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Meraviglia
Una mattina di giugno,tiepida e
calma,dal cielo scese una goccia di rugiada e si posò su un
fiore di lavanda appena sbocciato.
Così nacque Meraviglia.
Meraviglia era una fatina incantevole. Il suo aspetto era bello
quanto la sua anima.
Il tempo passava e Meraviglia camminava con passo soave e veloce
verso la perfezione.
Con il calore e la bellezza che emanava rendeva più felice ogni
creatura si avvicinasse a lei.
Nessuno andava via da lei senza essersi prima dissetato di pace
e di serenità. I fiori si aprivano al suo passaggio e la sua
presenza era per loro come la rugiada fresca del mattino, come
un alito di brezza al crepuscolo, dopo un pomeriggio afoso e
assolato.
In una landa squallida ed incolta, al di là dei boschi e dei
campi di lavanda, viveva Arcigna, una fata cattiva dall'aspetto
ripugnante che abitava nel profondo di una caverna umida e buia,
circondata da rospi e serpenti.
Arcigna trascorreva la sua perfida esistenza alla ricerca di
qualche maleficio da compiere, sempre alle prese con calderoni
fumanti e maleodoranti, che ribollivano di veleni e cattiverie.
L'animo di Arcigna era avvelenato quanto le sue pozioni,
lacerato dall'invidia e dal rancore verso tutto e tutti.
Arcigna odiava Meraviglia con tutte le sue forze e un brutto
giorno scagliò contro la fatina un terribile incantesimo.
La bella fatina, in un battibaleno, si trovò completamente
cambiata. Fu come se in un solo istante fossero trascorsi cento
anni.
La sua pelle diventò avvizzita e coperta di rughe. I denti
diventarono pochi e malandati.
Le mani erano tremanti e nodose e la folta chioma ondulata color
dell'oro era scomparsa per lasciare posto a radi e opachi
capelli grigi. La voce divenne rauca e sgradevole, gli occhi
appannati e quasi ciechi.
Non era più una fatina, ma una povera vecchia debole e senza
nessuno al mondo.
Per effetto dell'incantesimo, infatti, nessuno più, nel bosco e
nella prateria, avrebbe mai potuto riconoscerla.
Anche il suo nome cambiò e Meraviglia divenne Desolata.
Desolata dunque si trovò costretta a lasciare la sua terra.
Ormai non poteva più dormire sotto i petali dei fiori, lavarsi
con la rugiada e nutrirsi di polline.
Andò quindi ad abitare in una povera casetta, alla periferia di
un paesino che si affacciava sulle sponde di un piccolo lago
tranquillo.
Ormai nulla le era rimasto di ciò che era ed aveva prima, se
non un lieve profumo di lavanda e laggiù, in fondo al fondo
degli occhi, quella luce che proviene solo dalla bontà del
cuore.
Ma troppo spesso le persone non guardano così in profondità,
così Desolata era sempre sola.
Nessuno cercava la compagnia di quella vecchia sconosciuta
dall'aspetto sgradevole.
Nessuno sapeva da dove provenisse e forse più di uno aveva
pensato che fosse una strega e che quindi sarebbe stato molto
meglio starne alla larga.
Fu sulle sponde del lago che Desolata trovò la sua
consolazione.
Ogni mattina, avvolta nel suo scialle sdrucito, si sedeva su di
una panchina e qui distribuiva briciole ed affetto agli
uccellini che accorrevano numerosi, saltellando e cinguettando
felici e riconoscenti.
Ogni giorno, con qualsiasi tempo, si recava dai suoi uccellini.
In estate, quando il sole era subito alto e caldo e rubava
ancora acqua e sudore alla pelle di Desolata, già assetata da
quella anomala vecchiaia.
D' inverno, quando i suoi piedi gelavano, le mani diventavano
rosse e insensibili mentre piccoli fiocchi di neve ghiacciata le
torturavano le guance.
E nella dolcezza della primavera, e nella struggente malinconia
dell'autunno, quando i profumi ed i colori facevano impazzire i
suoi ricordi e la sua fantasia...
Passerotti, fringuelli, cinciallegre, pettirossi e altri ancora
la aspettavano impazienti e quando Desolata arrivava la
accoglievano zampettando allegri, con cinguetii, gorgheggi e
canti melodiosi.
Erano i suoi soli amici e lei li amava profondamente.
Un giorno di fine inverno Desolata non venne alla panchina, in
riva al lago.
Gli uccellini si preoccuparono molto e decisero di andare a
cercarla. Forse aveva bisogno del loro aiuto. Andarono e la
trovarono nella sua umile casetta.
Era distesa sul letto, pallida e immobile.
Mille volte la chiamarono. Cantarono per lei i loro motivi più
belli.
Ma Desolata non rispondeva. Era lì inerte, nel gelo del suo
tempo che si era fermato.
Era lì, con il sacchetto delle briciole ancora tra le mani.
Tutti i passerotti, le cinciallegre, i pettirossi e gli altri
corsero allora a prendere tanti rametti quanti ne poterono
raccogliere.
