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Gioia

Meraviglia
Un novilunio davvero speciale

 

 

 

 

 

  Meraviglia

Una mattina di giugno,tiepida e calma,dal cielo scese una goccia di rugiada e si posò su un fiore di lavanda appena sbocciato.
Così nacque Meraviglia.
Meraviglia era una fatina incantevole. Il suo aspetto era bello quanto la sua anima.
Il tempo passava e Meraviglia camminava con passo soave e veloce verso la perfezione.
Con il calore e la bellezza che emanava rendeva più felice ogni creatura si avvicinasse a lei.
Nessuno andava via da lei senza essersi prima dissetato di pace e di serenità. I fiori si aprivano al suo passaggio e la sua presenza era per loro come la rugiada fresca del mattino, come un alito di brezza al crepuscolo, dopo un pomeriggio afoso e assolato.

In una landa squallida ed incolta, al di là dei boschi e dei campi di lavanda, viveva Arcigna, una fata cattiva dall'aspetto ripugnante che abitava nel profondo di una caverna umida e buia, circondata da rospi e serpenti.
Arcigna trascorreva la sua perfida esistenza alla ricerca di qualche maleficio da compiere, sempre alle prese con calderoni fumanti e maleodoranti, che ribollivano di veleni e cattiverie. L'animo di Arcigna era avvelenato quanto le sue pozioni, lacerato dall'invidia e dal rancore verso tutto e tutti.
Arcigna odiava Meraviglia con tutte le sue forze e un brutto giorno scagliò contro la fatina un terribile incantesimo.
La bella fatina, in un battibaleno, si trovò completamente cambiata. Fu come se in un solo istante fossero trascorsi cento anni.
La sua pelle diventò avvizzita e coperta di rughe. I denti diventarono pochi e malandati.
Le mani erano tremanti e nodose e la folta chioma ondulata color dell'oro era scomparsa per lasciare posto a radi e opachi capelli grigi. La voce divenne rauca e sgradevole, gli occhi appannati e quasi ciechi.
Non era più una fatina, ma una povera vecchia debole e senza nessuno al mondo.
Per effetto dell'incantesimo, infatti, nessuno più, nel bosco e nella prateria, avrebbe mai potuto riconoscerla.
Anche il suo nome cambiò e Meraviglia divenne Desolata.

Desolata dunque si trovò costretta a lasciare la sua terra. Ormai non poteva più dormire sotto i petali dei fiori, lavarsi con la rugiada e nutrirsi di polline.
Andò quindi ad abitare in una povera casetta, alla periferia di un paesino che si affacciava sulle sponde di un piccolo lago tranquillo.
Ormai nulla le era rimasto di ciò che era ed aveva prima, se non un lieve profumo di lavanda e laggiù, in fondo al fondo degli occhi, quella luce che proviene solo dalla bontà del cuore.
Ma troppo spesso le persone non guardano così in profondità, così Desolata era sempre sola.
Nessuno cercava la compagnia di quella vecchia sconosciuta dall'aspetto sgradevole.
Nessuno sapeva da dove provenisse e forse più di uno aveva pensato che fosse una strega e che quindi sarebbe stato molto meglio starne alla larga.

Fu sulle sponde del lago che Desolata trovò la sua consolazione.
Ogni mattina, avvolta nel suo scialle sdrucito, si sedeva su di una panchina e qui distribuiva briciole ed affetto agli uccellini che accorrevano numerosi, saltellando e cinguettando felici e riconoscenti.
Ogni giorno, con qualsiasi tempo, si recava dai suoi uccellini.
In estate, quando il sole era subito alto e caldo e rubava ancora acqua e sudore alla pelle di Desolata, già assetata da quella anomala vecchiaia.
D' inverno, quando i suoi piedi gelavano, le mani diventavano rosse e insensibili mentre piccoli fiocchi di neve ghiacciata le torturavano le guance.
E nella dolcezza della primavera, e nella struggente malinconia dell'autunno, quando i profumi ed i colori facevano impazzire i suoi ricordi e la sua fantasia...
Passerotti, fringuelli, cinciallegre, pettirossi e altri ancora la aspettavano impazienti e quando Desolata arrivava la accoglievano zampettando allegri, con cinguetii, gorgheggi e canti melodiosi.
Erano i suoi soli amici e lei li amava profondamente.

Un giorno di fine inverno Desolata non venne alla panchina, in riva al lago.
Gli uccellini si preoccuparono molto e decisero di andare a cercarla. Forse aveva bisogno del loro aiuto. Andarono e la trovarono nella sua umile casetta.
Era distesa sul letto, pallida e immobile.
Mille volte la chiamarono. Cantarono per lei i loro motivi più belli.
Ma Desolata non rispondeva. Era lì inerte, nel gelo del suo tempo che si era fermato.
Era lì, con il sacchetto delle briciole ancora tra le mani.
Tutti i passerotti, le cinciallegre, i pettirossi e gli altri corsero allora a prendere tanti rametti quanti ne poterono raccogliere.
Fecero una rete e vi adagiarono sopra il corpo di Desolata che si faceva via via più leggero, più etereo, più piccolo...più giovane.
Non fu necessaria una grande rete. Facilmente gli uccellini la sollevarono con delicatezza e la portarono in cielo, su di una nuvola.

