Home 

 

Gabriele Pane

 

Il Vecchio e Il Gufo

 

dello stesso Autore.... Racconti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Vecchio e Il Gufo
 

C'era una volta un vecchio, un uomo molto ricco e molto anziano che
viveva in un grande castello nel mezzo della foresta. Questa era la sua
croce e la sua delizia: ne ammirava la bellezza primordiale, gli alberi alti
e forti, i ruscelli, i laghi, le felci perdute nel mondo delle macchine,
sapeva che quei corsi d'acqua e quegli alberi erano la causa delle forti
piogge che ogni mattina si riversavano sulle mura del suo castello. Dovete
sapere, infatti, che questo vecchio aveva una salute molto precaria e viveva
ormai da intere ere senza potersi bagnare con l'acqua piovana: ogni singola
goccia di pioggia rappresentava un pericolo per la sua vita. Egli era sì
molto anziano, ma allo stesso tempo anche molto attaccato alla vita,
trascorsa fra le quattro mura del castello e le passeggiate quotidiane ogni
mattina all'interno della foresta. Ma come, vi chiederete, se pioveva ogni
mattina perché usciva a passeggio proprio sotto la pioggia pur essendo per
lui così pericolosa? Il vecchio doveva fare la sua solita camminata, poiché
il profumo dell'erba bagnata era molto salutare per lui, l'odore di quella
fresca natura incontaminata si può dire che gli allungasse la vita. Per
questo, quando la mattina varcava la porta principale per vagare nel
sottobosco, indossava sempre un lungo cappello a punta. Questo era un dono
di una strega che lui aveva ospitato molto tempo addietro e quindi, essendo
appunto il dono di una strega, era magico: alla prima goccia di pioggia si
apriva e si estendeva per metri e metri, proteggendolo del tutto dall'acqua
pericolosa. La passeggiata mattutina era, per il vecchio, l'unico momento di
libertà e di distrazione dalla noiosa vita del castello, che conduceva
sempre solo, chino sui libri, alla ricerca di un sapere perduto. Egli stesso
aveva scelto di diventare un eremita, e mentre il mondo fuori dalla foresta
si sviluppava e cresceva, dentro il castello tutto era uguale da tempo.

Un giorno, al momento d'indossare il proprio magico copricapo per affrontare
il temporale che infuriava all'esterno, si accorse che sulla punta di esso
si trovava un fascio di rametti secchi, intrecciati ad arte secondo la
tipica forma di un nido d'uccello.

-Un nido d'uccello sopra la punta del mio cappello? Ma come può essere
accaduto?- si chiese colmo di stupore. E mentre si apprestava a spostarlo,
un forte stridulo gli fermò la mano: il proprietario del nido gli si parò
davanti, un gufo, un grosso gufo bianco che non pareva per niente contento
delle intenzioni del vecchio.

-Sei tu il padrone del cappello?

-Sei tu il padrone del nido?

-Ho fatto io la prima domanda!

-Allora ti rispondo: sono io il padrone del cappello e tu stai invadendo la
mia proprietà.

-Non sapevo dove costruire il nido e la punta del tuo cappello è perfetta
per ospitarlo.

-Ma io lo devo indossare, devo proteggermi dall'acqua.

-L'acqua è buona, non può fare del male.

-Io sono di salute debole, la pioggia potrebbe farmi molto male. Credi che
debba sacrificare la mia vita per il tuo nido?

-Non potresti indossarlo con me sopra?

-Saresti un peso. e io sono anziano.

-Però potrei indicarti la via, aiutarti nel tuo cammino. Con la mia vista ti
segnalerei gli ostacoli, ti precederei lungo il sentiero segnalandoti la
strada più agevole...

Il vecchio acconsentì alla richiesta del gufo, l'aggradava l'idea di
affrontare la propria quotidiana fatica in compagnia di un amico, un
compagno di viaggio che gli fosse d'aiuto e di sostegno, lui, ormai così
logorato dal tempo. Fu così che, dopo ere ed ere, l'uomo ebbe il suo primo
amico, qualcuno che gli offrisse la sua compagnia.