Fecero una rete e vi adagiarono sopra il corpo di Desolata che
si faceva via via più leggero, più etereo, più piccolo...più
giovane.
Non fu necessaria una grande rete. Facilmente gli uccellini la
sollevarono con delicatezza e la portarono in cielo, su di una
nuvola.
E, Meraviglia! Da quella nuvola un fiocco di neve cadde sulla
terra e si posò sul primo bucaneve nato proprio quella mattina
di fine inverno.
Nella casetta accanto al lago, dopo alcuni giorni, le guardie
che aprirono la porta trovarono i poveri abiti di Desolata
piegati con cura in fondo al letto rifatto.
Tutto era ordinato, silenzioso, soave.
Un lieve profumo di lavanda e bucaneve riempiva l'aria di
tenerezza.
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all'indice Autore
Un
novilunio davvero speciale
Rudi era un marmottino molto timido. Non era più un cucciolo ma
non era neppure adulto.
Il
suo pelo era morbido e folto,la sua pancia bella cicciotta, gli
occhi curiosi ed intelligenti.
Ma
aveva un problema. Non sapeva fischiare. Tutte le marmottine
della sua età lo facevano già da un bel pezzo e persino i
piccoli della cucciolata successiva alla sua cominciavano ad
emettere i primi buffi fischi.
Ma
per Rudi non c'era niente da fare. Provava e riprovava, ma tutto
ciò che riusciva a fare era una serie di poco raffinate
sputacchiate; inoltre sputacchiava anche quando parlava,
soprattutto se era un po' emozionato. Per sopperire a queste
mancanze aveva però imparato un'altra cosa che a lui sembrava
meravigliosa.
Rudi sapeva tamburellare.
Con
le zampette batteva ora sui sassi, ora sulle foglie secche, ora
sul terreno e talvolta anche nell'acqua, creando suoni sempre
nuovi e curiosi che lo riempivano di felicità.
Ma
le altre marmotte non capivano il suo talento e i suoi coetanei
lo prendevano in giro, dicendogli che tamburellando così
assomigliava ad un coniglietto.
Rudi in quelle occasioni avvampava di vergogna e di rabbia e se
ne andava nel suo buco, sulla montagna. Era una piccolissima
caverna di roccia calcarea e muschio che si affacciava sulla
piana sottostante.
Il
paesino che c'era laggiù era umile e silenzioso ed emergeva
come un presepe dalla pianura verdeggiante .
Un
torrente attraversava la piccola conca e , più a valle, si
buttava impavido giù per un' altissima cascata dalle pietre
chiare e levigate.
Rudi adorava la sua cavernetta. Da lì poteva riempire i suoi
occhi e il suo cuore di quel posto che gli faceva pensare al
Paradiso.
Lassù
poteva tamburellare indisturbato per ore, lasciandosi andare al
ritmo che lui stesso creava. Qualche volta, approfittando della
solitudine, provava anche a fischiare, ma come al solito
riusciva soltanto a sputacchiare su un formicaio sottostante da
cui le formiche fuggivano, borbottando un po' rassegnate.
Un
giorno Rudi era là in cima. Il silenzio era rotto solo da un
leggero tamburellare sul muschio.
Il
marmottino osservava il paesaggio; ogni cosa era rivestita da
una sottile foschia luminosa ed aveva un aspetto decisamente
suggestivo.
Era
assorto, rapito dalla magia di quel momento quando
improvvisamente un rumore di grosse ali arrivò accanto a lui.
Era
Isadora. L' Aquila Reale, indiscussa imperatrice di quei monti e
terribile minaccia per le piccole creature che vi abitavano.
Rudi si fece indietro più che poté, addossandosi al fondo del
buco.
Certo non poteva dire che la sua fosse un' esistenza felice ma
comunque non aveva la minima intenzione di diventare " cibo
per aquile" , almeno per quel giorno.
" Non ti mangerò. Il tuo pelo è troppo folto e mi
resterebbe sullo stomaco. E poi ho un compito importante da
affidarti."
Così
Isadora parlò a Rudi. Il marmottino era veramente terrorizzato
e non osava sporgere dal buco nemmeno un' unghia.
Provò a ragionare, cercando un barlume di lucidità in quel
momento di panico assoluto.
Com' era possibile che Isadora, l' aquila reale in persona, la
regina delle vette venisse fino a lui, lì nel suo buco, per
affidargli addirittura un compito importante?
Isadora, dall' alto della sua regalità, continuò: "L' ho
letto nelle stelle e i sassi del torrente me lo hanno rivelato.
Sarai tu a restituire al mondo le stelle alpine che, come
saprai, sono scomparse."
Le
stelle alpine? Scomparse? ...Era vero! Da quanto tempo Rudi non
ne aveva più viste! Dov' erano finite? Che fine avevano fatto?
E come aveva fatto lui a non accorgersene ? Fino a pochi mesi
prima la valle ne era piena...
"Quasi nessuno se n' è accorto" disse Isadora
rispondendo ai pensieri di Rudi. " Fa parte del
maleficio."
