Tempesta
Quella notte Chris era sola. La compagnia di Orione e del Grande
Carro veniva lentamente offuscata da un velo scuro, che si
avvicinava, scortato da una forte corrente. Se ne accorse per la
danza che pian piano iniziavano ad eseguire le tende color
cartazucchero. Da quando, un mese prima, aveva traslocato, aveva
scoperto il piacere di addormentarsi con la finestra aperta, con il
rumore delle onde che le teneva compagnia.il fatto che era pieno
luglio, poi, glielo permetteva.
La sua stanza dava su un'enorme terrazza, pavimentata da maioliche
bianche e azzurre, e dove erano piantati, sul muro di cinta, gerani
e
orchidee. Al di là di questi, poi, uno strapiombo, a picco sul mare:
affacciandosi, da ogni parte grovigli di rami con le loro verdi
foglioline, e sporgendosi un poco, un lido, una barchetta arenata a
riva, e ogni tanto dei ragazzini che bivaccavano fra tende e
chitarre. La sua stanza aveva una portafinestra, e le tende color
cartazucchero; il letto, matrimoniale, era al centro della stanza, e
rivestito di un lenzuolo fiorito. Dall'altra parte della stanza,
accanto alla porta, un grosso armadio bianco. Chris si sentiva
terribilmente piccola in una casa così grande, ancor più ingigantita
da quei muri così lisci, e dai mobili che ancora non aveva avuto il
tempo di comprare. Tutto quel vuoto intorno a sé la spaventava,
soprattutto in quei momenti, in cui il cielo preannunciava tempesta.
Sentì il lontananza i rintocchi della mezzanotte. L'aria gustava già
di un nuovo giorno. Chris si alzò dal letto, mise la vestaglia, che
aveva poggiato disordinatamente su una sedia, e si strinse forte per
scaldarsi. Sospirava, mentre i suoi passi la guidavano verso la
finestra, e mentre mille e mille pensieri bussavano alla sua porta.
Guardò fuori. Le maioliche diventavano scure per il riflesso delle
nuvole. Sentiva le onde sbattere impetuose sulla roccia, e il vento
cantare insieme a loro. L'aria gelida si dirigeva piano verso di
lei,
così si decise a chiudere la finestra, di modo che la pioggia
imminente non la cogliesse nel sonno. Appoggiò la testa sul vetro, e
di sbieco lo vide riflettere solitudine: la sua solitudine, che le
squarciava l'anima e lentamente la svuotava. In realtà però Chris
non
era completamente sola. Guardò fisso quel nuvolone, che incombeva,
rubando il posto al pallido sole, e in lui sembrò vedere quasi la
rappresentazione allegorica della sua anima, se non della sua stessa
vita.
La sorgente della sua adolescenza era una luce aurea, dalla quale
tutto scorreva impetuoso, tra sorrisi, lacrime e sprazzi di cuore.
Un'ora valeva cento, e ogni giorno era la replica del precedente e
il
preludio del successivo. Allora i sogni coloravano la mente di Chris
per ventiquattro ore al giorno, descrivendo arie sempre uguali, che
raffiguravano la bambina che era, e la donna che sarebbe diventata.
Non ricordava quando, dove, o perché tutto fosse cambiato, e i suoi
giorni erano diventati come polsini piegati sul risvolto opposto. La
sola cosa che riusciva a richiamare alla memoria di quei momenti era
che nel momento stesso in cui aveva messo in moto la sua Volvo
grigia, il tubo di scappamento aveva emesso una strana miscela di
fumo e di giorni, e liberava tutta d'un colpo l'adrenalina di anni.
Per tre piccoli, squallidi e merdosi mesi la sua vita era stata ciò
che nessuna pasticca sarà mai in grado di rendere: lo aveva
incontrato al cinema, davano un giallo medioevale, aveva gli occhi
del colore del mare, era dolce, allegro, e baciava molto bene. Non
aveva mai provato niente di simile per qualcuno. Si era comunque
sempre ritenuta una persona abbastanza razionale, e a ventuno anni
le
sembrava di avere abbastanza maturità da poter almeno supporre che
fosse lui "quello giusto": quando stava con lui sembrava che ogni
cosa avesse senso, che tutto andasse di colpo al giusto posto, e si
sentiva come una regina, su un letto di rose con il baldacchino
d'oro, accoccolata tra cuscini di seta, che ascolta la voce limpida
della sua libertà.
