| |
Giuseppe Ambrosecchia
Primo giorno dell'anno (2004)
Nel cortile la voce di nessuno
accompagna allegro il cinguettio
dei passeri; verseggia la gazza
aggrappata sull'antenna;
immobile, sul comignolo accanto,
un monaco che l'incappuccia,
asseconda il sospiro lieve
delle rinsecchite foglie, aggrappate
agli alberi nel sole mattutino
del giorno che s'appresta.
Intanto, nudo, come alba estiva,
il cielo terso di celeste copre
il sonno dei dormienti:
io respiro, anche con la pelle,
la profonda quiete che di silenzio
il tutto avvolge; non un lamento;
e l'abbaiare, che da lontano
ovattato arriva alla mia finestra,
induce i miei pensieri
a sciorinarsi piano affinché
anche tu, destandoti, nell'anima,
con la gioia d'esistere, accolga
anche questo magico incanto.
In noi
Scegliere vorrei le parole più belle
per farne mazzolini profumati;
con tutte le altre il verde, intorno
un nastrino rosso che li tenga.
Pur se d'amore trabocca e muove,
s'inganna il desiderio, sapendo
quante ne contiene, non ignora
il misero che, tra la prima
e l'ultima, tutte si racchiudono.
Dizionari senza parole ha il cuore
che a te s'accosta in muto ascolto;
torrentizio il battito che lo strega:
ammaliato s'apre e in se t'accoglie;
con te poi, non sa dove, sconfina
nell'universo che per noi si fa culla.
Chiesa d'altri tempi
Si sapeva che in una gran fossa
scheletri spolpati come carogne
sposati tra di loro, con i più piccoli
-esili erano i profili- c'erano
anche i grandi, tutti come il tempo
quando si fa sera. Ho seppellito in me
i resti putrefatti; avello di plebei,
un cimitero sconsacrato, una chiesa
d'altri tempi, dall'ingenuità fanciulla,
aperta alla curiosità e al gioco.
Oh Santa Maria d'Idris ora custodita,
quanto ti somiglio! Anch'io, di Santi,
nel ventre freddo del sepolcro,
e morti ho fatto scempio; reliquie
di un passato mi porto dentro;
e, a una porta scardinata dalle mani
innocenti dei bambini, io inutilmente
faccio la guardia. Figlio mio, la scorza
che t'avviluppa, non ti protegge
né l'usato vivere più ti sorregge:
vivo invece t'accoglie un camposanto
o nel limbo dormi suicida, lì cacciato
dai santoni e dai tuoi dei pagani.
All'ombra, pur se un tiepido sole
scrosta la tua pupilla e la lucciola
nella notte ti discosta dal buio profondo
di moderni spiriti, tu che a somiglianza
vesti quella croce, tuttora, nel santuario
antico, ripari il mio passato; sul tuo altare,
rinnegati i pascoli, nessun sacrificio attendi
dai pastori servi che, negl'incensati ovili,
i greggi stanchi foraggiano di mangime.
Angeli
Rastrellati dalla morte, imprecano alle stelle
-non nacqui per delinquere, né per la catena
sono venuto al mondo-. Creature perse al seno
e agli affetti; figlie delle tenebre sconfinate
e del malaffare; compagne dalla nascita
l'ombre della sera e della sopravvivenza;
truce il vostro gesto al soldo dell'infame,
non una moneta d'oro ripaga il vostro pianto
né mai l'occhio ha perso una lacrima celeste
vestita d'allegria o di tristezza ; ogni dolore
dalla carne l'anima vi trafigge. Giammai
la leggi invochi il cuore che nella cuna dorme:
figli di madri e di nessuno muoiono nella notte;
intanto tanti altri nascono, solo al disprezzo
e per il tuo rimorso, alla stessa via.
L'albero del rimorso
Non aveva il ramo quel fanciullo.
Al fabbro chiesi di farne uno
per attaccarci foglie colorate
dal sole di stagione,
anche di fonderie e leghe
per farle sembrare vere.
Non aveva il tronco.
Non aveva il ferro da forgiare
che il peso di una corda
potesse tenere al collo.
Fu così che, schiavo per denari,
la libertà ti tolsi e,
con un acro intorno,
comprai di giuda
l'albero del rimorso.
Persi l'ora alla memoria
e il nome dei padroni
non ricordo quante notti
ti ho sorpreso penzolare
dal ramo in alto: col giorno,
torni nel cenacolo sconsacrato
per ripagare col bacio
lo stesso tradimento:
al labbro, stordita dagli inganni,
la parola asseconda i gesti
e il ramo ingrossa perchè lo regga.
Una via
(Spunto da Mi
seguirà la morte di Italo Zingoni)
Ad
ogni passo lei mi precede
e, sicura, sembra tracci la via.
A volte pur di allontanarla,
cerco, a destra e a sinistra,
spiando, una fuga: invano.
La seguo. Lei mi gira le spalle;
ma l'andatura, che portava
lenta al fiorire di giovinezza,
col passare degli anni, accresce.
Ora la rincorro a perdifiato
e temo, in corsa, io la travolga
se d'improvviso lei si arresta.
Grande inganno è il credere
che la morte mi rincorre
sapendo nascere dalla luce il nulla
e sul finire del giorno le tenebre
per sempre. Eppure da tergo,
se giunge chiaro un vociare allegro,
al pensiero la mente avvio; allora,
pensando al seme caduto dalla mano,
all'innesto e all'albero col frutto,
ai campi aperti di maggese oro,
un barlume torna a farsi vivo
con la strada scorrere nell'affanno:
avanti l'ombra si distende e sosta
tenendo un ritmo folle alla mia corsa.
Al bar
Con le voci si confonde; risuona
dalla tazzina, e tra le parole,
si mescola il tintinnio al fumo
e all'aroma del caffè. All'edicola
un uomo paga il suo giornale:
dall'ombrello l'acqua addosso
si riversa. Ognuno reclama il suo;
ma a chi si salderà il conto
se la pioggia non ha cifra,
né chi sfila alle vetrine e l'albero
e l'auto di passaggio, né l'erba
dell'aiuola con il fiore che l'adorna?
Non ha prezzo il bene
sparso in ogni dove,
e il dono che si nasconde
occorre solo che lo cerchi.
Contentato è il passero
dalle briciole cadute dal cornetto;
l'edicolante pure, come il cameriere
che la mancia porta in tasca
e il prezzo al suo padrone.
Noi qui; la gente distratta che passa,
seduti, in ozioso stare, si guarda
Scaglie di corteccia
Il tuo pianto solca la mia pelle
e mio sento il suo divenire
scaglie di corteccia di quel pino
ingrassato dagli anni
sotto la mia finestra. Quegli occhi,
che tante volte ho visto miei
riflessi in uno specchio,
di sorgiva pura, piangono tristezza
e tremula la voce grida il dolore
sopra l'alba cieca d'un passato perso.
Disperata, grida da bambina
senza i suoi balocchi,
per la sua prole e i sogni infranti.
Torna e ritorna i giorni
a chi le ha rubato il fiore
senza alcun rimpianto;
ora, veramente sola,
s'aggrappa al ricordo andato
per reclamare il sole
che la tempesta affoga.
Sorella, il mio canto antico,
straziato dagli avversi accenti
almeno il cuore mio consola;
non altro unguento spalmo
che lo riporti in vita: ogni volta
fanciullo torna ad altro intento,
a vivere con la speranza sempre
che anche tu chiamerai futuro.
Dei assenti
Impedimento alcuno non moveste
ai profanatori dei templi fanciulli
né otre alcuno liberò mai tempesta
per spegnere la follia cieca del perverso
se gira e s'aggira anche sulle rovine
ungendo altari per altri sacrifici.
