Il brutto anatroccolo
L'estate era
iniziata; i campi agitavano le loro spighe dorate,
mentre il fieno tagliato profumava la campagna.
In un luogo appartato, nascosta da fitti cespugli vicini
ad un laghetto, mamma anatra aveva iniziato la nuova
cova.
Siccome riceveva pochissime visite, il tempo le passava
molto lentamente ed era impaziente di vedere uscire dal
guscio la propria prole… finalmente, uno dopo l'altro, i
gusci scricchiolarono e lasciarono uscire alcuni
adorabili anatroccoli gialli.
- Pip! Pip! Pip! Esclamarono i nuovi nati, il mondo è
grande ed è bello vivere!-
- Il mondo non finisce qui,- li ammonì mamma anatra,- si
estende ben oltre il laghetto, fino al villaggio vicino,
ma io non ci sono mai andata. Ci siete tutti? - Domandò.
Mentre si avvicinava, notò che l'uovo più grande non si
era ancora schiuso e se ne meravigliò.
Si mise allora a covarlo nuovamente con aria
contrariata.
- Buongiorno! Come va? - Le domandò una vecchia anatra
un po' curiosa che era venuta in quel momento a farle
visita.
- Il guscio di questo grosso uovo non vuole aprirsi,
guarda invece gli altri piccoli, non trovi che siano
meravigliosi?-
- Mostrami un po' quest'uovo. - Disse la vecchia anatra
per tutta risposta. - Ah! Caspita! Si direbbe un uovo di
tacchina! Ho avuto anche io, tempo fa, Questa sorpresa:
Quello che avevo scambiato per un anatroccolo era in
realtà un tacchino e per questo non voleva mai entrare
in acqua. Quest'uovo è certamente un uovo di tacchino.
Abbandonalo ed insegna piuttosto a nuotare agli altri
anatroccoli!-
- Oh! Un giorno di più che vuoi che mi importi! Posso
ancora covare per un po'. - Rispose l'anatra ben
decisa.-
- Tu sei la più testarda che io conosca! - Borbottò
allora la vecchia anatra allontanandosi.
Finalmente il grosso uovo si aprì e lascio uscire un
grande anatroccolo brutto e tutto grigio.
- Sarà un tacchino! - Si preoccupò l'anatra. - Bah! Lo
saprò domani!-
Il giorno seguente, infatti, l'anatra portò la sua
piccola famiglia ad un vicino ruscello e saltò
nell'acqua: gli anatroccoli la seguirono tutti, compreso
quello brutto e grigio.
- Mi sento già più sollevata, - sospirò l'anatra, -
almeno non è un tacchino! Ora, venite piccini, vi
presenterò ai vostri cugini.-
La piccola comitiva camminò faticosamente fino al
laghetto e gli anatroccoli salutarono le altre anatre.
- Oh! Guardate, i nuovi venuti! Come se non fossimo già
numerosi!… e questo anatroccolo grigio non lo vogliamo!
- Disse una grossa anatra, morsicando il poverino sul
collo.-
- Non fategli male! - Gridò la mamma anatra furiosa - E'
così grande e brutto che viene voglia di maltrattarlo! -
Aggiunse la grossa anatra con tono beffardo.- E' un vero
peccato che sia così sgraziato, gli altri sono tutti
adorabili, - rincarò la vecchia anatra che era andata a
vedere la covata.
- Non sarà bello adesso, può darsi però che, crescendo ,
cambi; e poi ha un buon carattere e nuota meglio dei
suoi fratelli, - assicurò mamma anatra, -
-La bellezza, per un maschio, non ha importanza, -
concluse, e lo accarezzò con il becco - andate, piccoli
miei, divertitevi e nuotate bene!-
Tuttavia, l'anatroccolo, da quel giorno fu schernito da
tutti gli animali del cortile: le galline e le anatre lo
urtavano, mentre il tacchino, gonfiando le sue piume, lo
impauriva.
Nei giorni che seguirono, le cose si aggravarono: il
fattore lo prese a calci e i suoi fratelli non perdevano
occasione per deriderlo e maltrattarlo.
Il piccolo anatroccolo era molto infelice. Un giorno,
stanco della situazione, scappò da sotto la siepe.
li uccelli, vedendolo, si rifugiarono nei cespugli.
"sono così brutto che faccio paura!" pensò
l'anatroccolo.
Continuò il suo cammino e si rifugiò, esausto, in una
palude abitata da anatre selvatiche che accettarono di
lasciargli un posticino fra le canne.
Verso sera, arrivarono due oche selvatiche che
maltrattarono il povero anatroccolo già così sfortunato.
Improvvisamente, risuonarono alcuni spari… le due oche
caddero morte nell'acqua! I cacciatori, posti intorno
alla palude, continuarono a sparare. Poi i lori cani
solcarono i giunchi e le canne. Al calar della notte, il
rumore cessò.
Il brutto anatroccolo ne approfittò per scappare il più
velocemente possibile. Attraversò campi e prati, mentre
infuriava una violenta tempesta. Dopo qualche ora di
marcia, arrivò ad una catapecchia la cui porta era
socchiusa.
L'anatroccolo si infilò dentro: era la dimora di una
vecchia donna che viveva con un gatto ed una gallina.
Alla vista dell'anatroccolo, il micio cominciò a
miagolare e la gallina cominciò a chiocciare, tanto che
la vecchietta, che aveva la vista scarsa, esclamò:
- Oh, una magnifica anatra! Che bellezza, avrò anche le
uova… purché non sia un' anatra maschio! Beh, lo
vedremo, aspettiamo un po'!-La vecchia attese tre lunghe
settimane… ma le uova non arrivarono e cominciò a
domandarsi se fosse davvero un'anatra! Un giorno, il
micio e la gallina, che dettavano legge nella stamberga,
interrogarono l'anatroccolo:
- Sai deporre le uova? - domandò la gallina;
- No… - rispose l'anatroccolo un po' stupito.
