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Wregan 2002 - Marta

Tempesta

Quella notte Chris era sola. La compagnia di Orione e del Grande
Carro veniva lentamente offuscata da un velo scuro, che si
avvicinava, scortato da una forte corrente. Se ne accorse per la
danza che pian piano iniziavano ad eseguire le tende color
cartazucchero. Da quando, un mese prima, aveva traslocato, aveva
scoperto il piacere di addormentarsi con la finestra aperta, con il
rumore delle onde che le teneva compagnia.il fatto che era pieno
luglio, poi, glielo permetteva.
La sua stanza dava su un'enorme terrazza, pavimentata da maioliche
bianche e azzurre, e dove erano piantati, sul muro di cinta, gerani e
orchidee. Al di là di questi, poi, uno strapiombo, a picco sul mare:
affacciandosi, da ogni parte grovigli di rami con le loro verdi
foglioline, e sporgendosi un poco, un lido, una barchetta arenata a
riva, e ogni tanto dei ragazzini che bivaccavano fra tende e
chitarre. La sua stanza aveva una portafinestra, e le tende color
cartazucchero; il letto, matrimoniale, era al centro della stanza, e
rivestito di un lenzuolo fiorito. Dall'altra parte della stanza,
accanto alla porta, un grosso armadio bianco. Chris si sentiva
terribilmente piccola in una casa così grande, ancor più ingigantita
da quei muri così lisci, e dai mobili che ancora non aveva avuto il
tempo di comprare. Tutto quel vuoto intorno a sé la spaventava,
soprattutto in quei momenti, in cui il cielo preannunciava tempesta.
Sentì il lontananza i rintocchi della mezzanotte. L'aria gustava già
di un nuovo giorno. Chris si alzò dal letto, mise la vestaglia, che
aveva poggiato disordinatamente su una sedia, e si strinse forte per
scaldarsi. Sospirava, mentre i suoi passi la guidavano verso la
finestra, e mentre mille e mille pensieri bussavano alla sua porta.
Guardò fuori. Le maioliche diventavano scure per il riflesso delle
nuvole. Sentiva le onde sbattere impetuose sulla roccia, e il vento
cantare insieme a loro. L'aria gelida si dirigeva piano verso di lei,
così si decise a chiudere la finestra, di modo che la pioggia
imminente non la cogliesse nel sonno. Appoggiò la testa sul vetro, e
di sbieco lo vide riflettere solitudine: la sua solitudine, che le
squarciava l'anima e lentamente la svuotava. In realtà però Chris non
era completamente sola. Guardò fisso quel nuvolone, che incombeva,
rubando il posto al pallido sole, e in lui sembrò vedere quasi la
rappresentazione allegorica della sua anima, se non della sua stessa
vita.
La sorgente della sua adolescenza era una luce aurea, dalla quale
tutto scorreva impetuoso, tra sorrisi, lacrime e sprazzi di cuore.
Un'ora valeva cento, e ogni giorno era la replica del precedente e il
preludio del successivo. Allora i sogni coloravano la mente di Chris
per ventiquattro ore al giorno, descrivendo arie sempre uguali, che
raffiguravano la bambina che era, e la donna che sarebbe diventata.
Non ricordava quando, dove, o perché tutto fosse cambiato, e i suoi
giorni erano diventati come polsini piegati sul risvolto opposto. La
sola cosa che riusciva a richiamare alla memoria di quei momenti era
che nel momento stesso in cui aveva messo in moto la sua Volvo
grigia, il tubo di scappamento aveva emesso una strana miscela di
fumo e di giorni, e liberava tutta d'un colpo l'adrenalina di anni.
Per tre piccoli, squallidi e merdosi mesi la sua vita era stata ciò
che nessuna pasticca sarà mai in grado di rendere: lo aveva
incontrato al cinema, davano un giallo medioevale, aveva gli occhi
del colore del mare, era dolce, allegro, e baciava molto bene. Non
aveva mai provato niente di simile per qualcuno. Si era comunque
sempre ritenuta una persona abbastanza razionale, e a ventuno anni le
sembrava di avere abbastanza maturità da poter almeno supporre che
fosse lui "quello giusto": quando stava con lui sembrava che ogni