Dispregio al grido, l'uomo si fa carnefice
e nella carne affonda e gira
le taglienti lame dei suoi coltelli:
umiliato, Riccardo piange con Alice
raggomitolata all'angolo dell'altare;
sangue a rivolo le scende fino ai piedi
la testa tenendo tra le sue ginocchia.
Chi ha affogato il fango? Limpidi,
con l'oblio d'acqua che sgrassa l'ali
per dare loro il volo che l'infame
ha perso, i fanciulli riedificano sempre
i loro templi per la gioia del cielo
che, immemore di voi simulacri sacri,
d'ognuno la stella nella notte accende.
La ragione
Tirare si lascia in ogni direzione;
costei ciascuno tenta a sé di avvicinare:
non importa se la menzogna lega, semmai
più conta gli altri tenere lontano e, godendo,
crede suo il giusto e così s'impera.
Se fosse vero chi mai si farebbe genitore
e chi mai è stato solo e per sempre figlio?
Ragionare è d'uopo, e se tale è il vero
che null'altra parte la verità ci abita,
non è stolto il padre se con questo credo
alla sua prole si porta e con lei ne gode?
Lascia quella corda al prossimo
e a chi la vuole se di stoltezza al seno
allattare intende il pupo e sicura pena
per questi e gli altri in sentenza scrive:
invero il saggio dell'umiltà è servo
ma su di te e gli altri per sempre impera
Foglie d'autunno e di primavera
Ramate foglie tra gli alberi d'autunno
s'agitano deluse e tremano al sospiro
che il vento accenna; insieme, ognuno spia,
l'una dell'altra la ria sorte e il ramo
che a sé le tiene. Anche questo inverno
le braccia spoglie, sibilano col maestrale,
dei platani dalla via, memori dell'estate
che l'anno ha scavalcato quando lasciasti
il ramo nei giorni dell'Assunta. Tu ora,
sola nella mia memoria con i tuoi affetti
per l'amata terra che in grembo tiene
ogni perduta foglia e il fittone accanto
con le radici, vivi: il secolo passato
con la camicia nera della tua infanzia
fino all'altro agosto che distrusse il tempio
anche del tuo trascorso, soltanto resti
nel mio silenzio e forse meno per chi verrà.
Noi scalzi lungo un sentiero angusto,
foglie di stagione, per concimare la terra
e restituire ad essa ciò che alla fine resta;
ma dallo stesso platano, dalla stessa via
nuova inflorescenza su quei rami spogli
primavera avvia; muto ognora il tronco,
pur se si ravviva sotto lo stesso cielo
che ti vide foglia, immemore di noi,
se l'ascoltano, sereno, si racconta a loro.
T'immagino nell'attesa
In quel letto di solitudine, col silenzio
l'aria che copre i pochi oggetti; t'immagino
nell'attesa dell'alba che indugia e al polso
l'orologio rubarti il tempo come ciottolo
di fiumana che precipitosa scaglia in mare:
tracimando l'argine, intorno si diffonde
e tutto copre di paura il buio; s'impregna
la terra e fango genera sulla crosta, terrore
le ombre della notte e della luce che s'accosta
mentre spii tra le ciglia in lontananza.
Non di sangue Iddio ci fece
né nel cuore lo stesso padre;
fratelli nel dolore e forti nella radice
su questa riva, nei riverberi del giorno
ti condurrei per mano oltre la soglia
di queste tenebre, oltre l'ora dell'eclisse
con la luna nera farsi trasparente
fino al risveglio di questo tuo cammino,
per Anna che, intanto al mare, attende
disciolto arrivi del tuo dolore, la piena.
Dedicato al mio più caro amico la notte prima
dell'intervento di
bypass al cuore - Anna è sua moglie -
Cielo di gabbiano
M'inchino al passaggio; solitario,
in volo negli spazi immensi
di questo lembo di mare:
con gli elementi gioca il gabbiano;
in lontananza il pescatore con Mary
danza invece sopra l'onda.
Nulla di ciò che m'addolora,
nella brezza che dalla terra
si porta al largo, lì vi sfiora;
né l'ansia mia v'accora: immutato
il sospiro per la vostra quiete
giacché non si fece culla né mai
rubò sale all'acqua che mi diede.
E questo cielo di gabbiano
che iroso mi tenne al mondo
con la tempesta predatrice di sogni
e del pensiero per ravvivare i tempi
di fantasmi ed ombre, d'uggia
s'uniforma ora che a questo poggiolo
come, alla terraferma, inchiodata
all'approdo una bitta incrostata
di ruggine salmastra, mi tiene.
Nevica
Intingolo di speranza giace
tra i rifiuti; pezzi dell'anima
lì si rappresentano; doloranti,
in me sanguinano le ferite;
lo sguardo invano indaga
il nulla e rovistando vaga
chè da esso si ricrei l'istante
perso. Stamani, volteggiando,
sorge; con la neve imbianca
e il tutto copre mentre il manto
torna a fare del tempo inganno:
nella clessidra sembra la sabbia
giochi; sul fondo opposto, cadendo,
lascia il vuoto laddove poc'anzi
stava. Vani ritorni; all'orizzonte
non uno stormo si affaccia né sciami;
rappreso, da questo gelo intorno
nessuno mi scioglie, né mai
col miele caldo dell'estate
verranno sul mio alveare. Di gia,
il giorno si è ripreso il bianco;
l'acque invece, anamnesi dell'ore,
sono rimaste a ricordare intervalli
lentamente con esso cancellati.
Non m'importa di cercare il mio,
né di vecchiume marchiare
vorrei questo gelido mattino;
precario come l'altro e gli altri,
un compost diventi il giorno
perché, malaccorto, con la mia
accresco putridumi di città
perdendo d'ogni creatura, offerto
alla terra e al cielo, il bene
che serenamente circonda
il tedio del vivere presente.
Tamagochi
Se non fosse per l'età
-mal sopporto il peso degli anni-
ti chiederei di spegnere le luci
che invano accendo per rischiarare
la penombra che ci circonda.
Io e te, nello stesso respiro,
spesso ci perdiamo per un nonnulla
e sull'ara dei nostri templi
l'anima portiamo ai sacerdoti.
Invano dal cuore nasce una preghiera;
ligio s'adopera ai suoi santi uffici
e versa di noi nel muto silenzio
degli assenti il pianto amaro
di chi sa che si sta perdendo.
Eppure i cuori, come pulcini
impauriti, nel profondo tengono
memoria del giorno e d'allegria
quando ci regalammo il sogno
da vivere per sempre uniti.
M'adopero ognora per tenerti viva
e quando sento fuggire il tuo respiro
s'apre nel cuore una ferita:
la mano sulle tue piume
tremando avvia una carezza
perché torni ballerina con la mia
la tua contagiosa allegria.
Per vivere
Non t'impressioni il temporale
dell'estate che con la folgore
la volta oscura né la tempesta
di cielo o d'acqua ottenebri
l'orizzonte che ti circonda:
con più splendore tornerà
il sereno e dal profondo insieme
giammai si smetta di cercarlo.
Quando avrò colto il punto
più lontano che il sole illumina,
sarò abbastanza vecchio
e forte il desiderio che qualcuno
alle mie spalle il lume spenga.
Ode per i miei amici
Sui binari morti
vanno carrozze traballanti
e vecchi giovanotti.
Seduto in mezzo a loro,
ascolto: remote voci
risorgono alla vita
tra parole accorate
arse nel trascorso
e rimpianti di desideri
che la ria sorte
non volle assecondare.
Ognuno si racconta;
all'altro che attende,
porta il suo inganno;
stenta a ricordare
quando ebbe inizio
e se mai visse un giorno
senza un tradimento.