E, Meraviglia! Da quella nuvola un fiocco di neve cadde sulla terra e si posò sul primo bucaneve nato proprio quella mattina di fine inverno.

Nella casetta accanto al lago, dopo alcuni giorni, le guardie che aprirono la porta trovarono i poveri abiti di Desolata piegati con cura in fondo al letto rifatto.
Tutto era ordinato, silenzioso, soave.
Un lieve profumo di lavanda e bucaneve riempiva l'aria di tenerezza.

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Un novilunio davvero speciale


             Rudi era un marmottino molto timido. Non era più un cucciolo ma non era neppure adulto.
           Il suo pelo era morbido e folto,la sua pancia bella cicciotta, gli occhi curiosi ed intelligenti.
           Ma aveva un problema. Non sapeva fischiare. Tutte le marmottine della sua età lo facevano già da un bel pezzo e persino i piccoli della cucciolata successiva alla sua cominciavano ad emettere i primi buffi fischi.
           Ma per Rudi non c'era niente da fare. Provava e riprovava, ma tutto ciò che riusciva a fare era una serie di poco raffinate sputacchiate; inoltre sputacchiava anche quando parlava, soprattutto se era un po' emozionato. Per sopperire a queste mancanze aveva però imparato un'altra cosa che a lui sembrava meravigliosa.
           Rudi sapeva tamburellare.
           Con le zampette batteva ora sui sassi, ora sulle foglie secche, ora sul terreno e talvolta anche nell'acqua, creando suoni sempre nuovi e curiosi che lo riempivano di felicità.
           Ma le altre marmotte non capivano il suo talento e i suoi coetanei lo prendevano in giro, dicendogli che tamburellando così assomigliava ad un coniglietto.
           Rudi in quelle occasioni avvampava di vergogna e di rabbia e se ne andava nel suo buco, sulla montagna. Era una piccolissima caverna di roccia calcarea e muschio che si affacciava sulla piana sottostante.
           Il paesino che c'era laggiù era umile e silenzioso ed emergeva come un presepe dalla pianura verdeggiante .
           Un torrente attraversava la piccola conca e , più a valle, si buttava impavido giù per un' altissima cascata dalle pietre chiare e levigate.
           Rudi adorava la sua cavernetta. Da lì poteva riempire i suoi occhi e il suo cuore di quel posto che gli faceva pensare al Paradiso.
          Lassù poteva tamburellare indisturbato per ore, lasciandosi andare al ritmo che lui stesso creava. Qualche volta, approfittando della solitudine, provava anche a fischiare, ma come al solito riusciva soltanto a sputacchiare su un formicaio sottostante da cui le formiche fuggivano, borbottando un po' rassegnate.