Quella notte lo scrosciare senza regola delle onde le ricordò gli
ultimi momenti passati a Dublino, e quei pensieri nervosi e confusi
che l'avevano accompagnata fino all'auto. Era martedì. Quel giorno
gli aveva telefonato per chiedergli di venire da lei appena
possibile, dato che doveva parlargli di una cosa molto importante,
una cosa che non poteva assolutamente dirgli per telefono. Mentre
gli
parlava la sua voce era apatica, nemmeno lei sapeva quale emozione
doveva lasciar trasparire, e quale invece doveva provare. Le disse
che quel giorno era molto impegnato sul lavoro, ma che avrebbe
potuto
senza problemi raggiungerla per cena. Chris lo aspettava per le
otto;
nell'attesa sentiva la voce venirle meno, sentiva le gambe che
tremavano, e la testa che sembrava scoppiare da un momento
all'altro.
Verso le undici, la svegliò il trillo del telefono. Subito si tirò
su
da terra, premendo la mano sulla tempia livida, mentre con l'altra
sollevava la cornetta. Le parole di Billy, suo caro amico, nonché
inserviente al Pronto Soccorso, le trasmettevano tutto il loro
dolore, e mentre Chris ascoltava la sua voce nasale dire che c'era
stato un incidente, ma di non sapere niente di preciso sulle sue
condizioni, e comunque di non preoccuparsi, perché i dottori stavano
facendo tutto il possibile, la sua mano lasciò cadere la cornetta, e
subito si poggiò sulla pancia, come per dire "Va tutto bene.". Se ne
rese conto. Poteva morire. Si gettò sul divano, mordendo forte il
cuscino, per lasciar uscire solo un sibilo isterico, mentre
rigagnoli
di lacrime le attraversavano le pallide guance. Si alzò di scatto e
uscì di corsa, lasciando a terra la cornetta, e la porta di casa
spalancata dietro di sé. Pioveva forte quella notte, ma Chris non si
curò, come invece avrebbe fatto di solito, di non pestare le
pozzanghere con le scarpe di raso, o di non rovinare il tubino blu
comprato il giorno prima, e non si preoccupò della messa in piega
scompigliata dal vento: l'unico suo pensiero in quel momento era
arrivare alla macchina, mettere in moto, azionare i tergicristalli,
e
correre al Whitmore Hospital sbattendosene del limite di velocità e
delle altre auto che in tutta calma vagavano per Main Street, poi
lasciare la macchina nel primo buco che trovava, precipitarsi in
accettazione, fare infinite rampe di scale, e.capire. quello che mai
avrebbe voluto capire. Ad esempio, perché a volte lui disdiceva
all'improvviso un appuntamento, o perché in tre mesi aveva dormito
da
lei solo cinque volte, e lei non era mai stata a casa sua, perché le
aveva buttato giù quell'insulsa scusa del telefono isolato, e
soprattutto.quella strana striscia senza abbronzatura che aveva
sull'anulare sinistro. Che stupida.come aveva fatto a non capirlo?
Forse tre mesi erano troppo pochi per porsi domande? A Chris bastò
uno sguardo, uno solo, per capire tutto. C'era lei, che piangeva,
appoggiata sulla spalla di quello stesso ragazzo che li aveva fatti
incontrare, in quel cinema, dove davano un giallo medioevale. Non si
accorsero di lei, ma lei vide loro. Da una parte vide un'ormai
aspirante vedova, sui trent'anni, finta bionda e con dei tacchi da
fare invidia ai trampolieri di Portobello. Dall'altra, vide una
stupida ventunenne a cui piacciono tanto i sogni.
La guardò, e poi guardò sé stessa. Doveva amarlo molto.
La pioggia scivolava lentamente sui petali dei fiori.iniziava ad
avvertire degli spifferi, così pensò che fosse meglio togliere la
vestaglia e coricarsi. La camicia da notte color panna lasciava
intravedere i primi segni del pancione. Avvertiva dentro di sé i
battiti del cuoricino della sua bambina, che sembrava dirle "Non
piangere.dormi ora.andrà tutto bene.". Chris le obbedì
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Una come tante
Cristina? Era una strega.
Come si poteva non pensarlo? Era sufficiente vederla di
sfuggita
mentre camminava lungo la strada principale: alta, capelli
scuri che
le cadevano lungo la schiena, vestiti neri che le arrivavano
alle
caviglie, e il bianco collo che reggeva il peso di manciate
di
ciondoli.
