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Giuseppe Ambrosecchia - Pino                             

Aggiornato    

La notizia indugia

Ho voglia di rinnovare il guardaroba;
alle borse ereditate voglio cambiare
la pelle; muovermi al contrario
per ritrovare i valori che ho perduto
ora che le ombre spuntano dalla mente
nella follia incestuosa mentre l’orrore
tiene il padre nell’incesto e nel buio
la madrefiglia dello stesso genitore
e quanti, senza luce, da essi generati.

La notizia indugia; poi condanna
pur se nel sangue di tutti scorre il latte
che il seno d’Eva versò abbondante
nella bocca di Caino e di Abele.

Dov’ero quando i nascituri
cercavano la lama assassina
per venire al mondo privi di vita?
Chi li sostenne quando,
pendenti dalla croce,
nessuno ascolto aveva il grido
dell’anima persa tra i muri sordi?

Se amaro fu il calice,
dalla bocca non allontanato,
per ognuno non più dolce
è stata la veglia dell’attesa;
ora, pur se il lume da tanti
avrà il sostegno, del nulla
il tutto sarà svelato e reso
umano l’inferno già vissuto.

 

Virgola

Innanzi a questi immensi spazi,
ammutolito, ascolto piano sussurrare
il respiro del silenzio tra i rami spogli
e le cime che si affacciano sulla valle
mentre un merlo col suo becco
mi riporta i colori dell’inverno
nascosti dalla neve che li copre.
Aperto ho il cuore al palpito della terra
e delle creature che accoglie:
nelle tane lieve è il tepore
del fremito di quella che sonnecchia
ed io lo sento con l’aria gelida
nell’aleggiare quieto di un Dio presente.
A cotanto immenso si sbriciola
ogni mia grandezza e al confronto
nulla pare l’opera da me eretta:
qui sono virgola nella genesi
che il mistero ogni volta avvia
di padre in figlio all’infinito:
sono io il ramo che diede asilo
al pettirosso intirizzito
e sono da anni attaccato al tronco
che poco o male la radice nutre:
or sì, da questi poggi silenziosi,
anche la parola nessuno osi.

L'alfabeto povero

Troppe pagine sfogliate
non hanno impronte;
alle tue dita mancano
l'essenze; non le stampe
impresse nella tua mente
che a ricordo tiene
solo il loro dire e priva
è d'occhi per guardare.
Nulla avesti; né ricchezze
dei tuoi tanti studi
sapranno allietarti.

Così - irridente delle mani
sformate dal piccone e dalla pala,
impaziente, distrai lo sguardo;
sordo all'umili parole
che per noi gli detta il cuore -
giammai saprai
quanto bene dona
chi mi sta parlando;
ma è d'uopo che anche
tu l'ascolti per imparare
almeno l'alfabeto
con cui dal poco, e dopo,
tanto sarà il frutto.
 

Ai miei concittadini
(Effetti dell'opera di risanamento dei Sassi di Matera)

Fummo estirpati con tutte le radici;
povera la terra che ci nutriva;
la semina - pur se tutta germogliava -,
poca cresceva fino al giugno.
Avemmo altrove, in cambio
delle vesti funeste e lise dall'usura,
dimore colorate solo d'azzurri
sicché anche il più debole
si facesse pianta, poi albero da frutto.

Vennero stagioni da calendario
per chi s'era legato a nuova madre;
la stessa che partorì i loro figli
e li allattò senza distinzione.
Fu intento ai primi di fuggire
il passato; senza storia i figli,
né vecchie usanze da tramandare:
non hanno avi tra quelle grotte,
né un solo gesto da imitare.
Esuli distratti nella terra natia,
dagli affacci ammirano l'effigi
degli antenati ignorando il vivere
e della morte di grotta in grotta
il passare sovente tra i viventi
straziati dal dolore della puerpera
con la mammella gonfia
e gli sguardi persi sulla culla vuota
del suo sposo e dei presenti.

Fummo estirpati con tutte le radici
per sottrarre i nostri figli alla mattanza;
nessuno girò il capo indietro,
né mai fu preso dal rimorso
che ora il mio cuore trafigge
per aver spezzato il legame
dei nostri padri con i nostri figli
senza ancorare l'amore, almeno
di un tenero ricordo, lasciato invece
nel sangue con il sangue, ad oggi.

