12-09-06

 

Il dio Io


Altro è il vivere!

Senz'asse per il tuffo
nel turbinio quotidiano
dei giorni in coda
all'oggi intramontabile
che ti arride.

Non è per te il gelo
steso agli sprovveduti
che avvicini al trono
completamente nudi:
con te lì siede
il dio in cui tu credi.

Ridi delle gazze in volo;
intenta una a rubare
la luna dagli acquitrini
e l'altra, per fame,
a beccare le carogne per la via.

Mio Dio, fa che non sia io
l'Io che ride di se stesso!


 
L'altra via.....


Il cielo novembrino questa sera
carico è di stelle sparpagliate;
soffusa l'aria; una falce di luna
come un ciglio capovolto
ridente s'apre ai pianeti intorno;
tristezza lieve d'ansia accora.
Amore mio che l'occhio ombrato
da lacrima frenata sorriso illude,
tradita è la pena che ti nascondo;
dentro porto rumori cupi uditi,
da lontano s'avvicinano lentamente:
calzari rimbombano nella mente
ed io sussurro madre ad ogni passo;
gioia invece infonde il tuo respiro,
la tua pelle con inganno mi ravvivo
nelle luci del tuo viso sul cuscino.
Vorrei portare gli sguardi tuoi a quelle stelle
perché non veda nei miei pensieri
l'uscio posto in fondo a quella via.
Ti faccia occhiolino invece
la burlesca luna perché a me l'addio
lo rinnovi sempre col tuo sorriso
e col trombettista nero che dall'ottone al labbro
"in rosa" spiana l'altro tuo cammino.
 
La pernice

Sono uova di serpente
che, stolta, la pernice
pazientemente cova.


Al pari il cuore tuo ignaro
in petto ha fatto
d'ogni male il nido;
lì deposte
con te si schiudono
e lentamente occupano
i grandi spazi del silenzio
ove la parola
nulla assomma
e d'inganno nutre
la tua immagine riflessa.


Certo è l'istinto
che ad essa ti eguaglia;
strisciando, nell'uomo, ingrato,
ingannevoli frutti di stoltezza
nasconde quella buccia lucente
che anche al padre tuo
fu proibito,
e nulla ti rimuove
dal fruttuoso intento.


Sarà solo il fragore di un boato
a spiegarti le ali e forse
a rimuovere quel pennuto
dall'insano gesto:
quando tornerà il silenzio
abbia la parola
la forza di tacere
per trovare spazi
ove l'immenso intero
in dono si racchiuda
tra le inumidite ciglia
e sul tuo rimorso.


 
Luce d'oriente

Oltre la fiamma che lo brucia:
frascume raccolto tra le ceppaie
di molti insieme fanno la pira;
di frammenti arborei rinsecchiti
qua e là sfavilla l'ultima presenza,
già passata prima della fiamma
che la consuma e le dà vita:
sopra aleggiano fumi di pensieri,


Il respiro d'oriente,
araldo gioioso nell'alba ridente,
perfora ogni cosa e ridesta alla vita
anche l'anima afflitta
e la foglia marcita
che, d'altra essenza vestendo,
ridona all'iride attenta, alla madre,
o al fuoco che ora il mio spirito divora.


Oh luce novella
di promesse feconda ogni giorno
d'ogni perduta foglia!
Se a sé non la tenne il ramo
né nutrimento le fu la linfa
della sua radice,
risplenda nel tuo chiarore
la nuova specie d'ogni suo colore!
In attesa d'essere fiamma e fumo
o di tornare grano di polvere
nella nostra amata terra
- giacché è soltanto la morte
che al tempo non si accompagna;
immemore del passato
e del mio stato, ora non so
se appartengo ad un tronco
o ne abbia mai avuto uno -
tienimi sull'altare del Dio dei vivi
in armonia con gli esseri viventi


 
Tu c'eri!

Immacolato come un giglio
alla brezza del vento mattutino,
di solido aspetto, più candido si finge.
Un branco di cani intorno gli abbaia
d'istinto rapito dall'odore di femmina;
invece per altro altri si accostano
col fiuto bramante che si sollevi la gonna.
Se anche la speranza ha un prezzo
rincari di molto paga il contante;
il banco per altri il ricordo li aiuta
- la volta del tempio osserva i suoi piedi
e in tanto la merce rimasta invenduta
su lastre di pietra lise dal passo -.
Per sempre la porta chiusa alle spalle,
sicuro che altrove la muta ti segua,
vieti l'accesso a chi molestia ti diede
vestito coi panni di chi il cuore ti rode
e con umano fervore ti scacciò dal suo tempio.
La cagna si accoppia con uno di loro;
gli altri delusi abbandonano il campo
e, con l'istinto represso, anche il fiore
del monte di venere nascosto al pudore
violato dal prezzo del vile denaro.

Non so chi fosse il mercante, il fiore
o la cagna, seguita dal branco, in calore:
comunque tra quelli tu c'eri!


Farfalla
(A zia Irma)

Chissà quale amara spina
ti trafisse l'ala
e quale folgore improvvisa
squarciò il tuo cielo azzurro!

Più non fosti!

Petalo carnoso di un fiore
avvizzito in ridente aiuola,
ferita fino in fondo,
portavi un goffo volo
cercando di ramo in fiore
l'aiuto e il sostegno
anche un favo vuoto
d'un'arnia abbandonata.
Una muta cella
invece ti diede albergo;
ma non fosti sola
nella tua prigione
giacché l'amara spina
si conficcò nel cuore
anche del secondino.

Un respiro d'alba
accoglie una farfalla;
mentre si allontana
- persa è all'orizzonte
l'ala non più ferita -
sorride alle creature
che l'hanno amata in terra.

 

Infermi


Se tra le braccia il figlio
ebbe la culla e tua anche la cura
per quietare il pianto
giacché inerme, ancor prima
affidasti il tuo corpo nudo,
almeno una volta, tra quelle
di una donna, in te amore
germoglio si fece: pur visse.
Nel ricordo poi ebbe il rifugio,
altro invece fu l'omero, perduto
il tepore, che tenne il suo capo,
e il braccio violento sullo stesso
abbattuto (tra gli altri anche il tuo).

L'albero sano nutre ogni foglia;
non una perde la luce del sole
né con la notte il respiro. Ma,
il ramo che tendi senza fogliame
un passero accoglie solo alla sosta;
nessuno ci svela chi di voi due
col male si nutre oppure subisce:
non di cagna sono le tenere spoglie
sopite nel seno di un greto pietoso;
un bimbo rapito si desta ridente
alla pietà delle genti e sorride
a quel passero che, lasciato il tuo ramo,
nel cielo accompagna il suo ultimo volo;
di un'ascia tagliente invece nell'aria
risuona la lama che affonda mordendo.



Infanzia


Fummo fortunati!
Nei campi e per la via
forgiammo le nostre armi
vestiti da eroi
ed emuli dei loro gesti.
Teniamo tra le mani
l'infanzia dei ricordi
e la semplicità del tempo
in cui noi siamo stati.

Si torna ai momenti andati,
passati e ricordati,
con nostalgia bonaria
quando il vivere stenta
e la noia affligge.
Ma con quale oscuro velo
copriamo i nostri figli
se al desiderio d'ombra
le foglie strappiamo al ramo?
L'incuria veste l'albero
quando marzo annuncia
la nuova primavera:
un dì messo a dimora,
gli assicuriamo l'acqua
senza nutrire lo spirito
di ardimentosi voli
giacché ad altri intenti
portiamo ognora il gesto,
preceduto dal pensiero,
e a loro ciò che resta.

Modellano le dita
la tenera plastichina
ma l'opera non stanca
chi realizza un sogno -
purtroppo inascoltato
e mai realizzato
quello che si porta dentro
chi, privo di parola,
impacciato fu a gridarlo -.
Per loro
è tempo che noi si vesta
la maschera gioiosa,
e ogni naso torni
ad essere del buon padre
o tentare di farlo
sempre più corto almeno
di quello di Pinocchio;
di restituire ai piccoli
ciò che abbiamo avuto
e, senza una ragione,
a loro abbiamo tolto.