cosa avesse senso, che tutto andasse di colpo al giusto posto, e si
sentiva come una regina, su un letto di rose con il baldacchino
d'oro, accoccolata tra cuscini di seta, che ascolta la voce limpida
della sua libertà.
Quella notte lo scrosciare senza regola delle onde le ricordò gli
ultimi momenti passati a Dublino, e quei pensieri nervosi e confusi
che l'avevano accompagnata fino all'auto. Era martedì. Quel giorno
gli aveva telefonato per chiedergli di venire da lei appena
possibile, dato che doveva parlargli di una cosa molto importante,
una cosa che non poteva assolutamente dirgli per telefono. Mentre gli
parlava la sua voce era apatica, nemmeno lei sapeva quale emozione
doveva lasciar trasparire, e quale invece doveva provare. Le disse
che quel giorno era molto impegnato sul lavoro, ma che avrebbe potuto
senza problemi raggiungerla per cena. Chris lo aspettava per le otto;
nell'attesa sentiva la voce venirle meno, sentiva le gambe che
tremavano, e la testa che sembrava scoppiare da un momento all'altro.
Verso le undici, la svegliò il trillo del telefono. Subito si tirò su
da terra, premendo la mano sulla tempia livida, mentre con l'altra
sollevava la cornetta. Le parole di Billy, suo caro amico, nonché
inserviente al Pronto Soccorso, le trasmettevano tutto il loro
dolore, e mentre Chris ascoltava la sua voce nasale dire che c'era
stato un incidente, ma di non sapere niente di preciso sulle sue
condizioni, e comunque di non preoccuparsi, perché i dottori stavano
facendo tutto il possibile, la sua mano lasciò cadere la cornetta, e
subito si poggiò sulla pancia, come per dire "Va tutto bene.". Se ne
rese conto. Poteva morire. Si gettò sul divano, mordendo forte il
cuscino, per lasciar uscire solo un sibilo isterico, mentre rigagnoli
di lacrime le attraversavano le pallide guance. Si alzò di scatto e
uscì di corsa, lasciando a terra la cornetta, e la porta di casa
spalancata dietro di sé. Pioveva forte quella notte, ma Chris non si
curò, come invece avrebbe fatto di solito, di non pestare le
pozzanghere con le scarpe di raso, o di non rovinare il tubino blu
comprato il giorno prima, e non si preoccupò della messa in piega
scompigliata dal vento: l'unico suo pensiero in quel momento era
arrivare alla macchina, mettere in moto, azionare i tergicristalli, e
correre al Whitmore Hospital sbattendosene del limite di velocità e
delle altre auto che in tutta calma vagavano per Main Street, poi
lasciare la macchina nel primo buco che trovava, precipitarsi in
accettazione, fare infinite rampe di scale, e.capire. quello che mai
avrebbe voluto capire. Ad esempio, perché a volte lui disdiceva
all'improvviso un appuntamento, o perché in tre mesi aveva dormito da
lei solo cinque volte, e lei non era mai stata a casa sua, perché le
aveva buttato giù quell'insulsa scusa del telefono isolato, e
soprattutto.quella strana striscia senza abbronzatura che aveva
sull'anulare sinistro. Che stupida.come aveva fatto a non capirlo?
Forse tre mesi erano troppo pochi per porsi domande? A Chris bastò
uno sguardo, uno solo, per capire tutto. C'era lei, che piangeva,
appoggiata sulla spalla di quello stesso ragazzo che li aveva fatti
incontrare, in quel cinema, dove davano un giallo medioevale. Non si
accorsero di lei, ma lei vide loro. Da una parte vide un'ormai
aspirante vedova, sui trent'anni, finta bionda e con dei tacchi da
fare invidia ai trampolieri di Portobello. Dall'altra, vide una
stupida ventunenne a cui piacciono tanto i sogni.
La guardò, e poi guardò sé stessa. Doveva amarlo molto.
La pioggia scivolava lentamente sui petali dei fiori.iniziava ad
avvertire degli spifferi, così pensò che fosse meglio togliere la
vestaglia e coricarsi. La camicia da notte color panna lasciava
intravedere i primi segni del pancione. Avvertiva dentro di sé i
battiti del cuoricino della sua bambina, che sembrava dirle "Non
piangere.dormi ora.andrà tutto bene.". Chris le obbedì
 

