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Giuseppe Ambrosecchia -
fotografie elle.a

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I Sassi – Cristo si è
fermato li - |
galleria di immagini
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“…Dalle ringhiere del
balcone pendevano e dondolavano pigre al vento le
trecce di fichi, nere di mosche che correvano a
sorbirne gli ultimi umori, prima che la vampa del sole
li avesse tutti succhiati. Davanti all'uscio, sulla
strada, sotto agli stendardi neri seccavano al sole,
su tavole dai bordi sporgenti, liquide distese color
del sangue di conserva di pomodoro. Sciami di mosche
passeggiavano a piede asciutto sulle parti già
solidificate, innumerevoli come il popolo di Mosè;
altri sciami precipitavano e s'impegolavano nelle zone
bagnate di quel Mar Rosso, e vi annegavano come
eserciti di Faraone, impazienti di preda. Il grande
silenzio della campagna pesava nella cucina, e il
mormorìo continuato delle mosche segnava il passare
delle ore, come la musica senza fine del tempo vuoto.
Ma, a un tratto, dalla chiesa vicina, cominciava a
suonare la campana, per qualche santo ignoto, o per
qualche funzione deserta, e il suono riempiva
lamentoso la stanza.”
Carlo Levi – Cristo si è fermato ad Eboli.
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Da molto avevo voglia di
camminare per I Sassi di Matera ed ancor di più la
voglia era arrivata leggendo le liriche dell’amico
Pino Ambrosecchia poeta
Materano che tanto ama la sua terra da saperla
raccontare in poesia; così dentro questa estate calda,
la macchina ha condotto
per le strade italiane verso I Sassi.Potrei raccontare
le infinite storie che Pino camminando su e giù per
le stradine di questa
splendida città ha raccontato, i ricordi, i dolori
della gente e le fatiche a vivere; potrei ma sono
convinta che
non c’è nulla di meglio
che sfogliare la memoria leggendo ciò che il cuore è
riuscito a trasferire sulla carta e la mia machina
fotografica ha in qualche
modo colto. Era amore quello che sentivo, amore per
una terra spesso avara ma incantevole, piena
di sogni e di illusioni,
colma di una vita sacrificata e così difficile.Era è e
resterà amore, quell’amore che vuole lasciare al
domani
ogni ricordo, bello o
brutto che sia ma vivo affinché resti altrettanto vivo
in chi I Sassi non li ha mai vissuti
Elle-A
Elle-A
Un vecchio e un bambino
Girano gli occhi
intorno a un bicchiere;
nell’aria sospiri di sollievo
seguono la mano dalla brocca
prima versa il vino
poi alla bocca.
Vicino a centrotavola
un buco dal cartoccio e l’aria
s’effonde col formaggio
di ovino fatto arrosto;
in carta camosciata
si snocciola l’oliva al sale
mentre dalla buona sorte
ognuno aspetta
carne intorno all’osso
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Gioiva la cantina,
per i vecchi
luce da luce agli occhi
dal viso del bambino;
lui passava ogni sera
e ti prendeva per mano
per dormirti affianco
e per vegliarti il sonno.
Nove o dieci anni
settanta oppure ottanta
non sempre sono pochi;
che tu sia un bambino
o che ti senta un vecchio
più spesso il giorno pesa
il piombo che non si è fuso.
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Scorcio dei Sassi
La bestia in stalla mangiava fieno
Con un po’ d’avena nella bisaccia;
I finimenti attaccati al chiodo
Come trofei per il giorno dopo;
Accanto un melone appeso
Pomodori a serto e peperoncino;
La madre intenta al suo signore
Cibo d’amore sulla “bffett”
Con il sospiro di chi misura
Al tempo il pane e la riserva
Di tutto un anno fatto di stenti.
Il pargoletto al seno, piange
Pure il bambino con occhi tristi:
Mira quel piatto che fuma ancora;
Il primo morso al genitore,
Segna l’inizio per tutti quanti.
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La spola al telaio accarezza i
fianchi
Mentre il tempo segna anche per noi
Specchi di vita che non vedremo.