Quei ciondoli erano simboli malefici. Li usano nelle messe
nere, li
adorano come fossero divinità.
Il suo pallore e la sua aria smarrita ricordavano una
superstite di
un incendio, che emerge dalle macerie con il volto ancora
carico di
fuliggine.
Quello sguardo. tagliente più che una spada. Mi creda, a
passarle
vicino c'era da avere paura. Lanciava occhiate fulminanti a
chiunque
la incontrasse.
Cristina odiava essere osservata. Non era di animo cattivo,
ma
c'erano momenti in cui davvero, se solo avesse potuto,
avrebbe
fulminato con uno sguardo tutta quella gente che
imperterrita la
fissava. Se n'era accorta fin dal primo giorno, dal suo
arrivo in
paese. Mentre il taxi si avvicinava, poté vedere il camion
della
ditta dei traslochi posteggiato davanti a quella che sarebbe
diventata la sua casa, e dall'altra parte della strada,
alcuni
gruppetti di signore anziane, immobili, che osservavano il
camion, e
parlavano sottovoce fra loto. Alcune erano affacciate alla
finestra
dei palazzi circostanti. Quando scese dal taxi, subito si
sentì
pungere da mille lame, sottili e affilate: occhi, che non
facevano
altro che fissarla. La guardavano, la inseguivano, come cani
avevano
fiutato la loro preda, e non la mollavano mai. Ogni giorno,
quando
usciva di casa la mattina, quando entrava nei negozi per
fare la
spesa, quando sedeva su una panchina all'ombra a fumare o a
leggere,
quando rientrava la sera per uscire poco dopo.
CI fanno le loro messe. Da qualche parte, sui prati.
Scelgono la
campagna perché è meno frequentata, si può agire
indisturbati in
mezzo agli alberi. Andate, vedrete voi stessi. Altari,
coltelli
sporchi del sangue di povere creature innocenti. Io? No, io
ho paura
ad andare laggiù. Qui nessuno ha mai avuto il coraggio di
andarci.
Nemmeno Don Silvano. Avevamo tutti paura di lei. So bene
cosa fanno a
chi li sorprende, crede che non li legga i giornali? Li
sacrificano a
Satana, o a qualunque altro idolo adorino, oppure, peggio
ancora, gli
fanno un maleficio che travia la loro mente al punto da
farli
diventare come loro.
Cristina non riusciva a spiegarselo. Quando viveva in città,
le cose
erano diverse. In città vivono così tanti tipi di persone,
che la
gente non fa caso a ciò che vede. Ogni individuo ha la sua
particolarità. E' come in una macedonia, dove più grande è
la varietà
di frutti, migliore è il gusto. Il paese no. E' diverso,
molto
diverso. Difende con le unghie e con i denti la sua
monotematicità,
mascherandola con parole come "integrità" e "quieto vivere".
Bastava
un'occhiata per capir che lei era completamente diversa da
ciascuno
di loro. Era una minaccia per quell' "integrità". Le faceva
così male
esserlo. Si era trasferita in un posto così piccolo e
isolato proprio
per trovare finalmente un po' di pace, per poter
ricominciare daccapo
la sua vita, e invece i problemi erano riusciti e seguirla
fin lì, a
scovarla, a ricordarle che avevano ancora qualche faccenda
in
sospeso. Si guardava intorno, e non vedeva altro che occhi
diffidenti: la vecchietta che la squadrava da capo a piedi
con aria
scandalizzata, come una ladra che aveva rubato alle vedove
l'esclusiva dell'abito nero; il bambino che si allontanava
appena la
vedeva arrivare, voltandosi ogni tanto per controllare che
non lo
stesse inseguendo, o chissà cos'altro. Cristina si figurava
nella
testa gli ammonimenti di vecchie madri "Stai lontano da
quella, stai
lontano..".
Viveva lì ormai da otto mesi. Un vero affare: la signora che
abitava
lì prima di lei era morta. Cancro al pancreas. Il figlio
vive da anni
a Trieste per lavoro, e aveva deciso di affittare
l'appartamento. Un
luogo tranquillo, lontano centinaia di chilometri dalla
città che
l'aveva vista crescere, e dalla quale era fuggita da un
giorno
all'altro, per dimenticare chi era, e nello stesso tempo per
cercare
di ricordarlo.
Quella casa. Eh, sì, io lo so. Lì ci sono le prove, creda a
me.
