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Anathea - Gloria
“trust I
seek and I find in you every day for us something new
open mind for a different view and nothing else matters
[...] so close no matter how far, couldn't
be much more from the heart, forever trusting who we are
and nothing else matters”
from "Nothing
else matters" by Metallica
Lui era alto,
troneggiava sulle mie spalle mentre si accostava a me e al
muro che avevo dietro. Mi incuteva quei brividi di timore
che possono mettere solo i misteri che associano pelle a
pelle, senza stare a domandare da dove vieni, di che
colore sono i tuoi occhi. Io li vedevo neri in quella
notte, e non mi interessava se il giorno dopo, al sole, li
avrei scoperti verdi: non avrei avuto delusioni, perché
non ci sarebbero state illusioni. Semplicemente, avrei
stretto le palpebre contro la luce e gli avrei stretto la
mano, così, come conoscenti, come sconosciuti, come nulla…
Ma in quel momento… In quella notte… Il suo sguardo non si
annunciava nel buio, ma saettava a volte, disinteressato a
lasciarmi capire da dove provenisse. Vedevo i suoi occhi
venire verso me, poi sottrarsi, egoisti della loro stessa
luminosità, per poi tornare a illudere. Non illudere per
quel domani – il risveglio – ma illudere solo per quella
notte, quando ormai si chiudevano in un battito di ciglia
i pensieri veri, accantonati con forza dalla frivolezza
dal reciproco egoismo. Lui guardava il mio desiderio di
saziarmi completamente, lo guardava in faccia, capite? Lo
guardava e ne prendeva atto, o più semplicemente, lo
guardava e riconosceva riflesso il proprio. Lui non temeva
di mostrarmi i suoi tratti “non ragionati”, perché non
c’era possibilità di ragionare lì, contro la dura pietra
del muro che mi gelava la schiena. Lui non mi chiedeva
permesso, lui era regno di un’idea semplice come è sempre
stato un pensiero che ci ostiniamo a nascondere, perché
troppo chiaro, e può ferire ammettere la sua esistenza. E
mi feriva capire che non c’era niente di giusto nelle mie
ricerche di prima e che non ci sarebbe mai stato niente di
più spontaneo di quella notte, di Lui. Ma Lui sarebbe
stato solo un piccolo spiraglio di luce, confuso nel buio
e mai più possibile.
Lui era alto,
troneggiava sul mio corpo mentre mi premeva contro il
muro, dimostrando la sicurezza della sua forza, e la
fragilità mia. Tremavo – e non era paura, e non era
piacere, ma forse era rischio – e non riconoscevo il
Silenzio, perché l’udito era chiuso dal pensiero, o
meglio, chiuso dal non-pensiero, restio a tornare a me.
Tremavo – e d’improvviso era paura, paura di
non essere lì apposta, di non averci mai pensato, paura
che Lui non fosse Te – e trovavo stupido ogni mio
tentativo di mordergli il labbro, quando in realtà mi
figuravo al di là delle palpebre socchiuse il Tuo viso, il
Tuo respiro, le Tue mani… Riconoscevo la mia stupidità, e
volevo aprire gli occhi su tutta questa realtà: sapere che
Lui non eri Tu, sapere che i Suoi capelli sono chiari,
ricordare che i Tuoi sono scuri; sapere che le Sue mani
sono chiare, ricordare che le Tue sono abbronzate… Respiro
forte e spalanco gli occhi. Nulla. Buio e solo quegli
occhi. Gli occhi di Lui.
Lui era alto,
troneggiava sul mio respiro mentre mi accarezzava senza
pietà e io non mi sentivo, mi sentivo cadere e in
equilibrio, drogata e affamata, legata e improvvisamente
libera, affaticata e energica, in trappola e sempre più
libera… libera, libera… Libera contro di Lui, contro il
suo petto maschile, contro i suoi muscoli e sulla sua
pelle. Restava il tatto, prepotente contro ogni altro
senso, acuito dal buio e dalla segretezza, incrementato
dal mio tendere a volere Lui sempre più, sempre vicino,
sempre accanto, sempre contro.
Lui era alto,
troneggiava su ogni mia parole mentre mi assaggiava piano,
ma senza mai lasciarmi il tempo di parlare e pensare
“basta”… Non l’avrei pensato, non potevo pensarlo. Non ne
avevo neanche il coraggio: per una volta, nella mia vita,
parlare era Inutile. E non mi piangevano dentro parole,
non c’erano discorsi d’addio pronti a gridare.
Semplicemente, in me c’era un solo grande urlo, raccolto
nel gemito che poco dopo mi avrebbe sorpresa, mi avrebbe
richiamato l’udito e l’olfatto, il gusto e la vista.
Lui era alto,
troneggiava su me, mentre stavamo seduti a terra, avvolti
in uno di quegli incroci di gambe e braccia che
trasformavano Me in Lui e Lui in Me. Stanchi,
accarezzavamo i muscoli, pronti a riprendersi le proprie
ossa e a ricominciare il giorno nella luce.