Testimoni, per voi i miei ricordi,
Sono pure i santi ancora oggi
In qualche nicchia: attendono
Da chi non volle lasciare al figlio
Un solo gesto del suo passato,
Dal viaggiatore, almeno un fiore.Bffett:
piccola tavola sulla quale si metteva in un solo
grande piatto di terracotta smaltata la minestra per
tutta la famiglia; un solo piatto e piatto unico
sempre! |
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U
m^òmmr n^est
N visc-lucch-ie d’^ocq
ass^a-v da la f-ntan-n;
u famm-n attìrn attìrn
chiacchiaròn chiacchiaròn
asp-ttòvn d iàgn u r-zz^àul
i angù-n chich-m p b^ai-v.
Spuss la chiù mb-ttà-s
v-l^à-v passè nònd a l^o-t
i sciè-v a f-rnàsc ca p nì-d
s fascià-v chiocch-ie-r c^o-m i
l^i-s.
I’^è-v avaramènt picc-nù-n
quòn p la v-ie s v-dòvn
u famm-n cu r-zz^àul o fiònch
i u chich-m m^e-n
ch n criat-r dr^a-t
attacchè-t alla v^est:
ch-r bell famm-n
iòvn u m^òmmr n^est. |
(Traduzione)
Un filo d'acqua
usciva dalla fontanina,
le donne intorno intorno
aspettano di riempire le anfore
e qualche cuccuma pe bere.
Spesso la più intrigante
(dispettosa)
voleva passare avanti alle altre
e andava a finire che per niente
si litigava come è dovere.
Io ero veramente piccolino
quando per la via si vedevano
le donne con le anfore al fianco
e la cuccuma in mano
con un bambino dietro
attaccato alla veste:
quelle belle donne
erano le mamme nostre.
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Alta mortalità infantile
(Nei Sassi di Matera)
Maria Rosaria del sale nell’arco
Vendeva anche chinino di stato
Una triade di Santi in edicola
L’un l’altro sosteneva con forza
Per esaudire istanze e preghiere
Di vergine e madri nei Sassi
Sì da strappare dalle mani oprose
Gli attrezzi di lavoro alle parche
Altri dieci fratelli all’anagrafe
Mio padre un giorno mi disse
Di tanti gli occhi la luce non visse
Un velo nero e desueto
Cingeva il capo alle madri
O il piatto di argilla smaltato
Per preservare la conserva
Dalle mosche al sole d’agosto
Io fui fortunato della mamma
Sempre ho visto i capelli
Ma chi capirà mai quella donna
Quanto ha amato nel grembo
Quel figlio che sapeva già morto
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Matera città dei Sassi
Io nacqui
Da una madre sola
In quei rioni
Scavati nel calcare
Noi come i nostri padri
Dalle mamme del vicinato
Tutti bimbi adottati
Quei Sassi
Impregnati di sudore
Fremevano di vita
A festa palpitavano
Le domeniche d’estate
Dalle case senza porte
Rarità sempre attesa
Il profumo del ragù
Mentre al vespro
Echeggiava dal grammofono
Il canto religioso
Alla Madonna di Picciano
Materani di Matera
In quelle grotte siete nati
A Betlemme siete stati
Con l’asino o il cavallo
La notte nella stalla
Da quindici una lampada
Ero piccolo io ricordo
A forfait era il consumo
Senza acqua senza fogna
Quanto amore
Amore
Quanto
Tanto
Tanti figli
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Quanti figli intorno al talamo
Troppo alto per il curioso
E per la prole che dormiva
Dormivano anche i grandi
Quando in quei luoghi
Molto angusti c’era fame
Da quando il mondò vi adottò
Barisano
Caveoso non importa
State lì ad aspettare
Gli emigrati di ieri i loro figli
Il turista e il curioso
Pietre eterne rimarranno
Presepe ogni sera
E di giorno con la neve
Sonnecchianti al tramonto
Imponenti col sole dell’estate
Sempre aridi e sempre muti
Per tutti loro
E per i nuovi figli
Se non raccontiamo
Materani ai nostri giovani
Di quelle genti
La vita antica
La campagna e la fatica
Operate che sia vivo
Dentro i cuori
L’amore di quei padri
Che la storia per te
Ricordi al mondo
Chi sono stati
E invece a te
Che dal Belvedere brullo
Al di là del dirupo profondo
Corre al mare
Con la Gravina l’acqua
Appariranno maestosi i Sassi