Coltelli sacrificali macchiati di sangue, barattoli con
chissà quali
erbe o polveri. Ci riceveva gli uomini, sa? Vengono la
notte, e lì
fanno i loro riti orgiastici.oh, non mi faccia pensare a
certe cose!
Io non li ho mai visti, ma la Rina, la moglie del macellaio,
quello
in fondo a Via Roma, dice di averlo sentito raccontare da un
cliente.
Nell'appartamento ci sono stata un paio di volte, quando
andavo a
trovare la povera signora Matilde, pace all'anima sua, che
era tanto
malata. Quell'incosciente del figlio! Le ha dato così tanti
dispiaceri. è andato a vivere lontano per fare l'avvocato, e
ora,
invece di tornare e osservare il suo lutto, vende la casa
alla prima
venuta.
A Cristina dispiaceva di non avere amici. L'appartamento era
piccolo,
ma il dividerlo solo con sé stessa lo faceva sembrare
enorme. Le
sarebbe piaciuto ricevere visite qualche volta, magari un
vicino che
ha finito lo zucchero, come si vede nei film americani.
Invece a casa
sua non andava mai nessuno, e questo la faceva stare male.
Anche in
città tutti la consideravano un po' strana, ma la
accettavano e le
volevano bene per quello che era, perché avevano capito che
la
sua "stranezza" nascondeva qualcosa di molto speciale.
Glielo aveva
detto una volta un vecchio insegnante in pensione, che
viveva nel
palazzo di fronte al suo. Conservava ancora gelosamente,
nascosto tra
le pagine di uno dei suoi libri, il ritaglio di giornale in
cui si
parlava di come quell'uomo fosse miracolosamente guarito dal
morbo di
Parkinson. Un caso unico nella storia. "Sarà il nostro
segreto." gli
aveva detto quella sera. Allora non aveva bisogno di
scappare. Non
ancora, almeno.
Pensava a queste cose la sera, mentre lottava contro il
freddo armata
delle sue coperte di lana, e cercava in tutti i modi di
prendere
sonno. La assalivano i ricordi, del passato, ma più spesso
del
presente. Quando la sua tristezza raggiungeva il culmine, si
ritrovava a porsi domande su come avrebbe potuto far capire
loro che
non era né una strega, né una satanista, ma solo una come
tante, una
ragazza che si sforzava in ogni modo di essere, o perlomeno
apparire
come tutte le altre. Nessuno in paese lo aveva capito,
nessuno sapeva
chi lei fosse. o forse sì, ma era molto più comodo non
saperlo. Ormai
si era arrivati ad un punto di non ritorno. Tutti la
evitavano come
fosse un'appestata, e come scudo per proteggersi dal
contagio si
servivano di semplici parole: "Ho sentito dire che.", "Gira
voce
che.", e tutto il paese si mobilitava come per una chiamata
alle
armi. La voce.le voci. girano, fanno girare, si passano fra
loro un
capro espiatorio da torturare a loro piacimento, quando e
quanto
volevano, a tutte le ore, all'infinito. Erano rari questi
momenti in
cui Cristina si sentiva davvero sola, odiata senza una
ragione. Nella
maggior parte dei casi cercava di fregarsene, di essere
superiore
alle futili chiacchiere di paese. A volte le sembrava
addirittura di
provare un inconscio piacere nel sentirsi il nemico, ad
essere
definita tutto ciò che non era, nell'essere al centro
dell'attenzione
di tutto il paese. Deve essere questione di psiche, di
carattere:
Cristina in fondo era una ragazza forte, che aveva le palle
per non
piangere e il cervello per non alzare il dito medio di
fronte a
nessuno. Parole.semplici combinazioni di lettere e accenti.
Sono come
i treni: corrono un po', si fermano, e poi cambiano tragitto
e
ripartono. Cristina sapeva che nessuno avrebbe mai bussato
alla sua
porta per domandarle "Sei una strega?", o semplicemente per
accusarla
di qualcosa, quindi, non dovendosi porre questo problema,
viveva
tranquilla, senza preoccuparsi di niente e di nessuno.
Ricordo bene quella mattina. stavo andando con la Pia e la
Rosa alla
Messa delle sei. A volte vedevamo quella che tornava a casa
dai suoi
posti, quelli dove andava di notte, a peccare. Una scena
agghiacciante, mi creda. Se ci ripenso. Me lo sogno ancora
di notte.
