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Speranza
C’era una volta una bambina. All’apparenza era carina, un
viso rotondo, due grandi occhioni neri e lunghi capelli,
anch’essi neri, raccolti in trecce. Era strano guardarla negli
occhi perché sembrava di cadere dentro un abisso: per questo
motivo poche persone riuscivano a fissarla davvero. Portava degli
occhiali che sembravano da vista e che facevano sembrare i suoi
occhi molto più piccoli e normali.
Era una
bambina molto sola: si sentiva diversa dagli altri non solo per
questo problema “fisico” per cui la gente si sentiva a disagio
con lei, ma per qualcosa di più intimo.
La sua
mamma era morta dopo pochi mesi dal parto eppure lei se la
ricordava, ma non dalle fotografie: si ricordava lo sguardo dolce
e il silenzio tiepido che la cullava e le sue mani calde e
delicate che l’accarezzavano. La bimba era muta, come lo era sua
mamma, ma era molto intelligente: pur essendo molto piccola sapeva
già leggere e scrivere, amava la musica e si esprimeva
lasciandosi trasportare nei movimenti dalle note.
Viveva
in una grande casa in cui c’erano moltissime persone che si
prendevano cura di lei ma che le sembravano infinitamente false e
costruite, perciò, appena poteva, scappava veloce su una collina,
un po’ distante, dove c’era uno splendido albero sempreverde
su cui si arrampicava e lassù poteva ammirare il panorama del
mare e del sole che alla sera lo toccava dando vita ad una luce e
a dei colori miracolosi.
Restava
lì per ore da sola a fissare l’acqua che si muoveva e la
cullava con il suo rumore cristallino, e pensava, pensava, e
talvolta non sapeva nemmeno lei su cosa meditava, ma capiva che la
sua vita era diversa da quella di ogni altro bambino.
Si era
rassegnata alla sua solitudine, anche perché le sembrava di
essere un po’ come la sua mamma: unica al mondo, con un cuore
immenso.
Un
giorno incontrò sulla collina, che era sempre deserta, un bambino
che aveva all’incirca la sua età. Aveva i capelli scuri e gli
occhi chiari ed era molto vivace e allegro; cercava sempre di
farla ridere e di mostrarle le cose in modo meno drammatico. E così
diventarono amici.
Alla
bimba si aprì uno spiraglio di gioia, un sentimento
che non aveva mai sperimentato e anche al bambino piaceva
stare ore a guardare il mare tra i rami dell’albero della
collina, gli piacevano il sole e la vita: avrebbe voluto essere un
uccellino per poter volare attorno ai rami, ma era già contento
così. Anche lui era molto riflessivo e sensibile.
Un
giorno il suo amico le chiese di togliersi gli occhiali: lei
rifiutò in un primo momento, cercando di spiegargli quale fosse
il problema, ma poi vedendo che lui
era molto contrariato e quasi offeso per tutta la storia, e
avendo paura di perderlo comunque, decise di toglierli, e per un
attimo tenne gli occhi chiusi.
Era
combattuta, non sapeva se aprirli o no perché era convinta che se
il bambino fosse riuscito a guardarla, allora sarebbe sempre stato
suo amico, ma se non ci fosse riuscito, sarebbe stato come tutti
gli altri.
Alla
fine si decise e li aprì piano piano fino a guardare il viso del
bambino e i suoi occhi verdi…
Potrei
raccontarvi che lui non si scompose e che non successe nulla, che
i due amici continuarono a giocare e a fissare il mare insieme per
il resto della loro vita.
Vorrei
potervi dire che finì tutto bene.
Forse
è così.
Se
andate su quella collina, sotto l’albero sempreverde troverete
dei fiorellini splendidi, di cui non conosco il nome: sono piccoli
e puri, nati da una goccia caduta da un abisso. Loro vi racconteranno
in che modo è andata a finire, se avete il coraggio di affrontare
l’intensità del loro colore e del loro profumo…
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