Consegno il mio ricordo
Perché non muoia mai
E insieme al mio
Quando visiterai quei luoghi
Sentirai nell’aria sempre |
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Col ricordo
di un film
(Anni Ruggenti)
Dal piano il dirupo ti attira sul fondo
E il costone di fronte con grotte e anfratti
Rossiccio e roccioso a picco degrada
Con rovi e arbusti selvaggi attaccati
Giù la Puglia vicina confina
Gravina e al mare sabbioso
Del golfo ionico riceve quei flutti
L’antica terra lucana custode
Di vestigia e reperti e fu Magna
E i Sassi di balzi e terrazze
Con grotte e viuzze sui tetti
Al piano che sita più sotto
Qua e là tra ruderi in restauro
E rovine perdute alla storia
Muschio e rampicanti |
Generati dall’umido e il tufo
Con un pugno di terra raccolto
Dal vento e dal tempo
Osservano immobili il cielo turchino
Da Sant’Agostino che mira
In alto il campanile del Duomo
A Santa Maria d’Idris la croce e il cippo
Mentre San Pietro Caveoso dall’arco
Si apre sul paesaggio lunare
A destra Santa Lucia alle Malve
Racconta le razze e le origini
Dei materani che ebbero vita
Ricordo stampato negli occhi
Nino viaggiatore di un treno
Sulla lettera il desiderio trascritto
Soltanto una finestrella
Per guardare il sole nel cielo
Posta di fianco alla porta
E un nibbio in attesa
Uno di loro allora gli chiese.
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Piazza Vittorio Veneto
La piazza è vissuta dai cani
animosa la lingua s’allunga e sbava
vapori che il pellame col sole
leva alla bestia dal respiro ansimante;
tengono altri stravaccati nell’ombra
raduni con i corpi per terra
erranti le mosche sul muso
sostano sul ventre danzante.
Antezza più su ha l’insegna,
nasconde con tende al sole vetrine;
i negozi vicini e di fronte
tengono chiusi i battenti;
attenti invece i colombi
bivaccano sornioni sui tetti.
Ti sembra un’arena di fuoco
contornata da palazzi e convento
tormentata dal solleone
nel cielo azzurro d’estate, l’estate.
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La piazza vuota
Mutata la forma, si è fatta grande.
Dove c’era il bambino
in schiamazzi e giochi
che indugiava all’ora
per entrare a scuola
e dove con i rami gli alberi
generosi si offrivano ai passeri,
più nulla osservo:
di fronte una fontana
e il monumento al milite ignoto.
Qualcuno sornione
anima gli spazi tra i piccioni.
Ritorni ho atteso invano;
dove c’èrano l’Orfeo
che ostentavano cartelloni
e il Duni all’angolo,
il circolo “dei galantuomini”
e “Mestoplascito”
in un baracchino costruito addosso
con le giuggiole e i lupetti
una lira l’uno,
vasconi di poche palme ora
inverdiscono il lastricato
di una grande piazza vuota.
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Sassi - Via riscatto
Venite tra stradine pietrose,
scalinate erose dal vento
e dallo scarpone chiodato
con la mezzaluna di ferro;
rovistate tra i cassetti
ove vergognosi i miei avi
ripiegarono per bene
la miseria del vivere
osando portare come labari
nel tempo i loro figli;
cercate tra gli usci socchiusi
di spiare le volte annerite
e i muri tufacei modellati
da sudore e mani callose.

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Qui in un pugnetto di terra
l'erba s'annida, selvaggia;
scava anch'essa con le radici
il ricordo e la crosta del colle, i tetti
e le gronde di tegole a rovescio;
m'avvolge come un sudario
e si stringe e s'avvita
intorno al corpo debilitato dal tempo.
Venite per la via
ove il Conte fu sottratto alla vita;
dove un popolo dorme
nella storia di ieri,
i figli sono senza patria
e purtroppo senza radici:
da quando fu estirpata la pianta
ammutolita è la voce del cafone,
le grotte sono vuote
e vuota la memoria dei vivi. |
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