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Il granchio
Un
granchio si accorse che molti pesciolini, anziché
avventurarsi nel fiume, preferivano aggirarsi prudenti
intorno ad un masso. L'acqua era limpida come l'aria, e i
pesci nuotavano tranquilli godendosi l'ombra e il sole.
Il
granchio attese la notte, e quando fu sicuro che nessuno
lo avrebbe visto, andò a nascondersi sotto il masso.
Da
quel nascondiglio, come un orco dalla sua tana spiava i
pesciolini, e quando gli passavano vicino li acciuffava e
li mangiava.
-
Non è bello ciò che stai facendo - brontolò il masso -
Approfitti di me per uccidere questi poveri innocenti.
Il
granchio non ascoltò nemmeno. Felice e contento seguitava
a catturare i pesciolini trovandoli di un sapore
prelibato.
Ma
un giorno, all'improvviso, venne la piena. Il fiume si
gonfiò, investì con grande forza il masso, che rotolò
nel letto del fiume, schiacciando il granchio che gli
stava sotto.
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Il
ragno e l'uva
Un
ragno, dopo essere stato per molti giorni ad osservare il
movimento degli insetti, si accorse che le mosche
accorrevano specialmente verso un grappolo d'uva dagli
acini grossi e dolcissimi.
-
Ho capito disse fra sé.
Si
arrampicò, dunque, in cima alla vite, e di lassù, con un
filo sottile, si calò fino al grappolo installandosi in
una celletta nascosta fra gli acini. Da quel nascondiglio
incominciò ad assaltare, come un ladrone, le povere
mosche che cercavano il cibo; e ne uccise molte, perché
nessuna di loro sospettava la sua presenza.
Ma
intanto venne il tempo della vendemmia. Il contadino arrivò
nel campo colse anche quel grappolo, e lo buttò nella
bigoncia, dove fu subito pigiato insieme agli altri
grappoli.
L'uva,
così, fu il fatale tranello per il ragno ingannatore, che
morì insieme alle mosche ingannate.
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La
volpe e il caprone
Una
volpe era caduta in un pozzo e non poteva più uscirne. Un
caprone assetato viene allo stesso pozzo guarda dentro e
la vede: - E' buona quest'acqua? Era la fortuna inattesa.
- Se è buona! Scendi giù, amico mio! Scendi: è una
delizia!
E
quello stordito si caccia giù e beve sino a saziarsene.
Quando ebbe bevuto, si guardò intorno. - E ora come si fa
a risalire?
-
Già, è un affaraccio; ma c'è un modo di salvare te e
me. Guarda: tu appoggi i piedi davanti, così, in alto,
contro il muro, e rizzi le corna; io m'arrampico e poi ti
tiro su. Va bene?
-
Facciamo pure così rispose quel bonaccione; e così fece.
La
volpe, saltando lesta lungo le gambe, le spalle e le corna
del suo compagno, si trovò subito al collo del pozzo; e
già se ne andava.
-
Ohé, - gridò il malcapitato - te ne vai? E così mi
tradisci?
La
volpe si rivoltò verso di lui : - Se tu avessi tanti
ragionamenti nella testa quanti hai peli sotto il mento
non saresti sceso giù, prima d'aver pensato al modo di
risalire.
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Il
Testamento dell'Aquila
Una vecchia aquila reale, che viveva da molti anni
solitaria sopra un'altissima roccia, sentì che l'ora
della morte era vicina. Con un grido possente chiamò i
suoi figli che vivevano sulle rocce sottostanti, e quando
furono tutti riuniti intorno a lei li guardò uno per uno
e disse:
- Io vi ho nutriti ed allevati perché, fino da piccoli,
siete stati capaci di guardare il sole. Ho lasciato morire
di fame i vostri fratelli che non sopportavano la sua
vista. Perciò voi siete degni di volare più in alto di
tutti gli uccelli. Chi non vuol morire non si accosti mai
al vostro nido. Tutti gli animali devono temervi, e voi
non farete alcun male a chi vi rispetta, ma gli lascerete
mangiare gli avanzi delle vostre prede.
Ora io sto per lasciarvi, ma non morirò qui nel mio nido.
Volerò in alto, fin dove mi porteranno le ali; mi
protenderò verso il sole come se dovessi andare da lui. I
suoi raggi infuocati bruceranno le mie vecchie penne,
precipiterò verso la terra, cadrò dentro l'acqua.