- Sai fare la ruota? - domandò il gatto;
- No, non ho mai imparato a farla! - rispose
l'anatroccolo sempre più meravigliato.
- Allora vai a sederti in un angolo e non muoverti più!
- gli intimarono i due animali con
cattiveria.Improvvisamente, un raggio di sole e un alito
di brezza entrarono dalla porta.
L'anatroccolo ebbe subito una grande voglia di nuotare e
scappò lontano da quegli animali stupiti e cattivi.
L'autunno era alle porte, le foglie diventarono rosse
poi caddero.
Una sera, l'anatroccolo vide alcuni bellissimi uccelli
bianco dal lungo collo che volavano verso i paesi caldi.
Li guardò a lungo girando come una trottola nell'acqua
del ruscello per vederli meglio: erano cigni! Come li
invidiava!
L'inverno arrivò freddo e pungente; l'anatroccolo faceva
ogni giorno un po' di esercizi nel ruscello per
riscaldarsi. Una sera dovette agitare molto forte le sue
piccole zampe perché l'acqua intorno a lui non gelasse:
ma il ghiaccio lo accerchiava di minuto in minuto…
finché, esausto e ghiacciato, svenne.
Il giorno seguente, un contadino lo trovò quasi senza
vita; ruppe il ghiaccio che lo circondava e lo portò ai
suoi ragazzi che lo circondarono per giocare con lui.
Ahimè, il poveretto ebbe una gran paura e si gettò prima
dentro un bidone di latte e poi una cassa della farina.
Finalmente riuscì ad uscire e prese il volo inseguito
dalla moglie del contadino.
Ancora una volta il brutto anatroccolo scappò ben
lontano per rifugiarsi, esausto, in un buco nella neve.
L'inverno fu lungo e le sue sofferenze molto grandi… ma
un giorno le allodole cominciarono a cantare e il sole
riscaldò la terra: la primavera era finalmente arrivata!
L'anatroccolo si accorse che le sue ali battevano con
molto più vigore e che erano anche molto robuste per
trasportarlo sempre più lontano. Partì dunque per
cercare nuovi luoghi e si posò in un prato fiorito. Un
salice maestoso bagnava i suoi rami nell'acqua di uno
stagno dove tre cigni facevano evoluzioni graziose.
Conosceva bene quei meravigliosi uccelli! L'anatroccolo
si lanciò disperato verso di loro gridando:
- Ammazzatemi, non sono degno di voi!-
Improvvisamente si accorse del suo riflesso sull'acqua:
che sorpresa! Che felicità! Non osava crederci: non era
più un anatroccolo grigio… era diventato un cigno: come
loro!!
I tre cigni si avvicinarono e lo accarezzarono con il
becco dandogli così il benvenuto, mentre alcuni ragazzi
attorno allo stagno declamavano a gran voce la sua
bellezza e la sua eleganza.
Mise la testa sotto le ali, quasi vergognoso di tanti
complimenti e tanta fortuna: lui che era stato per tanto
tempo un brutto anatroccolo era finalmente felice e
ammirato.
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Il vestito
nuovo dell'Imperatore
C'era una volta un
imperatore che amava così tanto la moda da spendere
tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza.
Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il
teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si
trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva
un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito
di un re si dice: "È nella sala del Consiglio", di lui
si diceva soltanto: "È nel vestibolo".
Nella grande città che era la capitale del suo regno,
c'era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano
forestieri, e una volta vennero anche due truffatori:
essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere
la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni
e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con
quella stoffa avevano un curioso potere: essi
diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non
erano all'altezza della loro carica, o che erano
semplicemente molto stupidi.
"Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!",
pensò l'imperatore: con quelli indosso, io potrei
riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio impero, e
saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Devo
avere subito quella stoffa!".
E pagò i due truffatori, affinché essi si mettessero al
lavoro.
Quei due montarono due telai, finsero di cominciare il
loro lavoro, ma non avevano nessuna stoffa da tessere.
Chiesero senza tanti complimenti la seta più bella e
l'oro più brillante, se li misero in borsa, e
continuarono a così, coi telai vuoti, fino a tarda
notte.
"Mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la
stoffa!", pensava intanto l'imperatore; ma a dire il
vero si sentiva un po' nervoso al pensiero che una
persona stupida, o incompetente, non avrebbe potuto
vedere l'abito. Non che lui temesse per sé, figurarsi:
tuttavia volle prima mandare qualcun altro a vedere come
procedevano i lavori.
Nel frattempo tutti gli abitanti della città avevano
saputo delle incredibili virtù di quella stoffa, e non
vedevano l'ora di vedere quanto stupido o incompetente
fosse il proprio vicino.
"Manderò dai tessitori il mio vecchio e fidato
ministro", decise l'imperatore, "nessuno meglio di lui
potrà vedere che aspetto ha quella stoffa, perché è
intelligente e nessuno più di lui è all'altezza del
proprio compito".
Così quel vecchio e fidato ministro si recò nella stanza
dove i due tessitori stavano tessendo sui telai vuoti.
"Santo cielo!", pensò, spalancando gli occhi, "Non vedo
assolutamente niente!"
Ma non lo disse a voce alta.
I due tessitori gli chiesero di avvicinarsi, e gli
domandarono se il disegno e i colori erano di suo
gradimento, sempre indicando il telaio vuoto: il povero
ministro continuava a fare tanto d'occhi, ma senza
riuscire a vedere niente, anche perché non c'era proprio
niente.