Era lì. appeso al muro per una corda, che è inchiodata lì
per quando
il signor Carletto porta i muli in paese. li lega lì, va a
fare la
spesa, e ritorna al podere. Quella mattina.era così buio.la
Pia si
era accorta di quelle strane macchie sul muro. Ci siamo
avvicinate, e.
la Pia iniziò a gridare, e io per poco non svenni. Era.
terribile.
Era appeso al contrario, quella povera creatura. Le zampe
posteriori
legate strette alla corda. Credo fosse uno dei randagi che
stanno nel
cortile del signor Piero. Sa, lui è vedovo, la figlia vive
lontano, e
i gatti sono la sua unica compagnia. E' così solo. Va tutti
i giorni
a comprargli le scatolette, sa quelle che vendono nei
negozi, con il
cibo per animali? Aveva il pancino aperto, e il sangue
colava ancora.
il musetto ne era coperto, ma si vedevano gli occhi, lividi,
completamente sbarrati. Si leggeva terrore in quegli occhi,
mi creda.
Gli ha strappato la coda. era a terra, poco distante, che
galleggiava
su quel ruscello di sangue. Atroce. Quella.quella. Beh, ha
avuto ciò
che si meritava.
Il treno iniziò la sua corsa. furono sufficienti poche ore
perché
tutto il paese venisse a conoscenza del fatto. Verso l'ora
di pranzo
il quartiere di Cristina era un andirivieni di gente, e voci
ammassate una sull'altra, come suoni confusi di
un'orchestra, dove
ognuno aveva il suo strumentino da suonare; è così che un
insieme di
frasi insensate, che non c'entravano assolutamente l'una con
l'altra,
formarono la recensione di un grande delitto. Parlavano
tutti
sottovoce, forse per paura di essere sentiti; quelle voci
confuse
però non potevano non giungere alle orecchie di Cristina.
Cristina si era alzata da poco. Quella notte non era
riuscita a
chiudere occhio, a causa di continui lamenti soffocati che
provenivano dall'esterno, lamenti che non riusciva a
descrivere, come
guaiti, che a suo avviso non avevano nulla di umano. Si era
fatta un
caffè per evitare di passare la giornata in quello stato di
torpore,
ma quei gridolini continuavano a rimbombarle nella testa, e
non
riusciva in alcun modo a rilassarsi. Aveva capito che quella
era una
giornata no. Le musiche di quell'orchestra di bacchettone le
arrivarono alle orecchie mentre lavava la tazzina; non
riusciva a
capire cosa stessero dicendo, e non si sforzava per cercare
di
sentire meglio. Finì con calma il suo lavoro, finché ad un
tratto
qualcosa dentro la bloccò: soffiava un'aria nuova da fuori,
e sentiva
di dover capire di cosa si trattasse. Mollò tutto e uscì.
Arrivata
davanti al portone, le voci si fecero più forti, ma sempre
poco
chiare. Mise una mano sul legno duro, e vi appoggiò sopra la
testa,
serrando gli occhi e le labbra. Quell'aria nuova la stava
soffocando.
Aprì il portone, e si pose davanti al suo nemico, come un
soldato
ritto di fronte al plotone di esecuzione. Ricevette però,
anziché
fucilate, sguardi schivi e velati. Non ci pensò due volte e
chiese
loro: - Ci sono problemi?- All'udire la sua voce, poiché era
la prima
volta che parlava a qualcuno del paese, le altre si spensero
di
colpo, e tutti gli occhi si rivolsero apertamente verso di
lei. Calò
il silenzio. Cristina non era mai stata così coraggiosa.
Forse non lo
era proprio. Quella frase le era sembrata così ovvia in quel
momento,
così naturale, che aveva sentito un bisogno irresistibile,
come se
non potesse fare a meno di dirla. Sentiva dentro di sé
un'emozione
indescrivibile, un miscuglio di terrore, paura, gioia,
vanità e
tristezza. Era talmente spaventata da tutti quegli occhi
nemici che
la puntavano, talmente felice per la nascita di questo
incredibile
coraggio, talmente ebbra del timore che tutti sembravano
avere di
lei, e talmente triste per la sua condizione, che in quel
momento era
così chiara. Sola. Esclusa. Segnata a dito da tutto e da
tutti. Aveva
la sua vita davanti agli occhi, guardava con pallido orrore
i suoi
ultimi otto mesi, e per un istante, per un minuscolo e unico
istante,
ebbe voglia di piangere. Era troppo però, troppo anche per
lei, e non
voleva, non poteva mostrarsi sconfitta, proprio ora che
aveva
iniziato a vincere. - Problemi?- ripeté, con un muto
sottofondo di
mille e mille parole che le risuonavano nella testa.