           Un giorno Rudi era là in cima. Il silenzio era rotto solo da un leggero tamburellare sul muschio.
           Il marmottino osservava il paesaggio; ogni cosa era rivestita da una sottile foschia luminosa ed aveva un aspetto decisamente suggestivo.
           Era assorto, rapito dalla magia di quel momento quando improvvisamente un rumore di grosse ali arrivò accanto a lui.
           Era Isadora. L' Aquila Reale, indiscussa imperatrice di quei monti e
           terribile minaccia per le piccole creature che vi abitavano.
           Rudi si fece indietro più che poté, addossandosi al fondo del buco.
           Certo non poteva dire che la sua fosse un' esistenza felice ma comunque non aveva la minima intenzione di diventare " cibo per aquile" , almeno per quel giorno.
           " Non ti mangerò. Il tuo pelo è troppo folto e mi resterebbe sullo stomaco. E poi ho un compito importante da affidarti."
           Così Isadora parlò a Rudi. Il marmottino era veramente terrorizzato e non osava sporgere dal buco nemmeno un' unghia.
           Provò a ragionare, cercando un barlume di lucidità in quel momento di panico assoluto.
           Com' era possibile che Isadora, l' aquila reale in persona, la regina delle vette venisse fino a lui, lì nel suo buco, per affidargli addirittura un compito importante?
           Isadora, dall' alto della sua regalità, continuò: "L' ho letto nelle stelle e i sassi del torrente me lo hanno rivelato. Sarai tu a restituire al mondo le stelle alpine che, come saprai, sono scomparse."
           Le stelle alpine? Scomparse? ...Era vero! Da quanto tempo Rudi non ne aveva più viste! Dov' erano finite? Che fine avevano fatto? E come aveva fatto lui a non accorgersene ? Fino a pochi mesi prima la valle ne era piena...
           "Quasi nessuno se n' è accorto" disse Isadora rispondendo ai pensieri di Rudi. " Fa parte del maleficio."
           " Maleficio? Quale maleficio? "
           Finalmente, dal fondo del buco, il marmottino aveva trovato il coraggio di parlare, sputacchiando e balbettando come faceva quando era agitato.
           " A nessuno è dato di saperlo con esattezza" continuò l' aquila " ma ultimamente molte cose stanno cambiando. Gli uomini stanno perdendo la capacità di osservare e di vedere con gli occhi dell' anima.
           Ogni cosa diventa ovvia e scontata. Il mondo è pieno di questa brutta magia, ma avevo sperato che questa valle ne rimanesse immune, invece...Hai visto? Le stelle alpine sono scomparse, inghiottite dal nulla e quasi nessuno se n'è accorto. Ma tu ridarai ai monti le stelle alpine ed allora gli uomini e gli animali impareranno a guardare le cose del mondo e della vita con gli occhi dei bambini o dei cuccioli."
           " Io...COSA?!"
           Rudi era esterrefatto. Forse stava sognando. Ma Isadora finse di non far caso allo stupore del marmottino.
           " Ho letto nelle radici amare e nelle bacche d' alta quota che tocca a te  salvarci da questo maleficio. Al Ponte della Valle c' è una vecchia libraia. Si chiama Adele. Vai da lei. Lei ti capirà e ti aiuterà.
           Ma fa' presto perché hai tempo solo fino al sorgere della luna nuova."
            Ed Isadora se ne andò, lasciando Rudi nel silenzio e nell' ansia.
           " Ma guarda un po' cosa  doveva capitare a un marmottino che non sa neppure fischiare...Ma chi me lo fa fare? E poi perché proprio io?
           Oh, Isadora si sarà sbagliata. Le pietre d' alta quota o le bacche del fiume o chi cavolo era...beh, chiunque sia stato ha sicuramente sbagliato individuo. No no no...io certo non posso essere. Non so neppure dov' è il Ponte della Valle e..."
           In quel preciso istante un corvo nero vecchio e un po' malandato si posò su una pietra davanti a Rudi.
           Gracchiò: " Isadora mi ha detto che sei pronto per andare al Ponte della Valle. Ti accompagnerò io per un tratto di strada, poi ti indicherò la via da seguire. Io ci sono stato una quarantina di anni fa e la strada me la ricordo proprio...beh, abbastanza  bene. Sì, insomma, credo che potrei anche farcela. Dai, andiamo il tempo stringe."
           "Ma non è vero! Io non sono per niente pronto e inoltre..."
           "Ehi, ragazzino, ma quanto sputi quando parli! Comunque non si discute. Se Isadora dice che sei pronto significa che lo sei e se per caso non lo fossi ti preparerai cammin facendo."
           Ferito nell' orgoglio per il fatto dello sputacchiare Rudi non osò più replicare e non trovò di meglio da fare che mettersi a seguire quel corvo bisbetico.


           Il ponte della Valle era piuttosto lontano.
           Bisognava andare fino ai piedi della cascata e da lì scendere ancora e ancora. La strada era impervia e tortuosa . Il sentiero si biforcava continuamente ma fortunatamente il vecchio corvo sapeva dove dirigersi e Rudi lo seguiva, soprattutto perché  sembrava non ci fossero molte alternative. Dopo un lungo cammino il rumore del ruscello cambiò, facendosi più forte. Si stavano avvicinando alla cascata.
           Dopo un po' il rumore dell' acqua era  assordante e gli schizzi raggiungevano Rudi che avanzava confuso e frastornato dallo scrosciare dell' acqua e dei suoi pensieri.
           Quando arrivarono ai piedi della cascata era ormai il crepuscolo.
           " Il Ponte della Valle è ancora lontano" disse il corvo " ma da qui in poi la strada non ha più nessun bivio e ti porterà dritto alla tua destinazione. Riposa qui stanotte, lèvati all' alba e riparti subito.
           Io ho concluso il mio compito e me ne torno dalla mia vecchia. La conosco bene, sarà già in pensiero. E poi tutta quest' acqua mi fa venire i reumatismi e questo frastuono mi fa tremare persino le budella. Buona fortuna, ragazzino!"
           Se ne andò senza nemmeno aspettare che il marmottino rispondesse e Rudi rimase lì come un salame.


           Ormai era buio e Rudi era lì, tutto solo, lontano da casa, dalla sua famiglia. Era lì e non sapeva neanche tanto bene perché.
           Tutta questa fatica per un po' di stelle alpine? Beh, rimanevano tantissime altre specie di fiori ancora più belli di quelle stelle alpine pelose e scolorite. Però Isadora aveva parlato di una specie di incantesimo che rendeva ciechi, non gli occhi ma i cuori delle creature. Chissà come faceva a saperlo...chissà se era poi tutto vero...
           Si era lasciato coinvolgere suo malgrado in una storia assurda e il peggio era che avrebbe anche dovuto affrontare dei pericoli!


