tutto ciò che incontrava.
I pastori, però, sapevano che il toro odiava il colore rosso; e quindi, un giorno, decisero di tendergli un tranello.
Fasciarono di stoffa rossa il grosso tronco di un albero e poi si nascosero.
Il toro, soffiando dalle narici, non si fece attendere molto.
Vedendo quel tronco rosso, abbassò la testa partendo alla carica, e con un gran fracasso inchiodò le corna nell'albero, restandovi prigioniero. Così i pastori lo uccisero.  

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