Giammai qualcuno dice,
né all'altro svela
quando armò la mano
che diresse contro
il suo stesso vivere.
Ahi noi, creature insane
e d'imperfetto stampo!
Non sfidammo noi l'Erinni
per cercare il trono
sulla sommità d'Olimpo?
E del mare e il cielo e la terra
non violammo noi i loro
e i profondi segreti degli abissi?
Cercammo Venere per le strade,
Apollo e Marte tra i bambini;
creammo martiri senza gloria,
i figli nella morte dello spirito.
Chi di noi curò il nido alla gronda
e l'albero del vicino
dal malanno allontanato?
Rimando al dopo
ogni gesto buono
ché d'immortali il credo
io mi pensavo;
solo ora piango
ciò che non ho fatto
e non rimpiango
le promesse che ho mancato.
L'età passando
avvicina il saggio e nulla,
amici, è più grande
del normale esistere
sia se alle labbra
accosti l'acqua di un ruscello
che ai piedi porti stimmate penose
o alla mano una carezza.
Ora che tra le nostre rughe
tutto vi è passato;
non ci addolori
il pianto della ninfa
se per il calcagno d'imperfetto dio
similmente siamo;
dei nostri templi
ognuno è sacerdote
e con mani probe
accolga il sorriso
del nuovo giorno
anche se l'umano stato
in apparenza è pena.
In fondo tanto avemmo
e di più perdemmo
senza colpa d'altri;
su l'ossa tenere,
costruttori maldestri,
edificammo grattacieli
che non reggono;
e quando il tonfo rompe
il silenzio che ci accora
grida la gioia che avesti allora,
torna a prendere per mano
almeno quella del tuo bambino.
Marze ai rami spogli
ora appresta il tronco
e linfa sia alle foglie
la tua saggezza
ché se il tuo figlio erra
di te si nutra
e tu consolare convieni;
ma nessuno speri
di tediare gli dei
se al proprio passo
pone lui stesso inciampo;
né si pieghi al vento
la ferrigna porta
che la tua dimora chiude
ai mortali arcieri:
l'aria che spira tra le fronde
allieti l'ora del presente
e del domani, e spera
che non si avveri
quanto tu racconti
con la voce amara
di ogni tuo rimpianto.
Un'ombra sull'asfalto
Con un pugnale s'avventa sui passanti
colpendoli alle spalle senza sapere dove
né dove essi vanno. Come nella provetta
quando il sangue stagna, divido il bene
dalla stessa linfa e il male; dal siero cerco
di sapere chi mi trascina al fondo perché
se le fa il bambino nessuna ferita duole.
Si flette l'albero anche alla tempesta
e spesso il ramo al peso dei suoi frutti;
carico il mio sempre e forte il tronco
e a spezzarli la sola scure.
Ma s'è dei grandi il taglio,
argine al dolore invano attendo
giacché, senza innocenza il peccato d'essi,
nessun unguento il sangue che si versa
arresta. Tu che risorgi per vivere
quest'oggi un tiepido crepuscolo,
ascolta il vagito del bambino
e disincantata vivi il tempo
di un sogno irrealizzabile;
e se la vipera strisciando
ti molesterà il calcagno,
ricordati che semplicemente un piede
da sempre su di essa impera.
Ode a Paolo
Non reclamo parole ma suoni quando ascolto
i rumori dalla via che da anni allieta e sempre
scema il dolore tra le mura. Chiare luci
dai veroni incantano la sera sul sonno
dei nidi tra le foglie; sui passanti le insegne
colorate riverberano presenza di negozi
e serrande chiuse sul lavoro di domani.
La città è lontana da queste case di quartiere
e fuggir da lei nel silenzio è caro: la quiete
che respiro nella sordità diffusa, la gioia
non scema nel ritornare ove mi feci grande
con gli amici chiacchierando sui poi
che non avemmo anche quando, invisibile,
la civetta, appollaiata sulla cima, brividi
spandeva per la schiena di paura e nunzia
d'addii dolorosi a chi sapeva la morte in attesa
dietro l'angolo. Tu, Paolo, spazi nell'allegria
dei semafori sbuffando al rosso degli incroci;
non cielo e stelle e lune dai cornicioni alti;
poni l'orecchio solo al di fuori e dentro
affoghi coi grattacieli misurando ad essi
la tua statura; stolto ignori che sopra
la forfora dei tuoi capelli, con altre note
vaga la vastità del suono o quella della luce
che invano tenta di aprirti il cielo. Tra i sordi
in tutto credi sempre d'essere il primo
con più dura tempra avvolgendo il cuore;
ma nulla vedi e nulla nutre il paterno amore
se a tuo figlio occulti l'umile parola
che in spirito allieta e te soltanto accora.
Il tuo posto
Con rossi petali carnosi
di uno spinoso stelo in cima,
un bocciolo spunta e di stagioni,
perennemente, al maggio
di ogni giorno, a me si fa promessa.
Giacché Amore a me ti rese
compagna cara, non altro cuore
in me si salda. Quando
la tua pupilla si porta dentro
il dolore o la paura, pena
più grande esso non prova
e svela, ma rimpianto muove
del dì sereno che in culla tenne
il vivere nostro; e a nulla vale
lo sforzo con cui mi accingo
ad allontanare il gelo affinché
non bruci il fiore che vorrei
donarti ad ogni tuo risveglio.
Il destino vuole noi due lontani
ad anelare ritorni e al poi
rimedio ogni mia preghiera; sicché,
quando ti sono accanto, ahimè,
la spina ci ferisce ancora. Ora,
nell'ombrosa stanza, proietta,
la mia penna sulla carta,
- più leggero il tocco - e scrive
una carezza sul tuo viso
che lì si stampa. Verrà tra poco
leggero il sonno e sul tuo seno
il capo ti chiederà perdono;
ma nel letto vuoto ove, come
ogni volta, - qui la notte tra le braccia
mi dà un cuscino - tu, mio bene,
a me ritorni: m'addormento e sogno
che presto gli prenderai il posto.
L'ombra di me stesso
Lentamente prende forma; riluce,
il suo tratto, come d'acqua un riflesso,
abbagliante; in controluce non rimanda
chi dal fondo sopra stagna. Rumore
alcuno non produce né io riprendo;
beffarda si delinea; mi guarda e poi
sogghigna; non si presta alla mia follia,
né la mano asseconda se la sfiora.
Sembianze note intravedo nella spuma
che l'inonda: cariatide scomposta
di vecchiume, inorridisce l'anima
piangente il tempo dell'aurora
e dell'albeggio. Non passa invano
il tempo; sulla pelle si fa scorza
e, sotto, la carne viva al tronco occulta;
nessuno ora né di sé stesso osa
che si rappresenti il dentro pur se
sanguinante un'unghia la corteccia
invano scrosta: s'avvolge in essa
e lacrimando vela chi nella stanza
dallo specchio mira. Giammai ricorda
la nudità del nascere se da sempre
con una foglia sola di coprire spera
ogni sua vergogna: quando l'autunno
anche il fico spoglia, alle carezze cede
d'ogni sospiro o vento; ormai, immagini
gioiose che aveva smarrito in sé ritrova.
Chi macerò la carne nell'aceto? Ognuno
al sole ambì d'avvicinare lo spirito;
ma tanto dal desiderio oppresso
che più vicino ad esso ogni appendice
arse; e la pupilla cieca, sull'ombra
che l'afflisse, trova il sembiante perso
con la verità che ora, al suo limitare
del tempo, nel più profondo alberga.