" Maleficio? Quale maleficio? "
Finalmente, dal fondo del buco, il marmottino aveva trovato il
coraggio di parlare, sputacchiando e balbettando come faceva
quando era agitato.
" A nessuno è dato di saperlo con esattezza" continuò
l' aquila " ma ultimamente molte cose stanno cambiando. Gli
uomini stanno perdendo la capacità di osservare e di vedere con
gli occhi dell' anima.
Ogni cosa diventa ovvia e scontata. Il mondo è pieno di questa
brutta magia, ma avevo sperato che questa valle ne rimanesse
immune, invece...Hai visto? Le stelle alpine sono scomparse,
inghiottite dal nulla e quasi nessuno se n'è accorto. Ma tu
ridarai ai monti le stelle alpine ed allora gli uomini e gli
animali impareranno a guardare le cose del mondo e della vita
con gli occhi dei bambini o dei cuccioli."
" Io...COSA?!"
Rudi era esterrefatto. Forse stava sognando. Ma Isadora finse di
non far caso allo stupore del marmottino.
" Ho letto nelle radici amare e nelle bacche d' alta quota
che tocca a te salvarci da questo maleficio. Al Ponte
della Valle c' è una vecchia libraia. Si chiama Adele. Vai da
lei. Lei ti capirà e ti aiuterà.
Ma
fa' presto perché hai tempo solo fino al sorgere della luna
nuova."
Ed Isadora se ne andò, lasciando Rudi nel silenzio e nell'
ansia.
" Ma guarda un po' cosa doveva capitare a un
marmottino che non sa neppure fischiare...Ma chi me lo fa fare?
E poi perché proprio io?
Oh,
Isadora si sarà sbagliata. Le pietre d' alta quota o le bacche
del fiume o chi cavolo era...beh, chiunque sia stato ha
sicuramente sbagliato individuo. No no no...io certo non posso
essere. Non so neppure dov' è il Ponte della Valle e..."
In
quel preciso istante un corvo nero vecchio e un po' malandato si
posò su una pietra davanti a Rudi.
Gracchiò: " Isadora mi ha detto che sei pronto per andare
al Ponte della Valle. Ti accompagnerò io per un tratto di
strada, poi ti indicherò la via da seguire. Io ci sono stato
una quarantina di anni fa e la strada me la ricordo
proprio...beh, abbastanza bene. Sì, insomma, credo che
potrei anche farcela. Dai, andiamo il tempo stringe."
"Ma non è vero! Io non sono per niente pronto e
inoltre..."
"Ehi, ragazzino, ma quanto sputi quando parli! Comunque non
si discute. Se Isadora dice che sei pronto significa che lo sei
e se per caso non lo fossi ti preparerai cammin facendo."
Ferito nell' orgoglio per il fatto dello sputacchiare Rudi non
osò più replicare e non trovò di meglio da fare che mettersi
a seguire quel corvo bisbetico.
Il
ponte della Valle era piuttosto lontano.
Bisognava andare fino ai piedi della cascata e da lì scendere
ancora e ancora. La strada era impervia e tortuosa . Il sentiero
si biforcava continuamente ma fortunatamente il vecchio corvo
sapeva dove dirigersi e Rudi lo seguiva, soprattutto perché
sembrava non ci fossero molte alternative. Dopo un lungo cammino
il rumore del ruscello cambiò, facendosi più forte. Si stavano
avvicinando alla cascata.
Dopo un po' il rumore dell' acqua era assordante e gli
schizzi raggiungevano Rudi che avanzava confuso e frastornato
dallo scrosciare dell' acqua e dei suoi pensieri.
Quando arrivarono ai piedi della cascata era ormai il
crepuscolo.
" Il Ponte della Valle è ancora lontano" disse il
corvo " ma da qui in poi la strada non ha più nessun bivio
e ti porterà dritto alla tua destinazione. Riposa qui stanotte,
lèvati all' alba e riparti subito.
Io
ho concluso il mio compito e me ne torno dalla mia vecchia. La
conosco bene, sarà già in pensiero. E poi tutta quest' acqua
mi fa venire i reumatismi e questo frastuono mi fa tremare
persino le budella. Buona fortuna, ragazzino!"
Se
ne andò senza nemmeno aspettare che il marmottino rispondesse e
Rudi rimase lì come un salame.
Ormai era buio e Rudi era lì, tutto solo, lontano da casa,
dalla sua famiglia. Era lì e non sapeva neanche tanto bene
perché.
Tutta questa fatica per un po' di stelle alpine? Beh, rimanevano
tantissime altre specie di fiori ancora più belli di quelle
stelle alpine pelose e scolorite. Però Isadora aveva parlato di
una specie di incantesimo che rendeva ciechi, non gli occhi ma i
cuori delle creature. Chissà come faceva a saperlo...chissà se
era poi tutto vero...
Si
era lasciato coinvolgere suo malgrado in una storia assurda e il
peggio era che avrebbe anche dovuto affrontare dei pericoli!
Rudi si raggomitolò sotto un sasso, un po' lontano dalla
cascata, dove il rumore non era troppo forte.