"Povero me", pensava intanto, "ma allora sono uno
stupido? Non l'avrei mai detto! Ma è meglio che nessun
altro lo sappia! O magari non sono degno della mia
carica di ministro? No, in tutti casi non posso far
sapere che non riesco a vedere la stoffa!"
"E allora, cosa ne dice", chiese uno dei tessitori.
"Belli, bellissimi!", disse il vecchio ministro,
guardando da dietro gli occhiali. "Che disegni! Che
colori! Mi piacciono moltissimo, e lo dirò
all'imperatore."
"Ah, bene, ne siamo felici", risposero quei due, e
quindi si misero a discutere sulla quantità dei colori e
a spiegare le particolarità del disegno. Il vecchio
ministro ascoltò tutto molto attentamente, per poterlo
ripetere fedelmente quando sarebbe tornato
dall'imperatore; e così fece.
Allora i due truffatori chiesero ancora soldi, e seta, e
oro, che gli sarebbe servito per la tessitura. Ma poi
infilarono tutto nella loro borsa, e nel telaio non ci
misero neanche un filo. Eppure continuavano a tessere
sul telaio vuoto.
Dopo un po' di tempo l'imperatore inviò un altro
funzionario, assai valente, a vedere come procedevano i
lavori. Ma anche a lui capitò lo stesso caso del vecchio
ministro: si mise a guardare, a guardare, ma siccome
oltre ai telai vuoti non c'era niente, non poteva vedere
niente.
"Guardi la stoffa, non è magnifica?", dicevano i due
truffatori, e intanto gli spiegavano il meraviglioso
disegno che non esisteva affatto.
"Io non sono uno stupido!", pensava il valente
funzionario. "Forse che non sono all'altezza della mia
carica! Davvero strano! Meglio che nessuno se ne
accorga!" E così iniziò anche lui a lodare il tessuto
che non riusciva a vedere, e parlò di quanto gli
piacessero quei colori, e quei disegni così graziosi.
"Sì, è davvero la stoffa più bella del mondo", disse poi
all'imperatore.
Tutti i sudditi non facevano che discutere di quel
magnifico tessuto. Infine anche l'imperatore volle
andare a vederlo, mentre esso era ancora sul telaio. Si
fece accompagnare dalla sua scorta d'onore, nella quale
c'erano anche i due ministri che erano già venuti, e si
recò dai due astuti imbroglioni, che continuavano a
tessere e a tessere... un filo che non c'era.
"Non è forse 'magnifique'?", dicevano in coro i due
funzionari; "Che disegni, Sua Maestà! Che colori!", e
intanto indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri
che gli altri ci vedessero sopra la stoffa.
"Ma cosa sta succedendo?", pensò l'imperatore, "non vedo
proprio nulla! Terribile! Che io sia stupido? O magari
non sono degno di fare l'imperatore? Questo è il peggio
che mi potesse capitare!"
"Ma è bellissimo", intanto diceva. "Avete tutta la mia
ammirazione!", e annuiva soddisfatto, mentre fissava il
telaio vuoto: mica poteva dire che non vedeva niente!
Tutti quelli che lo accompagnavano guardavano,
guardavano, ma per quanto potessero guardare, la
sostanza non cambiava: eppure anch'essi ripeterono le
parole dell'imperatore: "Bellissimo!", e gli suggerirono
di farsi fare un abito nuovo con quella stoffa, per
l'imminente parata di corte.
"'Magnifique'!, 'Excellent'!", non facevano che
ripetere, ed erano tutti molto felici di dire cose del
genere.
L'imperatore consegnò ai due imbroglioni la Croce di
Cavaliere da tenere appesa al petto, e li nominò Grandi
Tessitori.
Per tutta la notte prima della parata di corte, quei due
rimasero alzati con più di sedici candele accese, di
modo che tutti potessero vedere quanto era difficile
confezionare i nuovi abiti dell'imperatore. Quindi
fecero finta di staccare la stoffa dal telaio, e poi con
due forbicioni tagliarono l'aria, cucirono con un ago
senza filo, e dissero, finalmente: "Ecco i vestiti, sono
pronti!"
Venne allora l'imperatore in persona, coi suoi più
illustri cavalieri, e i due truffatori, tenendo il
braccio alzato come per reggere qualcosa, gli dissero:
"Ecco qui i pantaloni, ecco la giacchetta, ecco la
mantellina..." eccetera. "Che stoffa! È leggera come una
tela di ragno! Sembra quasi di non avere indosso nulla,
ma è questo appunto il suo pregio!"
"Già", dissero tutti i cavalieri, anche se non vedevano
niente, perché non c'era niente da vedere.
"E ora", dissero i due imbroglioni, se Sua Maestà
Imperiale vorrà degnarsi di spogliarsi, noi lo aiuteremo
a indossare questi abiti nuovi proprio qui di fronte
allo specchio!"
L'imperatore si spogliò, e i due truffatori fingevano di
porgergli, uno per uno, tutti i vestiti che, a detta
loro, dovevano essere completati: quindi lo presero per
la vita e fecero finta di legargli qualcosa dietro: era
lo strascico. Ora l'imperatore si girava e rigirava allo
specchio.
"Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più
bello!", tutti dicevano. "Che disegno! Che colori! Che
vestito incredibile!"
"Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà
sopra la testa del re durante il corteo!", disse il Gran
Maestro del Cerimoniale.
"Sono pronto", disse l'imperatore. "Sto proprio bene,
non è vero?" E ancora una volta si rigirò davanti allo
specchio, facendo finta di osservare il suo vestito.
I ciambellani che erano incaricati di reggergli lo
strascico finsero di raccoglierlo per terra, e poi si
mossero tastando l'aria: mica potevano far capire che
non vedevano niente.