Ti chiamai amore
Ti chiamai amore
quando ti volli dare un nome;
silenziosa al fremito, argini ponesti
alla fiumana e mite intorno
ogni accento che la natura avvia.
Ogni tua parola o gesto, di musa
o ninfa avevi i tratti e bella
ogni tua cellula con la luna
fatta complice e sorgiva
nel miracolo che si compiva.
Fummo dell'altro
un'anima sola e mai alcuno
o cosa ci allontanò da essa.
Ti chiamai amore
quando ti diedi un nome
da non dimenticare; anima mia,
ti chiamai mio bene; custode
dei miei travagli mi ponesti accanto
la lampazza di quercia dritta
sì che nulla teme la fragilità
che il vivere ogni giorno prova;
amore non altro tiene il fianco,
al mio vagare la brama è mia
col desiderio che a te ritorni
e tosto al bacio il labbro
oblio attende e la tristezza scemi.
Ti chiamerò amore
come quando ti diedi un nome
ché d'allegria e gioia continui
a splendere e, nelle tue braccia,
senza tempo io mi avvolga
come il primo giorno
quando ti chiamai amore
perché ti volli dare un nome.
Sterilità
Mai più semi affiderò al vento
se improvvido li lascia cadere
dove solo germoglia il niente
mi priverò il riso e il lamento
e il grido di ogni mio volere
genitori al parto e alla mente.
Il consesso degli dei
Nessuno è assente. A Giove intorno
siedono imperiosi gli altri dei
per aiutare il padre a tenere nel giusto
il suo impero; invece, si discute
di quanto più in alto ogni seggio
si debba collocare: ognuno
prende la parola e nel suo dire
non manca di consigli al padre;
e, mentre si accalora, candida
al sacro impegno quella divinità
che gli concesse la debolezza mia.
Al tedioso ascolto incredulo, il Sommo
ai figli dispensatore si mostra,
solo il cuor suo consola il dio
d'aver appreso dai mortali tanto.
Il gluchista
Un uomo seduto sotto un albero, per tutto il giorno
vide un
giovanotto che si portava sulle spalle un canestro pieno
di pietre.
Dopo un breve lasso di tempo lo stesso giovanotto
tornava nella
direzione opposta con il canestro vuoto che gli
penzolava tra le mani.
Le scene si ripetevano ad intervalli regolari fino a
quando non lo
vide per l'ultima volta arrancare per la stanchezza
sotto il peso che
si portava addosso.
L'uomo avendo notato il mancato ritorno del giovanotto,
si incuriosì
a tal punto che volle andare a vedere dove fosse andato
a finire
colui che l'aveva tenuto compagnia fino a qualche minuto
prima.
Così si alza e si avvia nella direzione che aveva visto
seguire
l'ultima volta che il giovanotto gli era passato vicino.
Dopo qualche minuto arriva in una piccola radura e vede
innanzi ai
suoi occhi il giovanotto seduto per terra con al suo
fianco una bella
montagnetta di pietre e uno stagno che gli lambiva i
piedi.
L'uomo l'osservò per un po'.
Il giovanotto, nonostante avesse notato la sua presenza,
imperterrito
continuò a prendere dalla montagnetta che si era
costruito una pietra
alla volta e a lanciarla nello stagno. Ad ogni lancio
piegava la
testa verso l'acqua per sentire il plup che il suo
lancio procurava.
L'uomo, un po' deluso, in silenzio se ne andò.
Solo
Per gli affanni del giorno
e l'altro che si avvicina
ammicco sguardi a voi
e l'ombre; senza ristoro
la nuvola che passa.
Più d'una è la croce;
seppure l'ansie ai tanti
acquieto e il dolore allevio,
nessuno dai miei assi
o dal capo schioda
un chiodo e un'amara spina
Ode per mio figlio
Non ci sono rumori di trincee
né campi devastati di battaglia;
nessuno spia né un'arma spara:
silenzi ed ombre mutevoli vagano
tra i mandorli sparpagliati e il sole
che li ravviva. Dall'alto un corvo
al cavo si fa presa e intorno mira
di ritrovare la sua compagna
o di fuggire del vivere la solitudine
che l'anima ribelle e il cuore affligge;
di bandiere sventolii colorati
cerca in ogni dove; ma gli scavi
sono muti con la morte disegnata
su quella trionfante del corsaro.
Similmente tace e in me s'acquieta
lo spirito indomito del soldato in fila
o alla macchia, satollo e pago
che dell'incontrario al sogno
vittorie assomma; delle tante arrise
il cuore annota le sconfitte quando
al prima uguale seguì il dopo; onde
a te figliolo che con la benda all'occhio
per gli infiniti mari appresti gli anni
della tua vita e nell'acqua i remi,
ad ogni albero, ad ogni cima,
un campo bianco la bandiera
al cuore perché, per ogni dove,
vessillo sia di pace; e, potendo,
con tuo padre prega l'Iddio
ché per le infinite vie non smetta
di suonare la fanfara nel silenzio
ovattato dei viali solitari per i giorni,
ogni domenica, domani, sempre.
Senza confini
Precipitando Icaro, le ali aprì ai mortali;
ma immortale ora è il volo e vicini
gli sperduti lembi dove la scarpa di Pollini
o di sceltume la stessa impronta lascia.
Quand'anche il passo nessuno smuove,
messaggero l'etere, al desiderio avvicina
la più sperduta isola e diritto innato
d'esplorare la terra diviene ai nostri spiriti
e ingentilire i miseri. Ognuno, giacché
la forma è a sfera, è pronto ad esplorare
il mondo; giammai gli sfiora che anch'essi
nel cuore il cielo hanno dell'amata terra
e il gioco; eppure dal mattino veglia
e l'orizzonte osserva che dal largo
nessuno arrivi o soltanto approdi
per una breve sosta. Sulle riserve
abbandonate, dai rampicanti oppresse,
chiude i cancelli; guardiano di cadenti mura,
prima che varcato sia il limite
o altri sfami che non suo figlio il cibo,
sordo ad ogni diverso accento, crede
senza confini il mondo, non per loro,
ma che solo per lui è vero!
Rescritto: donna
Lei figlia d'amore intenso
aggrotta le ciglia al seno
e si nutre tiepida in culla
tra l'avambraccio e l'omero.
Poi con i capelli al vento
tra amorose mani ardite
alfine ti facesti donna
splendida e compagna mia;
su una panchina ombrata
un platano ci fece schermo
con la sua grande chioma;
tra lunghissimi rami spogli
vigile tu con l'occhio scorgi
qualche rinsecchita foglia
che l'albero non vuol lasciare.
Reprobo il tempo andato,
rigato ha il viso amato:
madre! Nel cuore ho inciso
chiara la tua voce, scorrendo
una lacrima cristallina
dall'alfa all'ade ti trascina;
su un diamante sfaccettato
come se dal buio è afflitto
conservo in luce il tuo ritratto:
donna, d'ogni stagione fata,
amata è il mio rescritto.
Bottino di guerra
S'addormenta il figlio tra le mura amiche
e la sposa intenta a rimembragli il padre.
Intanto Cartagine brucia e il ferro beve:
ardente il sangue grida Vittoria;
mentre un pargoletto piange,
la spada gli trafigge il materno seno.
Lieto il ricordo delle braccia al collo
rinnova l'ansia dell'imminente abbraccio;
torna ora con il trofeo alla mano;
per il gioco del suo bambino l'altro
che soltanto ieri ha reso schiavo.
Acqua pura riversa il cielo; cadendo,
dalla foglia la polvere con la pioggia,
libera il respiro e l'aria inonda; dolce
il suo gorgheggio, alle creature
allieta il canto: nell'attesa entrambi
di riabbracciare il sole che intanto spiova.