Annusò l'aria. Lì c'era un profumo diverso da quello dell'
alpeggio. Più leggero e sottile, meno crudo e penetrante di
quello a cui era abituato.
Anche il clima era più dolce ma le stelle parevano ugualmente
vicine.
Tremavano nell'aria tersa e sembravano luccichini che stavano
per staccarsi dalla volta celeste.
Solo ora cominciava a rilassarsi un po' ma aveva tanta voglia
della sua mamma!
Cercò di scacciare la nostalgia e si mise a tamburellare
meditando sul da farsi, ma presto si sentì risucchiare e cadde
in un sonno profondo.
All' alba Rudi si svegliò e già aveva la bocca spalancata per
la meraviglia. Non aveva mai visto tanti alberi e soprattutto
non aveva mai udito dei canti così vari ed armoniosi come
quelli che centinaia di uccellini intonavano nel bosco.
Per
il marmottino era una melodia sublime quell' insieme di vocette
allegre che fischiavano, cinguettavano e pigolavano. Rudi sentì
la loro gioia entrare dentro di lui insieme con il respiro e si
sentì subito molto bene. Poi si alzò, si stiracchiò e cercò
la strada.
Era
di terra e sassi, con al centro una striscia di erba e si
stendeva serpeggiando pigramente verso valle.
Si
avviò cautamente, dopo aver mangiato qualche ghianda . Camminò
molto a lungo, poi cominciò ad avere fame e sete e sonno.
Non
aveva incontrato anima viva durante il cammino, anche se non gli
era mai mancata la compagnia degli uccellini.
Rudi si fermò accaldato all' ombra di un albero e notò che non
c' erano più soltanto pini ed abeti, ma molte qualità di
alberi tra cui alcuni con le foglie fatte a cuore, tremule e
sottili, di un bel verde brillante.
Che
stranezza! E avevano addirittura la corteccia bianca!
In
un primo momento Rudi aveva pensato che qualcuno li avesse
pitturati.
Ma
faceva troppo caldo e il suo folto pellicciotto era davvero
troppo pesante. Inoltre era proprio affamato.
Fu
in quel momento che scorse poco lontano qualcosa che lo incuriosì.
Un
uomo sembrava stesse litigando con un albero. Lo aveva afferrato
con le mani per il tronco e lo scuoteva violentemente.
Per
tutta risposta dopo un attimo l' albero cercò a sua volta di
colpirlo,
lanciandogli addosso una gran quantità di palline rosse.
Eppure...no, non poteva essere una lite, perché l' uomo,
sebbene non fosse stato colpito dai proiettili scarlatti ora si
stava inchinando all' albero e umilmente, con il capo
abbassato raccoglieva i frutti che l' albero gli aveva donato.
Ne riempì un cestino poi si alzò e levò gli occhi ai rami.
Altri frutti si vedevano tra le foglie e l' uomo li salutò con
un sorriso, sollevando per un attimo il cappello che aveva in
testa.
" Diamine, che strano rito" commentò Rudi
" Non sapevo che uomini ed alberi comunicassero. Mi sembra
di buon auspicio...Ma chissà che cosa ha donato l' albero all'
uomo?"
Si
avvicinò e vide che a terra era rimasto qualche frutto. Un
uccellino ne aveva già uno nel becco e timidamente si giustificò
con Rudi:
" E'
per il mio ultimo nato. Sai va pazzo per le ciliege..."
e volò via.
Ciliege? Così le chiamavano?
Rudi ne assaggiò una e pensò che non poteva esistere nulla di
più buono al mondo. Cercò quelle cadute tra l' erba e nascoste
tra le foglie e ne fece una scorpacciata.
Fu
allora che sollevò gli occhi e si accorse che poco più in là,
oltre la siepe che stava vicino al ciliegio, c' era un ponte. E
al di là del ponte un villaggio.
" Il Ponte delle Valle!" esultò Rudi sputacchiando.
Non ci poteva credere! Ci era arrivato davvero!
"Oh, quando lo sapranno Ugo, Gregorio e gli altri! Per non
parlare di quella pettegola della Betta! La finiranno, allora,
di prendermi in giro!"
Rudi non stava più nella pelle e per un po' gli parve persino
di dimenticare tutte le difficoltà e i dubbi.
Si
mise a saltare e a ballare goffamente, zampettando felice.
Una
famigliola di tartarughe si meravigliò di tutta quella
esultanza e rimase lì ad osservare quella creatura mai vista,
vestita troppo pesante,
con
due bei dentoni sporgenti e le orecchie quasi invisibili che
danzava, reggendosi con destrezza sulle zampe posteriori
Rudi scorse le tartarughe e si stupì...del loro sguardo
stupito. Ma si erano mai viste, loro? Avevano la schiena fatta
di sasso e una pelle così rinsecchita che sembravano creature
millenarie.
Tanto per creare un diversivo, Rudi tamburellò sui gusci di
tutte e quattro le tartarughe, notando come il suono variasse
meravigliosamente da un guscio all' altro.
Le
povere tartarughe erano atterrite e rimasero lì, con il capino
quasi del tutto rientrato ma con gli occhietti bene aperti per
non perdersi neppure un attimo di questa avventura da raccontare
ai nipotini.