           Rudi si raggomitolò sotto un sasso, un po' lontano dalla cascata, dove il rumore non era troppo forte.
           Annusò l'aria. Lì c'era un profumo diverso da quello dell' alpeggio. Più leggero e sottile, meno crudo e penetrante di quello a cui era abituato.
           Anche il clima era più dolce ma le stelle parevano ugualmente vicine.
           Tremavano nell'aria tersa e sembravano luccichini che stavano per staccarsi dalla volta celeste.
           Solo ora cominciava a rilassarsi un po' ma aveva tanta voglia della sua mamma!
           Cercò di scacciare la nostalgia e si mise a tamburellare meditando sul da farsi, ma presto si sentì risucchiare e cadde in un sonno profondo.


           All' alba Rudi si svegliò e già aveva la bocca spalancata per la meraviglia. Non aveva mai visto tanti alberi e soprattutto non aveva mai udito dei canti così vari ed armoniosi come quelli che centinaia di uccellini intonavano nel bosco.
           Per il marmottino era una melodia sublime quell' insieme di vocette allegre che fischiavano, cinguettavano e pigolavano. Rudi sentì la loro gioia entrare dentro di lui insieme con il respiro e si sentì subito molto bene. Poi si alzò, si stiracchiò e cercò la strada.
           Era di terra e sassi, con al centro una striscia di erba e si stendeva serpeggiando pigramente verso valle.
           Si avviò cautamente, dopo aver mangiato qualche ghianda . Camminò molto a lungo, poi  cominciò ad avere fame e sete e sonno.
           Non aveva incontrato anima viva durante il cammino, anche se non gli era mai mancata la compagnia degli uccellini.
           Rudi si fermò accaldato all' ombra di un albero e notò che non c' erano più soltanto pini ed abeti, ma molte qualità di alberi tra cui alcuni con le foglie fatte a cuore, tremule e sottili, di un bel verde brillante.
           Che stranezza! E avevano addirittura la corteccia bianca!
           In un primo momento Rudi aveva pensato che qualcuno li avesse pitturati.
           Ma faceva troppo caldo e il suo folto pellicciotto era davvero troppo pesante. Inoltre era proprio affamato.
           Fu in quel momento che scorse poco lontano qualcosa che lo incuriosì.
           Un uomo sembrava stesse litigando con un albero. Lo aveva afferrato con le mani per il tronco e lo scuoteva violentemente.
           Per tutta risposta dopo un attimo l' albero cercò a sua volta di colpirlo,
           lanciandogli addosso una gran quantità di palline rosse.
           Eppure...no, non poteva essere una lite, perché l' uomo, sebbene non fosse stato colpito dai proiettili scarlatti ora si stava inchinando  all' albero e umilmente, con il capo abbassato raccoglieva i frutti che l' albero gli aveva donato. Ne riempì un cestino poi si alzò e levò gli occhi ai rami. Altri frutti si vedevano tra le foglie e l' uomo li salutò con un sorriso, sollevando per un attimo il cappello che aveva in testa.
           " Diamine, che strano rito" commentò Rudi  " Non sapevo che uomini ed alberi comunicassero. Mi sembra di buon auspicio...Ma chissà che cosa ha donato l' albero all' uomo?"
           Si avvicinò e vide che a terra era rimasto qualche frutto. Un uccellino ne aveva già uno nel becco e timidamente si giustificò con Rudi:
          " E' per il mio ultimo nato. Sai va pazzo per le ciliege..."  e volò via.
           Ciliege? Così le chiamavano?
           Rudi ne assaggiò una e pensò che non poteva esistere nulla di più buono al mondo. Cercò quelle cadute tra l' erba e nascoste tra le foglie e ne fece una scorpacciata.
           Fu allora che sollevò gli occhi e si accorse che poco più in là, oltre la siepe che stava vicino al ciliegio, c' era un ponte. E al di là del ponte un villaggio.
           " Il Ponte delle Valle!" esultò Rudi sputacchiando. Non ci poteva credere! Ci era arrivato davvero!
           "Oh, quando lo sapranno Ugo, Gregorio e gli altri! Per non parlare di quella pettegola della Betta! La finiranno, allora, di prendermi in giro!"
           Rudi non stava più nella pelle e per un po' gli parve persino di dimenticare tutte le difficoltà e i dubbi.
           Si mise a saltare e a ballare goffamente, zampettando felice.
           Una famigliola di tartarughe si meravigliò di tutta quella esultanza e rimase lì ad osservare quella creatura mai vista, vestita troppo pesante,
           con due bei dentoni sporgenti e le orecchie quasi invisibili che danzava, reggendosi con destrezza sulle zampe posteriori           
           Rudi scorse le tartarughe e si stupì...del loro sguardo stupito. Ma si erano mai viste, loro? Avevano la schiena fatta di sasso e una pelle così rinsecchita che sembravano creature millenarie.
           Tanto per creare un diversivo, Rudi tamburellò sui gusci di tutte e quattro le tartarughe, notando come il suono variasse meravigliosamente da un guscio all' altro.
           Le povere tartarughe erano atterrite e rimasero lì, con il capino quasi del tutto rientrato ma con gli occhietti bene aperti per non perdersi neppure un attimo di questa avventura da raccontare ai nipotini.
           Il marmottino se ne andò giocondo e lasciò le tartarughe che, a bocca aperta e occhi spalancati, non gli staccarono gli occhi di dosso, finché non scomparve alla loro vista.
           Dopo un poco Rudi si calmò.
           Dopo un altro po' gli venne il panico. E adesso? Come avrebbe fatto a trovare la signora Adele, la vecchia libraia?