 

L'impronta


Misurando l'antico col moderno,
interpreti, ai posteri lo raccontano.
Anche tu ricordi; quello dell'infanzia
quando dalla memoria per gli altri lo riprendi
il cuore nella voce traccia i suoi disegni;
man mano che da esso ti allontani
sfrondato del superfluo
più leggero è il peso: un dono.
Per tutti, fratelli nei giochi di cortile
della via e di quartiere,
o di tanti breve è stato:
il ricordo e il vissuto solo il cielo
ormai sa dove trovarli mentre sfumati
ho i contorni e d'altri della voce
confusi i toni nel mio silenzio.
Incerte ombre senza principio
emergono dal passato mentre
la fine sfuma nella nebbia
calata chissà quando;
a loro tento di avvicinare il giorno
misurando le stagioni o gli anni
che ci separano; nessuna torna
né si racconta. Pur se di qualcuno
l'impronta il tempo non cancella
solo è stato di chi e se lo ha vissuto.

 

Donare


Non ti sia donato il bene
che sacrificherai al dio;
né un minor prezzo
al pastore debba
per incensare il tempio.
Pregando, non si chieda
d'alleggerire il peso dell'offerta;
ma del meglio si sia privato:
vellutata la buccia
abbia il frutto del lavoro
e tanto il succo
quanto dalla fronte il sudore
che non asciuga il sole.
Siano deboli le ginocchia
quando le braccia alzeranno
il sacrificio al cielo
e forte il cuore
a contenere la gioia.


 

Contagio


Il cielo e la terra mutuano presenze;
sono cigni spiati e passi
sulle rive di pietra levigata
dall'acqua dei bacini.

Dimore di laghi e i campi intorno
qui in letargo li hanno attesi
-arrivano in coda di tristezze -
ma a dozzine si disperdono
- la morte pende
al collo inanimato del pennuto -
e lo sgomento assale;
gli occhi impauriti,
per la temuta sorte
al cielo alzano gli scongiuri.

Nulla di ieri è cambiato;
eppure fino al prossimo domani
il lento passare del giorno
con la pietra
sotto la scarpa geme
nuovi scricchiolii e passi:
stretti al proprio io si spera
dall'orizzonte niente e nessuno arrivi.

 


Universo pretorio


Caduto, in mani avverse
si snoda questo mio passaggio;
non da solo, irrisi tutti
dalla cattiva sorte. Con me
lamentano ferite anime penitenti
schernite dal carnefice
sordo al dolore che ci infligge.

Nel pretorio la pena si consuma;
deboli coi tiranni, le loro effigi
esaltammo inavveduti ed ora
vano è il pianto al peso
che ci sovrasta; di ciò
più della carne lo spirito si duole
giacché gli occhi
non cavammo dalle orbite
quando ci sorrideva l'inganno.

Or tu, che qui ti affacci
e d'anima puro t'aspetta il giorno,
- col cuore operi il pensiero
per passare indenne -
fa che nell'universo pretorio
mai sia il reo e il carnefice
ché per dura e tanta che sia la pena
ad entrambi mai nessuno e nulla
assicura loro una croce
né, dal sepolcro dei vivi e dei morti,
la vita o la resurrezione.

 

Come prima



Dopo lo scoppiettio della quercia
arsa nel camino, come sempre torna
il calore della cenere: dal comignolo
si disperse il fumo, nell'aria ora
anche l'ultimo tepore del silenzio.



Prima delle esequie


Ho provato a cancellare l
a presenza dei parenti:
solo la tua bara
nella chiesa vuota
e il brusio di fuori.


- L'anima degli afflitti
tra i morti vivi
sconta la condannata
a restare sola -. Ma tu,
regina martoriata,
senza far rumore,
con una folta schiera
d'angeli e di santi
celebri il tuo trionfo
su tutti i pellegrini
in cerca d'un sentiero
senza un crocifisso
che hai tenuto in pugno
fino a farti male
per pregare Iddio
anche per la grazia
di chi in oblio ti pose.


S'anima il silenzio
aprendo la volta al cielo
del tuo grande tempio
di una grande festa:


fuori una campana
per tutti segna il tempo.

 
Foglie d'autunno e di primavera

Ramate foglie tra gli alberi d'autunno
s'agitano deluse e tremano al sospiro
che il vento accenna; insieme, ognuno spia,
l'una dell'altra la ria sorte e il ramo
che a sé le tiene. Anche questo inverno
le braccia spoglie, sibilano col maestrale,
dei platani dalla via, memori dell'estate
che l'anno ha scavalcato quando lasciasti
il ramo nei giorni dell'Assunta. Tu ora,
sola nella mia memoria con i tuoi affetti
per l'amata terra che in grembo tiene
ogni perduta foglia e il fittone accanto
con le radici, vivi: il secolo passato
con la camicia nera della tua infanzia
fino all'altro agosto che distrusse il tempio
anche del tuo trascorso, soltanto resti
nel mio silenzio e forse meno per chi verrà.
Noi scalzi lungo un sentiero angusto,
foglie di stagione, per concimare la terra
e restituire ad essa ciò che alla fine resta;
ma dallo stesso platano, dalla stessa via
nuova inflorescenza su quei rami spogli
primavera avvia; muto ognora il tronco,
pur se si ravviva sotto lo stesso cielo
che ti vide foglia, immemore di noi,
se l'ascoltano, sereno a loro si racconta.

 

Santa Maria d'Idris
(Chiesa rupestre del Sasso Caveoso)

Stanco di cercare un sollievo
solo tra i ricordi del fanciullo,
tra i vicoli antichi, pellegrinando,
osservo i ruderi di un tempo -
troppo lontani dall'oggi ridente
alla gioia del passero -.
Dei giorni a me la malinconia
si apprende e il chiarore opaco
al cielo sotto cui visse quel villano
che in cura ebbe la terra avara
coi vomeri all'aratro e l'acqua
spremuta dalla fronte.
In questi luoghi con i miei avi
mi ritrovo in pace; nei larghi,
sento vibrare della loro giovinezza
voci ormai defunte
e zoccoli ferrati sulla pietra viva;
ondeggiano i teli agli usci:
le mosche intorno e le zanzare
in attesa che il vento li lasci entrare
fanno caroselli come fanno i piccoli.
Non appena imbruna
si serrano gli usci: nel sonno
sprofondano le grotte e in pace
gli spiriti tiene la quiete che
solo a te si nega, anima mia!
Al tuo lento incedere nel passato
il cuor mio s'infiamma e lo stoppino
intanto al cero profumato
della nuova Pasqua; ma,
anche se negli spazi angusti
la dimensione vissuta dell'infinito
qui io la ritrovo, tu, paziente,
per accodarti al passo di creature in volo,
l'infinito azzurro sulla rupe invece attendi.

 
Sventolio di bandiera


Ascolto l'entusiasmo della tua voce
ed il proclama apparente
nel sacrificio della fame;
ambito è il premio; quasi estorto
con il ricatto giacché sai
quanto dolore all'umile
procura il patimento.

Lacerate vesti
coprono fantasmi scheletriti;
pur volendo, per loro giammai
è caldo il pane che li nutre
e spesso raccolto tra i rifiuti;
non hanno voce
né eco alcuno si spande
o bandiera sventolano perché
del precario esistere
anche tu ti accorga.

Nessun artificio o valle
si prestò al gioco; un'Anima indiana
nuda si mostrò alle genti;
con l'acqua limpida della sua sorgiva
si dissetò un popolo e diventò nazione.

A te a loro e a quest'Ultima
si accomuna solo un parola;
nulla invece che solo per te è manifesto.

 
Tra le stelle


Si sfalda la nuvola passeggera
e sui bagliori più profondi
la notte m'imprigiona; annichilito,
perso, mi interrogo tra di esse;
dalle inaudibile parole del silenzio
giunge una voce che tremula
al tempo e all''infinito l'anima mi tende.
E' notte tra i cipressi;
la collina sulla valle dilata la pupilla;
sui lumi accende la sua presenza
e all'alto di più mi avvicina.
C'è negli spazi sconfinati
la presenza di un respiro;
dissimile dal mio, immenso il fremito
a me si stringe quando dall'emisfero
impercettibile diviene il punto:
ovunque io mi porti da me
il centro della base non si discosta
né diverso il Dio posto allo zenit:
inamovibile è dal tuo capo
anche quando disperato
tu lo vesti di una morte apparente.