Per mille altri giorni i due così diversi, eppure così uniti, si
accompagnarono a vicenda, spingendosi sempre più lontano, fino ai margini
della grande foresta. Il vecchio però non poteva avvicinarsi tanto al
confine, un po' per timore, un po' a causa della sua salute, migliorata, ma
sempre cagionevole. Fu così che propose al gufo di raccontargli cosa vedesse
all'esterno, quali avvenimenti, di avventurarsi per lui aldilà di quegli
alberi rassicuranti. Il gufo acconsentì di buon grado, avrebbe fatto di
tutto per accontentare quel vecchio gentile che l'aveva ospitato sopra il
suo cappello. Così ogni giorno lo informava su quello che accadeva
all'esterno, secondo ciò che riusciva ad osservare con i suoi occhi attenti.
Gli narrò di come la grande foresta stesse retrocedendo sempre più,
sconfitta dall'uomo avido di terreni da coltivare, senza però meglio
distribuire quelli già conquistati; gli narrò di come gli uomini ancora,
nonostante tanto tempo fosse passato dalla loro comparsa, continuassero a
essere animali, spesso sanguinari, avidi di potere e denaro e sempre più
privi di quell'eterea scintilla ce aveva accompagnato il loro primo vagito
all'alba dei tempi, o alla notte se volete: l'intelligenza, l'anima. Ora
tentavano di controllarsi, distruggersi, quando un nemico non esisteva lo
creavano ad arte, sempre più diventavano peggio degli animali stessi, privi
di umanità, rispetto ai quali si ritenevano infinitamente superiori.

Il vecchio un giorno chiese al gufo di portargli una buona notizia, qualcosa
che lo facesse sorridere, qualcos'altro, oltre a lui vecchio gufo, che gli
facesse riscoprire la propria umanità, l'anima. Il gufo la mattina
successiva partì alla ricerca di una buona notizia. Il vecchio lo attese
trepidante per giorni e giorni, dimentico dei propri scaffali colmi di
libri, portatori di quella che ormai riteneva falsa conoscenza. Ancora dei
lustri passarono e il vecchio cominciò a temere per l'amico, la sua
disperazione crebbe ogni giorno, ogni albero abbattuto, ogni lamento della
foresta madre, ogni metro conquistato dalle asce degli uomini erano per lui
un colpo mortale, una stilettata al cuore.

Una mattina non piovve. Il vecchio era allibito, era la prima volta che
succedeva: capì ben presto che i laghi si erano prosciugati. Cercò di darsi
una spiegazione del perché fosse successo, la sua vita e la sua morte
dipendevano da quell'acqua. Fu così che, in mezzo ad un vortice di domande
senza risposta, all'orizzonte vide una rosa, trascinata dal vento, in
direzione del suo castello. A grandi passi raggiunse la terrazza e cercò di
afferrare lo stelo del fiore fluttuante nel cielo, stendente una scia di
petali rossi. Nel momento in cui l'afferrò sentì una voce:

-.ho trovato una buona notizia, l'ho scovata quando due bambini mossi a
pietà mi hanno seppellito assieme ad una rosa: l'innocenza è ancora parte
dell'essere umano.

Era la voce, flebile mormorio, del gufo: l'uomo aveva trovato la sua
innocenza seppellendo il cadavere di un essere ancora più innocente. Il
vecchio pianse, per giorni e giorni, disperandosi per la perdita del proprio
amico, della sua anima volatile. Decise allora, quando anche le lacrime
erano terminate e le piogge erano ormai un lontano ricordo, che non avrebbe
potuto continuare a vivere senza di lui, senza il suo calore quasi umano:
salì sulla sommità del suo castello e, di fronte alla prima ascia umana che
vedeva da vicino, si lasciò cadere, restituendosi alla nuda terra. La Madre.

 

  Torna all'indice Autore

 
 
Home