           Il paese sembrava in gran parte disabitato, ma forse non lo era. Aveva le casette fatte di pietra, con i tetti di ardesia. Alcune finestre erano sgangherate, altre deliziosamente ordinate e con dei bei vasi di vivaci fiori rossi che pendevano allegramente dai davanzali.
           Qualche capretta stava nei recinti, qualche gatto si trastullava pigro al sole. Rudi si aggirò per un pochino in perlustrazione, finché vide una cosa che lo interessò. Una anziana signora stava parlando da sola.
           Era seduta su una bassa sedia impagliata, posta accanto alla soglia di casa. Aveva i capelli color della luna raccolti in una lunga treccia che le incorniciava il volto. Il viso sarebbe stato insignificante, né bello né brutto, né umile né austero, se non fosse stato per quegli occhi che risaltavano su tutto il resto.
           Erano occhi di bambina che però sapeva ogni cosa, era consapevole di tutto. Pieni di stupore e di conoscenza, di ingenuità e di saggezza,
           di altezze e di profondità.
           La donna stava parlando, rivolgendosi a un cespuglio lì vicino (o almeno così era parso a Rudi) e raccontava storie del passato e del futuro.
           Aveva in mano una tazza di latte e ogni tanto ne beveva un sorso.
           La sua espressione era ore sognante, ora preoccupata, ora gioiosa, ora perspicace.
           Rudi non aveva mai osservato tanto a lungo un essere umano, ma ritenne che quella persona dovesse, in qualche modo, essere speciale.
           " Certo che però è un po' matta, se parla con un cespuglio"  pensò il marmottino. Poi cercò di avvicinarsi pian pianino ma, goffo com' era,
           inciampò in un legnetto, producendo un lieve rumore.
           La donna si voltò e lo vide. Lui si sentì pietrificare. Intanto dal cespuglio un riccio sgattaiolò via.
           " Parlare con un riccio è sempre meglio che parlare con un cespuglio."
           pensò Rudi, ma continuava a non poter fare altro che restare immobile,  come se fosse stato pizzicato mentre faceva qualche cosa di proibitissimo.
           " Oh, eccoti qui. Cominciavo ad impensierirmi. Vieni avanti, fatti un po' vedere!"
           Rudi non capiva perché si sentiva così. Aveva l' impressione di essere completamente imbecille.
           " Forza, non vorrai mica restare lì per l' eternità? Non devi avere paura, non ti mangio mica. Non mangio nessun animale, figuriamoci un marmottino come te!"
           Rudi si avvicinò piano, rigido come un burattino, con il cuore in gola e le zampette tremanti. Quando fu a qualche passo da lei, la donna si chinò per vederlo meglio.
           Gli occhi di lei entrarono nei suoi e gli percorsero tutta l' anima.
           Rudi si sentì come se fosse stato nudo ed indifeso come un neonato.
           Quando lo sguardo della donna gli entrò nel cuore, sentì caldo e felicità ma anche timore e un tremore quasi insopportabile.
           Poi lei gli sorrise e lui si sentì come un matto dopo un elettroshock.
           Le tensioni si allentarono e lui avvertì una grande spossatezza e il bisogno di sedersi. Così fece e quando si fu ripigliato un po' la donna disse:" E' me che stai cercando. E così tu saresti quello che dovrebbe ridare ai monti le stelle alpine perdute? Oh, Gesù, certo che ti immaginavo un po' diverso; un po' più spavaldo, se non altro. Insomma, non hai ancora aperto bocca! E' vero che ti chiami Rodolfo?"
           Il marmottino non sopportava quel nome e si sentì punto sul vivo.
           " No, signora non mi chiamo così...Cioè sì...beh, insomma...Tutti mi chiamano Rudi, ecco."
           Mentre parlava Rudi si chiedeva come avrebbe fatto un essere umano a comprendere la lingua delle marmotte.
           Figuratevi il suo stupore quando Adele mostrò di capire alla perfezione ciò che lui stava dicendo.
           A poco a poco il disagio si stemperò e Rudi apparve leggermente meno tonto.
           Adele gli faceva molte domande e cercava di metterlo a proprio agio.
           Gli offrì dei biscotti di sesamo e una fetta di strudel di mele e poi lo condusse in casa. L' abitazione di Adele era povera e ordinata. C'era un leggero profumo di chiodi di garofano e mele.
           L' ambiente era semplice, l' arredamento essenziale. Eppure qualcosa di alto e nobile riempiva l' atmosfera. Che stranezza.
           "Vieni, piccolo Rudi" disse Adele " Qui c' è qualcosa per te."
           Entrarono in una stanzetta piccola e luminosa. Era piena di libri; i libri invenduti che erano rimasti ad Adele quando aveva chiuso la libreria e che la donna non aveva mai voluto eliminare.
           C' erano libri ovunque, di ogni genere e dimensione. Una sola cosa avevano in comune: erano tutti molto vecchi.
           C' erano libriccini di poesie, vecchi tomi di filosofia, libri di preghiere scritti in latino, greco e altre lingue sconosciute; c' erano volumi di storia e di medicina, romanzi e saggi, antichi atlanti di geografia e tanti, tanti, tantissimi libri di fiabe.
           " Ti piacciono? Sono la mia memoria e al tempo stesso i miei sogni.
           Non so quale, ma uno di loro ti aiuterà, anzi sarà indispensabile alla riuscita della tua impresa. Ti lascerò solo così potrai lavorare meglio."
           "Dovrei trovare un libro assolutamente sconosciuto in mezzo a tutti questi volumi? Ma...se non so neppure cosa cercare! Come farò a trovarlo?"
           " Forse" aggiunse Adele " ti troverà lui." E se ne andò nell' altra stanza.