Per il compleanno di Marcella
La madre gioiosa ti tiene un istante
perché traballante giunga alle braccia;
tremante, con l'ansia nel cuore,
attendo il tuo arrivo per stringerti forte
e sollevarti alla vita. Io ti vegliai
negli anni del dopo e sostegno ti feci
all'incerto del giorno realizzando i sogni
che il padre può dare; e la madre, si lei,
ancella diletta e di premure maestra,
ristoro ti diede ad ogni soffio e tremore.
Or tu vestita di luce che lontana ti stai
-mio il segreto che la brama mi accende
all'orecchio di udire il tuo accento
e l'occhio che, inappagato, invano ti cerca-
giammai mi svelasti quale ragione
mosse il tuo passo che ti volle imperiosa
nel mondo dei grandi. Non fui io l'inganno;
se non l'istinto che al suo creatore
ogni essere avvicina, dimmi, dell'esser nata,
quale altro mistero avvolge il moto perpetuo
del giorno e della notte se non la specie
che a noi appartiene? Il fine che in noi volle
qualcuno scritto vi fosse e il compito che ignari
dentro portiamo, son pesi oppure son gioghi
a cui ribellarsi è fatale e vano ogni sforzo?
Senza che null'altro trovi nell'etere incostante,
ragioni cercando, vaga ogni mio pensiero
e la cecità m'accora; se la terra è condanna
al reo che altrove meritò questa pena,
per lieve che sia, pur tanto è il sapere,
grande il conforto, che d'amore sei frutto;
onde più d'ogni altro bene il tuo sorriso gli vale
e a me l'avere appreso che per il cuor mio esisti
Destinazione
Non volle sapere dove portava
il fiume ed ora le piante brucia
nelle dune del rimpianto.
Mutevole l'arrivo ad ogni passo,
per altra via la terra, lontano
dal cielo, porta ogni respiro.
Smarrita la meta disegnata,
il sogno sfuma, dalla partenza;
il baratro s'accosta e, incurante,
sui cigli lascia passare il tempo.
L'attende, memore dell'estate
e del bambino, la sabbia persa
dalle dita, ora col suo piccino
in gioco, a riva.
Apatia
Che manca oggi al solito trascorrere
del tempo? Un'emozione forte
o quella fitta lancinante che avverto
quando il vuoto mi circonda
e gli oggetti senza vita si rappresentano?
Stranito nella camera in disordine,
dal grande cuoco nazionale
sento una lezione di "ribollita";
il sole tra i rumori irrompe
nella stanza: priva d'emozioni,
anche la storia delle sorelle
abbattute dall'odio folle,
giustiziere ignare e poi sepolcri
sull'isola di Verrazzano. Qui solo,
nel silenzio di una stanza antica,
tra spesse mura tinteggiate appena,
riprende forma l'apatia di prima.
Vano ogni pensiero; l'immaginario
non ne costruisce alcuno;
la mente ristagna su una conca vuota
nell'attesa che di pioggia si ricolma:
l'aria che respiro s'addensa
in questa nebbia di palude
ove il vagare si ostina
tra arbusti e canne e ronzii d'insetti
senza il cielo che invece me opprime.
Al pastorello, il tintinnio costante
guida i suoi pensieri agresti
senza alcun dolore del vivere mio;
al contrario ora i miei non smuove
né l'urlo straziato della sirena
che mi giunge forte dalla via.
Vincitori e vinti
Se non ti arrocchi maggiore conforto
avrai nella sconfitta
ché nulla passa senza una ragione
e a questa è bene prestare ascolto
ed umilmente godi
anche della follia accecante
di quella bestiola che dopo aver amato,
muore. Spesso ti accorgi
che la vittoria lascia alla bocca
un grande amaro; sì,
proprio come un chicco di grano
quando si sfarina e il vento l'allontana
sotto lo sguardo attonito
di chi credeva di sfamarsi.
O forse non ti accorgi
che l'alto sovrasta
ogni piccola cosa? Tra queste
è bene porti anche la parola
se mai intendi che ad esse
la voce giunga e al cielo
gli occhi e l'anima perché si bei
e nutra il giorno alle pulci e alle formiche.
Invero sai che la carne
con le parole volano troppo in alto;
più spesso cadono sulla terra nuda
o nel deserto ove con lo scorpione
il silenzio ammalia chi tra le dune arse
ormai si è perso. Rimando al dopo
l'urlo della gioia se ai tuoi piedi
langue; colui che hai battuto
piange, ma Iddio consola;
per te la gioia ben presto sfuma
e nuova fiamma la brama accende:
se non sarà trionfo
avrai anche tu quel dio?
Nessuno è grande su questa terra
se da Eva è nato; né immortale
sarà la voce se tra i simili
lacrima alcuna non ha versato
e al misero la forza di rialzarsi
non ha lasciato per il riscatto.
Prima e dopo
La porta ai cardini
brama il tuo passaggio;
l'avvolgibile scesa: il buio.
Persa sulla linea della luce
che trapassa una fessura,
la polvere in trasparenza vive
dalle doghe fino al muro.
Inchiodato tra le ciglia
un riverbero di fiammifero:
un attimo. Fiutato il sangue,
la fame arse sulle ferite
nascoste invano dal riso ai figli.
Premura avemmo di sollevare
serrande e luci vere attraverso
il cuore, ma lei, con un morso solo,
lo strappò da noi
perché ti portassi aldilà dell'ombre .
Beato il pellegrino
che a quella del suo seno
si ristora e beata sua madre
che gli precede il passo anche
quando per l'altra via s'avvia.
Nel ricordo ogni tua ruga
e caro il viso: lucente
alla mia allegria, consolatore
ad ogni affanno. Tu mi tenesti
tra le braccia com'io le membra
prima del trapasso;
amore innato in chi ti chiamava,
oh madre, lontana dal mio sguardo
nell'ultimo respiro, alla tua e a Dio
lo spirito affidasti in cura;
a me la fiamma perché per sempre
in me ridente ti tenessi viva.
Liberazione
Braccia di madre
reggono l'universo intero,
tappeto per il bambino
ai piedi diviene il cielo;
sulle labbra del maestro
degli spazi immensi
trova luce e confini;
nel sorriso di giovinezza
si fa gigante della sua forza
finché le braccia poi
non lascia andare:
negli occhi del figlio
riflessi rivivono
tempi ormai vissuti.
Imperi, piramidi o capanne
geni o stolti, dotti e saccenti,
sono polvere del tempo,
sabbia nel deserto di un pianeta
ove basta il sole
a fare grandi le stagioni
o a gelare il tutto.
Chi si farà scolaro
degli umili e dei grandi
presterà fede ad entrambi,
ad acqua specchio il vero
se sola carne fosse;
ma spiriti leggeri
negli spazi siderali,
col metro dell'infinito
fan polvere oppure cenere
di tutto il dire e il fare
e, per quanto grande sia,
poca cosa o è nulla:
genitori, padri o figli,
generazioni al buio,
trovano la via stasera
anche per il ritorno
entro queste fossa
dove ogni corpo stalla
prima di morire,
o dove l'attesa inganna
chi per paura ozia
e per negarsi al volo
si tarpò le ali.
Il peso da portare
Se vuoi che non albeggi
metti il tuo domani
nelle mani di un bambino.
Ma errato è credere
che ciò non avvenga
quando lo stesso fai
con un superficiale.
E' bene e saggio
portarsi addosso
non il peso
misurato a spanne
o dall'ostinata voglia,
ma soltanto quello
che non piega il passo.