Lui era alto,
troneggiava su quella notte, mentre nell’alba io
riprendevo la mia pelle e andavo verso un sonno da sola.
Il giorno era iniziato da un pezzo, la notte era quasi
andata tra i ricordi, quando un’ombra diventava Buio sulla
mia pelle calda di sole. Lui era alto, troneggiava sul
giorno e, mentre mi stringeva la mano, la sua pelle mi ha
ricordato di essere stata mia. Allora, nel timore, ho
alzato lo sguardo nei suoi occhi: erano neri. E le mani
abbronzate.
Lui era alto,
troneggiava anche sul tramonto. Lui aveva un passo
conosciuto. Lui eri Tu.
****
Si levò dal collo una medaglietta d'argento che portava
appesa con una strisciolina di cuoio, la mise al collo
di Antonia. Le disse: "Undenchen! Recuerdo". Andò a
mettersi in fila insieme agli altri. Proprio in quel
momento si stavano avviando verso la loro ignota
destinazione e i due musici, invisibili nel gruppo,
cominciarono a suonare qualcosa di molto diverso da ciò
che avevano suonato prima; una melodia che sembrava
alzarsi direttamente dalla terra mentre l'oro si
allontanavano nel buio, e che parlava d'un'altra terra
di pianura, di foreste, di nebbie… Erano già tutti fuori
del villaggio quando risuonò un ultimo grido: "Lebe vol,
An-tòina! Lebe vol!" ("Addio!")
Tratto da "la Chimera" di Sebastiano Vassalli -
pag. 168 Edizione Einaudi Tascabili
Un breve tintinnio di questa musica mi ha riportato alla
mente il sonaglio che da bambina ero solita scuotere: la
chiamavo "canzone", ma non avrei mai indovinato che
questa parola in futuro mi avrebbe lasciato altre
sensazioni sulla pelle. In quel momento mi percorreva
ancora il tuo sguardo, Hans, il tuo sguardo che mi
accarezzava nella prima notte fremente d'estate, ancora
appoggiata alla frescura primaverile. Al sopraggiungere
della notte, una brezza insolita correva forte sulla mia
pelle e m'è bastato voltare lo sguardo per riconoscere
la tua divisa. Se non fossi rimasta pietrificata dalla
tua bellezza, forse mi sarei messa a ridere per quei
buffi pantaloni a righe verticali bianchi e rossi.
Ammutoliti i presenti, la tua mano tesa è andata ad
avanzare presso il mio scialle da contadina, annodato
alla bell'e meglio sul vestito di lino grezzo. Mi
sentivo strana, percorsa da strani brividi che
profumavano di emozioni che restavano nascoste tra i
tuoi capelli biondi. Se solo l'aia non si fosse così
radicalmente zittita e le chiacchiere delle comari
avessero preso forma di sussurri, allora mi sarei
avvicinata a te, forse senza neanche presentarmi
(sarebbe stato doloroso scoprire che non mi avresti mai
compresa). Prima ancora che l'orologio della chiesa
scandisse le dieci, avrei intrufolato la mia immagine
nei tuoi pensieri, incancellabile, e l'avresti portata
con te nella tua prossima battaglia.
Invece, hai battuto con la mano sul tuo petto che ha
risuonato forte; "Hans", hai scandito. Ho fatto la
stessa cosa con me, ma Antonia non riuscivi a
pronunciarlo, se non come "An-tòina". Mi intenerivano i
tuoi sforzi per chiamarmi come ogni altra donna del
paese, temevo che avresti presto imparato, così da
privarmi di questa strana pronuncia che mi era apparsa
quasi famigliare. Sì, il mio nome nella tua bocca aveva
assunto nuove peculiarità che nella mia vita di semplice
contadina, nota nei dintorni per la fresca bellezza, non
aveva mai potuto sentire. Mentre il fuoco nelle lanterne
scoppiettava e pochi grilli sembravano non apprezzare il
silenzio notturno, una musica gitana portata dai tuoi
commilitoni ha aperto le danze. E noi eravamo
ammutoliti, fermi in mezzo all'aia, dove già coppie di
miei conoscenti e vicini iniziavano a ballare. Il timore
di essere inadeguata, la sincerità del tuo giovane
sorriso e quella barba tagliata da poco che già
ricresceva, segno della tua floridezza, mi lasciavano lì
ferma e immobile. Con un sorriso aperto e alcun dubbio
in merito, hai dischiuso le labbra e hai canticchiato la
melodia in quel tuo tedesco che mi attorniava di suoni
sconosciuti e affascinanti nella loro apparente
asprezza. Non prestavo quasi attenzione ai passi,
rischiando di perdere il ritmo e di schiacciarti i
piedi, ma qualcosa in me sembrava relegare la catena dei
miei ricordi ad una piccola parte di me, lasciando che
il mio corpo seguisse il ballo. Uno, due, tre… La notte
stava scendendo anche su queste fiaccole abbozzate ai
contorni dell'aia, mentre la tua vicinanza mandava
bagliori inusuali. Sembrava che il buio ti succhiasse i
lineamenti, per poi liberarli in sprazzi di limpida
visione: nelle labbra che si stringevano e si
rilasciavano avrei allora posato una rosa, un fresco
bocciolo che ti si sarebbe premuto imberbe contro i
denti bianchissimi. Ed io, spettatrice, avrei provato
invidia del fiore, senza denudare la mia gelosia, sarei
rimasta ad osservarti.