Persisteva il
silenzio. Prese una sigaretta e la portò alla bocca;
l'accese, e
subito cercò di vomitare loro addosso tutto quel fumo
maligno, che la
rendeva così invincibile. Lanciò una rapida occhiata a
destra e a
sinistra, i suoi sguardi come tanti proiettili colpivano in
linea
d'aria il tutto che la circondava. Poi fece un passo avanti.
E un
altro. E un altro. E un altro ancora. Più si avvicinava, più
i suoi
pallidi inquisitori arretravano, e arretravano, e lei poté
farsi
strada tra loro, lasciando dietro di sé un alone di fumo
nero.
Nessuno ebbe il coraggio di dire qualcosa, e la lasciarono
andare.
Frasi, che un tempo sarebbero venute così naturali, in
intervento
contro un'insolenza e una sfacciataggine così grandi, erano
e
restavano sepolte nelle menti di ciascuno di loro, e ogni
possibile
commento su di lei si mostrava indicibile. Mentre loro
facevano
frullare quei mille e mille pensieri nella loro testa,
Cristina si
allontanava sempre più, e scompariva, scompariva, come una
nave
all'orizzonte, che non si volta mai indietro e va lungo il
suo
tragitto. Nessuno di loro sapeva dove stesse andando, ma
tutti
avevano ben chiaro che andava nella direzione giusta, quella
verso il
vicoletto, quella verso la sua colpa.
Cristina camminava, e solo per caso notò sotto i suoi piedi
alcune
gocce di sangue. Sempre per caso, seguendole con lo sguardo,
si
accorse della pozza rossastra sull'asfalto, e di quel
corpicino steso
sul muro di pietra. Le sfuggì un grido soffocato, e subito
portò una
mano sul volto, non si sa se per coprire gli occhi da quella
vista o
la bocca da quelle grida, per le quali troppe altre teste si
sarebbero voltate. Istintivamente si avvicinò, tenendo una
mano tesa
in avanti; non si curava di dove mettesse i piedi, non le
importava
di dover tornare indietro con i sandali sporchi di sangue,
cosa che
chiunque avrebbe immediatamente notato; le importava solo di
quella
creatura innocente, del suo male, della sua sofferenza, e di
una pena
senza senso. Improvvisamente, riuscì a sentirlo. Era ancora
capace di
sentire. Un esteso squarcio sul petto, miagolii strozzati,
sottili
unghie che si spezzavano nel tentativo di aggrapparsi a
qualunque
cosa che potesse permettere di fuggire, scarponi che
calciavano,
schiacciavano, e spingevano contro il muro, e sangue,
sangue, sangue.
Tese la mano più avanti, sempre più avanti, finché non
arrivò ad un
palmo da lui. Cristina tremava. Lo toccò, toccò le sue
ferite, e
neanche se ne accorse. Ritrasse la mano ormai sporca di
sangue, e
unendola all'altra si coprì gli occhi, per non vedere più
tutto quel
dolore. Lo voleva, lo voleva. Poteva ancora farlo. Poteva
farlo
smettere di soffrire. Al sangue ben presto si unirono le
lacrime,
alle lacrime i gemiti, ai gemiti l'attrito della ruvida
pietra contro
le sue ginocchia, che improvvisamente cedettero. Chissà per
quanto
tempo rimase lì piegata, quanto durarono i suoi spasmi, le
sue
sofferenze: nessuno passò in quella gelida mattina. Forse
erano
ancora tutti lì, davanti alla sua casa, in attesa del suo
ritorno. Ma
lei non ritornò. Non ritornò a casa quel giorno.
Era lì.inginocchiata a terra con le mani giunte. Una strana
posizione. Sembrava stare ferma e muoversi nello stesso
tempo. Ho
visto sangue congelato, lo aveva sulle mani e sul volto. Le
labbra
socchiuse.sembravano ancora recitare qualcuna delle sue
maledizioni.
Non è mai stata così pallida. Ha avuto ciò che meritava. Dio
le ha
inflitto la giusta punizione per i suoi peccati.
L'aria gelida del Nord non risparmiò quella mattina, e
mentre il
freddo aiutava Cristina ad affrontare la sua ultima tortura,
il
gattino nero si alzò, raccolse le sue budella, e si
incamminò
lentamente per la sua strada. Ma di questo, nessuno in paese
si era
accorto.
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