Il
marmottino se ne andò giocondo e lasciò le tartarughe che, a
bocca aperta e occhi spalancati, non gli staccarono gli occhi di
dosso, finché non scomparve alla loro vista.
Dopo un poco Rudi si calmò.
Dopo un altro po' gli venne il panico. E adesso? Come avrebbe
fatto a trovare la signora Adele, la vecchia libraia?
Il
paese sembrava in gran parte disabitato, ma forse non lo era.
Aveva le casette fatte di pietra, con i tetti di ardesia. Alcune
finestre erano sgangherate, altre deliziosamente ordinate e con
dei bei vasi di vivaci fiori rossi che pendevano allegramente
dai davanzali.
Qualche capretta stava nei recinti, qualche gatto si trastullava
pigro al sole. Rudi si aggirò per un pochino in perlustrazione,
finché vide una cosa che lo interessò. Una anziana signora
stava parlando da sola.
Era
seduta su una bassa sedia impagliata, posta accanto alla soglia
di casa. Aveva i capelli color della luna raccolti in una lunga
treccia che le incorniciava il volto. Il viso sarebbe stato
insignificante, né bello né brutto, né umile né austero, se
non fosse stato per quegli occhi che risaltavano su tutto il
resto.
Erano occhi di bambina che però sapeva ogni cosa, era
consapevole di tutto. Pieni di stupore e di conoscenza, di
ingenuità e di saggezza,
di
altezze e di profondità.
La
donna stava parlando, rivolgendosi a un cespuglio lì vicino (o
almeno così era parso a Rudi) e raccontava storie del passato e
del futuro.
Aveva in mano una tazza di latte e ogni tanto ne beveva un
sorso.
La
sua espressione era ore sognante, ora preoccupata, ora gioiosa,
ora perspicace.
Rudi non aveva mai osservato tanto a lungo un essere umano, ma
ritenne che quella persona dovesse, in qualche modo, essere
speciale.
" Certo che però è un po' matta, se parla con un
cespuglio" pensò il marmottino. Poi cercò di
avvicinarsi pian pianino ma, goffo com' era,
inciampò in un legnetto, producendo un lieve rumore.
La
donna si voltò e lo vide. Lui si sentì pietrificare. Intanto
dal cespuglio un riccio sgattaiolò via.
" Parlare con un riccio è sempre meglio che parlare con un
cespuglio."
pensò Rudi, ma continuava a non poter fare altro che restare
immobile, come se fosse stato pizzicato mentre faceva
qualche cosa di proibitissimo.
" Oh, eccoti qui. Cominciavo ad impensierirmi. Vieni
avanti, fatti un po' vedere!"
Rudi non capiva perché si sentiva così. Aveva l' impressione
di essere completamente imbecille.
" Forza, non vorrai mica restare lì per l' eternità? Non
devi avere paura, non ti mangio mica. Non mangio nessun animale,
figuriamoci un marmottino come te!"
Rudi si avvicinò piano, rigido come un burattino, con il cuore
in gola e le zampette tremanti. Quando fu a qualche passo da
lei, la donna si chinò per vederlo meglio.
Gli
occhi di lei entrarono nei suoi e gli percorsero tutta l' anima.
Rudi si sentì come se fosse stato nudo ed indifeso come un
neonato.
Quando lo sguardo della donna gli entrò nel cuore, sentì caldo
e felicità ma anche timore e un tremore quasi insopportabile.
Poi
lei gli sorrise e lui si sentì come un matto dopo un
elettroshock.
Le
tensioni si allentarono e lui avvertì una grande spossatezza e
il bisogno di sedersi. Così fece e quando si fu ripigliato un
po' la donna disse:" E' me che stai cercando. E così tu
saresti quello che dovrebbe ridare ai monti le stelle alpine
perdute? Oh, Gesù, certo che ti immaginavo un po' diverso; un
po' più spavaldo, se non altro. Insomma, non hai ancora aperto
bocca! E' vero che ti chiami Rodolfo?"
Il
marmottino non sopportava quel nome e si sentì punto sul vivo.
" No, signora non mi chiamo così...Cioè sì...beh,
insomma...Tutti mi chiamano Rudi, ecco."
Mentre parlava Rudi si chiedeva come avrebbe fatto un essere
umano a comprendere la lingua delle marmotte.
Figuratevi il suo stupore quando Adele mostrò di capire alla
perfezione ciò che lui stava dicendo.
A
poco a poco il disagio si stemperò e Rudi apparve leggermente
meno tonto.
Adele gli faceva molte domande e cercava di metterlo a proprio
agio.
Gli
offrì dei biscotti di sesamo e una fetta di strudel di mele e
poi lo condusse in casa. L' abitazione di Adele era povera e
ordinata. C'era un leggero profumo di chiodi di garofano e mele.
L'
ambiente era semplice, l' arredamento essenziale. Eppure
qualcosa di alto e nobile riempiva l' atmosfera. Che stranezza.
"Vieni, piccolo Rudi" disse Adele " Qui c' è
qualcosa per te."