 

Reduce dai tuoni

Alla rassegnazione della morte
si accomuna l'anima d'ognuno;
isolata, il maggese, alla quercia
volge le bionde spighe in orazione.

La folgore assassina ha lasciato
a lei il respiro perché lo sguardo
cogliesse la grandezza del frutto
dal seme gettato alla semina.

Impotente, la ghianda caduta,
attende il collasso della madre
coi rami bruciati e bagnati
dal pianto che il cielo ha raccolto
dagli occhi delle creature
con le voci in preghiera
portata dalla rosa del venti
dei cuori ovunque dispersi.

Lontano una voce fanciulla
guida i passi più arditi dell'uomo;
in trono, i suoi Santi gioiosi
bussando alla casa di Pietro
dischiudono le porte dorate
da lui promesse agli afflitti
che nello spirito il sangue
e nella carne ferita il dolore
ebbero dalle spine del Cristo.

Il forno è ancora caldo; rifocillati
al pane che tu hai sfornato;
c'è tempo prima che si consumi
e ognuno prenda a dissetarsi
all'acqua che dalla nuvola nel cielo
non è stata ancora raccolta.
Vegliano con te le nazioni
il sonno dei morti che s'avvicina
in punta di piedi; pregano!
ognuno il suo dio di accogliere
nella volta celeste il fiero guerriero
vestito di pelle d'agnello.

Reduce dai tuoni, dimessa,
nella scia che traccia rigagnoli
d'acqua tra i germogli
e le spighe di grano più adulto,
respira l'assemblea delle creature;
anche il padrone osanna il pastore
che in salvo all'ovile ha portato
i cani e le pecore oltre i garzoni.

 

Eccoti l'umana famiglia

Ora è il silenzio delle genti
nel sussulto delle lacrime.
Anche il capanno che per anni
ha atteso il vento di passione
si lascia attraversare dallo spirito
che ti ha portato in ogni direzione.

Intorno alla fiamma del perdono
hai riunito la vittima e il carnefice;
con la favola del buon pastore,
- martire della Croce
per la pasqua del gregge
dal Padre lasciato a custodire -
hai convinto la mammella della lupa
ad offrirsi alla bocca dell'agnello;
agli afflitti, ai diseredati, ai disperati
hai fortificato la forza della voce
per pregare; agli orfani
il sangue della tua carne ove figli
nel padre tutti si sono riconosciuti.

Oh Santo Padre che la pietra
porti al Cristo - anch'io
l'ho lanciata contro mio fratello -
perché ci dia quel perdono
da noi negato a chi ci ha offeso,
misericordia implora per noi
in ascolto del campanone di Sant'Andrea
che copre l'urlo dell'ingrato.

Eccoti l'umana famiglia dispersa
ricongiunta intorno ai tuoi resti
per testimoniare il sudore della semina
e l'amore d'Iddio per l'opera compiuta.
Stordita, ansiosa, viene da lontano
per omaggiarti e acquisire il merito
anche davanti alla pietà di Dio
d'aver ubbidito a un padre
che ha amato tutte le creature
e di aver risvegliato loro il cuore
da un incomprensibile torpore
.
 

Dea

Bella come una statua levigata
dalle mani, pian piano prendesti
forma; desiderio o fiamma, brucio
in questo inferno mentre vago
col pensiero e, dai tuoi seni, sento
bramosia di pelle alle mie dita.
A che serve portarti al cuore
se neanche i piedi hai da baciare?
Le ali posticce alle tue spalle
non hanno sogni da portare in volo;
superba tu, sopra un piedistallo,
ti specchi ancora in quello stagno
che giammai eroe dissetò, alcuno.
Nella vana attesa che un dio
passi per il tuo imene, sfioriscono
petali di rosa e la passione:
con il tempo lentamente
rinsecchito stelo e col gelo
dell'inverno che ti dà noia
la malinconia che mi culla.

 

Vita vera

Dalle mani dei Caino
la terra nutre il sangue
e a tal fine presso terzi
si procede come segue.