 

Crepuscolo serale

Non ti lascerò al buio dell'ombre
in marcia da oriente; da opposta riva,
rosseggiante, sfuma l'oro
dai cigli delle nuvole ponentine
donde, dilatandosi, rifulge
sui rami denudati e sulle chiome
di immobili sentinelle puntellanti
l'imbrunire con aghi e con le cime.
Anche la pigna cadde dal suo ramo
come il seme dalla mano:
tacque poi la voce dei festanti
e il volo dei passeri sui campi;
distratti fummo dalle piogge torrentizie
e dalle folgori di novembre
mentre la terra muta
di speranza dall'albe ai tramonti
teneva gli occhi vigili sui germogli.
D'altre stagioni vissi
i ripetuti inganni e d'altri chicchi
l'estremo sacrificio si faceva pane
o cibo offerto agli affamati uccelli.

Straripa il cielo sui cocuzzoli; di neve
giù l'acqua scende dai calanchi;
affamati, più in alto i lupi
nel manto lasciano le loro impronte
e i denti nei polpacci di chi, incredulo,
si è perduto cercando altrove
quel filo d'erba spuntato in una zolla
posta innanzi al piede: insieme,
anima mia, con la luna piena
aspetteremo l'alba del tuo sogno
in veglia intanto su ogni creatura
perché destandosi le mostri
da quale filo d'erba
e sotto quale cielo
prossima sarà una spiga.

 

Tra le stelle


Si sfalda la nuvola passeggera
e sui bagliori più profondi
la notte m'imprigiona; annichilito,
perso, mi interrogo tra di esse;
dalle inaudibile parole del silenzio
giunge una voce che tremula
al tempo e all''infinito l'anima mi tende.
E' notte tra i cipressi;
la collina sulla valle dilata la pupilla;
sui lumi accende la sua presenza
e all'alto di più mi avvicina.
C'è negli spazi sconfinati
la presenza di un respiro;
dissimile dal mio, immenso il fremito
a me si stringe quando dall'emisfero
impercettibile diviene il punto:
ovunque io mi porti da me
il centro della base non si discosta
né diverso il Dio posto allo zenit:
inamovibile è dal tuo capo
anche quando disperato
tu lo vesti di una morte apparente.
Crepuscolo serale

Non ti lascerò al buio dell'ombre
in marcia da oriente; da opposta riva,
rosseggiante, sfuma l'oro
dai cigli delle nuvole ponentine
donde, dilatandosi, rifulge
sui rami denudati e sulle chiome
di immobili sentinelle puntellanti
l'imbrunire con aghi e con le cime.
Anche la pigna cadde dal suo ramo
come il seme dalla mano:
tacque poi la voce dei festanti
e il volo dei passeri sui campi;
distratti fummo dalle piogge torrentizie
e dalle folgori di novembre
mentre la terra muta
di speranza dall'albe ai tramonti
teneva gli occhi vigili sui germogli.
D'altre stagioni vissi
i ripetuti inganni e d'altri chicchi
l'estremo sacrificio si faceva pane
o cibo offerto agli affamati uccelli.

Straripa il cielo sui cocuzzoli; di neve
giù l'acqua scende dai calanchi;
affamati, più in alto i lupi
nel manto lasciano le loro impronte
e i denti nei polpacci di chi, incredulo,
si è perduto cercando altrove
quel filo d'erba spuntato in una zolla
posta innanzi al piede: insieme,
anima mia, con la luna piena
aspetteremo l'alba del tuo sogno
in veglia intanto su ogni creatura
perché destandosi le mostri
da quale filo d'erba
e sotto quale cielo
prossima sarà una spiga.

 
 

Un nido

Un nido ondeggia sui rami spogli;
sembra, appoggiato tra i più alti,
trascurato, da tempo inabitato.
Dove si è portato chi l'ha vissuto?
Ali spiegate avemmo in altro cielo
diverso e mite più di questo inverno.
Rigogliosi i rami e verdi le speranze
di una giovinezza andata: sogni
di mete mai raggiunte; fu allora,
proprio allora che andasti via
per continuare in altri spazi il volo.
Canuto è il capo e bianco di peluria il viso;
ho almanacchi senza alcun domani
e stracolma è l'ora di rimembranze tristi;
passerà l'inverno di stagione: ma tu
ritornerai nel pascolo celeste
a disegnare il cielo aperto sul tuo nido?
Io coltivo un altro sogno: ardente
è in me il desiderio di rivedere
chi, incurante, tra le foglie morte
mi lasciò da solo nel rimpianto amaro
d'aver sprecato il dono avuto col vagito.
Amato anche nell'immaginario,
fa che un ramoscello verde
tra gli artigli o il becco
all'orizzonte veda apparire presto;
portami dall'oriente un magico torpore
che in alto vicino a te mi tenga;
in esso si addormenti il cuore
e l'anima finalmente in pace
paziente impari come riparare il nido.

 

Lucania


Ostentate le tue ricchezze,
ovunque vengono a depredarti
lasciando alla tua discendenza
gli avanzi per i cani e la cenere
del fuoco che li ha riscaldati.
Lucania, terra di lupi - d'esuli,
i ritorni attesi tardano a venire -
mentre dei partenti il cerro
memorizza il gesto della mano
e tende all'infinito anche la lista
dei figli per i quali piangere,
agli occhi stanchi dei cafoni
appari e sfinita dal cercare
un cenno di riscatto dalla tua gente
da secoli rassegnata a perderti.
Tra le forre e i vicoli solitari
si aggirano gli spiriti; altrove
genie nostrane prive dell'ansia
che accompagna il cuore quando
torna alle Dolomite e alle ginestre
della calda estate che da noi si vive;
tra conifere, querceti e qualche rovo,
incurante dei passanti, la mandria pasce
l'erba nutrita anche dalle lacrime
che non sa frenare questo mio dolore.
Sulle spalle pascolano armenti
col fiume che giù senza fruscio
scorre sui lapilli e lungo argini
irregolari: eccola la mia valle
verdeggiane di colori cangianti
e propri come gli alberi
che ridenti la ravvivano
nelle luci trasparenti delle stagioni;
svettano con la nuda pietra
le cime grigie mentre poche case
ai loro piedi sembra preghino
divinità scomparse negli anfratti.
 
La betulla

Ti sorregge l'attesa del giorno;
del carrettiere nel sole del mattino;
della voce allegra dei bambini
per la via festanti tra di loro;
dei sogni irrealizzati che tornano
sulle felci rigogliose nei giardini
e negli orti abbelliti dalle siepi.
Ma i fantasmi nella notte
nel trambusto dei pensieri
si affollano tutti insieme:
mi chiedo in veglia
a quale condanna soggiace la betulla
costretta a vestire la sua foglia
di due colori senza poter fare nulla
né rinunciare ad uno
per quello che più le piace?
All'uomo si raffigura allegra e scintillante;
s'anima nel vento e l'occhio inganna
con la foglia che asseconda il ramo;
è lì, lungo il fiume; attende
le immutabili stagioni
e il bambino che invecchia
nell'attesa del crepuscolo mattutino
lontano dall'apparire all'orizzonte.
Mentre la radice la nutre e la disseta
a noi non basta l'acqua
a disperdere il fuoco dell'arsura
e della quiete che pur s'accende
con poca luce cristallina.
 

-2006-

Ti darei un pizzico d'amore


Se la tua culla fosse sospesa
sulla lama di un coltello
chiamerei la mezza luna
a tenerti sospeso in alto
sotto una coltre vaporosa
di malinconia fatta a brandelli;
sul capo radunerei le infinite stelle
per illuminare a giorno l'altro cielo
ove disperdere la paura di lasciarti dondolare
e per tenerti stretto, senza che tu lo avverta,
alla mano tesa che lassù ti lega al dono
che la vita ebbe perché sei nato:
ali d'aquila darei al coniglio
e a chi volle la tua cuna
sulla lamina tagliente.
Potessi, ti darei soprattutto un petto:
ti sfamerei al seno della pace
perché ti nutra il latte
con un pizzico d'amore in ogni goccia
affinché s'animi in te una piccola fiammella,
diventi fuoco, e nulla sia perduto.
 