           Quando si fece sera, dalla cucina cominciò ad arrivare un buon odore di stufa e di zuppa di legumi.
           Rudi era sempre lì come un allocco e pensava di dover leggere tutti quei libri per  concludere qualcosa. Ne prese alcuni e cominciò a dargli un' occhiata. Ma non sapeva proprio da dove cominciare.
           Iniziò dai libri con i titoli sembravano più inerenti alla situazione.
           " I fiori d' alta montagna" , " Le stelle alpine" , " La speranza delle stelle " e così via, ma non trovava nulla che facesse al caso suo.


           Diversi giorni Rudi si fermò a casa di Adele a scartabellare tra la polvere e i vecchi libri. Tutto sembrava ad un punto morto.
           Se non altro, la vita con Adele era molto piacevole.
           Lei era dolce e premurosa, gli preparava deliziose crostate ai frutti di bosco, tenere insalatine cosparse di margherite e golose focaccine al rosmarino. Inoltre non lo aveva mai deriso per quel suo problema dello sputacchiare e quando, alla sera, lo accompagnava a letto, lo guardava in un modo che gli ricordava la sua mamma, che gli mancava proprio tanto.
           Trascorsero quattro giorni ed ogni sera la luna in cielo si assottigliava un po'. Non mancava molto, ormai, per la luna nuova, ma Rudi si trovava in una situazione di stallo.
           Finché...



           Un pomeriggio il marmottino era immerso nella lettura di un noiosissimo libro di chissà quale argomento, quando Adele gli portò una profumata tazza di caffè d' orzo. In quel mentre si sentì un leggero squittio. Dopo una frazione di secondo il gattone di Adele fece un balzo fulmineo e in men che non si dica un topetto penzolava dalla sua bocca a testa in giù, trattenuto per la coda dalle fauci del felino che in un istante si precipitò con la sua preda fuori dalla finestra, verso il giardino.
           Era successo tutto così in fretta che solo dopo il trambusto Rudi si accorse che la tazza era rovesciata e c' era caffè d' orzo un po' dappertutto.
           Un piccolo quaderno polveroso era stato colpito e completamente inzuppato dalla bevanda. Rudi lo prese per controllare il danno e guardò la grande macchia che si era formata sulla copertina. Era una strana macchia a forma di stella.
           Aprì il quaderno e subito una nebbiolina di rugiada invase la stanza, dove calò un silenzio ovattato. Poi la nebbia si diradò ed apparve sul pavimento di legno una specie di grande bocciolo. Poi il bocciolo rivelò la propria natura. Una figura chiusa su se stessa si aprì, si schiuse come si schiude un fiore e cominciò a stiracchiarsi.
           Era una fata. Aveva i capelli un po' arruffati e vestiva una tunichetta color fior di ciliegio.
           Aveva due occhi così grandi e scuri che sembravano contenere tutto il cielo della notte, e sprigionavano luce come di astri lontani.
           Le mani e i piedi erano piccoli e perfetti. La figura era minuta e delicata ma celava una grande forza fatta di attesa, speranza e pazienza, virtù che aveva coltivato standosene prigioniera in quel quaderno.
           Molti e molti anni prima un mago l' aveva relegata là dentro quando lei aveva rifiutato di diventare sua sposa.
           Il mago aveva decretato che nessun essere umano avrebbe mai potuto liberarla, non considerando il fatto che potesse essere proprio un marmottino a rompere l' incantesimo. Così rinacque Ester.
           Al suo risveglio un branco di cervi e cerbiatti accorse festoso alla finestra, gettando sulla fatina fiori e foglie. Gli uccellini cantavano allegre melodie e una gran quantità di farfalle entrò nella stanza che si colorò come un arcobaleno.
           Per alcuni minuti tutto fu una festa. Il micio di Adele per l' esultanza restituì persino la libertà al suo topino.
           Rudi, come succedeva sempre in occasioni simili, se ne stava lì a bocca aperta e Adele aveva una luce che le illuminava il volto.
           Ester cominciò a raccontare la sua storia e si può ben immaginare che Rudi non batté ciglio.
           Finché Ester gli diede un buffetto sulla testa e concluse: " E poi sei arrivato tu a liberarmi aprendo quel quaderno dimenticato da tutti."
           Rudi si sentì il naso arrossire e le sorrise. Non aveva parole; tanto meglio, perché se avesse parlato avrebbe sputacchiato a non finire.
           " Grazie Rudi. Mi hai ridato la libertà e te ne sono grata. Ma so che ci aspetta un incarico di vitale importanza. Dobbiamo cominciare subito.
           Il novilunio è vicino."                                                               
            " Ma io non so che cosa dobbiamo fare adesso" disse Rudi.
            " Sii sereno e non ti preoccupare. C' é un motivo perché dovrai essere proprio tu a far tornare le stelle alpine. Io so che tu sei molto abile a fare una certa cosa."
           Rudi si interrogò come se stesse pensando ad alta voce.
           "  Che cosa so fare io? Non so, tutti mi giudicano un po' tonto e forse non hanno tutti i torti. Non so fischiare, quando parlo sputacchio, sono perennemente divorato dalla timidezza e dall' insicurezza e non so stare fermo con le mani."
           Così dicendo si tamburellava sul pancino senza produrre alcun rumore.
           Ester esultò. "   Ed é un gran bene che tu non riesca a stare fermo con le mani, perché è proprio grazie al tuo tamburellare che riuscirai nel tuo intento."
           L' espressione di Rudi divenne ancora più ottusa.
           " Oh questa é bella" disse " E che c'entra il tamburellare con le stelle alpine?"
           " Lo vedrai" disse Ester in un sussurro." Andiamo."