Entrarono in una stanzetta piccola e luminosa. Era piena di
libri; i libri invenduti che erano rimasti ad Adele quando aveva
chiuso la libreria e che la donna non aveva mai voluto
eliminare.
C'
erano libri ovunque, di ogni genere e dimensione. Una sola cosa
avevano in comune: erano tutti molto vecchi.
C'
erano libriccini di poesie, vecchi tomi di filosofia, libri di
preghiere scritti in latino, greco e altre lingue sconosciute;
c' erano volumi di storia e di medicina, romanzi e saggi,
antichi atlanti di geografia e tanti, tanti, tantissimi libri di
fiabe.
" Ti piacciono? Sono la mia memoria e al tempo stesso i
miei sogni.
Non
so quale, ma uno di loro ti aiuterà, anzi sarà indispensabile
alla riuscita della tua impresa. Ti lascerò solo così potrai
lavorare meglio."
"Dovrei trovare un libro assolutamente sconosciuto in mezzo
a tutti questi volumi? Ma...se non so neppure cosa cercare! Come
farò a trovarlo?"
" Forse" aggiunse Adele " ti troverà lui."
E se ne andò nell' altra stanza.
Quando si fece sera, dalla cucina cominciò ad arrivare un buon
odore di stufa e di zuppa di legumi.
Rudi era sempre lì come un allocco e pensava di dover leggere
tutti quei libri per concludere qualcosa. Ne prese alcuni
e cominciò a dargli un' occhiata. Ma non sapeva proprio da dove
cominciare.
Iniziò dai libri con i titoli sembravano più inerenti alla
situazione.
" I fiori d' alta montagna" , " Le stelle
alpine" , " La speranza delle stelle " e così
via, ma non trovava nulla che facesse al caso suo.
Diversi giorni Rudi si fermò a casa di Adele a scartabellare
tra la polvere e i vecchi libri. Tutto sembrava ad un punto
morto.
Se
non altro, la vita con Adele era molto piacevole.
Lei
era dolce e premurosa, gli preparava deliziose crostate ai
frutti di bosco, tenere insalatine cosparse di margherite e
golose focaccine al rosmarino. Inoltre non lo aveva mai deriso
per quel suo problema dello sputacchiare e quando, alla sera, lo
accompagnava a letto, lo guardava in un modo che gli ricordava
la sua mamma, che gli mancava proprio tanto.
Trascorsero quattro giorni ed ogni sera la luna in cielo si
assottigliava un po'. Non mancava molto, ormai, per la luna
nuova, ma Rudi si trovava in una situazione di stallo.
Finché...
Un
pomeriggio il marmottino era immerso nella lettura di un
noiosissimo libro di chissà quale argomento, quando Adele gli
portò una profumata tazza di caffè d' orzo. In quel mentre si
sentì un leggero squittio. Dopo una frazione di secondo il
gattone di Adele fece un balzo fulmineo e in men che non si dica
un topetto penzolava dalla sua bocca a testa in giù, trattenuto
per la coda dalle fauci del felino che in un istante si precipitò
con la sua preda fuori dalla finestra, verso il giardino.
Era
successo tutto così in fretta che solo dopo il trambusto Rudi
si accorse che la tazza era rovesciata e c' era caffè d' orzo
un po' dappertutto.
Un
piccolo quaderno polveroso era stato colpito e completamente
inzuppato dalla bevanda. Rudi lo prese per controllare il danno
e guardò la grande macchia che si era formata sulla copertina.
Era una strana macchia a forma di stella.
Aprì
il quaderno e subito una nebbiolina di rugiada invase la stanza,
dove calò un silenzio ovattato. Poi la nebbia si diradò ed
apparve sul pavimento di legno una specie di grande bocciolo.
Poi il bocciolo rivelò la propria natura. Una figura chiusa su
se stessa si aprì, si schiuse come si schiude un fiore e
cominciò a stiracchiarsi.
Era
una fata. Aveva i capelli un po' arruffati e vestiva una
tunichetta color fior di ciliegio.
Aveva due occhi così grandi e scuri che sembravano contenere
tutto il cielo della notte, e sprigionavano luce come di astri
lontani.
Le
mani e i piedi erano piccoli e perfetti. La figura era minuta e
delicata ma celava una grande forza fatta di attesa, speranza e
pazienza, virtù che aveva coltivato standosene prigioniera in
quel quaderno.
Molti e molti anni prima un mago l' aveva relegata là dentro
quando lei aveva rifiutato di diventare sua sposa.
Il
mago aveva decretato che nessun essere umano avrebbe mai potuto
liberarla, non considerando il fatto che potesse essere proprio
un marmottino a rompere l' incantesimo. Così rinacque Ester.
Al
suo risveglio un branco di cervi e cerbiatti accorse festoso
alla finestra, gettando sulla fatina fiori e foglie. Gli
uccellini cantavano allegre melodie e una gran quantità di
farfalle entrò nella stanza che si colorò come un arcobaleno.
Per
alcuni minuti tutto fu una festa. Il micio di Adele per l'
esultanza restituì persino la libertà al suo topino.
