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L'uomo con gli occhi azurri
Speranza

 

 

 

 

 

 

 L'uomo con gli occhi azzurri

C'era una volta un uomo, un tipo a cui non si poteva dare età, e neppure identità. Era un uomo come tanti, comune, a cui nessuno faceva caso, anche perché la gente era così indaffarata a correre a destra e a sinistra per sbrigare i propri affari, che non aveva il tempo per accorgersene.
Bene, quest'uomo senza età e senza volto, si alzava al mattino, si vestiva nella sua stanzetta, beveva un caffè nella sua cucina e dopo essersi lavato e sistemato, chiudeva la sua piccola casa vuota e si allontanava gettandosi tra altri milioni di uomini come lui.
Dopo poco tempo arrivava nel suo ufficio, lavorava e poi se ne andava a casa, mangiava, si rinfrescava e infine si metteva a dormire. Così tutti i giorni. Sembrava che nella sua vita non esistesse un vero scopo, solo quello di alzarsi, lavorare e dormire.
Un mattino, che si prospettava come tutti gli altri, mentre faceva colazione, l'uomo sentì il pianto di un bambino: questo certamente non lo sconvolse e continuò a sorseggiare il suo caffè, leggendo il giornale.
Uscendo di casa, poi, vide che nel giardino del suo palazzo c'era qualcosa di strano: il prato brillava di verde e di giallo. Se ne compiacque pensando che fosse sicuramente qualcosa di molto lussuoso.
Continuò per la sua strada: era una bellissima mattinata, il sole splendeva e non c'era una nuvola in cielo; l'uomo, perso tra la folla, iniziò stranamente a guardarsi attorno e sollevando la testa si fermò di colpo, causando una serie di tamponamenti a catena tra i pedoni: vide il cielo, quel magnifico cielo così limpido e chiaro che non aveva mai notato prima e s'incantò a guardarlo. Rimase a testa in su per un bel pezzo e quando si mosse passò vicino ad una vetrina che rispecchiò il suo volto. L'uomo sorrise vedendosi: i suoi occhi erano diventati azzurri, come il cielo.Si allontanò sorridendo e vide i fiori, le farfalle , i bambini e il sole.


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Speranza

 

C’era una volta una bambina. All’apparenza era carina, un viso rotondo, due grandi occhioni neri e lunghi capelli, anch’essi neri, raccolti in trecce. Era strano guardarla negli occhi perché sembrava di cadere dentro un abisso: per questo motivo poche persone riuscivano a fissarla davvero. Portava degli occhiali che sembravano da vista e che facevano sembrare i suoi occhi molto più piccoli e normali.

Era una bambina molto sola: si sentiva diversa dagli altri non solo per questo problema “fisico” per cui la gente si sentiva a disagio con lei, ma per qualcosa di più intimo.

La sua mamma era morta dopo pochi mesi dal parto eppure lei se la ricordava, ma non dalle fotografie: si ricordava lo sguardo dolce e il silenzio tiepido che la cullava e le sue mani calde e delicate che l’accarezzavano. La bimba era muta, come lo era sua mamma, ma era molto intelligente: pur essendo molto piccola sapeva già leggere e scrivere, amava la musica e si esprimeva lasciandosi trasportare nei movimenti dalle note.

Viveva in una grande casa in cui c’erano moltissime persone che si prendevano cura di lei ma che le sembravano infinitamente false e costruite, perciò, appena poteva, scappava veloce su una collina, un po’ distante, dove c’era uno splendido albero sempreverde su cui si arrampicava e lassù poteva ammirare il panorama del mare e del sole che alla sera lo toccava dando vita ad una luce e a dei colori miracolosi.

Restava lì per ore da sola a fissare l’acqua che si muoveva e la cullava con il suo rumore cristallino, e pensava, pensava, e talvolta non sapeva nemmeno lei su cosa meditava, ma capiva che la sua vita era diversa da quella di ogni altro bambino.

Si era rassegnata alla sua solitudine, anche perché le sembrava di essere un po’ come la sua mamma: unica al mondo, con un cuore immenso.

Un giorno incontrò sulla collina, che era sempre deserta, un bambino che aveva all’incirca la sua età. Aveva i capelli scuri e gli occhi chiari ed era molto vivace e allegro; cercava sempre di farla ridere e di mostrarle le cose in modo meno drammatico. E così diventarono amici.

Alla bimba si aprì uno spiraglio di gioia, un sentimento  che non aveva mai sperimentato e anche al bambino piaceva stare ore a guardare il mare tra i rami dell’albero della collina, gli piacevano il sole e la vita: avrebbe voluto essere un uccellino per poter volare attorno ai rami, ma era già contento così. Anche lui era molto riflessivo e sensibile.

Un giorno il suo amico le chiese di togliersi gli occhiali: lei rifiutò in un primo momento, cercando di spiegargli quale fosse il problema, ma poi vedendo che lui  era molto contrariato e quasi offeso per tutta la storia, e avendo paura di perderlo comunque, decise di toglierli, e per un attimo tenne gli occhi chiusi.

Era combattuta, non sapeva se aprirli o no perché era convinta che se il bambino fosse riuscito a guardarla, allora sarebbe sempre stato suo amico, ma se non ci fosse riuscito, sarebbe stato come tutti gli altri.

Alla fine si decise e li aprì piano piano fino a guardare il viso del bambino e i suoi occhi verdi…

Potrei raccontarvi che lui non si scompose e che non successe nulla, che i due amici continuarono a giocare e a fissare il mare insieme per il resto della loro vita.

Vorrei potervi dire che finì tutto bene.

Forse è così.

Se andate su quella collina, sotto l’albero sempreverde troverete dei fiorellini splendidi, di cui non conosco il nome: sono piccoli e puri,  nati da una goccia caduta da un abisso. Loro vi racconteranno in che modo è andata a finire, se avete il coraggio di affrontare l’intensità del loro colore e del loro profumo…

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