Così l'imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il
grande baldacchino, e la gente per la strada e alle
finestre non faceva che dire: "Dio mio, quanto sono
belli gli abiti nuovi dell'imperatore! Gli stanno
proprio bene!"
Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per
paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra
i tanti abiti dell'imperatore, nessuno aveva riscosso
tanto successo.
"Ma l'imperatore non ha nulla addosso!", disse a un
certo punto un bambino.
"Santo cielo", disse il padre, "Questa è la voce
dell'innocenza!". Così tutti si misero a sussurrare
quello che aveva detto il bambino.
"Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che non
ha nulla indosso!"
"Non ha proprio nulla indosso!", si misero tutti a
urlare alla fine. E l'imperatore rabbrividì, perché
sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: "Ormai
devo condurre questa parata fino alla fine!", e così si
drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo
seguivano reggendo una coda che non c'era per niente.
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La
Sirenetta
Nelle profondità
degli oceani vivevano esseri metà umani e metà pesci: le
sirene.
Dotate di una voce melodiosa, a volte risalivano alla
superficie del mare per cantare, addolcendo così
l'agonia dei marinai naufragati.
Abitavano in palazzi meravigliosamente decorati di
conchiglie multicolori e di madreperle che i raggi del
sole, smorzati, facevano risplendere. Intorno si
estendevano vasti giardini di alghe brune e verdi. Le
prime ondulavano come sciarpe di seta gonfiate da una
brezza leggera, le seconde, finemente cesellate, davano
riparo ai pesci dalle forme straordinarie e dai colori
forti, che volteggiavano graziosamente in compagnia di
meduse trasparenti.
Nel più grande e più bello di questi palazzi marini
regnava il re del mare.
Già vecchio, era un padre soddisfatto di sei bellissime
principesse. Egli aveva affidato la loro educazione alla
regina madre, che aveva una grande coscienza del suo
rango; infatti, inculcò con rigore alle principesse le
belle maniere, l'arte di ricevere e tutte quelle cose
che facevano di loro delle ragazze sapienti e perfette.
Erano tutte bellissime, ma la più giovane era di uno
splendore particolare che la distingueva dalle sorelle.
I suoi lunghi capelli biondi e soffici, la sua bocca
rossa, il suo colore delicato e i suoi occhi chiarissimi
le conferivano un fascino incomparabile.
Tutto in lei era perfetto... Ahimè! da qualche tempo
però la tristezza offuscava spesso il suo volto
delicato, dandole un'aria depressa e assente.
Aveva sempre più desiderio di ritirarsi nel giardino
segreto, giardino che aveva ogni principessa, perché le
piaceva sognare ad occhi aperti, lontana dagli occhi
delle sorelle; ma ora ci passava lunghe ore immersa nei
suoi pensieri. Qual'era la ragione di questo cambiamento
d'umore, lei che prima era così amabile?
Qualche giorno prima aveva trovato un busto in alabastro
di un giovane uomo, probabilmente caduto in mare durante
il naufragio di una nave.
Era sempre stata attratta dai racconti della nonna sulla
vita terrestre; come tutte le sirene il giorno del
quindicesimo compleanno, sua nonna era emersa dalle
profondità dell'oceano e aveva scoperto il mondo
sconosciuto degli uomini.
In seguito, aveva fatto frequenti incursioni sulle
spiagge di diversi litorali e aveva conservato un
ricordo indimenticabile delle sue esperienze. La
passione che metteva nel raccontare le sue storie fu
trasmessa alla giovane sirenetta. Avida di particolari,
l'assillava di domande; voleva conoscere tutto della
vita di chi, sulla terra, con due gambe, si muoveva
facilmente così come lei danzava nell'acqua…
Purtroppo, ancora alcuni anni le mancavano prima che lei
compisse i suoi quindici anni...
Un giorno la maggiore delle sue sorelle compì i tanto
attesi quindici anni. Dopo aver avuto innumerevoli
raccomandazioni di prudenza dalla nonna preoccupata,
partì verso la superficie, guardata con invidia dalla
sorella minore. Al ritorno, raccontò con entusiasmo la
sua esperienza e, certamente, la sua più avida
ascoltatrice fu la sirenetta più giovane. L'anno
seguente, fu il turno della seconda figlia del re:
partita nella direzione opposta conobbe altri paesaggi,
altri popoli, che descrisse alla sorella addirittura
abbagliata. La terza principessa fra quelle che
ricevettero il permesso, si recò in una baia, risalì poi
un fiume circondato da castelli, colline e foreste. La
quarta preferì restare al largo a contemplare le navi
che facevano rotta verso il continente. Il compleanno
della quinta fu in inverno ed ebbe il privilegio di
ammirare la neve e il ghiaccio, che nessuna sirena aveva
mai visto fino ad allora. Infine, il giorno tanto atteso
e nello stesso tempo tanto temuto, arrivò. La piccola
sirena compì quindici anni. Appena ebbe il permesso di
partire, nuotò vigorosamente e andò verso il cielo che
intravedeva sopra la sua testa. Tra gli spruzzi di mille
goccioline, uscì sulla superficie del mare e contemplò,
soggiogata, il sole che calava fiammeggiante
all'orizzonte. I minuti passarono meravigliosi.
Lentamente, il giorno si oscurò e arrivò la notte, ma la
piccola sirena riuscì a scorgere, lasciandosi dondolare
dolcemente, una magnifica caravella con molte vele.
C'era una festa a bordo e l'alberatura era tutta
addobbata con centinaia di lampade che illuminavano
tutta la nave. Sul ponte riccamente parato c'era l'eroe
della serata, un principe giovane e bello...
Affascinata dallo spettacolo fiabesco, la sirenetta
fissava estasiata il giovane che si distingueva dagli
altri per la sua prestanza fisica e la sua eleganza.