Dalla ferita aperta dal coltello
il sangue a fiotti; simile,
nel midollo dell'anima,
il tarlo scava fino alla follia.

Ma è' previsto che il rimorso
faccia sconto della pena
e, libera da vincoli, per il reo,
la misura del perdono.

A nulla vale, per lenire il fio,
sostituire il pegno
o rigare di firma d'altri
la garanzia prestata.

Il versamento va fatto
entro il termine e, seppure
il debito è rimesso, portato
è il castigo fino in fondo.

Compenserai ogni credito,
ma il dovuto pesa e l'onere
sarà alleviato solo all'atto
dell'effettivo pagamento.

Nell'agonia del giorno
inutile apparirà allo stolto
ogni tentata fuga: vera, solo
negli atti concludenti, la vita.

 

Nevica

Sulla siepe, tra squarci di sole,
luccichii di fiocchi
e sventolii di mimosa già fiorita,
cade la neve; invece,
passando tra i rami e gli arbusti,
si perde il vento senza meta
gelando il capo scoperto
e il cactus sul balcone,
anche il velo dell'acqua che si è persa;
agli angoli del giardino
le cartacce alla tormenta
finalmente si nascondono.

E' inverno. Dalle grondaie antiche
pendono i ghiaccioli;
un manto invece sui terrazzi
bianco e uniforme si distende
anche sui vasi vuoti.
Le felci stentano a respirare;
anche tu ti irrigidisci
e per la schiena passa il brivido
che alla paura assomiglia.

Colgo i moti che bussano allo spirito
senza rendere nulla;
ma il volo repentino
lascia il passero al suo ramo
che si inclina sull'acqua
e l'ombra che la specchia:
in essa muore il fiocco
e, incolore, il suon candore.

 

La mia donna

Quella sera, tra le mie braccia,
esplose il tuo pianto di donna.
Dalle gote infuocate alla bocca
mi giunse rivolo d'acqua e di sale
a dissetare labbra bramose
di tenero, tenerissimo amore.
Complice la luna, dal finestrino
argentava la tua pelle di seta,
mentre al viso un sorriso
copriva il tenue singhiozzo
di nuova conchiglia stretta
nelle mani a toccarsi fino
alla nuca le dita. Fu quella la sera,
amore mio, che conoscesti
il tuo corpo di donna; da allora,
hai amato anche il mio;
sacerdotessa del tempio di Venere,
il fuoco della dea
sempre viva tenuta hai la fiamma.

 

Il sonno della ragione

La ferocia bestiale,
abbattuta sulla gente inerme,
umilia l'involucro da dentro.
Diafani volti, senza sguardi,
con gli occhi perduti nel vuoto
avvolgente anche quelli arcigni
dei loro carnefici, portano alle gote,
insieme, le lacrime di Dio.

Loro irridono gli agnelli feriti
sapendo che da tempo la dea
disconosce il giusto rapporto
tra le due opposte grandezze ;
pure i discepoli nei palazzi
hanno la stadera senza romano
e per il pastore, in cuor deluso,
è dunque vano tentare d'assiemare
e di proteggere il suo gregge
dentro e fuori dall'ovile.

All'esterno, il lupo, aspetta
venga la preda; certo di sfuggire
la pena di chi dentro non veglia,
affila i denti e ulula alla luna
la gioia del misfatto da reiterare
giacché l'empio è già fuori dal buio
e da tempo ha ritrovato il cielo
sul capo e con gli astri le stelle.

A Boretto, le vittime alle porte
affiggono solo i crocifissi; e i lupi
tengono nelle stalle e negli stazzi
con gli agnelli, i cani e i pastori.

Oh paese mio smarrito, vivi
ora la gogna della sudditanza;
dietro le sbarre a languire
tieni il vivere d'un popolo civile,
e, tra i tanti, un padre innocente
che il caso ha voluto, additato
e per tutti, d'imperio, imputato.
Nel pianto di Dio si perde il belato
ed aridi, alla bocca, il tormento
del reo e il lamento del peccato
che nessuno ha commesso.