 

Una come tante
 
 
Cristina? Era una strega.

Come si poteva non pensarlo? Era sufficiente vederla di sfuggita
mentre camminava lungo la strada principale: alta, capelli scuri che
le cadevano lungo la schiena, vestiti neri che le arrivavano alle
caviglie, e il bianco collo che reggeva il peso di manciate di
ciondoli.

Quei ciondoli erano simboli malefici. Li usano nelle messe nere, li
adorano come fossero divinità.

Il suo pallore e la sua aria smarrita ricordavano una superstite di
un incendio, che emerge dalle macerie con il volto ancora carico di
fuliggine.

Quello sguardo. tagliente più che una spada. Mi creda, a passarle
vicino c'era da avere paura. Lanciava occhiate fulminanti a chiunque
la incontrasse.

Cristina odiava essere osservata. Non era di animo cattivo, ma
c'erano momenti in cui davvero, se solo avesse potuto, avrebbe
fulminato con uno sguardo tutta quella gente che imperterrita la
fissava. Se n'era accorta fin dal primo giorno, dal suo arrivo in
paese. Mentre il taxi si avvicinava, poté vedere il camion della
ditta dei traslochi posteggiato davanti a quella che sarebbe
diventata la sua casa, e dall'altra parte della strada, alcuni
gruppetti di signore anziane, immobili, che osservavano il camion, e
parlavano sottovoce fra loto. Alcune erano affacciate alla finestra
dei palazzi circostanti. Quando scese dal taxi, subito si sentì
pungere da mille lame, sottili e affilate: occhi, che non facevano
altro che fissarla. La guardavano, la inseguivano, come cani avevano
fiutato la loro preda, e non la mollavano mai. Ogni giorno, quando
usciva di casa la mattina, quando entrava nei negozi per fare la
spesa, quando sedeva su una panchina all'ombra a fumare o a leggere,
quando rientrava la sera per uscire poco dopo.

CI fanno le loro messe. Da qualche parte, sui prati. Scelgono la
campagna perché è meno frequentata, si può agire indisturbati in
mezzo agli alberi. Andate, vedrete voi stessi. Altari, coltelli
sporchi del sangue di povere creature innocenti. Io? No, io ho paura
ad andare laggiù. Qui nessuno ha mai avuto il coraggio di andarci.
Nemmeno Don Silvano. Avevamo tutti paura di lei. So bene cosa fanno a
chi li sorprende, crede che non li legga i giornali? Li sacrificano a
Satana, o a qualunque altro idolo adorino, oppure, peggio ancora, gli
fanno un maleficio che travia la loro mente al punto da farli
diventare come loro.

Cristina non riusciva a spiegarselo. Quando viveva in città, le cose
erano diverse. In città vivono così tanti tipi di persone, che la
gente non fa caso a ciò che vede. Ogni individuo ha la sua
particolarità. E' come in una macedonia, dove più grande è la varietà
di frutti, migliore è il gusto. Il paese no. E' diverso, molto
diverso. Difende con le unghie e con i denti la sua monotematicità,
mascherandola con parole come "integrità" e "quieto vivere". Bastava
un'occhiata per capir che lei era completamente diversa da ciascuno
di loro. Era una minaccia per quell' "integrità". Le faceva così male
esserlo. Si era trasferita in un posto così piccolo e isolato proprio
per trovare finalmente un po' di pace, per poter ricominciare daccapo
la sua vita, e invece i problemi erano riusciti e seguirla fin lì, a
scovarla, a ricordarle che avevano ancora qualche faccenda in
sospeso. Si guardava intorno, e non vedeva altro che occhi
diffidenti: la vecchietta che la squadrava da capo a piedi con aria
scandalizzata, come una ladra che aveva rubato alle vedove
l'esclusiva dell'abito nero; il bambino che si allontanava appena la
vedeva arrivare, voltandosi ogni tanto per controllare che non lo
stesse inseguendo, o chissà cos'altro. Cristina si figurava nella
testa gli ammonimenti di vecchie madri "Stai lontano da quella, stai
lontano..".
Viveva lì ormai da otto mesi. Un vero affare: la signora che abitava
lì prima di lei era morta. Cancro al pancreas. Il figlio vive da anni
a Trieste per lavoro, e aveva deciso di affittare l'appartamento. Un
luogo tranquillo, lontano centinaia di chilometri dalla città che
l'aveva vista crescere, e dalla quale era fuggita da un giorno
all'altro, per dimenticare chi era, e nello stesso tempo per cercare
di ricordarlo.