Allorquando il viaggio
giungerà alla meta,
d'alba o di tramonto,
la luce del crepuscolo
ti porterà agli occhi;
avrai membra stanche
e gonfio il cuore
del poco o tanto;
di immensa gioia,
traboccante il calice,
all'arrivo, non altri
berranno al tuo bicchiere.
Da
soli
Se vuoi che l'alba non arrivi
metti il tuo domani
nelle mani di un bambino.
Liberazione
Un respiro; un brivido;
la paura della solitudine
e il desiderio che s'avvicini.
Un uomo il sangue le lasci
ai denti; una puttana
ed un barbone, questuanti
l'elemosina dai passanti,
aspettano, l'attimo da vivere
e alla gola il morso: ridente,
la morte, dissolva
la schiuma dei marosi
in corsa; poi, verso il mare.
Tra i rami il vento: simile
al campo di frumento
e l'oleandro, si flettono;
immobile; anche il cipresso
in cima l'asseconda
da dove arriva; invece,
il cespo si lascia trapassare.
Ascoltando Barcarolle
Gracchiando, il disco di vinile
sinuoso canta dal grammofono:
balla; sussulta; ondeggia
come pasta d'argilla
che s'anima tra le dita.
Un lume lì vicino riverbera
la luce sul soffitto e l'ombra
più lontano sul divano;
tace il rumore della via;
nell'onda di quei suoni
la mimosa dal giardino
culla i rami lievemente:
s'incanta l'anima nella sera
col cielo di ghiaia luccicante;
cadenti pietruzze fino all'alba
tumulano l'inquietudine del vivere.
Chi verrà sui legni concavi
a questa riva? O mute stelle,
al pescatore della speranza
ridate l'onda ché mai si spenga
sull'acque scure di questo mare;
proteggete il ritmo lento
del remo ai ritti e con voi s'effonda
ogni tuffo che avanti spinge
chi non cessa di viaggiare
tra le note disperse nel celeste
ove anche il mio sguardo
finalmente ora si riposa.
Uccelli senz'ali
Più in alto
tendiamo portare ogni muto
desiderio perché s'avveri; ma
alle apparenze in coda il male
l'anima accora e la paura
accresce la certezza dell'essere
deboli: la luce si fa terrore
e tenebra la penombra
dimentichi che la terra è madre,
il cielo è madre, madre
il mare e non una d'esse,
anche ad una creatura sola,
giammai negò il suo seno.
Fiumane interminabili
si tengono per mano
e il mondo si rinfranca;
immacolati i cuori,
fratelli nel bene,
s'aprono ai pascoli celesti
e semi e piante ed esseri
viventi uniti cantano
la gioia d'esistere; tracimano
argini, nell'aria esplode
d'Iddio la voce; anche tu ne godi
e finanche il pianto si fa gioia.
Noi incoraggiati e liberi
così in alto reggiamo i fianchi.
Il mio vestito
La pelle
è l'unico vestito che ebbi
quando venni al mondo.
Non altro mi appartiene.
Dunque
è giusto che tutto sia reso
e che torni a vestire
l'abito dismesso.
Qual bene
Qual bene vale più del volto
che rimetti sul cuscino
e il sonno lo distende?
Mi respiri accanto
come un bambino
sul petto della madre
che di lui si bea
ed ogni gesto cura
per assecondargli il sonno.
Così mi accorgo
del dono immenso
che Iddio mi ha posto accanto:
dormi! In te è certezza
il contatto - non importa
s'è solo con l'alluce che mi sfiori-;
purché io ci sia, profonda
è la quiete in cui t'avvolgi:
in me la stessa ricuce ogni ferita
e negli occhi il pianto
d'ogni dolore asciuga.
L'aquila
Sui pendii a picco:
immobile sugli appigli,
ascolta il vento tra i crepacci
che verseggia nell'eco con la cima.
Ma io, se invano al cielo
alzai lo spirito
e mai nell'anima
albergò il timore
di carezzare i lembi,
la paura non vinsi
perché cadendo
giammai il genitore
mi sollevò dal tonfo:
per l'altro agli occhi
trattenni il pianto
giacché di nero vestì
la pena la fluente chioma
e i padri suoi di lutto
per aver perso il figlio.
Le immagini profonde
invidio nei tuoi occhi;
per me, lassù,
appare vana la fatica
di venirti accanto;
onde, nel sollevare il capo
-così m'illudo-,
nell'oblio appena nato
su ogni inciampo,
si diletta il cuore
di avvicinare con mano
all'infinito il fondo.
Poesia per te
(per Ester)
Tremula, mi guarda
dal piano dello scrittoio
mentre seguo il pensiero
nel tuo sguardo innamorato
che intravedo chiaro
in questa lacrima.
Non tace il silenzio
ed io mi perdo
ad ascoltare il palpito costante
della tua allegria invadente.
Per noi amanti
anche l'inverno avrà il sole:
avrai negli occhi il mare;
mi cercherai nell'onda
per farti spiaggia di sabbia fine
e ti lascerai andare
alle infinite carezze dell'acqua
come al tatto che scorre
dolce dal labbro sulla tua pelle.
Se ci sarà bonaccia
a pelo d'acqua cercherò il lido
aspetterò il vento
o la marea alta
per tornare a riva.
Se il fanciullo ti dirà che è stanco
Non puoi invidiare la luna,
il sole che brilla e fa giorno:
altrove pure riscalda il mare.
Triste e immenso, il cielo nero
ti ha rubato le stelle e tu ignori
dove le ha portate; invece,
queste nuvole grigie a pecorelle,
la pioggia e il vento, senza volerlo,
ad una ad una, all'anima penitente
hanno spento quelle piccole fiammelle
senza darle pace ma per compagno
al gioco, in una stanza vuota,
soltanto il padre. Lui ti sorride
rimembrando il tempo in cui
si chiacchierava intorno
ad un braciere col genitore
e il nonno e col giovane ribelle
che amava oltre il cortile
l'alba del giorno non ostile.
Ricordo anche, nello stare ozioso
di chi ripete sempre l'odioso
dire voglio questo e pure quello,
il ragù a cuocere sulla carbonella accesa
seduto in smaltata terracotta
per un giorno intero. Dimentico,
godeva il cuore allora, quando,
come una montagna, gigante
ti sedeva al fianco. Quante volte lassù,
tra le sue braccia forti, portò il bambino!
Ora è tempo di tener la mano
di chi quell'età non vuol lasciare
e insieme salire per il sentiero
che avvicina all'anima il pensiero
e, se il fanciullo ti dirà che è stanco,
sulle tue spalle dagli il riposo;
a passo fermo, le braccia al cielo
e lo sguardo in alto a lui dicendo:
voglio meraviglie in dono farti tenere
e un bel posto in vetta
ove tu conosca chi mi portò lassù
quando avevo l'età per credere
che la vita è un sogno;
sarò poi in compagnia di tanti
ché il tuo spirito, affrancato,
voli nello spazio libero
dove staremo ad aspettarti
sicuri che nel tuo sangue
avrai lasciato i miei ricordi
così di noi sapendo
a loro il cuor si gonfi
e il figlio amarti possa
più di quanto ho amato il mio.