Ma da quell'acqua, per miracolo, rinascerò un'altra
volta, ringiovanita, pronta a ricominciare una nuova
esistenza. Così è la natura delle aquile, il nostro
destino. -
Detto questo l'aquila reale spiccò il volo: maestosa e
solenne ruotò intorno alla roccia dove stavano i suoi
figli; poi, all'improvviso, puntò diritta verso l'alto,
per bruciare nel sole le sue ali ormai stanche.
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| La
Volpe e La Gazza
Una volpe affamata capitò, un giorno, sotto un albero
dove s'era posato un branco di gazze rumorose.
La volpe, nascosta, incominciò ad osservarle, e si
accorse che quegli uccelli erano sempre in cerca di cibo e
non avevan paura di posarsi e di beccare nemmeno sulle
carcasse degli animali.
Proviamo disse fra sé la volpe.
Piano piano, senza farsi sentire, si mise lunga distesa,
restando immobile, a bocca aperta, come se fosse morta.
Dopo un po' una gazza la vide e subito si buttò giù
dall'albero.
Si avvicinò alla volpe, e, credendola morta, incominciò
a beccarle la lingua.
Cosi lasciò la testa nella bocca della volpe come in una
tagliola.
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| Il
Pellicano
Quando
il pellicano parti per andare in cerca di cibo, un
serpente, ben nascosto fra i rami, cominciò a muoversi
verso il nido.
I piccoli dormivano, tranquilli.
Il serpente si avvicinò, e con un lampo malvagio negli
occhi iniziò la strage. Un morso velenoso a ciascuno, e i
poveretti passarono immediatamente dal sonno alla morte.
Soddisfatto il serpente ritornò nel suo nascondiglio, per
godersi il ritorno del pellicano.
Infatti, di lì a poco, l'uccello ritornò.
Alla vista di quella strage incominciò a piangere, e il
suo lamento era così disperato che tutti gli abitanti
della foresta lo ascoltavano commossi.
- Che senso ha ora la mia vita senza di voi? - diceva il
povero padre guardando i suoi figli uccisi. - Voglio
morire anch'io, come voi! -
E col becco incominciò a lacerarsi il petto, proprio
sopra il cuore. Il sangue sgorgava a fiotti dalla ferita,
bagnando i piccoli uccisi dal serpente.
Ma,' ad un tratto, il pellicano, ormai moribondo, trasalì.
Il suo sangue caldo aveva reso la vita ai suoi figlioli;
il suo amore li aveva resuscitati. E allora, felice, spirò.
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| Il
Pavone
Il
contadino parti, dopo aver chiuso la porta del cortile.
Sperava di ritornare presto, ma i giorni passavano senza
che lui si facesse vedere.
Gli animali del cortile avevano fame e sete; perfino il
gallo non cantava più.
Stavano tutti immobili, per non consumare le forze, sotto
l'ombra di una pianta.
Soltanto il pavone, anche quel giorno, si levò
barcollando sulle zampe, apri a ventaglio la sua grande e
variopinta coda, e incominciò a passeggiare avanti e
indietro.
- Mamma - domandò una magra gallinella alla chioccia -
perché il pavone fa la ruota tutti i giorni? -
- Perché è vanesio, figlia mia; e l'ambizione è un
vizio che scompare soltanto con la morte -.
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| Il
Toro
Un toro in libertà faceva strage
fra le mandrie e gli armenti. I pastori non avevano più
coraggio di portare al pascolo gli animali, per via di
quel selvaggio bestione che arrivava all'improvviso,
caricando a testa bassa, per infilzare con le corna tutto
ciò che incontrava.
I pastori, però, sapevano che il toro odiava il colore
rosso; e quindi, un giorno, decisero di tendergli un
tranello.
Fasciarono di stoffa rossa il grosso tronco di un albero e
poi si nascosero.
Il toro, soffiando dalle narici, non si fece attendere
molto.
Vedendo quel tronco rosso, abbassò la testa partendo alla
carica, e con un gran fracasso inchiodò le corna
nell'albero, restandovi prigioniero. Così i pastori lo
uccisero.
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| L'Ermellino
Una volpe stava mangiando, quando
passò un elegante ermellino. - Vuoi favorire? - disse la
volpe ormai sazia. Grazie, - rispose l'ermellino - ho già
mangiato. -
- Ah, ah! - rise la volpe. - Voialtri ermellini siete gli
animali più modesti del mondo. Mangiate solo una volta al
giorno, e preferite digiunare piuttosto che sporcarvi il
vestito. -
In quel mentre arrivarono dei cacciatori. La volpe, svelta
come un lampo, si rintanò sotto terra, e l'ermellino, non
meno veloce della volpe, corse verso la sua tana.