Quella casa. Eh, sì, io lo so. Lì ci sono le prove, creda a me.
Coltelli sacrificali macchiati di sangue, barattoli con chissà quali
erbe o polveri. Ci riceveva gli uomini, sa? Vengono la notte, e lì
fanno i loro riti orgiastici.oh, non mi faccia pensare a certe cose!
Io non li ho mai visti, ma la Rina, la moglie del macellaio, quello
in fondo a Via Roma, dice di averlo sentito raccontare da un cliente.
Nell'appartamento ci sono stata un paio di volte, quando andavo a
trovare la povera signora Matilde, pace all'anima sua, che era tanto
malata. Quell'incosciente del figlio! Le ha dato così tanti
dispiaceri. è andato a vivere lontano per fare l'avvocato, e ora,
invece di tornare e osservare il suo lutto, vende la casa alla prima
venuta.

A Cristina dispiaceva di non avere amici. L'appartamento era piccolo,
ma il dividerlo solo con sé stessa lo faceva sembrare enorme. Le
sarebbe piaciuto ricevere visite qualche volta, magari un vicino che
ha finito lo zucchero, come si vede nei film americani. Invece a casa
sua non andava mai nessuno, e questo la faceva stare male. Anche in
città tutti la consideravano un po' strana, ma la accettavano e le
volevano bene per quello che era, perché avevano capito che la
sua "stranezza" nascondeva qualcosa di molto speciale. Glielo aveva
detto una volta un vecchio insegnante in pensione, che viveva nel
palazzo di fronte al suo. Conservava ancora gelosamente, nascosto tra
le pagine di uno dei suoi libri, il ritaglio di giornale in cui si
parlava di come quell'uomo fosse miracolosamente guarito dal morbo di
Parkinson. Un caso unico nella storia. "Sarà il nostro segreto." gli
aveva detto quella sera. Allora non aveva bisogno di scappare. Non
ancora, almeno.
Pensava a queste cose la sera, mentre lottava contro il freddo armata
delle sue coperte di lana, e cercava in tutti i modi di prendere
sonno. La assalivano i ricordi, del passato, ma più spesso del
presente. Quando la sua tristezza raggiungeva il culmine, si
ritrovava a porsi domande su come avrebbe potuto far capire loro che
non era né una strega, né una satanista, ma solo una come tante, una
ragazza che si sforzava in ogni modo di essere, o perlomeno apparire
come tutte le altre. Nessuno in paese lo aveva capito, nessuno sapeva
chi lei fosse. o forse sì, ma era molto più comodo non saperlo. Ormai
si era arrivati ad un punto di non ritorno. Tutti la evitavano come
fosse un'appestata, e come scudo per proteggersi dal contagio si
servivano di semplici parole: "Ho sentito dire che.", "Gira voce
che.", e tutto il paese si mobilitava come per una chiamata alle
armi. La voce.le voci. girano, fanno girare, si passano fra loro un
capro espiatorio da torturare a loro piacimento, quando e quanto
volevano, a tutte le ore, all'infinito. Erano rari questi momenti in
cui Cristina si sentiva davvero sola, odiata senza una ragione. Nella
maggior parte dei casi cercava di fregarsene, di essere superiore
alle futili chiacchiere di paese. A volte le sembrava addirittura di
provare un inconscio piacere nel sentirsi il nemico, ad essere
definita tutto ciò che non era, nell'essere al centro dell'attenzione
di tutto il paese. Deve essere questione di psiche, di carattere:
Cristina in fondo era una ragazza forte, che aveva le palle per non
piangere e il cervello per non alzare il dito medio di fronte a
nessuno. Parole.semplici combinazioni di lettere e accenti. Sono come
i treni: corrono un po', si fermano, e poi cambiano tragitto e
ripartono. Cristina sapeva che nessuno avrebbe mai bussato alla sua
porta per domandarle "Sei una strega?", o semplicemente per accusarla
di qualcosa, quindi, non dovendosi porre questo problema, viveva
tranquilla, senza preoccuparsi di niente e di nessuno.