Spiga amara
Sull'altare di pietra
ci si tira coi dadi
venite a tentare
col gioco chiunque
può sfidare il destino
e per quanto poco ti costa
alla tua anima per posta
un cavallo se vinci
perché negli occhi
increduli e piangenti
il satiro si bei delle ninfe
e il mecenate di versi scipiti
trovi ghigno e disprezzo
ma guai allo sprovveduto
se Delfi non ha consultato
prepari le spalle alle sferze
di chi nell'umida stalla
la greppia ha sollevato alla bestia
e credenze dovrà riempire
per chi ha barato e ha vinto
sarà pure dolce l'amaro
e più forte torni il dolore
al ricordo del miele gettato
perché traboccava il suo sacco
ai piedi di quest'ara gigante
un bambino che aspetta la manna
stupito continua a guardare
l'ampia mano paterna
vicina alla bocca che soffia
intenta a sfidare la sorte
illuso di esorcizzare la morte
e il pane raffermo
che aveva tra i denti
spera di mordere ancora
menzogna lo stolto a quel figlio
con sguardo ingannevole
e maledicendo l'evento
dirà che sfortuna è passata
e in cambio di nulla
si è presa ogni cosa
ma lasciato ha la punta
del boccone inghiottito
però lei ch'è generosa
s'allontana giuliva ridendo
canticchiando trallallero
chi puntare saprà
vince di sicuro lallà
dissacrato oramai anche il gioco
impudenti dalla bocca dei piccoli
si ruba col riso anche il pane
pur sapendo che il drago volante
con pochi sospiri di fiamma
cenerina sempre calda farà
di vecchie e nuove ricchezza
intanto al teatro stasera
il loggione gremito s'accende
accoglie con bordate di fischi
parole che ordiscono inganni
e l'arpia vestita di nero
che in controcanto distorce
la voce superba e altera
mentre canta con occhi socchiusi
l'età per amarti non ha.
I campi ormai sono arsi
agli angoli non so chi sia stato
ha posto lumini e candele
per il morto che qui non si vede
e a chi con gli occhi dolenti
al vero si cieca la vista
la vipera distesa la spira
col sole che fa giorno il letargo
mortale azzanna il calcagno
non saprò mai né dirti
dal seme che il passero colse
abbattuto col fucile e lo sparo
se la spiga poi nata per caso
nel grano si porta nascosto
anche il sangue col frutto
conosco l'odore dei cipressi
e il pianto degli amici d'un tempo
conosco il sacrificio del seme
che la vita ritrova nei chicchi
la pianta mai sarà forte
di chi al gioco tenta la sorte.
Noi e Dio
Alle porte è l'inverno
e il freddo punge
anche quando il sole tiepido
mezzogiorno indora.
Noi due fratelli e amanti
l'uno all'altro stretto
allontaniamo i brividi
dal cuore che a ritmi forti
batte in solo accoro;
mi carezzi con gli occhi
nel sorriso che li illumina
mentre in essi mi cullo
sicuro che ci canterà la vita.
Ma, fuori dal nostro abbraccio,
gli operai del tempo
con gli attrezzi in mano
si adoperano per scavare
in noi cimiteri amari
ove seppellire il canto.
Lontano gente distratta
non guarda al sole;
gela la neve; il capo si copre;
corre in ogni dove
per tornare poi più sola
di com'è partita.
Dio come sei lontano;
assente dai loro cuori,
all'anima togli il tuo respiro
e nella mente gli umili confondi.
Ad essi dona il tuo spirito
e saggezza a mani aperte!
Fa che si avvii al petto
simile il battito
di quando noi due abbracci!
Dona loro l'innocenza
di un amore vero!
Gli eletti
Loro sono tanti a chiedere
che dispensatore divenga
chi sull'olimpo trono
hanno chiamato re.
All'uomo che all'alto rango
quasi divino è il sangue
nelle sue vene il nettare
trasfonde il volgo
e il miele al labbro
se contro di lui sentenzia.
Ognuno, servitore in parte,
quanto più alto è il regno,
scema la pena e poco il dare
ma che nel suo inverso
il tanto chiede; e guai
se con voce flebile o il grido
nell'alte vette non trova ascolto.
Miseranda invece la maestà divina
se dei tanti servi
nessuno s'adopera
ma che in mille parti divida
il trono che a nessuno basta.
Riverito a corte, del popolo suo
solo lui è servo;
più alto è il trono
più l'invidia accresce
il sangue dell'agnello
e nei cuori la brama accende:
sulla croce
il sovrano si porti in alto.
Nel gioco della vita
Se nel gioco della vita
hai speso ogni energia e forza
per realizzare il sogno
o il compito che ti fu affidato, invano:
nulla più ti turbi;
quando il muro non si rompe
l'acciaio sbarra il passaggio.
Saggio diviene
il limite umano chinato al dio
in attesa della tua resa.
Anche il toro nell'arena,
lotta per la sopravvivenza
e non sa che di lì a poco,
quando, sfinito, il velo
gli offuscherà gli occhi,
immobile attenderà il torero
perché sulla fronte gli lasci il segno.
Ma tu che ai fantasmi
opponi la forza e il pensiero
- l'acciaio temprato non si trapassa -
se gli eventi e i numi
ti sono tutti avversi,
poco avrai dal sangue
che immolerai per loro;
né il fuggire dal vero
in cambio ti darà la pace:
il tempo scorre anche sul dolore.
L'amaro calice
in cui ti impregnasti allora
non fa più male;
e, se nell'oriente chiaro
il sole si leva,
più d'una è certezza:
di ieri, anche il tramonto
meno grigio è stato.
A mia madre
Settembre quarantatre
C'era la guerra
La paura
Una bomba
L'attesa
L'altra bomba
E la speranza
Che la morte
Dopo il fuoco
Andasse via
Tu
Fosti martire
Eroina senza stella
E senza sogni
Fosti donna
Chi ti prese
Ti amò tanto
Fosti sposa
Madre mia
Tu
Sangue mio
Sii formica
Mi dicevi
Non guardare le cicale
I canarini coi grilli
In coro
Avranno fame
E tutt'intorno
Muta
Si farà campagna
Nel silenzio
Sarà inverno
Io
Non voglio
A questi figli
Dare provviste
Per dicembre
Ma sole
Tutti i giorni
E canti
Tanti anni
Sono passati
Sempre in volo
Sono stato
Con la neve
Con la pioggia
Non importa
Sono io
Sono Pino
Ti ricordo
Chi hai amato
E molto presto
Ti ha lasciato
Io lo vedo
E gli parlo
Lui mi dice
Di afferrarti
Per la mano
E in alto sollevarti
Perché tu senta
La sua voce
E conti i battiti
Del suo cuore
Io
Voglio dirti
Bontà mia
Come fai a non capire
Che anche loro
Sono tornati
Ogni estate
Sopra i rami
Dentro i campi
Che tutti i figli
Ci ricordano
Che la vita
Si rinnova
E senza tempo
Scorre via
Io
Senza spazi
Ho vissuto
E ho bevuto tanto sole
Sotto terra
Tu ed io
Seppelliti
I nostri estinti
Sopra
Abbiamo udito
Voci strane
Versi brutti
Erano uomini
Erano bestie
Ma nell'azzurro
I miei sogni
Tanti suoni
Tante ali
Io
Mamma mia
Ho volato
E il cielo
Ho toccato
Di questa gioia
Mi sono saziato
Della tua guerra
Ho il tuo ricordo
E il tuo dolore
La mia fame
Non vuole pane
Ma si acquieta
Ai ricordi
Di quei giorni disperati
Chi saprà mai dirti
Come abbia potuto
Il folle
Bruciare le ali
A tutti voi
Io
Sussurro ora
Oh madre mia
Parole che non dico
E mentre a me
Ti stringo forte
Ti porto in volo
E prego Iddio
Perché distenda
La tua ruga sulla pelle
Con il vento
Che ti culli
Finalmente.