           Era l' ora dolce del meriggio. Uscirono dal paese prendendo la strada che si dirigeva verso la cascata, quella che Rudi aveva percorso nel senso opposto qualche giorno prima.
           " Dove siamo diretti ?" domandò il marmottino e fu felice nel constatare che non aveva sputato poi tanto.
           " Stiamo andando da Lucio. E' un vecchio maestro di musica. Una volta dirigeva la banda musicale del paese e ha un ripostiglio pieno zeppo di strumenti in disuso. Lì troveremo un tamburo tutto speciale che ci aiuterà nell' impresa."
           " Ah..." fu il commento del marmottino.
           Non finiva mai di stupirsi. Chissà come sarebbe andata a finire questa storia.
           Arrivarono al campo degli alberi di ciliegio in cui Rudi aveva fatto quella memorabile scorpacciata e si diressero verso una casetta che si trovava nelle vicinanze. Là l' uomo che si era chinato ai piedi del ciliegio stava attingendo acqua da un pozzo. Quando vide arrivare la fata e il marmottino lasciò i secchi e andò loro incontro a grandi passi.
           " Oh santa pace! Ma quanto ci avete messo? E' passata quasi una settimana da quando quel marmottino si é sbafato quella quantità impressionante di ciliege! Ti avevo visto, sai?"
           Rudi si strinse nelle spalle.
           L' uomo continuò: " Ora non farete più in tempo! Non potrete fare in tempo! E pensare che ormai la soluzione era a portata di mano!"
           " Non è ancora detta l' ultima parola" disse Ester, ma forse non ci credeva neanche lei.
           Poi Lucio disse: " Sai, Ester, che io non posso toccare il tamburo, altrimenti perderà il suo potere. L' unico essere umano che ha potuto farlo é stato quel tipo...come si chiamava...beh, insomma, quell' esploratore che dall' Africa, dalla popolazione dei Dogon l' ha portato fin qui. E' da tanti anni che lo conservo. Lui me lo aveva detto che un giorno sarebbe servito per fare qualcosa di speciale e mi ha vietato di toccarlo. E' ancora là, in fondo al ripostiglio, dove lo aveva messo lui.
           Venite, presto! Dovete recuperarlo in fretta! La luna sorgerà stanotte."
           Entrarono nel ripostiglio. C'erano strumenti di ogni tipo  un po' dappertutto. Al centro troneggiava un pianoforte nero aperto,
           i cui tasti mancanti lo facevano assomigliare a una bocca sgangherata.
           Poi un' arpa con due o tre corde, un violino che, se non fosse stato per la polvere, sarebbe sembrato appena uscito dalla bottega del liutaio.
           E poi una ghironda, un paio di chitarre, qualche coperchio, una grancassa e...il tamburo.
           Enorme. Ricoperto di pelo e di polvere. Mai visto nulla di simile.
           " Sarà grande cinque o sei volte la mia tana" pensò Rudi.
           Facendosi largo tra strumenti e cianfrusaglie Rudi ed Ester riuscirono con difficoltà a trascinare fuori il tamburo. Era veramente molto grande. Salutarono in fretta Lucio che diede loro un cestino di ciliege e una corda per il cammino e si diressero verso la cascata.
           Lucio li guardò con apprensione.
           Ester e Rudi trascinavano il tamburo con fatica enorme e sembravano ancora più piccoli, accanto a quel cosone.
           L' uomo sospirò ed entrò nelle sua casetta.
           Rudi e la fata avanzavano lentamente ed il sole stava già per scomparire dietro le montagne.
           " Ester, come potremo farcela entro stanotte? La strada è troppo lunga e questo affare pesantissimo e gigantesco."
           " Ssst!" disse Ester " Guarda."
           All' ombra di un abete, poco avanti a loro, un cervo li osservava.
           Un grosso cervo, con imponenti corna ramificate. Era maestoso e calmo.
           Ester gli si avvicinò e per un lungo istante si guardarono negli occhi.
           Poi lui si abbassò sui ginocchi e Rudi ed Ester, presa la corda che Lucio aveva dato loro, sollevarono con grande sforzo il tamburo e lo fissarono in groppa al cervo. Poi montarono anche loro.
           Ester ogni tanto scendeva e trotterellava di fianco al muso dell' animale. I suoi piedini erano nudi e sembravano non toccare neppure il terreno.
           Con l' aiuto del cervo il viaggio fu molto più facile e veloce.
           Si sentivano audaci ed ottimisti, ma il loro coraggio fu messo ancora alla prova quando nubi nere e minacciose si abbassarono fin sulla valle.
           Il temporale fu violento e spaventoso. I tuoni e lo scrosciare dell' acqua coprivano persino il fragore della cascata.
           Ester era preoccupata. Sapeva che se le stelle quella notte non fossero state visibili, tutti i loro sforzi sarebbero stati vani.
           Rudi non era al corrente di questo, ma per deprimersi gli era sufficiente guardare il suo bel pelo fradicio e sentire di essere scosso da brividi che gli percorrevano il dorso.
           Ma il temporale finì. E, come spesso accade nei temporali estivi, presto il cielo fu completamente sgombro da nubi ed era così limpido e pulito e profumato che sembrava che qualcuno l' avesse lavato.