Istantanea di un dolore antico

Irridente del dolore che t'affligge
dal davanzale il cinguettio giunge
soffuso nella stanza e libero
nell'aria poi si spegne: il passero
dal pino ti spia per un istante solo
poi spiega le ali lontano dal male
che ti ruba il sostegno
- nessuna piuma in cambio
Iddio ti attaccò alle braccia -.

La trasparenza degli infissi
ti rappresenta il mondo dei viventi
dalla prigione che a te si stringe
intorno e lo spirito tiene alla catena.

Udii la voce di rimando ai sempreverdi
nel cortile e la malinconia struggente
che si faceva canto: o forse lamento?

Padre, nel tuo dramma io mi confondo
e sulla pietra che ti opprime
si mescola il dolore e il ricordo
col volo dei passeri tra i cipressi.

 

L'alba è oscura

Stordito dal frastuono delle voci
inascoltato è il vagito del bambino;
chi mai porrà un freno sulla piena
che precipitosa scende dal dirupo
e si frantuma in polvere per tornare
infine acqua fragorosa nella piana?

I secoli parlano da soli; e nel giorno
che io vivo tutti quanti si racchiudono;
immortali gli dei sopravvissuti
al sangue di plebaglia sotterrato
nella terra calpestata: dimentichi
degli albori dell'infanzia non si tace
né si ascolta. Eretti, più in alto
sopra i trampoli, noi puntiamo
al trono degli eletti, fuggendo
lo sguardo di chi implora il pegno
che gli fu dato dalla nascita; marcisce
la radice dentro il fango con gli ignavi
che s'attardano nella siesta.

L'alba è oscura all'orizzonte
coperto dalle nuvole di tempesta;
nel sonno che mi tiene, incolpevole,
io sento nel silenzio della morte
chiaramente il pianto e il tormento
di un bambino che si desta.

 
I dieci altari

Semplice l'accesso che il tempo
mi sarà dato di visitarli tutti;
in taluni già ci sono stato
e spesso lì ritorno con i tanti
- non sempre sono gli stessi
né con lo stesso credo -
onde perseguire il fine
per cui mi appresto
ad accostarmi al nume
e al suo precetto senza divieti
né formalismo alcuno.
Almeno dieci sono gli altari
quanti i templi che io conosco:
di fedeli, pellegrini in visita,
tanti sono noti sì che tra noi
non trovo un miscredente
né chi tra loro non pianga disperato
sul cibo che lo ha saziato.
Prima d'addormentarmi,
stanotte ne prego un altro
perché mi risparmi il rito
almeno con l'assassino.
E, pure se ogni tanto qualcuno,
pentito, abbandona il sacrificio
e tenta di rifarsi fuori un'altra vita,
per quale strada impervia
oggi ci conduce il vivere
al valico del perdono quando, il corvo
che ci strappa gli occhi, si ingozza
prima di infilare il becco
nel cuore del rimorso?

 

Al mio debitore

A te rivolgo l'invito di rendere a Cesare
ciò che è di Cesare; giammai s'adoperi
l'arma del ricatto anche se altro è a te,
non tuo, né mai debba chiederti, il dovuto;
tanto meno pretendi di barattare il debito
con l'infida minaccia della tagliente scure.

Se, per rallegrarti il cuore, il vino
o il fiore della radura, o entrambi
esigessero il sangue, esiteresti forse
a tagliare i tralci e, un solo istante,
a calpestare il meglio? e, se per essere,
il sole avessi dovuto portare in spalla,
mi chiedo, quale alba avresti avuto?

Io e te, meno che pulviscolo dell'universo,
siamo parte di un incomprensibile infinito;
e per quanto la mente possa viaggiare
sui confini in apparenza senza misura,
è la punta del piede che non regge
il confronto con il creato: dell'immortale,
l'ombra si insegue dimentichi
dello scarafaggio schiacciato dalla scarpa
e dei tanti esseri invisibili che regnano
anche nel mio e nel tuo regno.

Ma l'uomo, al quale parvenza di compagnia
è la tua presenza, giacché solo è al suo cospetto
sin dalla nascita e tale alla sua morte
si accompagna, creditore non sia all'infinito
per averti dato ciò che gli appartiene:
se impossibilitato a rifondere, rendigli la pace
perché possa acquietarsi il cuore
e restituire il titolo che non avrai saldato.

 

Albergo


Chi altro a me tiene compagnia
ora che la solitudine s'aggira
muovendo le ombre alle pareti?

Straniero sono all'effigi dei santi
ed estraneo il vuoto del silenzio
ove libero vaga il pensiero mordendo
dentro e lo spirito che grida un nome
e l'affetto che qui mi mancano.

Sui fragili sentieri dell'insonnia
camminano i fantasmi delle tenebre.
Chissà per quale sortilegio il desco
al vivere mio è negato? Ove il cibo
si condivide intorno e gli affetti,
non c'è un posto; invece qui mi nutre
il tedio e langue l'ardimento a vivere.

Lo specchio dell'armadio al mio fianco
sovrasta il letto che mi ospita
e in penombra coglie nel suo gelo
la presenza degli oggetti inanimati
arredi di una stanza senza un'anima.

Sembra il silenzio giunga da lontano
come ombra di morte che s'avvicina
con i rumori che accompagnano
il feretro dell'estinto alla dimora:
l'ultima non sia per questa notte!

 

Il coltello dalla lama


Siedono sui cigli del dirupo
anime assordate dai tamburi;
nel vuoto ritmato dagli eventi
si è persa l'essenza dell'oggetto
- continua uniforme la magia
dell'essere vivi nel non essere -
che al fondo nella morte le richiama.
Dall'erba alle spalle, un fruscio
spezza la linea del pensiero
e dal fragore il silenzio si riprende.

Mi porgi il coltello dalla lama;
ridendo tra veli di menzogna
spandi la maschera del terrore.
Quale attesa è più intensa
dell'abbraccio seducente della morte
che mi attende? Incurante del dolore
la mano guida quella lama:
ecco, è al cuore, adesso spingi.

 

Cadute

Ho visto grattacieli collassati
e cime di montagne
raggiungere la pianura.
In me tutto somiglia e pare
che di stoltezza i plinti
abbia riempito sicché gli anni,
edifici da guardare,
svaniscono nel nulla
o restano macerie da scavare.
Che vale il pianto che m'accompagna
allorché, stordito, vago
nella polvere di calcina,
miscuglio di veleni e di dolore
che migra dallo stomaco alla gola
rinsecchita e viceversa?
Tu mi provi e mi riprovi
affinché al di là poi trovi,
se meritato è stato,
il regno degli immortali e i vivi.
Quale sorte ordisci al mio passaggio?
Qui ove tutto è caduco
e nella morte ha fine –
pur se piena di luce è l'alba
e di nero ricoperta è l'anima –
quale folgore attende quel tronco
ormai stanco di nutrirsi d'aria
e d'acqua con le radici
che non vogliono rinsecchire?
Quante volte sulle ossa
ho riedificato l'involucro distrutto!
E quante volte ancora
chiederò misericordia a loro
nidificando, immeritato, nei cuori,
l'amore che nel focolaio si cova!
O Dio che mi accendi il lume
solo perché non perda
da questa massa informe di detriti
la meta cui ogni eletto
- pur se infelice il suo stato -
aspira; fa che non provi
ulteriore inciampo:
se nella tua pietà si appaga il fio
e le oscure forze del destino avverso,
per una volta almeno
accendi su di me i candelabri in cielo
e illumina, finché vorrai,
la mia tormentosa via.

 

 

Ti imploro


In nome del più umile
dei tuoi servi ti imploro;
di pietà ricolmi ogni palmo
e di misericordia il cuore.

In gioia tienimi seduto
al tuo cospetto e liberami
prima dalle colpe e dopo
dai rimorsi; consola
coloro da me afflitti,
quelli a cui rifiutai tutto:
conserva loro immacolati
i cuori e l'amore li tenga desti
nel lievito del pane di speranza
alla bocca di sorgente
ove anch'io possa rifocillarmi.

Venga Signore la tua mano
a benedire il frutto della carne
e della terra nel trionfo della Croce
eretta con la forza del perdono.