Rudi, come succedeva sempre in occasioni simili, se ne stava lì
a bocca aperta e Adele aveva una luce che le illuminava il
volto.
Ester cominciò a raccontare la sua storia e si può ben
immaginare che Rudi non batté ciglio.
Finché Ester gli diede un buffetto sulla testa e concluse:
" E poi sei arrivato tu a liberarmi aprendo quel quaderno
dimenticato da tutti."
Rudi si sentì il naso arrossire e le sorrise. Non aveva parole;
tanto meglio, perché se avesse parlato avrebbe sputacchiato a
non finire.
" Grazie Rudi. Mi hai ridato la libertà e te ne sono
grata. Ma so che ci aspetta un incarico di vitale importanza.
Dobbiamo cominciare subito.
Il
novilunio è vicino."
" Ma io non so che cosa dobbiamo fare adesso" disse
Rudi.
" Sii sereno e non ti preoccupare. C' é un motivo perché
dovrai essere proprio tu a far tornare le stelle alpine. Io so
che tu sei molto abile a fare una certa cosa."
Rudi si interrogò come se stesse pensando ad alta voce.
" Che cosa so fare io? Non so, tutti mi giudicano un
po' tonto e forse non hanno tutti i torti. Non so fischiare,
quando parlo sputacchio, sono perennemente divorato dalla
timidezza e dall' insicurezza e non so stare fermo con le
mani."
Così
dicendo si tamburellava sul pancino senza produrre alcun rumore.
Ester esultò. " Ed é un gran bene che tu non
riesca a stare fermo con le mani, perché è proprio grazie al
tuo tamburellare che riuscirai nel tuo intento."
L'
espressione di Rudi divenne ancora più ottusa.
" Oh questa é bella" disse " E che c'entra il
tamburellare con le stelle alpine?"
" Lo vedrai" disse Ester in un sussurro."
Andiamo."
Era
l' ora dolce del meriggio. Uscirono dal paese prendendo la
strada che si dirigeva verso la cascata, quella che Rudi aveva
percorso nel senso opposto qualche giorno prima.
" Dove siamo diretti ?" domandò il marmottino e fu
felice nel constatare che non aveva sputato poi tanto.
" Stiamo andando da Lucio. E' un vecchio maestro di musica.
Una volta dirigeva la banda musicale del paese e ha un
ripostiglio pieno zeppo di strumenti in disuso. Lì troveremo un
tamburo tutto speciale che ci aiuterà nell' impresa."
" Ah..." fu il commento del marmottino.
Non
finiva mai di stupirsi. Chissà come sarebbe andata a finire
questa storia.
Arrivarono al campo degli alberi di ciliegio in cui Rudi aveva
fatto quella memorabile scorpacciata e si diressero verso una
casetta che si trovava nelle vicinanze. Là l' uomo che si era
chinato ai piedi del ciliegio stava attingendo acqua da un
pozzo. Quando vide arrivare la fata e il marmottino lasciò i
secchi e andò loro incontro a grandi passi.
" Oh santa pace! Ma quanto ci avete messo? E' passata quasi
una settimana da quando quel marmottino si é sbafato quella
quantità impressionante di ciliege! Ti avevo visto, sai?"
Rudi si strinse nelle spalle.
L'
uomo continuò: " Ora non farete più in tempo! Non potrete
fare in tempo! E pensare che ormai la soluzione era a portata di
mano!"
" Non è ancora detta l' ultima parola" disse Ester,
ma forse non ci credeva neanche lei.
Poi
Lucio disse: " Sai, Ester, che io non posso toccare il
tamburo, altrimenti perderà il suo potere. L' unico essere
umano che ha potuto farlo é stato quel tipo...come si
chiamava...beh, insomma, quell' esploratore che dall' Africa,
dalla popolazione dei Dogon l' ha portato fin qui. E' da tanti
anni che lo conservo. Lui me lo aveva detto che un giorno
sarebbe servito per fare qualcosa di speciale e mi ha vietato di
toccarlo. E' ancora là, in fondo al ripostiglio, dove lo aveva
messo lui.
Venite, presto! Dovete recuperarlo in fretta! La luna sorgerà
stanotte."
Entrarono nel ripostiglio. C'erano strumenti di ogni tipo
un po' dappertutto. Al centro troneggiava un pianoforte nero
aperto,
i
cui tasti mancanti lo facevano assomigliare a una bocca
sgangherata.
Poi
un' arpa con due o tre corde, un violino che, se non fosse stato
per la polvere, sarebbe sembrato appena uscito dalla bottega del
liutaio.
E
poi una ghironda, un paio di chitarre, qualche coperchio, una
grancassa e...il tamburo.
Enorme. Ricoperto di pelo e di polvere. Mai visto nulla di
simile.
" Sarà grande cinque o sei volte la mia tana" pensò
Rudi.
Facendosi largo tra strumenti e cianfrusaglie Rudi ed Ester
riuscirono con difficoltà a trascinare fuori il tamburo. Era
veramente molto grande. Salutarono in fretta Lucio che diede
loro un cestino di ciliege e una corda per il cammino e si
diressero verso la cascata.