Improvvisamente si alzò il vento, le onde divennero più
violente e si infransero contro la nave. I lampi
saettavano nel cielo oscurato dalle nuvole e la tempesta
scoppiò spaventosamente.
I marinai, sorpresi dalla rapidità e dalla forza dello
scatenarsi degli elementi, non ebbero il tempo di
abbassare le vele: gonfiate al massimo, trasportarono la
nave come una pagliuzza. Spinta dal vento, sballottata
dalle onde giganti, la nave non resistette molto tempo.
Lo scafo si ruppe, le strutture sradicate caddero nell'
acqua e in mezzo alle grida dei naufraghi, la nave tu
inghiottita dalle onde mugghianti.
Fu così che un'incredibile speranza attraversò la mente
della sirenetta che assisteva impotente a quel dramma:
il principe la stava raggiungendo nel regno del mare!
Poi si ricordò che gli uomini annegavano se non potevano
respirare l'aria, per loro indispensabile. Con il
rischio di essere ferita dai rottami della nave, si
precipitò in soccorso del principe un attimo prima che
fosse inghiottito dalle onde.
Gli sorresse la testa fuori dall'acqua e poi, lottando
con tutte le sue forze, cercò di arrivare a riva.
Dopo molti sforzi, esausta, giunse sulla spiaggia con il
suo carico esanime. Al mattino la tempesta si era
calmata e nel cielo senza nuvole, il sole cominciò a
salire verso lo zenit.
Il mare era calmo e tutti i resti della nave erano
scomparsi. Si sarebbe potuto credere che non fosse
successo niente. Soltanto la presenza del principe
ricordava i tragici avvenimenti della notte.
La sirenetta pensò che la vita era più tranquilla nel
regno profondo del mare; fugacemente, rimpianse la sua
vita comoda, ma la vista del giovane la riportò alla
realtà.
Con gli occhi chiusi sembrava dormisse e poté osservarlo
per lungo tempo: assomigliava stranamente al busto di
alabastro che ornava il suo giardino... furtivamente,
gli diede un bacio sulla fronte.
E se fosse morto? Disperata, non sapeva che fare per
salvare colui che amava già con tutto il cuore. Si sentì
inutile, la sua coda di pesce le impediva tutti i
movimenti sulla terra ferma.
Coraggiosamente,
incominciò a tirare il corpo inerte verso un luogo ben
in evidenza, alla vista di eventuali passanti.
Poi, andò a sedersi dietro una roccia, non potendo fare
altro per il principe. Quasi subito, una ragazza che
passeggiava sulla spiaggia, approfittando del dolce sole
mattutino, vide il principe. Chiamò aiuto e il giovane
ebbe finalmente soccorsi.
Riscaldato, confortato, riprese i sensi e il primo volto
che vide fu quello della giovane ragazza.
Ben rassicurata sulla sorte di chi aveva toccato il suo
cuore per sempre, la piccola sirena si immerse nel mare
e ritornò nel suo regno. Non raccontò nulla del suo
soggiorno in superficie e il suo silenzio preoccupò il
re,
la nonna e le sue sorelle. Da quel giorno passò le
giornate nel suo piccolo giardino contemplando la
statua, sosia del principe. Molte volte andò sulla
spiaggia dove aveva lasciato il principe, sperando di
rivederlo ma invano... le stagioni passarono.
La malinconia della piccola principessa aumentava ogni
giorno di più e il suo sconforto si intensificava. Sua
nonna ebbe pena di lei e, dopo molte esitazioni, si
decise a rivelare alla ragazza l'esistenza e i grandi
poteri della strega che abitava sul fondo dei mari:
- Se sei felice solo quando sei sulla terra, vai a
trovarla, lei ti aiuterà ma...
Senza aspettare un attimo di più, la piccola sirena
riunì tutte le sue forze e nuotò verso l'antro della
maga.
Coraggiosamente, riuscì a resistere all'attacco delle
murene che volevano morderla e ignorò le ferite causate
dai coralli che laceravano il suo corpo. Superando la
paura, continuò, malgrado gli ostacoli che le sbarravano
il cammino e finalmente giunse davanti all'orribile
donna che, avvisata del suo arrivo, l'aspettava.
Una puzza pestilenziale usciva da un pentolone il cui
contenuto stava bollendo.
- So quello che desideri, - sogghignò la donna
spaventosa, - sei molto audace! Voglio esaudirti, ma
come contropartita, dovrai fare grandi sacrifici: in
cambio delle gambe, voglio la tua voce, resterai per
sempre muta... non ridiventerai mai più una sirena e se
non saprai guadagnarti l'amore dell'uomo che ti ha
ammaliata, se egli amerà un'altra donna, morrai... Poi
aggiunse con un' aria terribile: ad ogni passo, avrai
dolori, i tuoi piedi sanguineranno ma tu dovrai
sorridere, nascondere il tuo tormento... Sei ancora
decisa?-
- La mia decisione è irremovibile. Voglio realizzarla a
qualunque costo!-
Nauseata, inghiottì la bevanda dall'odore fetido che la
strega le diede.
Con atroci sofferenze, la coda di pesce si trasformò in
due gambe affusolate.
La piccola sirena non riuscì a trattenere un grido di'
dolore. Ad ogni passo gli occhi le si riempivano di
lacrime; faticosamente si diresse verso la spiaggia. Le
sue nuove gambe erano più un intralcio che un aiuto e,
esausta, svenne sulla sabbia.
Quando si svegliò, il suo sguardo incrocio... quello del
principe!
Anche il principe veniva regolarmente sulla spiaggia:
era alla ricerca di una ragazza che aveva conquistato il
suo cuore, con uno sguardo che aveva incrociato il suo
al risveglio dopo il naufragio... E così scoprì la
sirenetta.