Viso di madre


Il mondo che s'apre al mattino
stanotte ha spalancato i battenti
per lasciarti passare col vento;
mentre quella vecchia signora
con le mani sporche di sangue
dopo aver battuto il carnefice
ti ha portata con sé a noi
ha lasciato il tuo viso disfatto
nel silenzio muto del pianto.

Ora che tutto è passato
e il sonno dei morti ti tiene,
più desta nel profondo ti porto
ancorata invece ai ricordi
che i giorni nei giorni sgranarono
come un rosario al tuo fianco.
Domani ritorna col sole del giorno
l'eterno nei giorni di sempre
per essere fiamma quel viso di madre
che anche la morte non spegne.

 

La sua alba


Al mio fianco terrò
il suo fiasco di vino
e la pipa rossa di terracotta
con la cannuccia ritorta.
Quando tuo figlio
saprà risalire nel tempo
gli mostrerò le stampelle
che aveva mio padre.
A te ho indicato
quel viso ridente
che io conobbi bambino;
ria la sorte,
pianse tutti i suoi cari
poi il tronco seccò
lasciandomi solo
a spiegarti perché
devi guardare lontano
per avere il piede
fermo alla strada.
Or tu, quando sul tuo grembo
porrai il frutto che dentro
si porta la scia o un segno
di quel vecchio gigante,
rimembra al suo orecchio
chi due secoli or sono
vide quel sole
che sereno lo dondolano;
e se la mia morte non vorrà
che le mie braccia lo cullino,
digli che in amore ebbi i suoi avi
come, in attesa di lui, ora
la lucente alba
del suo primo giorno.

 

Serra Venerdì
 
 Oggi non mi va di ascoltarti
 La porta è chiusa
 Nessuno bussi
 Troppo forte è questo dolore
 Che mi morde in petto
 In un attimo
 Le tue ansie son cadute tutte
 Finestre amate
 Sono diventate estranee
 Amara ricerca
 Di volti cari e noti
 Amici padri mamme
 Con il nero portato addosso
 Stentano ad aprire gli occhi
 Su questo figlio ritornato
 Venticinque anni sono passati
 Straniero tra le tue strade
 Stessi gli alberi e le cose
 Non più tuoi questi luoghi
 Qui dorme il vecchio
 E i bambini non ci sono
 Antonio Giacomo Francesco
 Dove siete andati
 Ridatemi il mio gioco
 Superflex era il pallone
 Ridatemi le mie bilie
 Rivera e Mazzola e figurine
 In una scatola di cartone
 Sotto il letto dormite ancora
 Quanto chiasso in quelle strade
 E lo zampillo d'agosto
 In quelle notti
 Michele Angelo Peppino
 Parlate ancora
 Per favore fatevi sentire
 Qui non c'è nessuno
 Il tempo ha scavato il viso
 Alle donne che abbiamo amato
 Sono come noi
 Tutte invecchiate
 Non sanno riconoscere
 Il tempo che è passato
 Hanno pianto quando sei partito
 Poi hanno asciugato le lacrime
 Per dimenticarti
 Il nostro rione non c'è più
 Vivo è solo nei ricordi
 Serra Venerdì
 Di giovani spose materane
 Fosti culla per i loro figli
 Nel cinquantacinque
 Ora nel tuo letto dormono
 Genitori e nonni di quel fanciullo
 Che non sapranno mai
 Quanto bruci il cuore
 Di chi sa di non trovare nulla
 Tra queste strade
 E un cane randagio
 Disteso al sole in piazza
 Di questa gente silenziosa
 Tanti figli intrepidi
 Hanno pure varcato il mare
 Sono andati via
 Per favore dite loro
 Di non tornare
 Perché nel ricordo sia vivo
 Il sapore della terra natìa
 Nulla di ciò che hanno lasciato
 Ritroveranno qui
 Ove io lascio or ora
 Questo mio amaro pianto
 Mentre scappo via

Sposi


Un altro è l'alfabeto per i ciechi
e il dolce nuziale del pasticciere
che pratica prezzi vantaggiosi;
tra una gerarchia angelica
alla spalle lasciano l'altare:
li attende un'aria di parcheggio
fino al tempo della mietitura
nel chiarore di fine primavera.

 

Rattoppi


Per la cruna
il cammello è passato senza alcun dolore;
ma non era quello l'ago che teneva nella mano;
nessun'altra attraversai
senza che mi lasciasse
una ferita addosso poi ricucita
come lei sapeva fare.

Conto le suture che mi porto dentro
e il peso del sudore caduto dalla schiena:
ricurva nel rammendo
da quando giovinetta
ebbe la povertà paterna
il rocchetto in dono l'ago ed il ditale,
d'anime lacerate suo fu il dolore
e le ferite in cura sempre la solerte mano.
Anche i rattoppi sui vestiti
riprendevano gli orli sfilacciati;
gli strappi dalla madre
dell'anima mia caduta.

Se manca dai cassetti
al medio o all'anulare
persino il ditale per riparare il cuore,
lei ha perso il filo atteso dalla cruna;
ma noi che sostegno avemmo
senza condizione, ora,
nelle stracciate vesti,
ai pozzi con gli occhi ciechi
chiediamo l'acqua millenaria
che si è tenuta al fondo.

 

Sorridi


Sembra strano
che alla tua età
abbia disegnato il cielo
senza prospettiva.
Sono bambini in mezzo al prato
ed alberi spogli
tutti stilizzati
con poche foglie;
ognuno all'altro
e insieme cornice
al cielo grigio
della solitudine antica
che ti porta
la tua inutile malinconia.


 

Salina


Questa immensa distesa di sale
gli anni a me hanno lasciato.
Squama la pelle rinsecchita;
al peso si rompono i cristalli
che l'onda ha lasciato
lontano nel letto bianco
ove il silenzio ora giace.

Chi mi ha spinto
ove assurdo è vivere?
Quale desiderio ambito
di me si fece padrone
per umiliare il servo?

Ahi mare! Ahi dolce culla
che ti offri al canto delle sirene
e a te richiami colui
che nel cammino nega
d'eseguire il comando
-a fare ormai poco è incline
giacché in nulla si trasforma -
torna al fanciullo che t'amò d'estate
ove nessuna impronta stagna
e -più amaro al vivere
è il giorno che avanza-
incrosta la ferita arsa
da quel sole che m'invecchia!
 
In noi si perpetra l'esistenza;
eppure nessuno torna
alla salina né dove impietrito
brilla, nunzio di speranza,
il moto andante
ed ebbro lo sguardo è al cielo
nella barca al seguito!

Al piede intanto
il sale scricchiola
e gli anni invecchiano
mentre, nel tuo miraggio,
ahimè, accorato, stanco,
mi allontano dalla riva.

 

La verità liberata di un cinquantenne
 

 
 In questo campo pietroso
 circondato dai muri a secco
 la piantina vuole farsi grano
 e, dall'alto della spiga, potrà
 guardare il mondo oltre
 quella pietra che le ha fatto ombra:
 saprò com'era la vigna nei filari.
 
 Finalmente, anche se per poco,
 avrò nello spazio e il tempo
 il pane quotidiano e la luce
 che dalla pergola vitigna
 tende il respiro all'infinito.

 

Eccoti l'umana famiglia


Ora è il silenzio delle genti
nel sussulto delle lacrime.
Anche il capanno che per anni
ha atteso il vento di passione
si lascia attraversare dallo spirito
che ti ha portato in ogni direzione.


Intorno alla fiamma del perdono
hai riunito la vittima e il carnefice;
con la favola del buon pastore,
- martire della Croce
per la pasqua del gregge
dal Padre lasciato a custodire -
hai convinto la mammella della lupa
ad offrirsi alla bocca dell'agnello;
agli afflitti, ai diseredati, ai disperati
hai fortificato la forza  della voce
per pregare; agli orfani
il sangue della tua carne ove figli
nel padre tutti si sono riconosciuti.

Oh Santo Padre che la pietra
porti al Cristo - anch'io
l'ho lanciata contro mio fratello -
perché ci dia quel perdono
da noi negato a chi ci ha offeso,
misericordia implora per noi
in ascolto del campanone di Sant'Andrea
che copre l'urlo dell'ingrato.

