C'era una volta un
vecchio, un uomo molto ricco e molto anziano che
viveva in un grande castello nel mezzo della foresta.
Questa era la sua
croce e la sua delizia: ne ammirava la bellezza
primordiale, gli alberi alti
e forti, i ruscelli, i laghi, le felci perdute nel
mondo delle macchine,
sapeva che quei corsi d'acqua e quegli alberi erano la
causa delle forti
piogge che ogni mattina si riversavano sulle mura del
suo castello. Dovete
sapere, infatti, che questo vecchio aveva una salute
molto precaria e viveva
ormai da intere ere senza potersi bagnare con l'acqua
piovana: ogni singola
goccia di pioggia rappresentava un pericolo per la sua
vita. Egli era sì
molto anziano, ma allo stesso tempo anche molto
attaccato alla vita,
trascorsa fra le quattro mura del castello e le
passeggiate quotidiane ogni
mattina all'interno della foresta. Ma come, vi
chiederete, se pioveva ogni
mattina perché usciva a passeggio proprio sotto la
pioggia pur essendo per
lui così pericolosa? Il vecchio doveva fare la sua
solita camminata, poiché
il profumo dell'erba bagnata era molto salutare per
lui, l'odore di quella
fresca natura incontaminata si può dire che gli
allungasse la vita. Per
questo, quando la mattina varcava la porta principale
per vagare nel
sottobosco, indossava sempre un lungo cappello a
punta. Questo era un dono
di una strega che lui aveva ospitato molto tempo
addietro e quindi, essendo
appunto il dono di una strega, era magico: alla prima
goccia di pioggia si
apriva e si estendeva per metri e metri, proteggendolo
del tutto dall'acqua
pericolosa. La passeggiata mattutina era, per il
vecchio, l'unico momento di
libertà e di distrazione dalla noiosa vita del
castello, che conduceva
sempre solo, chino sui libri, alla ricerca di un
sapere perduto. Egli stesso
aveva scelto di diventare un eremita, e mentre il
mondo fuori dalla foresta
si sviluppava e cresceva, dentro il castello tutto era
uguale da tempo.
Un giorno, al momento d'indossare il proprio magico
copricapo per affrontare
il temporale che infuriava all'esterno, si accorse che
sulla punta di esso
si trovava un fascio di rametti secchi, intrecciati ad
arte secondo la
tipica forma di un nido d'uccello.
-Un nido d'uccello sopra la punta del mio cappello? Ma
come può essere
accaduto?- si chiese colmo di stupore. E mentre si
apprestava a spostarlo,
un forte stridulo gli fermò la mano: il proprietario
del nido gli si parò
davanti, un gufo, un grosso gufo bianco che non pareva
per niente contento
delle intenzioni del vecchio.
-Sei tu il padrone del cappello?
-Sei tu il padrone del nido?
-Ho fatto io la prima domanda!
-Allora ti rispondo: sono io il padrone del cappello e
tu stai invadendo la
mia proprietà.
-Non sapevo dove costruire il nido e la punta del tuo
cappello è perfetta
per ospitarlo.
-Ma io lo devo indossare, devo proteggermi dall'acqua.
-L'acqua è buona, non può fare del male.
-Io sono di salute debole, la pioggia potrebbe farmi
molto male. Credi che
debba sacrificare la mia vita per il tuo nido?
-Non potresti indossarlo con me sopra?
-Saresti un peso. e io sono anziano.
-Però potrei indicarti la via, aiutarti nel tuo
cammino. Con la mia vista ti
segnalerei gli ostacoli, ti precederei lungo il
sentiero segnalandoti la
strada più agevole...
Il vecchio acconsentì alla richiesta del gufo,
l'aggradava l'idea di
affrontare la propria quotidiana fatica in compagnia
di un amico, un
compagno di viaggio che gli fosse d'aiuto e di
sostegno, lui, ormai così
logorato dal tempo. Fu così che, dopo ere ed ere,
l'uomo ebbe il suo primo
amico, qualcuno che gli offrisse la sua compagnia.