Soggiogato dal suo fascino e dalla sua bellezza, la
presentò ai suoi genitori, a corte e diventò la regina
dei balli e dei ricevimenti dati in suo onore.
La sirenetta soffriva atrocemente, ma sorrideva radiosa.
Appena restava sola, furtivamente bagnava i piedi
sanguinanti nel mare fresco e riposante.
Una grande tristezza la tormentava notte e giorno: il
principe l'amava, ma come una sorella, un'amica...
essendo muta, si confidava molto con lei, sicuro che
avrebbe mantenuto il segreto.
Il principe pensava che le lacrime che brillavano negli
occhi della ragazza, fossero lacrime di compassione e le
era riconoscente.
Se avesse potuto immaginare... Il principe cominciò a
disperare di poter ritrovare la ragazza da cui lui
credeva fosse stato salvato, quando ricevette un invito
dal re di un paese vicino.
Fu con grande sorpresa e gioia che riconobbe nella
figlia del re la sua salvatrice!
Anche la giovane principessa si era innamorata dello
sconosciuto della spiaggia e il loro ritrovarsi fu
meraviglioso.
Fu subito stabilito il matrimonio, che si celebrò dopo
qualche giorno con grande sfarzo.
Il ballo degli sposi si svolse su una nave riccamente
decorata e illuminata.
La piccola sirena si sforzò molto per essere gaia e
gentile. Le sue gambe la sostenevano a malapena, ma lei
danzò tutta la notte, la sua ultima notte... il principe
aveva sposato un'altra e la piccola sirena doveva
ritornare nel mare dove sarebbe affogata, essendo ormai
una ragazza terrena.
Ciò a lei non importava; come poteva vivere senza amore?
Sulla spiaggia, prima di entrare tra i flutti che
sarebbero diventati la sua bara, intravide le sue
sorelle:
- Vieni, - le gridarono, - abbiamo venduto le nostre
lunghe chiome alla strega in cambio della tua vita. Ma
ad un'altra condizione: prima dello spuntare del sole,
il sangue del principe dovrà bagnare le tue gambe che si
ritrasformeranno in una coda di pesce... sbrigati, stai
morendo... - arrivavano queste parole dal mare...
Spaventata... uccidere colui che amava ancora!
I brividi la percorsero… la morte cominciava la sua
opera.
Poi il suo corpo divenne leggero, aereo, e la sirenetta
si ritrovò nel regno dell'aria dove le figlie del vento,
per compassione l'avevano portata.
Ormai, la piccola sirena infelice vivrà nel cielo
eternamente perché lassù la morte non esiste.
Dall'immensità dei cieli, veglierà e proteggerà la
giovane coppia principesca, testimone della felicità che
non aveva potuto avere.
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Scarpette Rosse
C'era una volta una
povera orfana che non aveva scarpe.
La bimba conservava tutti gli stracci che riusciva a
trovare finchè un bel giorno riuscì a confezionarsi un
paio di scarpette rosse. Erano rozze, ma le piacevano.
La facevano sentire ricca nonostante trascorresse, fino
a sera inoltrata, le sue giornate a cercare cibo nei
boschi.
Un giorno, mentre percorreva faticosamente una strada,
vestita dei suoi stracci e con le scarpette rosse ai
piedi, una carrozza dorata le si fermò accanto.
La vecchia signora che la occupava le disse che
l'avrebbe portata a casa con sé e l'avrebbe trattata
come una sua figlioletta.
Così andarono nella dimora della vecchia signora ricca,
e là furono lavati e pettinati i capelli della bambina.
Le furono dati biancheria fine, un bell'abito di lana e
calze bianche e lucide scarpe nere.
Quando la bambina chiese dei suoi vecchi abiti, e in
particolare delle scarpette rosse, la vecchia le rispose
che, sudici e ridicoli com'erano, li aveva gettati nel
fuoco.
La bimba era molto triste perché quelle umili scarpette
rosse che aveva fatto con le proprie mani le avevano
dato la più grande felicità. Ora era costretta a stare
sempre ferma e tranquilla, a parlare senza saltellare e
soltanto se interrogata.
Un fuoco segreto le si accese nel cuore e continuò a
desiderare più di ogni altra cosa le sue vecchie
scarpette rosse.
Poiché la bambina era abbastanza grande da ricevere la
cresima, la vecchia signora la portò da un vecchio
calzolaio zoppo, per acquistare una paio di scarpe
speciali per l'occasione.
In vetrina facevano bella mostra di sé un paio di scarpe
rosse confezionate con la pelle più morbida che si possa
trovare.
La bimba, spinta dal suo cuore affamato, subito le
scelse.
La vecchia signora ci vedeva così male che non si
accorse del colore e glie le comprò. Il vecchio
calzolaio strizzò l'occhio alla piccola e le incartò le
scarpe.
Il giorno dopo, in chiesa, tutti rimasero sorpresi da
quelle scarpe rosse che brillavano come mele lustrate,
come cuori, come prugne ben lavate. Ma alla bimba
piacevano sempre di più.
In giornata la vecchia signora venne a sapere delle
scarpette rosse della sua pupilla.
"Non mettere mai più quelle scarpe" le ordinò
minacciosa.
Ma la domenica dopo la bambina non potè fare a meno di
mettersi le scarpette rosse, e poi si avviò alla chiesa
con la vecchia signora. Sulla porta della chiesa c'era
un vecchio soldato con il braccio al collo. S'inchinò,
chiese il permesso di spolverare le scarpe e toccò le
suole cantando una canzoncina che le fece venire il
solletico ai piedi.
"Ricordati di restare per il ballo" e le strizzò
l'occhio.
Anche questa volta tutti guardarono con sospetto le
scarpette rosse della bambina.