Eccoti l'umana famiglia dispersa
ricongiunta intorno ai tuoi resti
per testimoniare il sudore della semina
e l'amore d'Iddio per l'opera compiuta.
Stordita, ansiosa, viene da lontano
per omaggiarti e acquisire il merito
anche davanti alla pietà Dio
d'aver ubbidito a un padre
che ha amato tutte le creature
e di aver risvegliato loro il cuore
da un incomprensibile torpore.
 

 

Rimorso


Sembra l'alveo incarnato
nelle muraglie a picco sul torrente:
non è l'acqua che lo scava
né la piena che al mare vuole andare
ma un dolore venuto da lontano
che, silenzioso, uguale, mi attraversa.


 

Incontro tra due Pastori

Il cuor suo si bea dell'altro stato
ora che lontano alberga il fiato
e lo sguardo perso al tuo s'incrocia
nel cielo che entrambi accoglie.

 

Arrivederci Padre

Lontano una voce fanciulla
guida i passi più arditi dell'uomo;
in trono, i suoi Santi gioiosi
bussando alla casa di Pietro
dischiudono le porte dorate
da lui promesse agli afflitti
che nello spirito il sangue
e nella carne ferita il dolore
ebbero dalle spine del Cristo.

 

Reduce dai tuoni - Al Santo Padre-

Alla rassegnazione della morte
si accomuna l'anima d'ognuno;
isolata, il maggese, alla quercia,
volge le bionde spighe in orazione.

La folgore assassina ha lasciato
a lei il respiro perché lo sguardo
cogliesse la grandezza del frutto
dal seme gettato alla semina.

Impotente, la ghianda caduta,
attende il collasso della madre
coi rami bruciati e bagnati
dal pianto che il cielo ha raccolto
dagli occhi delle creature
con le voci in preghiera
portata dalla rosa del venti
dai cuori ovunque dispersi.

Lontano una voce fanciulla
guida i passi più arditi dell'uomo;
in trono, i suoi Santi gioiosi
bussando alla casa di Pietro
dischiudono le porte dorate
da lui promesse agli afflitti
che nello spirito il sangue
e nella carne ferita il dolore
ebbero dalle spine del Cristo.

Il forno è ancora caldo; rifocillati
al pane che tu hai sfornato;
c'è tempo prima che si consumi
e ognuno prenda a dissetarsi
all'acqua che dalla nuvola nel cielo
non è stata ancora raccolta.
Vegliano con te le nazioni
il sonno dei morti che s'avvicina
in punta di piedi; pregano!
ognuno il suo dio di accogliere
nella volta celeste il fiero guerriero
vestito di pelle d'agnello.

Reduce dai tuoni, dimessa,
nella scia che traccia rigagnoli
d'acqua tra i germogli
e le spighe di grano più adulto,
respira l'assemblea delle creature;
anche il padrone osanna il pastore
che in salvo all'ovile ha portato
i cani e le pecore oltre i garzoni.

 

 

Il silenzio di Dio


Ascolto lo stupore delle ciglia;
vagante lo sguardo si sofferma:
straripa il silenzio della notte
- l'universo intero non lo tiene -
più in là arriva il desiderio
ora che invano l'orecchio tendo
nel vano tentativo di sentirli.

 

Il lavoro di una settimana


Ecco il lavoro di una settimana;
è tutto intorno a te, sopra sotto:
ovunque i tuoi sensi arrivano
a percepire qualcosa l'opera si esalta;
non so dove poggiano la volta e i pilastri:
da sempre opinando del perché esista,
stento a trovare l'origine e la fine
della catena che l'uno all'altro lega
senza una ragione apparente.

Eppure, anche in te tutto si racchiude;
ogni perfezione dal dunque si ripete:
sconosciuti che si incontrano
che si fondono, si moltiplicano
e s'assommano come dal seme
la pianta che frutta e si fa seme
simile all'origine avuta dai suoi avi.

Perciò m'adopero e spesso non mi fermo
nel giorno scelto per il riposo; però
per quanta lena fare uso io possa
nulla somiglia al cielo né dalla fatica
altro viene alle mie mani; è vero!
In ogni essere l'architettura è tale
che per quanti semi fecondi
ed abbia fecondato la terra
non fanno una falange della mano
che ha costruito il tutto.

Quale parte io abbia dell'insieme
è mistero; se e in quale pilastro
io sia anima di ferro o un granello
di polvere di cemento chi può dire?
perché sono nato? - Dalla stirpe
d'Abramo venne il martire della Croce! -
Chi sia  in questo passaggio
nessuna verità rileva
giacché la funzione è salva
e figli ho cresciuto per il domani.

Quando lo spirito esalerà
per tornare donde è venuto
- chissà se ligio al dovere
che mi fu affidato sarò stato -
questo involucro, avvezzo
a respirare il cielo e l'armonia
che bisbiglia da ogni particella
la voce del creato, si dissolverà
nella terra che lo allattò in vita.

Ma si consoli l'uomo: per quanto
breve e in apparenza inutile,
il costruttore la vita non può
aver dato senza una ragione
al mio patimento o al passaggio
nella carne del precario spirito dell'uomo;
sicché pare giusto l'umano intendere
disconoscendo ogni divinità nel creato
che non sia lo stupore di scoprire
una parte infinitesimale del mistero.

Potessi avere uno degli estremi
per percorrere il filo della matassa
senza esitazione! Ma manca ahimè
persino la parola che sappia contenere
l'infinito per cui nel dare
come ogni creature siamo parchi
giacché il timore ci assilla
che anche il tanto a nessuno basti.

Ahi noi! Se i figli al seno
teniamo in cura, intorno
d'allegria vestiamo i muri
con gli oggetti e in loro poniamo
il desiderio che non realizzammo;
avversiamo il cielo se non azzurra
e lo perdiamo sospirando il chiaro
che ci vuole intenti a ragionare
col cuore che si è costruito il vivere
e non con quello che ci diede il Padre.

 

Senza dubbi


La tua mente
Fratello mio
Avrà riposo
Spalanca gli occhi
E sogna
Vedrai
Ti si aprirà il cuore
Ritroverai te stesso
E l'ordine d'ogni cosa.

Come un fulmine
Che in un attimo
Sulla collina
Ha bruciato
Il vecchio noce
Sei entrato
Nella mia mente
Squarciandomi il petto
Attraverso il cuore

Avevo
Certezze effimere
Idee confuse
Pensieri incerti
Perché inutili
Dubbi
Ma quanti
Il più atroce
Rodeva Amleto
E mi metteva in croce
Morivo
Rinascevo
Ogni giorno
Dietro il se sì
O il se no

Un giorno tempestoso
Imponente
Tuonò una voce
Eccomi Io Sono
Impaurito
Aprii la porta
Non vidi entrare
Alcuno
Non v'è dubbio
Che vi entrò
Fratello mio
Ti confesso
Perché noi siamo
È perché è in noi
Ed è colui che è.

 

Un gallo in un pollaio

Un gallo in un pollaio con la cresta di grande sciupatore di femmine,
vuole far credere di essere veramente il re vantando prestazioni
straordinarie e rare.
Dotato di una memoria di ferro quando vuole - questo si - dimentica
soltanto ciò che gli fa comodo; usa dolcificanti e zuccheri con chi
lo segue e il contrario con chi volutamente lo ignora. Di ciò il
Bell'Antonio non si da' pace e, costi quel che costi, contro questi
ultimi muove la sua attenzione nella speranza che qualcuno abbocchi e
reagisca ponendo attenzione al suo bel dire.
Guai se questi da ciò dissente giacché gran torto ha il meschino per
aver osato; argomentare deve al pennuto perché dissente; e, poiché a
lui non basta ricevere tale omaggio se non è accompagnato dai perché
e dai per come, è consigliabile ai comuni mortali l'esonero dal fare
quanto a lui e solo a lui è dato dispensare.
Purtroppo il gallo non è da solo - che regno sarebbe il suo! - come
lui crede.
Nell'aia oltre le galline ci sono altri animali; costoro da tempo si
rompono non poco quando, sul far del giorno, inizia a cantare
nonostante, questi poveretti, hanno fatto il callo anche alle
orecchie e imparato a ignorare il Bell'Antonio nell'esercizio a lui
più caro.
Tante volta ho avuto l'impressione che al nostro sire mancasse
qualcosa; inoltre, mi è parso che provasse invidia verso un pennuto
fornito di ben altri attrezzi.
Non vi nascondo che, spesso, nel sentirlo cantare, l'ho immaginato
intento a fare la ruota. Fortunatamente non è così. Credo che sia una
mia suggestione - tante volte l'immaginario tira brutti scherzi -.
Mi auguro di non aver confuso la coda reale per quella del pavone;
non perché me ne importi più tanto; ma semplicemente per non
confondere nessuno; dare a Cesare ciò che è di Cesare e agli altri,
ad ognuno, la propria parte.