           Ormai era notte.
           Ma ormai loro erano lì. Erano arrivati nella piana.
           Il cervo si abbassò per deporre il suo carico, poi si allontanò un poco, per fermarsi ad osservare nell' ombra.
           Sistemarono il tamburo accanto ad un masso.
           " E' ora" disse la fata a Rudi.
           " Sali sul masso."
           Il marmottino obbedì. Aveva il cuore in gola. Che doveva fare, ora?
           " Suona" disse Ester.
           " Co...come?"
           " Tamburella, Rudi. Tamburella."
           Rudi cominciò a tamburellare. Leggermente, come quando era nervoso.
           " Burubum, burubum, burubum..."
           Andò avanti così per un pochino, poi si accorse che il suono stava cambiando. Cambiavano l' intensità e il ritmo.
           " Bu bum, bu bum, bu bum."
           " Pensa un po' " si disse Rudi " sembra il mio cuore."
           E continuava. Più forte. Più forte.
           Il cielo era nero, le stelle tremolavano.
           " Bum bum bum, bum bum bum..."
           Le stelle tremavano ancora di più.
           Tutto tremava. Le montagne, il terreno, i sassi del fiume. Persino  l' acqua tremava.
           Il suono era immenso e pervadeva tutto.
           " Bum bum bum bum bum bum ..."
           Le stelle vacillarono e poi...
           " Bum bum bum bum bum ...BUM."
           Poi si staccarono e caddero.
           Centinaia di scie brillanti percorsero il cielo, una muta cascata di luce
           solcò l' oscurità.


           Rudi cadde a terra esausto.
           Silenzio. Profondo, assoluto.
           Immobilità.
           Rudi era stordito.
           Vide due occhi di luce che si allontanavano nell' ombra.
           Senza motivo pensò:" Che giorno é?"
           E una voce, dentro di lui: " Il 10 Agosto."
           Poi sprofondò dentro di sé.


           L' alba era d' argento e di zaffiro.
           Rudi si svegliò tutto intirizzito.
           Ester non c' era più.
           Ma il tamburo c' era, dunque non aveva sognato.
           Si guardò in giro. La piana era cosparsa di stelle alpine.
           Ce l'avevano fatta.


           Oggi Rudi ha moltissimi anni e moltissimi nipoti.
           Da allora divenne una celebrità, ma lui ha sempre preferito stare un po' in disparte, non gettarsi nella mischia.
           D' altra parte non ha mai imparato a fischiare ed ora dice che sputacchia perché gli é caduto un dente davanti.
           Ogni tanto va ancora nel suo buco, anche se ci sta stretto.


           Ester nessuno l' ha più vista.
           Ma ogni sera, al calar del sole, due cervi scendono nella piana.
           Il maschio ha imponenti corna ramificate ed é maestoso e calmo.
           La sua compagna é minuta e leggera e i suoi occhi sono così grandi e scuri che sembrano contenere tutto il cielo della notte.
           E sprigionano una luce come di astri lontani.

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