Ricordo bene quella mattina. stavo andando con la Pia e la Rosa alla
Messa delle sei. A volte vedevamo quella che tornava a casa dai suoi
posti, quelli dove andava di notte, a peccare. Una scena
agghiacciante, mi creda. Se ci ripenso. Me lo sogno ancora di notte.
Era lì. appeso al muro per una corda, che è inchiodata lì per quando
il signor Carletto porta i muli in paese. li lega lì, va a fare la
spesa, e ritorna al podere. Quella mattina.era così buio.la Pia si
era accorta di quelle strane macchie sul muro. Ci siamo avvicinate, e.
la Pia iniziò a gridare, e io per poco non svenni. Era. terribile.
Era appeso al contrario, quella povera creatura. Le zampe posteriori
legate strette alla corda. Credo fosse uno dei randagi che stanno nel
cortile del signor Piero. Sa, lui è vedovo, la figlia vive lontano, e
i gatti sono la sua unica compagnia. E' così solo. Va tutti i giorni
a comprargli le scatolette, sa quelle che vendono nei negozi, con il
cibo per animali? Aveva il pancino aperto, e il sangue colava ancora.
il musetto ne era coperto, ma si vedevano gli occhi, lividi,
completamente sbarrati. Si leggeva terrore in quegli occhi, mi creda.
Gli ha strappato la coda. era a terra, poco distante, che galleggiava
su quel ruscello di sangue. Atroce. Quella.quella.  Beh, ha avuto ciò
che si meritava.