Ma a lei piacevano tanto quelle scarpe lucenti, rosse
come lamponi, come melagrane, che non riusciva a pensare
ad altro. Era tutta intenta a girare e rigirare i
piedini, tanto che si dimenticò di cantare.
Quando uscirono dalla chiesa, il vecchio soldato
esclamò:
"Che belle scarpette da ballo!".
A quelle parole la bambina prese a piroettare e non
riuscì più a fermarsi, tanto che parve avesse perduto
completamente il controllo di sé. Danzò una gavotta e
poi una csarda e poi un valzer, volteggiando attraverso
i campi.
Il cocchiere della vecchia signora si lanciò
all'inseguimento della bambina, la prese e la riportò
nella carrozza, ma i piedini che indossavano le
scarpette rosse continuavano a piroettare nell'aria.
Quando riuscirono a togliergliele, finalmente i piedi
della bambina si quietarono.
Di ritorno a casa, la vecchia signora lanciò le
scarpette rosse su uno scaffale altissimo e ordinò alla
bambina di non toccarle mai più. Ma lei non riusciva a
fare a meno di guardarle e desiderarle. Per lei erano
ancora la cosa più bella che si trovasse sulla faccia
della terra.
Poco tempo dopo, mentre la signora era malata, la
bambina strisciò nella stanza in cui si trovavano le
scarpette rosse. Le guardò, là in alto sullo scaffale,
le contemplò, e la contemplazione si trasformò in
potente desiderio, tanto che la bambina prese le scarpe
dallo scaffale e subito se le infilò, pensando che non
sarebbe accaduto nulla di male.
Ma non appena le ebbe ai piedi subito si sentì
sopraffatta dal desiderio di danzare.
Danzò uscendo dalla stanza, e poi lungo le scale, prima
una gavotta, poi un csarda e poi un valzer vertiginoso.
La bambina era in estasi, e si accorse di essere nei
guai solo quando volle girare a sinistra e le scarpe la
costrinsero a girare a destra, e volle danzare in tondo
e quelle la obbligarono a proseguire. E poi la portarono
giù per la strada, attraverso i campi melmosi e nella
foresta scura.
Appoggiato a un albero c'era il vecchio soldato dalla
barba rossiccia, con il braccio al collo.
"Oh che belle scarpette da ballo!" esclamò.
Terrorizzata, la bambina cercò di sfilarsi le scarpe, ma
più tirava e più quelle aderivano ai piedi.
E così danzò e danzò sulle più alte colline e attraverso
le valli, sotto la pioggia e sotto la neve e sotto la
luce abbagliante del sole. Danzò nelle notti più nere e
all'alba, danzò fino al tramonto. Ma era terribile: per
lei non esisteva riposo. Danzò in un cimitero e là uno
spirito pronunciò queste parole:
"Danzerai con le tue scarpette rosse fino a che non
diventerai come un fantasma, uno spettro, finchè la
pelle non penderà sulle ossa, finchè di te non
resteranno che visceri danzanti. Danzerai di porta in
porta per tutti i villaggi, e busserai tre volte a ogni
porta, e quando la gente ti vedrà, temerà per la sua
vita".
La bambina chiese pietà, ma prima che potesse insistere
le scarpette rosse la trascinarono via.
Danzò sui rovi, attraverso le correnti, sulle siepi, e
danzando danzando arrivò a casa, e c'erano persone in
lutto. La vecchia signora era morta.
Ma lei continuava a danzare.
Entrò danzando nella foresta dove viveva il boia della
città. E la mannaia appesa al muro prese a tremare
sentendola avvicinare.
"Per favore" pregò il boia mentre danzava sulla sua
porta, "Per favore mi tagli le scarpe per liberarmi da
questo tremendo fato".
E con la mannaia il boia tagliò le cinghie delle
scarpette rosse. Ma queste le restavano ai piedi.
E lei lo pregò di tagliarle i piedi, perché così la sua
vita non valeva nulla. Il boia allora le tagliò i piedi.
E le scarpette rosse con i piedi continuarono a danzare
attraverso la foresta e sulla collina e oltre, fino a
sparire alla vista.
E ora la bambina era una povera storpia, e doveva farsi
strada nel mondo andando a servizio da estranei, e mai
più desiderò delle scarpette rosse.
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La Regina delle Nevi
C'era una volta uno
stregone maligno, che aveva inventato uno specchio dai
poteri diabolici: i paesaggi più belli diventano luoghi
spaventosi, le persone più belle diventavano brutte.
Non solo: chi si specchiava diventava cattivo e perfido.
Gerda e Hans, due allegri scolari, erano vicini di casa
e grandi amici. I loro terrazzini confinavano e così i
due ragazzi si vedevano ad ogni ora del giorno.
Una domenica, Hans, mentre stava parlando con la piccola
amica, sentì un bruscolo entrargli in un occhio.
Cercò di liberarsene, ma non vi riuscì e rimase di
pessimo umore.
- Che hai Hans? - gli chiese Gerda. - Che ti succede?
- Proprio nulla che ti interessi - rispose sgarbatamente
il ragazzo e Gerda si meravigliò esi addolorò nel
sentirlo parlare così duramente.
Era successa una cosa orribile: Lo specchio diabolico
era andato in mille frantumi che il vento aveva portato
con sé.
Proprio uno di quei frantumi era entrato nell'occhio di
Hans e da qui era sceso nel suo cuore che era diventato
duro e freddo come la pietra.
Da allora il ragazzo non fu più lo stesso né a casa né a
scuola: diventò cattivo, scontroso, maleducato e
volgare.
L'inverno giunse presto quell'anno e tutto il paese era
ricoperto di neve.