Ancora la musica mi riportava in un mondo tuo che io non
conoscevo e ne restavo drammaticamente sorpresa. Piano
piano le parole sembravano assumere significati figurati
che mi parlavano della tua terra, della tua vita
passata: erano luoghi in cui parimenti non avrei mai
potuto viaggiare. Sentivo il dolore che la tua partenza
così prematura mi avrebbe lasciato dentro, tra questa
effigie dei tuoi occhi che già precorreva i tempi e
quella sensazione che tra noi non ci sarebbe stato solo
un ballo sull'aia. Quasi consapevoli del nostro mancato
futuro, mi hai presa per mano e ci siamo allontanati dal
centro della pista, per sederci su quelle lunghe panche
che avevo dovuto pulire per voi soldati prima che il
sole tramontasse. Il cuore mi batteva forte, come quando
avevo sorpreso un cinghiale affamato a pochi passi da
me, il mese scorso. Ti sei percosso ritmicamente il
torace con il palmo della mano aperto, proprio a
comunicarmi che non ero sola nelle mie emozioni. Forse
nervosamente, forse già nostalgici, abbiamo sorriso di
quella condivisione silenziosa.
"An-tòina" hai sussurrato e non sapevo quale preghiera
stesse per nascere tra le tue labbra. Volevo solo che mi
chiamassi ancora.
Come un bambino troppo cresciuto per essere rassicurato,
hai abbandonato il capo sulla mia gracile spalla che già
scottava per il sole. Il contatto mi ha riportato tra le
tue palpebre socchiuse, vi ho scorto le battaglie e i
morti, le ferite che ogni tanto tornavano a tormentarti,
i troppi compagni lasciati sul campo, le croci anonime
che ancora riempivano intere campagne… Non sapevo come
alleviare il tuo dolore, né se doveva essere alleviato:
forse volevi solo raccontarlo in quella notte buia,
lasciarmi capire che i tuoi occhi chiari non
rispecchiavano affatto la limpidezza del tuo animo,
troppo percosso dalle passate esperienze. Ho accarezzato
piano il tuo viso e le mie dita andavano a pungersi
della tua barba: non avrei mai smesso.
Implacabile e stridulo, si è alzato il grido del tuo
capitano, già richiamava te e i tuoi compagni, dovevate
schierarvi in fretta, per poi lasciare per sempre la mia
pianura. Lo sapevo, ma non riuscivo a risparmiarti il
mio sguardo supplice. Sorridevi di tristezza stavolta,
con la tua mano che cercava di addomesticare i calli che
le fatiche agresti avevano lasciato sulla mia pelle
adolescente. Sentivo con quale nostalgia si avvinghiava
a noi l'ultimo addio, non avrei avuto che un immagine di
te ed un'ultima stretta di mano. Troppo affettuosa per
essere moto di sola gentilezza.
Quella sera era un anno esatto che te ne eri andato e
ancora adesso stringevo tra le mani la medaglietta di
argento che mi avevi lasciato prima di andartene: Hans,
non conoscevo altro di te, ma ero certa che ce l'avrei
fatta. Mi sembrava di risentire quel tuo grido, pieno di
tutta la disperazione di un amore bruscamente separato:
"An-tòina! An-tòina!". Lo ripetevi con ardore, mi era
tanto rimasto nel cuore che ancora lo sentivo nelle
orecchie. Di soprassalto, quasi spaventata, ho scrutato
nelle tenebre per cercare l'ennesima prova del mio mal
d'amore. Schiusa dai miei pensieri, ho avvertito musica
tedesca, chitarre e violini affaccendarsi nella valle
per scuotere l'afa estiva: sembrava la tua voce, la
canzone di quella notte… Sola pur in mezzo a tanta folla
di miei compaesani, sapevo di potermi silenziosamente
commuovere, se solo avessi avuto la certezza di sapere
che eri davvero tu, Hans! Incredule fiaccole in
lontananza e una voce si apriva la strada: "An-tòina,
An-tòina…".
Mi sono svegliata accaldata, con brusche lacrime lungo
il viso… Era passata un'altra notte, un altro anno, ma
ancora le speranze non trovavano morte, tornavano nel
sonno, dove sapevano che non sarei mai riuscita a
scacciarle con nessuna distrazione…
***
Al
limite di amarci
Oltre il
freddo e il gelo,
dove non tacciono le parole,
scaverò una grotta di silenzio,
con un dito alla bocca
ti condurrò al buio
al limite del desiderio,
al limite della disperazione,
al limite del limite.
Oltre il freddo e il gelo,
dove la pelle ghiaccia sudore,
coglierò il calore del silenzio,
con un dito alla bocca tua,
ti lascerò all'abbraccio,
al limite della passione,
al limite del pianto,
al limite di amarmi.
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