Lucio li guardò con apprensione.
Ester e Rudi trascinavano il tamburo con fatica enorme e
sembravano ancora più piccoli, accanto a quel cosone.
L'
uomo sospirò ed entrò nelle sua casetta.
Rudi e la fata avanzavano lentamente ed il sole stava già per
scomparire dietro le montagne.
" Ester, come potremo farcela entro stanotte? La strada è
troppo lunga e questo affare pesantissimo e gigantesco."
" Ssst!" disse Ester " Guarda."
All' ombra di un abete, poco avanti a loro, un cervo li
osservava.
Un
grosso cervo, con imponenti corna ramificate. Era maestoso e
calmo.
Ester gli si avvicinò e per un lungo istante si guardarono
negli occhi.
Poi
lui si abbassò sui ginocchi e Rudi ed Ester, presa la corda che
Lucio aveva dato loro, sollevarono con grande sforzo il tamburo
e lo fissarono in groppa al cervo. Poi montarono anche loro.
Ester ogni tanto scendeva e trotterellava di fianco al muso
dell' animale. I suoi piedini erano nudi e sembravano non
toccare neppure il terreno.
Con
l' aiuto del cervo il viaggio fu molto più facile e veloce.
Si
sentivano audaci ed ottimisti, ma il loro coraggio fu messo
ancora alla prova quando nubi nere e minacciose si abbassarono
fin sulla valle.
Il
temporale fu violento e spaventoso. I tuoni e lo scrosciare
dell' acqua coprivano persino il fragore della cascata.
Ester era preoccupata. Sapeva che se le stelle quella notte non
fossero state visibili, tutti i loro sforzi sarebbero stati
vani.
Rudi non era al corrente di questo, ma per deprimersi gli era
sufficiente guardare il suo bel pelo fradicio e sentire di
essere scosso da brividi che gli percorrevano il dorso.
Ma
il temporale finì. E, come spesso accade nei temporali estivi,
presto il cielo fu completamente sgombro da nubi ed era così
limpido e pulito e profumato che sembrava che qualcuno l' avesse
lavato.
Ormai era notte.
Ma
ormai loro erano lì. Erano arrivati nella piana.
Il
cervo si abbassò per deporre il suo carico, poi si allontanò
un poco, per fermarsi ad osservare nell' ombra.
Sistemarono il tamburo accanto ad un masso.
" E' ora" disse la fata a Rudi.
" Sali sul masso."
Il
marmottino obbedì. Aveva il cuore in gola. Che doveva fare,
ora?
" Suona" disse Ester.
" Co...come?"
" Tamburella, Rudi. Tamburella."
Rudi cominciò a tamburellare. Leggermente, come quando era
nervoso.
" Burubum, burubum, burubum..."
Andò
avanti così per un pochino, poi si accorse che il suono stava
cambiando. Cambiavano l' intensità e il ritmo.
" Bu bum, bu bum, bu bum."
" Pensa un po' " si disse Rudi " sembra il mio
cuore."
E
continuava. Più forte. Più forte.
Il
cielo era nero, le stelle tremolavano.
" Bum bum bum, bum bum bum..."
Le
stelle tremavano ancora di più.
Tutto tremava. Le montagne, il terreno, i sassi del fiume.
Persino l' acqua tremava.
Il
suono era immenso e pervadeva tutto.
" Bum bum bum bum bum bum ..."
Le
stelle vacillarono e poi...
" Bum bum bum bum bum ...BUM."
Poi
si staccarono e caddero.
Centinaia di scie brillanti percorsero il cielo, una muta
cascata di luce
solcò l' oscurità.
Rudi cadde a terra esausto.
Silenzio. Profondo, assoluto.
Immobilità.
Rudi era stordito.
Vide due occhi di luce che si allontanavano nell' ombra.
Senza motivo pensò:" Che giorno é?"
E
una voce, dentro di lui: " Il 10 Agosto."
Poi
sprofondò dentro di sé.
L'
alba era d' argento e di zaffiro.
Rudi si svegliò tutto intirizzito.
Ester non c' era più.
Ma
il tamburo c' era, dunque non aveva sognato.
Si
guardò in giro. La piana era cosparsa di stelle alpine.
Ce
l'avevano fatta.
Oggi Rudi ha moltissimi anni e moltissimi nipoti.
Da
allora divenne una celebrità, ma lui ha sempre preferito stare
un po' in disparte, non gettarsi nella mischia.
D'
altra parte non ha mai imparato a fischiare ed ora dice che
sputacchia perché gli é caduto un dente davanti.
Ogni tanto va ancora nel suo buco, anche se ci sta stretto.
Ester nessuno l' ha più vista.
Ma
ogni sera, al calar del sole, due cervi scendono nella piana.
Il
maschio ha imponenti corna ramificate ed é maestoso e calmo.
La
sua compagna é minuta e leggera e i suoi occhi sono così
grandi e scuri che sembrano contenere tutto il cielo della
notte.
E
sprigionano una luce come di astri lontani.
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