Un mattino, mentre si recava a scuola con la sua slitta,
Hans vide affiancarsi alla sua, una slitta grande ed
elegante tirata da due candidi cavalli.
- Come mi piacerebbe farmi trascinare a scuola! - pensò.
Come per incanto la grande slitta diminuì l'andatura e
Hans riuscì ad attaccarvi la sua.
I cavalli ripresero allora a trottare a gran velocità:
era divertente correre così di carriera. Ma ad una
tratto la slitta lasciò la città e corse velocissima per
le vie della campagna.
- Lasciatemi, lasciatemi! - gridò allora piangendo Hans
ma non fu ascoltato.
A sera la slitta si arrestò, ne scese una bellissima
signora, tutta bianca. Egli la riconobbe: era la Regina
delle Nevi.
La signora lo baciò sulla fronte ed egli cadde
addormentato con un gran gelo in cuore.
La dama bianca lo trasportò sulla sua carrozza e partì
per il suo regno.
Quando Gerda, dopo molti giorni, si rese conto che Hans
non sarebbe ritornato, decise di andare alla sua
ricerca.
Se ne partì di nascosto da casa e camminò a lungo finché
giunse ad un fiume.
Qui vide una barchetta: vi balzò sopra.
Si lasciò trascinare dalla corrente per chilometri e
chilometri, quando fu stremata dalla fame e dalla
stanchezza Gerda vide sulla riva del fiume una casetta,
vi si fermò chiedendo ospitalità per una notte.
Fu accolta dalla gentile vecchietta che vi abitava.
L'anziana signora era una maga che da anni viveva sola,
la compagnia di Gerda le piaceva e per impedirle di
andarsene usò su di lei un pettine fatato che faceva
perdere la memoria.
Ogni mattina appena alzata la pettinava e Gerda perdeva
il ricordo del suo viaggio e del perché si trovasse lì.
Passarono gli anni.
Un giorno la vecchietta si dimenticò di ripetere il suo
rito e la bambina riprendendo coscienza di sè, fuggì di
nascosto.
Dopo aver corso e camminato tanto, stanca si fermò a
riposare ai piedi di un albero.
Era disperata e mentre rifletteva su cosa avrebbe potuto
fare per trovare il suo amico, sentì sopra la sua testa
due corvi parlare tra loro di un certo Hans, venuto da
lontano e di umili origini che stava per sposare la
principessa del luogo.
Gerda corse a palazzo, vi si intrufolò di nascosto, ma
arrivata nella stanza reale conobbe i futuri sposi e si
rese conto che il ragazzo di cui aveva sentito parlare
dai corvi non era il suo Hans.
I due ragazzi impietositi dalla storia della bambina,
decisero di aiutarla e le regalarono una carrozza e dei
cavalli.
Gerda riprese il suo viaggio, purtroppo le brutte
sorprese non erano finite: passando di notte in un
bosco, fu aggredita da un gruppo di zingari, non aveva
soldi con sé e il capo di questi disse di ucciderla.
Sua figlia, però, non volle :
- Tu non la ucciderai, la voglio per me!. -
Così la povera Gerda divenne la schiava della piccola
zingarella.
La piccola zingara a poco a poco cominciò a volerle bene
e volle sapere la sua storia.
- Tu vuoi ritrovare Hans? Ti aiuterò! Piccioni, piccioni
miei, venite! - gridò.
Ed ecco uno stormo di piccioni giungere accanto a lei.
- Avete visto un bimbo con paltoncino azzurro che si
chiama Hans?
- L'ha rapito la Regina delle Nevi.
- E come potrò giungere fino a lui? - Pianse Gerda
disperata.
La sua piccola amica la prese per mano, l'accompagnò
vicino ad una grossa renna e disse alla bestia:
- Accompagna Gerda dalla Regina delle Nevi e poi sarai
libera!
Gerda abbracciò l'amica salì sulla groppa della renna
che partì velocemente verso il paese dei ghiacci.
Dopo aver galoppato a lungo attraverso una terra
desolata e gelida, la renna si fermò:
- Guarda, là c'è il palazzo della Regina delle Nevi. Va'
ora, ti aspetterò per riportarti indietro. -
Non appena Gerda fu scesa dalla groppa della renna fu
assalita da una miriade di fiocchi di neve che volevano
impedirle di avanzare.
A stento riuscì a giungere al castello.
Nel palazzo il freddo era tale che la bimba non poteva
quasi muoversi.
Vide ad un tratto, in una delle immense sale, Hans
seduto sopra un piccolo trono.
- Hans! - gridò - Sono io Gerda!
Hans si svegliò, riconobbe Gerda e la abbracciò. Ma in
quel mentre arrivò la regina delle nevi, che voleva
rimpossessarsi di Hans. Ma Gerda le disse:
- Tu sei una creatura del ghiaccio, Hans non ti
appartiene, lui è una creatura dei fiori, degli animali,
della vita! -
La regina delle nevi vide il suo potere svanire...
Le sue lacrime scesero nel cuore di pietra dell'amico e
sciolsero il frammento dello specchio diabolico.
Hans la prese per mano:
- Fuggiamo! - disse.
Giunsero trafelati accanto alla renna, le salirono in
groppa e, con le mani unite, felici, ripresero la via
del ritorno.
- Oh, cara Gerda, se non ci fossi stata tu, che ne
sarebbe stato di me? Mi hai ridato la vita!
La vecchina fatata donò dei fiori. Infine giunsero nella
città, dove ritrovarono le loro famiglie, i loro amici,
i loro animali e i loro fiori.
Ma ormai non erano più dei bambini: erano grandi.
Ora non erano più solo amici: si sposarono poco tempo
dopo e vissero felici e contenti, ricordando sempre gli
amici che li avevano aiutati durante la loro grande
avventura.
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