Ma il sole aveva sciolto la neve e la tana era diventata
un pantano.
Il candido ermellino, per non strisciare nel fango, si
fermò titubante. E i cacciatori lo colpirono a morte.
La moderazione raffrena tutti i vizi. L'ermellino
preferisce morire, piuttosto che macchiare la sua purezza.
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| Il
Ragno nella buca della chiave
Un ragno, dopo avere esplorato
tutta la casa, di fuori e di dentro, pensò di rintanarsi
nel buco della serratura.
Che rifugio ideale! Chi lo avrebbe mai scoperto, li
dentro?
Lui, invece, affacciandosi sull'orlo della toppa, avrebbe
potuto guardare dappertutto senza correre alcun rischio.
Lassù diceva fra sé, sbirciando la soglia di pietra
tenderò una rete per le mosche; quaggiù aggiungeva
scrutando lo scalino ne tenderò un'altra per i bruchi;
qui, vicino al battente dell'uscio, farò una piccola
trappola per le zanzare.
Il ragno gongolava. Il buco della serratura gli dava una
sicurezza nuova, straordinaria; cosi stretto, buio,
foderato di ferro, gli sembrava più inattaccabile di una
fortezza, più sicuro di qualsiasi armatura.
Mentre si crogiolava in questi pensieri, gli giunse
all'orecchio un rumore di passi: allora, prudente, si
ritirò in fondo al suo rifugio.
Qualcuno stava per entrare in casa; una chiave tintinnò,
s'infilò nel buco della serratura e lo schiacciò.
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| Il
Cigno
Il cigno piegò il flessuoso
collo verso l'acqua e si specchiò a lungo. Allora capi la
ragione della sua stanchezza, e di quel freddo che gli
attanagliava il corpo facendolo tremare come d'inverno:
con assoluta certezza egli seppe che la sua ora era
suonata e che bisognava prepararsi a morire.
Le sue piume erano ancora bianche come il primo giorno
della sua vita. Era passato attraverso le stagioni e gli
anni senza macchiare la sua veste immacolata; ora poteva
anche andarsene, concludere in bellezza la sua vicenda.
Alzando il bel collo, si diresse lento e solenne sotto ad
un salice, dov'era solito riposarsi durante la calura. Era
già sera. Il tramonto tingeva di porpora e di viola
l'acqua del lago.
E nel grande silenzio che già scendeva tutto intorno, il
cigno incominciò a cantare.
Mai aveva trovato, prima di allora, accenti così pieni
d'amore per tutta la natura, per la bellezza del cielo,
dell'acqua e della terra. Il suo canto dolcissimo si
sparse nell'aria, velato appena di nostalgia, finché
piano piano si spense, insieme all'ultima luce
dell'orizzonte.
- È il cigno - dissero commossi i pesci, gli uccelli,
tutti gli animali del prato e del bosco - è il cigno che
muore. -
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| Il
Cardellino
Quando ritornò nel nido, con un
piccolo verme in bocca, il cardellino non trovò più i
suoi figlioli. Qualcuno, durante la sua assenza, li aveva
rubati.
Il cardellino incominciò a cercarli dappertutto,
piangendo e gridando; tutta la selva risuonava dei suoi
disperati richiami, ma nessuno gli rispondeva.
Un giorno un fringuello gli disse:
- Mi pare di aver visto i tuoi figlioli sulla casa del
contadino. -
Il cardellino partì, pieno di speranza, e in breve tempo
arrivò alla casa del contadino. Si posò sul tetto: non
c'era nessuno. Scese sull'aia: era deserta.
Ma nell'alzare la testa vide una gabbia appesa fuori dalla
finestra. I suoi figlioli erano li dentro, prigionieri.
Quando lo videro, aggrappato alle stecche della gabbia, si
misero a pigolare chiedendogli di portarli via; e lui cercò
di rompere col becco e con le zampe le sbarre della
prigione, ma invano.
Allora, con un gran pianto, li lasciò.
Il giorno dopo, il cardellino tornò di nuovo sulla gabbia
dov'erano i suoi figli. Li guardò. Poi, attraverso le
sbarre, li imboccò uno per uno, per l'ultima volta.
Infatti egli aveva portato alle sue creature il tortomalio,
che era un'erba velenosa, e i piccoli uccellini morirono.