Purtroppo, nonostante i ripetuti inviti a non rompere l'anima a chi
di lui non se ne cura, insiste nel voler ostentare il suo sapere
perché anche questi, spera, al seguito annoverare lui possa.
Così non gli par vero associare ogni cosa alla sua piuma; non appena
intravede uno spiraglio ci ficca il collo purché la testa ostenti
perfino da un pertugio.
Gli applausi il pennuto si aspetta dalla plebaglia che umiliare crede
per il sangue blu che s'illude nella sue vene scorra.
Cosa non farebbe il Bell'Antonio pur di essere guardato mentre
sculetta alla pollastra davvero popolana che si è stufata di guardare
il damerino avanzare pretese!
Al sì cotanto forbito chiedere per essere alla pari e farsi capire
anche dalla stalla - essa ebbe i natali in una gabbia e non nel suo
maniero - in quattro e quattro otto gli rimanda:
- maestà a voi proprio, non ce la do'o!
Dei tanti in corte solo qualche bisbiglio; il resto non se ne cura e
all'usato fare s'adopera e tace.

 

Fiore di speranza

Alla tua fonte
In mistica adorazione
Venivo a bere
Mia dolce illusione
Labbra fanciulle
Ti coglievano in preghiera
Nelle lunghe notti
Del freddo inverno
Fiore di speranza
Promessa futura
Che non venivi

Nel tuo fantasma
Ora che la chimera
È svanita nell'amaro vero
Vive il ricordo
Di quell'età spensierata


 

 

Sera di primavera

Di tenere biche
il profumo d'erba nuova alle narici;
ormai, dalla stagione fredda è desta
la campagna che intanto imbruna
sul dorso della sera.

Penzola sul colle
ricamata dai cipressi nella bruma
dell'altura; dalla valle il lupo chiama
quella luna che il riso riverbera
sparso sul dolore;
nell'immaginario
ardente della stagione all'uscio, stanca
il mio pensiero sul passato e il verso.
La cima a nuova scena ridisegna
in controluce; ma
il versante in scuro il buio ingoia
stasera nella quiete interrotta
dal tumulto della fuga di un gatto
da sotto un cespo;

l'ululo s'acquieta
al suo svanir nell'ombra: torno alla radice
che il tiglio nutre con la stessa linfa.
Lo sguardo dal vallo lassù mi tiene:
in te nidifico, mio bene, i miei domani
tra frondosi rami.

 

Distacchi


Quanti cieli ho visto passare
con la preda tra le ali del rapace.
Il timore degli artigli, il viaggiatore
nel vuoto dell'attesa al retaggio
legato dagli affetti, gemendo,
spingeva indietro tra le mura
separando la mano che teneva
nella gioia della partenza.

Quante gazze ho visto danzare
sopra i tetti; ma le ho visto anche
beccare avidamente le carogne
e tornare dalla fuga sui carcami.

Massacrata dagli sputi e dagli insulti
anche l'ombra fuggiasca del fanciullo
che innanzi si portava; imponente
il grido, la valle col dolore mi ritorna.

Ricusati l'aiuto e il ramo in alto,
la voce lieve più di quanto sia
un sussulto, vano è il sostegno
perché lassù possa tornare
rompendo i legami col passato
giacché tale ora è l'attesa del fanciullo
che, deluso, sulle spalle porta
gli anni e le stagioni per fardello
e quel gesto dal nido mai più osato.

 

Estasi


Rasserenati dall'immagine
di un fiume che a fatica
si porta dalla pianura al mare
sono gli occhi e la mente.
Immensa quiete si trascina
nell'aria incostante
di un cielo multiforme,
sotto il quale, eternamente,
si compongono e scompongono
storie e tragedie che la mente
temporaneamente ignora.


 

Una madre e un bimbo


Angeli vegliano
il riposo degli angeli.
Sereno mare di luce
negli occhi illumina
i cieli a ponente
quando il tramonto dilegua
le ultime ombre del giorno;
affanni perduti e ricerche
si sciolgono
ai rintocchi del tempo
e placido sonno
aleggia leggero sul capo
abbandonato nell'estasi.

Ti accoglie piccolo porto
ansa di terra nell'orizzonte
e piume di sogni dorati
fanno capo sul tuo cuscino
mentre il tuo viso di rose
cullato dai tuoi lunghi capelli
sorride a quell'angelo di bimbo
che ti carezza e ti spettina.


 

 

Terra mia


Abbracciate sul precipizio;
sembrano signore anziane
con le mani strette ai fianchi
che per gioco o per paura
si stringono alla piazza intorno.

In attesa di pubblicazione
dei componenti che valessero
ai fini immateriali, formato cartolina,
nulla pare sia cambiato del cocuzzolo
ove dorme il paese antico
ch'è vivo solo nei ricordi
o quando amaramente vaga
sugli schermi appannati
di colui che qui non torna.

Rilevanti sono le spese:
nessuno garantisce il risultato
giacché perse le anime fuggite
poca è la prosa di chi resta
nel silenzio di un eterno ieri
che invano ha atteso il giorno.

Limiti invalicabili gli orridi
donde ti affacci sulla pianura
ove da bambino ho visto
in cielo un corvo immobile
e sulla via a passo lento
con la testa china lo zappatore
tirare l'asino e la fascina.

Sulla cima sfuma il paese
di poche case abbracciate
sul precipizio - a nessuna
morte è voto questa terra
amata. abbandonata,
calpestata il cui dolore
io non abbia gia vissuto.

Sconosciuta in altre genti,
con i miei canti nei fruscii
d'acque fresche torrentizie
tra i verdi colli e i boschi cedui
che ti rivestono torni fanciulla
com'io da te per rinnovare il taglio
lasciando poi che le ceppaie
germoglino nel tuo caldo seno
ove si annida anche la gioia
che  "t'amo" ti grida intanto
e da sempre, o madre mia.

 

Tra amici

(a Marisa M.
a Gianni C.)

.......il dire è mite
e la voce acquieta sospiri ed ansie;
con le stagioni muta la pelle;
e passano i venti e le tempeste
tra le rughe e gli anni,
mentre s'appanna l'occhio
per fare velo all'anima.
Tu griderai alle incalzanti ombre
e ai fantasmi; di profumo sarà
bramosia al naso di giovinezza.
Lo so, ti sarà facile perderti
tra braccia nude e seni turgidi;
vivrai l'inganno del tempo andato
e il tuo naso sprofonderà
nei capelli forti fino alla radice.
Lei ti precederà per strada
correndo gioiosa verso quella meta
e quando saprà che sul suo seno
volevi tu fermare il tempo
ti lascerà la mano e andrà via.
Ricordati allora: all'ombra
sopra una panchina novembrina
noi ci ritroveremo ancora
per raccontarci del solleone
o forse, muti, solo ad ascoltarci.

 

 

Intimità


Crepita la legna nel camino
e la fiamma tremolante si ravviva
ai piedi del divano lì di fronte;
(un braccio intorno al collo)
pende la mano sul suo seno:
distratta, si culla col respiro
sobbalza ogni tanto al suo sospiro.
Un vaso di cristallo a centrotavola
riprende dal fuoco e mi fa gioco;
scherza con le ombre tutt'intorno
e ruba dai miei occhi la sua presenza.

Vedo come ieri e l'altro prima
parvenze di passanti sempre in corsa;
ognuno alle stanghe si trascina
un carro traboccante di macigni
col rischio di schiacciare chi li porta
lontano non sa dove e tutti in coda.