Il treno iniziò la sua corsa. furono sufficienti poche ore perché
tutto il paese venisse a conoscenza del fatto. Verso l'ora di pranzo
il quartiere di Cristina era un andirivieni di gente, e voci
ammassate  una sull'altra, come suoni confusi di un'orchestra, dove
ognuno aveva il suo strumentino da suonare; è così che un insieme di
frasi insensate, che non c'entravano assolutamente l'una con l'altra,
formarono la recensione di un grande delitto. Parlavano tutti
sottovoce, forse per paura di essere sentiti; quelle voci confuse
però non potevano non giungere alle orecchie di Cristina.
Cristina si era alzata da poco. Quella notte non era riuscita a
chiudere occhio, a causa di continui lamenti soffocati che
provenivano dall'esterno, lamenti che non riusciva a descrivere, come
guaiti, che a suo avviso non avevano nulla di umano. Si era fatta un
caffè per evitare di passare la giornata in quello stato di torpore,
ma quei gridolini continuavano a rimbombarle nella testa, e non
riusciva in alcun modo a rilassarsi. Aveva capito che quella era una
giornata no. Le musiche di quell'orchestra di bacchettone le
arrivarono alle orecchie mentre lavava la tazzina; non riusciva a
capire cosa stessero dicendo, e non si sforzava per cercare di
sentire meglio. Finì con calma il suo lavoro, finché ad un tratto
qualcosa dentro la bloccò: soffiava un'aria nuova da fuori, e sentiva
di dover capire di cosa si trattasse. Mollò tutto e uscì. Arrivata
davanti al portone, le voci si fecero più forti, ma sempre poco
chiare. Mise una mano sul legno duro, e vi appoggiò sopra la testa,
serrando gli occhi e le labbra. Quell'aria nuova la stava soffocando.
Aprì il portone, e si pose davanti al suo nemico, come un soldato
ritto di fronte al plotone di esecuzione. Ricevette però, anziché 
fucilate, sguardi schivi e velati. Non ci pensò due volte e chiese
loro: - Ci sono problemi?- All'udire la sua voce, poiché era la prima
volta che parlava a qualcuno del paese, le altre si spensero di
colpo, e tutti gli occhi si rivolsero apertamente verso di lei. Calò
il silenzio. Cristina non era mai stata così coraggiosa. Forse non lo
era proprio. Quella frase le era sembrata così ovvia in quel momento,
così naturale, che aveva sentito un bisogno irresistibile, come se
non potesse fare a meno di dirla. Sentiva dentro di sé un'emozione
indescrivibile, un miscuglio di terrore, paura, gioia, vanità e
tristezza. Era talmente spaventata da tutti quegli occhi nemici che
la puntavano, talmente felice per la nascita di questo incredibile
coraggio, talmente ebbra del timore che tutti sembravano avere di
lei, e talmente triste per la sua condizione, che in quel momento era
così chiara. Sola. Esclusa. Segnata a dito da tutto e da tutti. Aveva
la sua vita davanti agli occhi, guardava con pallido orrore i suoi
ultimi otto mesi, e per un istante, per un minuscolo e unico istante,
ebbe voglia di piangere. Era troppo però, troppo anche per lei, e non
voleva, non poteva mostrarsi sconfitta, proprio ora che aveva
iniziato a vincere. - Problemi?- ripeté, con un muto sottofondo di
mille e mille parole che le risuonavano nella testa. Persisteva il
silenzio. Prese una sigaretta e la portò alla bocca; l'accese, e
subito cercò di vomitare loro addosso tutto quel fumo maligno, che la
rendeva così invincibile. Lanciò una rapida occhiata a destra e a
sinistra, i suoi sguardi come tanti proiettili colpivano in linea
d'aria il tutto che la circondava. Poi fece un passo avanti. E un
altro. E un altro. E un altro ancora. Più si avvicinava, più i suoi
pallidi inquisitori arretravano, e arretravano, e lei poté farsi
strada tra loro, lasciando dietro di sé un alone di fumo nero.
Nessuno ebbe il coraggio di dire qualcosa, e la lasciarono andare.
Frasi, che un tempo sarebbero venute così naturali, in intervento
contro un'insolenza e una sfacciataggine così grandi, erano e
restavano sepolte nelle menti di ciascuno di loro, e ogni possibile
commento su di lei si mostrava indicibile. Mentre loro facevano
frullare quei mille e mille pensieri nella loro testa, Cristina si
allontanava sempre più, e scompariva, scompariva, come una nave
all'orizzonte, che non si volta mai indietro e va lungo il suo
tragitto. Nessuno di loro sapeva dove stesse andando, ma tutti
avevano ben chiaro che andava nella direzione giusta, quella verso il
vicoletto, quella verso la sua colpa.
Cristina camminava, e solo per caso notò sotto i suoi piedi alcune
gocce di sangue. Sempre per caso, seguendole con lo sguardo, si
accorse della pozza rossastra sull'asfalto, e di quel corpicino steso
sul muro di pietra. Le sfuggì un grido soffocato, e subito portò una
mano sul volto, non si sa se per coprire gli occhi da quella vista o
la bocca da quelle grida, per le quali troppe altre teste si
sarebbero voltate. Istintivamente si avvicinò, tenendo una mano tesa
in avanti; non si curava di dove mettesse i piedi, non le importava
di dover tornare indietro con i sandali sporchi di sangue, cosa che
chiunque avrebbe immediatamente notato; le importava solo di quella
creatura innocente, del suo male, della sua sofferenza, e di una pena
senza senso. Improvvisamente, riuscì a sentirlo. Era ancora capace di
sentire. Un esteso squarcio sul petto, miagolii strozzati, sottili
unghie che si spezzavano nel tentativo di aggrapparsi a qualunque
cosa che potesse permettere di fuggire, scarponi che calciavano,
schiacciavano, e spingevano contro il muro, e sangue, sangue, sangue.
Tese la mano più avanti, sempre più avanti, finché non arrivò ad un
palmo da lui. Cristina tremava. Lo toccò, toccò le sue ferite, e
neanche se ne accorse. Ritrasse la mano ormai sporca di sangue, e
unendola all'altra si coprì gli occhi, per non vedere più tutto quel
dolore. Lo voleva, lo voleva. Poteva ancora farlo. Poteva farlo
smettere di soffrire. Al sangue ben presto si unirono le lacrime,
alle lacrime i gemiti, ai gemiti l'attrito della ruvida pietra contro
le sue ginocchia, che improvvisamente cedettero. Chissà per quanto
tempo rimase lì piegata, quanto durarono i suoi spasmi, le sue
sofferenze: nessuno passò in quella gelida mattina. Forse erano
ancora tutti lì, davanti alla sua casa, in attesa del suo ritorno. Ma
lei non ritornò. Non ritornò a casa quel giorno.

Era lì.inginocchiata a terra con le mani giunte. Una strana
posizione. Sembrava stare ferma e muoversi nello stesso tempo. Ho
visto sangue congelato, lo aveva sulle mani e sul volto. Le labbra
socchiuse.sembravano ancora recitare qualcuna delle sue maledizioni.
Non è mai stata così pallida. Ha avuto ciò che meritava. Dio le ha
inflitto la giusta punizione per i suoi peccati.

L'aria gelida del Nord non risparmiò quella mattina, e mentre il
freddo aiutava Cristina ad affrontare la sua ultima tortura, il
gattino nero si alzò, raccolse le sue budella, e si incamminò 
lentamente per la sua strada. Ma di questo, nessuno in paese si era
accorto.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

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Momenti di poesia

 

 

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pubblicato il 02 Marzo 2001

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