- Meglio morti - disse - che perdere la libertà. -
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|
| La
Scimmia e l'Uccellino
Un giorno una giovane scimmia, saltando di ramo in ramo,
vide un nido pieno di piccoli uccelli. Tutta contenta si
avvicinò ed allungò una mano per prenderli; ma quelli,
sapendo già volare, fuggirono via lasciando nel nido
soltanto il più piccolo.
Allegra come una pasqua la scimmietta tornò a casa con
l'uccellino; e tanto gli piaceva che cominciò ad
accarezzarlo, a baciarlo, a stringer-selo al petto. Sua
madre la guardava senza dir nulla.
- Com'è carino! - gridava la scimmietta. - Gli voglio
tanto bene! -
E seguitò a baciarlo ed a stringerselo a sé, finché gli
tolse la vita. Questa favola, è detta per quelli che non
sanno castigare i propri figli.
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| Il
Coccodrillo e l'Icneumone
Un
coccodrillo, dopo aver ucciso un uomo che dormiva sotto
una palma, versò molte lacrime.
- Vedi - disse un icneumone a suo figlio - il coccodrillo
è un ipocrita, perché ora piange e fra poco divorerà la
sua vittima. -
Infatti, dopo un po', il coccodrillo si mise
tranquillamente a mangiare la sua preda.
Finito il pasto si addormentò sulla sponda del fiume, a
bocca aperta, per consentire ad un uccellino suo amico,
chiamato Trochilo, di entrar dentro a beccare gli avanzi
rimastigli tra i denti.
Stuzzicato piacevolmente dal diligente uccellino, il
coccodrillo, nel sonno, apri ancora di più le sue
poderose mascelle.
Allora l'icneumone disse a suo figlio:
- Ora stai bene attento. E così che si uccidono i
traditori. -
E, presa la rincorsa, si precipitò nella bocca del
coccodrillo infilan-dosi alla svelta giù per la gola. Da
quella passò nello stomaco, glielo sfondò con i denti
aguzzi, quindi entrò nell'intestino facendo altrettanto.
Il coccodrillo, svegliato di soprassalto, incominciò a
rotolarsi per terra in preda al dolore, urlò sentendosi
strappare le viscere, finché, dilaniato dall'icneumone,
restò a pancia all'aria, stecchito.
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|
| I
Tordi e la Civetta
-
Siamo liberi! Siamo liberi! - gridarono un giorno i tordi,
vedendo che l'uomo aveva catturato la civetta.
- Ora la civetta non ci fa più paura. Ora dormiremo
tranquilli. -
La civetta, infatti, era caduta in un'imboscata, e l'uomo
l'aveva rinchiusa in gabbia.
- Andiamo a vedere la civetta in prigione - dicevano i
tordi volando e cantando intorno alla gabbia della loro
avversaria.
Ma l'uomo aveva catturato la civetta con un altro scopo,
ossia quello di prendere i tordi. Infatti, la civetta fece
subito alleanza col suo vincitore il quale, dopo averla
legata per una zampa, la metteva ogni giorno bene in
mostra sopra un trespolo. I tordi, per vederla, si
precipitavano sugli alberi vicini, dove l'uomo aveva
nascosto le sue canne impaniate. E i tordi, anziché
perdere la libertà come la civetta, perdevano la vita.
Questa favola è detta per tutti quelli che si rallegrano
quando qualcuno, che conta più di loro e su di loro,
perde la libertà. Perché il vinto, quando è importante,
diventa presto alleato o strumento del vincitore, mentre
tutti quelli che, prima, dipendevano da lui, cadono sotto
un nuovo padrone, e insieme alla libertà perdono, spesso,
anche la vita.
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|
| Il
Falcone e l'Anatra
Ogni volta che andava a caccia
d'anatre, il nobile falcone si arrabbiava. Quelle anatre
riuscivano quasi sempre a beffarlo, tuffandosi sott'acqua
proprio all'ultimo momento, e restando sommerse più di
quanto lui potesse rimanere sospeso in aria ad aspettarle.
Anche quella mattina il falcone decise di ritentare. Dopo
aver fatto molte ruote ad ali aperte per studiare la
situazione, e dopo aver bene individuato l'anatra da
catturare, il nobile rapace piombò giù come un bolide.
Ma l'anatra, più svelta, si tuffò a capofitto.
- Questa volta ti vengo dietro - gridò il falcone
infuriato, e si tuffò anche lui.