Col ricordo di un film
(Anni Ruggenti)
Dal piano il dirupo ti attira sul fondo
E il costone di fronte con grotte e anfratti
Rossiccio e roccioso a picco degrada
Con rovi e arbusti selvaggi attaccati
Giù la Puglia vicina confina
Gravina e al mare sabbioso
Del golfo ionico riceve quei flutti
L'antica terra lucana custode
Di vestigia e reperti e fu Magna
E i Sassi di balzi e terrazze
Con grotte e viuzze sui tetti
Al piano che sita più sotto
Qua e là tra ruderi in restauro
E rovine perdute alla storia
Muschio e rampicanti
Generati dall'umido e il tufo
Con un pugno di terra raccolto
Dal vento e dal tempo
Osservano immobili il cielo turchino
Da Sant'Agostino che mira
In alto il campanile del Duomo
A Santa Maria d'Idris la croce e il cippo
Mentre San Pietro Caveoso dall'arco
Si apre sul paesaggio lunare
A destra Santa Lucia alle Malve
Racconta le razze e le origini
Dei materani che ebbero vita
Ricordo stampato negli occhi
Nino viaggiatore di un treno
Sulla lettera il desiderio trascritto
Soltanto una finestrella
Per guardare il sole nel cielo
Posta di fianco alla porta
E un nibbio in attesa
Uno di loro allora gli chiese.
La casa di nonno Giuseppe
Non odo i soliti rumori della via
né voce alcuna
accompagna la mia fuga;
ovattata dal crepuscolo della sera,
dalla trave di una lamia antica,
un serto appeso
sul capo dei miei padri,
a provvista tiene
una corona di pomodori; intorno,
tra le sperdute immagini,
il respiro e l'ombre;
arredi d'altri tempi bucherellati
tra le diverse casse
e la madia del pane annerita;
in supplica la Vergine nella campana
e un orologio segnatempo
sono sul marmo grigio
di un comò abbrunato dalle stagioni
assopite nei cassetti
insieme ai santini con la biancheria.
E' l'ora della preghiera
per implorare il vespro di tardare
e riaccendere a quel bambino
sprazzi della sua perduta primavera:
certo è anche
con le pie al rosario
prima della sera
il pianto al cuore
in veglia della palpebra socchiusa.
Io la cercai perché anzitempo
dei grandi il vivere mi fu prestato:
tra schiumose sponde
torrentizi i giorni
e il passare degli anni.
L'anima briosa della giovinezza attesa
giammai fu mia; ordunque,
dietro le mie spalle,
tento di trovare le festosa risa
che il labbro mio non tenne.
Eppure, anche il mandorlo fiorito
al cielo ostenta i fruttuosi rami
e su di essi i nidi ascosi
col tenero piumaggio;
ma nessuna estate
disegna questa stanza;
il desiderio volge oltre le mie ciglia
allorquando tra quegli arredi
il sogno s'avvia all'uscio
per infrangersi come un maroso
contro battenti armati:
da sempre il mare,
quand'egli prova,
lo scoglio erge
per vietare l'approdo.
Speranzosa vaga
solo nei miei occhi chiusi
ora l'età fanciulla
mentre in queste mura
torna a morire tra gli oggetti
e lo sguardo intanto aperto
sopra un paralume.
Il tuo occhio
Attraverso l'imbuto
che lascia vedere il fondo
se la bottiglia
è di vetro trasparente
ti potrà guardare in profondità
solo se indossi l'abito di fili cristallini
che dalla luce si lasciano trapassare.
La lampara sotto il traino
Insistente torna questa scena da stamane:
intento all'opera e carte a sistemare,
s'infila nel pensiero e lì rimane.
Lontano sono i tramonti dalla via
e quelle sere: infiacchiti dalla trebbia,
brillava la lucina alla lanterna.
S'annebbia nella mente il dì passato;
a monito torna invece lo scordato
e così s'acquieta l'amarezza dello spirito
e del fisico l'inganno nelle ossa:
lor s'avviano frettolosi nella notte
privi di speranza o senza quella
che si culla al passo dolce di "Fanciulla".
Le tenebre accolgano le mie membra;
l'anima si rinfranchi finalmente
e ria fanciullo per te non sia l'alba nuova
sì che all'inganno il vivere ti dia sostegno
e luce che trapassa gli antri scuri
della tua malinconia e del tuo esistere.
Strada Statale centosei
Via. Tra queste mura
il passaggio in rilievo
di una breve storia;
tra queste righe
una vita intera.
Strada statale centosei.
Dicembre, ai finestrini
il sole caldo
batte su ogni cosa:
una calma melanconica
appoggia al cuore
e l'anima intristisce.
Dietro un camion
tarda ad affacciarsi
il pensiero: è intento
a rimestare l'antico e il nuovo,
l'età perduta nei desideri viva
e il dì passato che brucia ancora,
la quiete vera e il sacrificio vano,
il perpetrato inganno del dì che muore
o della breve vita che fugge via.
Un campo dietro l'altro;
cippi di gente caduta sulla strada
a memoria e monito,
il desiderio forte di tornare
mi vengono incontro quieti
a voler stimolare il pianto
che mi nasce senza speranza.
Dentro, il dolore morde
e invano la gioia sopita,
appesa all'albero fecondo,
aspetta che una mano ignota
la strappi al ramo spoglio.
Solo i miei occhi allora
al sognatore stanco,
all'apparire del vero,
dicono di ricomporsi
perché suo diventi
il sogno di quel fanciullo
che non lo vuol lasciare.
Frutti dolci mai raccolti
dai tuoi rami appesi,
Giuseppe, offrili a quel bambino
e a chi crede ancora giusta
ogni età per sognare
Magica notte
Eccomi! Nudo come un verme,
in attesa, sulla scorza arsa
dal gelo dell'inverno.
La speranza non muore; più forte
pulsando, col sangue gonfia
le vene e anima un corpo disfatto
che l'avverso destino rimette
alla terra supino. Ahi opache stelle
che dall'alto in tante mirate;
oh luna radiosa che argentata
sul greto di bianchi lapilli
alla foce m'attrai e poi indietro
com'acqua respingi; oh voi tutte
che dal limbo stridente
del grigiore diurno brillate perenni
nella volta profonda; in pace,
col lento sussurro dell'onda,
all'anima una magica ascesa
mi date e, mentre respiro, le note
di un canto e sul petto leggero
sento la gioia dell'universo
e dell'usignolo nell'aria il suo verso.
Ora che sollievo m'è dato,
divino il tuffo,
quieta la notte in me si culla.
La tartaruga
Da quel tratto di strada in salita
giunge il rumore di motori arrancanti
e quello di autovetture sfumanti
rombante sulle corsie di sorpasso;
nei ruggiti ammutoliscono le parole
così pare che gli umili non hanno voce
solo perché, ingannato, l'orecchio ascolta
la voce di chi grida e poi va via.
Se la strada è lunga e al fondo
ognuno dovrà portare la propria soma,
gelosia porta alla tartaruga
ché, paziente, sicura giungerà
alla sua meta con la sua casa
che Iddio volle le fosse costruita addosso.
Ma se invidia a lei nessuno ostenta,
dimmi in quanti al fine udranno
la stessa voce che ora s'ignora
se ognuno avvicina i giorni
alla sua vita e all'incontrario
fugge il tempo sulla stessa via?
La levatrice
Vi ho visto nascere
e vi ho tenuto in braccio;
per prima ho sentito
i vagiti dalle culle
e dagli occhi della madre
la tenerezza dello sguardo.
A somiglianza il volto,
da grandi, del vostro sedere,
gli uni dagli altri
non vi distingue né
memoria delle mie mani
conserva la vostra pelle;
nessuna orma dei miei passi
s'è mai stampata su di voi
né le mie braccia
che vi hanno sostenuto
m'hanno avvicinato ai cuori.
Fieri del vostro divenire,
piccoli eroi del quotidiano,
oblio scende giorno dopo giorno
e, del passato, ingrato
è l'essere verso chi vi amò
senza condizione; |