Per mille altri giorni i due così diversi, eppure così
uniti, si
accompagnarono a vicenda, spingendosi sempre più
lontano, fino ai margini
della grande foresta. Il vecchio però non poteva
avvicinarsi tanto al
confine, un po' per timore, un po' a causa della sua
salute, migliorata, ma
sempre cagionevole. Fu così che propose al gufo di
raccontargli cosa vedesse
all'esterno, quali avvenimenti, di avventurarsi per
lui aldilà di quegli
alberi rassicuranti. Il gufo acconsentì di buon grado,
avrebbe fatto di
tutto per accontentare quel vecchio gentile che
l'aveva ospitato sopra il
suo cappello. Così ogni giorno lo informava su quello
che accadeva
all'esterno, secondo ciò che riusciva ad osservare con
i suoi occhi attenti.
Gli narrò di come la grande foresta stesse
retrocedendo sempre più,
sconfitta dall'uomo avido di terreni da coltivare,
senza però meglio
distribuire quelli già conquistati; gli narrò di come
gli uomini ancora,
nonostante tanto tempo fosse passato dalla loro
comparsa, continuassero a
essere animali, spesso sanguinari, avidi di potere e
denaro e sempre più
privi di quell'eterea scintilla ce aveva accompagnato
il loro primo vagito
all'alba dei tempi, o alla notte se volete:
l'intelligenza, l'anima. Ora
tentavano di controllarsi, distruggersi, quando un
nemico non esisteva lo
creavano ad arte, sempre più diventavano peggio degli
animali stessi, privi
di umanità, rispetto ai quali si ritenevano
infinitamente superiori.
Il vecchio un giorno chiese al gufo di portargli una
buona notizia, qualcosa
che lo facesse sorridere, qualcos'altro, oltre a lui
vecchio gufo, che gli
facesse riscoprire la propria umanità, l'anima. Il
gufo la mattina
successiva partì alla ricerca di una buona notizia. Il
vecchio lo attese
trepidante per giorni e giorni, dimentico dei propri
scaffali colmi di
libri, portatori di quella che ormai riteneva falsa
conoscenza. Ancora dei
lustri passarono e il vecchio cominciò a temere per
l'amico, la sua
disperazione crebbe ogni giorno, ogni albero
abbattuto, ogni lamento della
foresta madre, ogni metro conquistato dalle asce degli
uomini erano per lui
un colpo mortale, una stilettata al cuore.
Una mattina non piovve. Il vecchio era allibito, era
la prima volta che
succedeva: capì ben presto che i laghi si erano
prosciugati. Cercò di darsi
una spiegazione del perché fosse successo, la sua vita
e la sua morte
dipendevano da quell'acqua. Fu così che, in mezzo ad
un vortice di domande
senza risposta, all'orizzonte vide una rosa,
trascinata dal vento, in
direzione del suo castello. A grandi passi raggiunse
la terrazza e cercò di
afferrare lo stelo del fiore fluttuante nel cielo,
stendente una scia di
petali rossi. Nel momento in cui l'afferrò sentì una
voce:
-.ho trovato una buona notizia, l'ho scovata quando
due bambini mossi a
pietà mi hanno seppellito assieme ad una rosa:
l'innocenza è ancora parte
dell'essere umano.
Era la voce, flebile mormorio, del gufo: l'uomo aveva
trovato la sua
innocenza seppellendo il cadavere di un essere ancora
più innocente. Il
vecchio pianse, per giorni e giorni, disperandosi per
la perdita del proprio
amico, della sua anima volatile. Decise allora, quando
anche le lacrime
erano terminate e le piogge erano ormai un lontano
ricordo, che non avrebbe
potuto continuare a vivere senza di lui, senza il suo
calore quasi umano:
salì sulla sommità del suo castello e, di fronte alla
prima ascia umana che
vedeva da vicino, si lasciò cadere, restituendosi alla
nuda terra. La Madre.
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