L'anatra, vedendolo sott'acqua, fece un guizzo, risalì,
spiegò le ali e si mise a volare. Il falcone, con le
penne bagnate, non riuscì a prendere il volo.
Passandogli sopra, l'anatra gli disse:
- Addio, falcone! Io nel tuo cielo ci so stare, ma tu,
nella mia acqua, affoghi! -
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| La
Talpa
Una talpa, sottoterra,
passeggiava per le lunghe gallerie che la sua famiglia
aveva scavato e ripulito in tanti anni di lavoro.
Andava avanti e indietro, saliva ai piani superiori,
scendeva nelle cantine còme se avesse avuto una vista
buonissima; invece, come tutte le talpe, aveva gli occhi
molto piccoli e poca vista.
Finalmente s'infilò in un cunicolo sconosciuto e seguitò
a camminare.
- Fermati - gridò una voce
dal piano di sotto. - Codesta galleria porta fuori, è
pericolosa! -
La talpa, invece, continuò ad andare su, finché non si
trovò dentro a un mucchio di terriccio ancora fresco.
Spinse il muso in alto e sbucò fuori, ma la luce del
sole, come il bagliore di un fulmine, la uccise.
Anche la bugia, come la talpa, può vivere soltanto se
rimane nascosta: non appena essa viene alla luce per farsi
notare, muore.
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|
| La
Farfalla e il Lume
Un parpaglione variopinto e
vagabondo andava, una sera, discorrendo nel buio, quando
vide in lontananza un lumicino. Subito drizzò le ali in
quella direzione, e quando giunse vicino alla fiamma si
mise a ruo-tarle agilmente intorno guardandola con grande
meraviglia. Com'era bella!
Non contento di ammirarla, il parpaglione si mise in testa
di fare con lei quello che faceva di solito coi fiori
odorosi: si allontanò, si voltò, e puntando
coraggiosamente il volo verso la fiamma le passò sopra
sfiorandola.
Si ritrovò, stordito, ai piedi del lume; e si accorse,
con stupore, che gli mancava una zampa e che la punta
delle ali era bruciacchiata.
- Che cosa mi sarà successo? - si chiese, senza riuscire
a trovare una ragione. Non poteva assolutamente ammettere
che da una cosa tanto bella, com'era quella fiamma, gli
potesse venire alcun male; e perciò, dopo aver ripreso un
po' di forze, con un colpo d'ali si rimise in volo.
Fece alcuni volteggi, e di nuovo puntò verso la fiamma
per posarvicisi sopra. E subito cadde, bruciato, nell'olio
che alimentava la vivida fiammella.
- Maledetta luce - mormorò il parpaglione in fin di vita.
- Io credevo di trovare in te la mia felicità, e invece
ci ho trovato la morte. Piango sul mio sciocco desiderio,
perché ho conosciuto troppo tardi, e a mie spese, la tua
natura pericolosa. -
- Povero parpaglione - rispose il lume. - Io non sono il
sole, come tu ingenuamente credevi. Io sono soltanto un
lume; e chi non sa usarmi con prudenza, si brucia. -
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| La
Pulce e il Castrone
Una
pulce, che abitava nel raso pelo di un cane, senti un
giorno un buon odore di lana.
- Che succede? -
Fece un piccolo salto e si accorse che il suo cane si era
addormentato sopra la pelle di un castrone.
- Quella pelliccia fa proprio al caso mio - disse la
pulce. - E più grossa e più morbida, e soprattutto è più
sicura. Li non c'è pericolo d'incontrare le unghie e i
denti del cane, che ogni tanto si mettono a cercarmi, e la
pelle del castrone sarà certamente più dolce. -
Così, senza starci troppo a pensare, la pulce cambiò
domicilio, passando, con un salto, dal pelo del cane alla
pelliccia del castrone.
Ma la lana era folta, tanto folta e grossa, che non era
facile arrivare fino alla pelle.
Prova e riprova, separando con pazienza un pelo dall'altro
e aprendosi con fatica un varco, la pulce arrivò fino
alla radice dei peli: ma questi erano così fitti che
quasi si toccavano, non lasciando alla pulce nemmeno uno
spiraglio da cui poter assaggiare la pelle.
Stanca, sudata e delusa, la pulce si rassegnò a ritornare
sul cane; ma il cane era partito.
Povera pulce! Pentita dell'errore commesso pianse per
giorni e giorni, e mori di fame nella grassa pelliccia del
castrone.
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