Mi vedo tra di loro messo in fila
stentare la fatica che m'uccide;
sento la certezza sulla pelle
e la fine di questo viaggio più vicina.
Nulla lascerò alla mia donna
di ciò che questa vita mi produsse;
ma a lei e ai figli che ho amato
la fiamma che non brucia questi fogli,
l'amore che si spande dalle braccia.
Saranno queste righe la mia brace
e in essa voi, frutto del tempo
che mi manca, nudo il mio corpo riporrete
nel grembo della madre senza pianto
perché l'orma vera troverete
del passo che non lascio tra gli oggetti.


 

Da Sorrento ad Amalfi

Non ho ali per gli angeli né tridenti
ma parole, suoni che s'infrangono
su pareti di velluto, bisbigliate
tra le cime e la scogliera di un mare
che dal largo a riva le confonde.

Vorrei lasciare andare la mano
sul tuo fianco: non si stempera
il desiderio; l'averti, premio
sarebbe al tatto, lontano
ogni nostro accordo e il corpo
lascerebbe tra le nostre braccia
all'altro stretto a respirare forte
e a farsi piano. La luce nella nebbia
asseconda il mio silenzio
e un viaggio che avrei voluto
invece nella tua allegria soltanto.

Gli angeli non volteggiano nell'aria;
al compratore lungo la via cedri,
fragole e limoni; inutilmente
ho cercato chi mi vendesse l'ali
mentre sulla distesa immensa
un altro era il sogno che realizzavi:
un sigaro alla bocca polverizza
il mio esistere e vero manifesti
da me senza parole il tuo distacco
perché ormai errando credi
io non sia chi vorresti accanto.

 

 

Pomeriggio


Lamenti di vergini crocifissi
e pire di legno secco
su cui bruciano
gli ardori giovanili
dei primi sogni d'uomo,
echeggiano sugli schermi mobili
della mia mente:
luci di sonno
diramate nella foschia
e fredda pioggia tempestosa
nel pomeriggio di oggi.
Ombre dietro le finestre
spiano il cantilenare dell'acqua.
Immagini sfaccettate
si proiettano nel cielo invisibile
e uccelli volano ancora
nelle nostre mani a vivere.
Potessi spegnere, pioggia,
i roghi nel mio cervello
e vita sorgere dalle croci


 

Reietto


E' impossibile conoscere la realtà
nascosta dalla profondità del mare
così come la pena
che vaga negli abissi
sconfinati in fondo all'anima.

Io non credevo che per me
ci fosse un angelo; anche se
vecchio e claudicante
- era l'unico che mi seguisse -
oggi più vero mi è parso
- da me non visto - si sia
per sempre allontanato.

Se nel vuoto delle assenze
i cieli azzurri mi seducono
tergendo la celeste volta
di pampini biancastri,
quanti inganni ora nasconde
lo spazio che io non vedo?

Altrove la folgore irrompe tra le nuvole
ignara del danno che produce;
così credo d'essere l'unico
quando fulmini e saette
il petto squarciano e le tenebre;
giammai pensando che mio fratello,
gemendo, cerca la sua ombra
per farsi compagnia mentre s'avvampa;
come il pane vicino alla fiamma
che non sa quale sia il fuoco
che l'altro a sé vicino
lentamente indora.

 

Discariche


L'albero dei limoni
nel campo disteso
dalla fine del crinale
nella piana d'agrumeti
si alza tra le serre delle fragole
e filari sconfinati di lattuga;
cambia il tempo in frutto
ai rami i suoi boccioli;
vengono invece dalla marina
stormi affamati tra i rifiuti.
Più in là lungo la riva
bagnanti distesi al sole
riverranno a respirare
aria di mare e a vedere
da terra verso oriente
gabbiani tornare controvento.


 

Virgola


Innanzi a questi immensi spazi,
ammutolito, ascolto piano sussurrare
il respiro del silenzio tra i rami spogli
e le cime che si affacciano sulla valle
mentre un merlo col suo becco
mi riporta i colori dell'inverno
nascosti dalla neve che li copre.
Aperto ho il cuore al palpito della terra
e delle creature che accoglie:
nelle tane lieve è il tepore
del fremito di quella che sonnecchia
ed io lo sento con l'aria gelida
nell'aleggiare quieto di un Dio presente.
A cotanto immenso si sbriciola
ogni mia grandezza e al confronto
nulla pare l'opera da me eretta:
qui sono virgola nella genesi
che il mistero ogni volta avvia
di padre in figlio all'infinito:
sono io il ramo che diede asilo
al pettirosso intirizzito
e sono da anni attaccato al tronco
che poco o male la radice nutre:
or sì, da questi poggi silenziosi,
anche la parola nessuno osi.

 

Madonna


Sangue si vuole che scorra
come se il dolore sul viso
la lacrima in sé non tenga;
Madonna, la divina concezione
ti volle madre e tu, Immacolata,
Pellegrina, da Betlemme fuggisti
verso quella terra che fuggirono
i figli dei padri generati da Isacco;
Diletta fosti per quel bambino
affidato alle tue cure
per preparare l'agnello 
al grande sacrificio.
Madre dei miei fratelli in Cristo,
volgi al Padre che ti assunse in cielo
il tuo sguardo amato e, limpida,
la tua pupilla ordisca intercedere
pace al dolore che m'affligge.
Gli orli degli abissi il piede incide
e tanto ambito s'è fatto il fondo
che il silenzio eterno infine
prediletto diviene agli stentati giorni.
Oh Madre dalle gote bianche
che nessuna lacrima ha rigato a fondo
giacché in essa
Iddio volle si scaldasse il cuore,
tienimi per mano e lascia
ch'io nel pianto goda
del caldo tepore di quel seno
che fu conforto a mio fratello
salvatore e martire quando
su di sé volle portare il peso
anche della mia croce

 

Elettori
(Aldrovandi Palace Hotel Roma)


Se il labbro fosse concavo
come gli antri bui del cuore,
le parole cadute ai vostri piedi
si avviterebbero come serpenti
per ingoiarsi con voi la carne
fetida d'ogni ria menzogna.

Vestiti per la festa
coprono fantasmi scheletriti
e rude sembianze umane
memorie di essenze ormai sbiadite;
intorno a un dio
pronte per l'ingrasso
belanti pecore negli ovili,
prostitute di grandi alberghi,
si abbandonano febbrili
alle cure del pastore
che paziente le priva
del latte e degli agnelli.

Non per la gioia della mammella
ma alla libertà del pascolo
preferito è il giogo delle mani
solo perché fa paura il lupo.

 

 

Vacanze di natale 2004


La terra feconda i semi piccoli
come i grandi; tutti i germogli
fino al tempo della mietitura
si nutrono allo stesso seno;
la pianta all'altra cresce vicina
e nel tempo ognuna conserva
per altre genti la propria specie.

Stenta l'allegria delle braccia;
la falce non canta tra le messi
giacché vana fatica è separare
il frutto; le cannule alle dita
al vaglio non inducono e, pur
se gli operai si affannano,
alla trebbia è l'attività dei campi
nel pensiero, a quando
altri crivelli separeranno il frutto;
intanto che la morte indistinti
li raccoglie, privo di senno
sembra chi per la semina
riempì quei sacchi.

Scivola l'anno all'ultimo suo giorno
col freddo che ingabbia la pelle
nei pastrani; la neve, che si posa
sul capo al capricorno, qui rallenta
il passo dell'incerto oggi
e del domani a tutti occulta l'alba.

Sono secoli che i piccini,
monelli per tutto l'anno,
proprio in questi giorni,
indossano i panni buoni
e promesse fanno nelle orazioni
a quel bambino di cui poco sanno.
Quest'anno i grandi vestono
gli abiti più scuri; non sanno
se all'evento nei presepi antichi
oppure ai piedi d'un alberello
c'è lo stesso Figlio o un altro Dio:
mietitore d'anime, instancabile,
non mira dove la falce affonda
né se uniforme è il suo raccolto.

Oh quanti inutili sacrifici
e fughe senza alcun arrivo!
Al sole, una madre con gli occhi
pieni di terrore chiude gli stessi
al figlio; mentre si schioda
il legno della croce
al lamento disperato di un grillo
che alla Creatura appena nata
chiede la pace per i morti
e il dono della rassegnazione
per quanti sono ancora vivi.

Che importa mu