 

Al mio cuore

Se fossi una roccia
che il sole rovente lavora
e nel respiro e al tatto arida
come al seme sopra caduto,
ti strapperei dal petto
per farti cosa del tanto inutile:
tal pare all'anima mia
la tua essenza che ormai di te
ogni nutrimento essa disdegna.

Invece vorrei proprio che fossi
pietra di sorgiva
e perenne fonte di frescura
ove finalmente appagare
questa sete senza fine.

La terra che ho camminato
senza bastone qui mi porta:
incredulo siedo nel pensiero
che lontano mi trasporta
e dolce sento la pietà sulla ferita
che nel petto si rimargina.

TU hai armato la Sua
ed ora la mia mano
per battere la rupe: eccomi!

Agnello e pastore nel tuo gregge,
in questo sgomento,
senz'acqua o pozzo
ov'io mi abbeveri, nel cielo
aprimi una finestra
perché attraverso, finalmente,
assetato, possa buttare il cuore.

 

Uno strano corteo

Ho visto passare un corteo
di personaggi un po' strani;
chiassoso il procedere e in testa
due cagne, distaccate dal resto,
parevano non partecipi alle festa.
Dietro, un signore distinto e serioso
precedeva una folla
che parlava a gran voce
impedendo ognuno al vicino
l'ascolto; in una aveva costui
una bilancia per nani,
con l'altra reggeva la spada
tre volte più lunga del braccio:
la folla segue la lama
e chi amministra i suoi beni.
Non so perché una cagna,
l'una dell'altra era figlia,
aveva il passo più stanco;
né per quale ragione
la giovane non avesse un cartello
simile a quello pendente
dal collo più anziano: vita.
Pensai - sarà il suo nome! -
Non avevo finito
di passare in rassegna
la testa di questo corteo
quando l'innominata abbaiò:
sulla folla un silenzio di tomba;
al capobanda caddero
dalle mani per terra
la bilancia e la spada
e tra gli altri
quell'ululo lo risucchiò.

 

Dio nascosto

Non s'ode la tua parola
e muto il tremito di foglie
sparge intorno l'aria quieta.
Il muro freddo
sulla superficie sfuma
ogni vibrato accento
che invano il vento
accorda alla solitaria ombra.
S'avvicina un cane
che mi fiuta il passo
e nella notte docile
s'affianca ad oltrepassare l'ora
che l'oriente avvia
a respirare il giorno.
Intanto sulla luna gobba
sosta una foschia sfibrata
come una benda larga
sulla ferita d'anima;
la solitudine, amara,
sublima il nulla
e i tanti a cui
dagli occhi al mento
lacrima si fa il dolore
e poi lamento;
al gemito, sottovoce
chiama la mente ignara
forse qualcuno in croce.

 

Perché nudo

Non è l'abito che porto questa sera
a fare di me un altro uomo.
Vorrei starti nudo davanti
perché tu possa vestirmi come vuoi.
Senza mura che mi nascondano
in te vorrei realizzarmi; vivere
nei tuoi occhi il mio profondo
per avvicinarci a Dio
senza umane spoglie; figli
di una materia effimera,
in spirito vestire i giorni
e d'ombre scevro il cammino
sì che nell'oltre insieme
ci ponga in altri spazi il passo
laddove la luce ci vesta di splendore
e l'universo sia la nostra casa.
Nudo vorrei essere a rendere
ciò che non mi appartiene
se dal nulla venni
e il nulla vestì la carne
prima della luce nell'utero materno.
Non mio è dunque ciò che ho avuto
e, pur se il desiderio di questo mondo
il tutto vuole e servo divenga
quando l'avrà avuto, solo la morte
spalancherà la porta ad altri accessi;
onde, vestimi come tu vuoi
perché io sia come vorrei essere
e forse nel mio profondo sono.

 

Sostegni

Sembrano braccia
che il cielo accoglie in preghiera
gli esili rami di carpino
che striano l'azzurro
cadente sull'ocra dei calanchi
e i verdi cespugli di macchia;
anche colonne di marmo pregiato
e forge di membra in alto
rapite dall'estasi
che testimoni di gioia
non hanno potuto provare.

Ahi cuore - nessuna ferita
tiene lontano il cigolare dei carri
né il canto che arriva
nei vecchi ricordi
delle botteghe scomparse -
forse la ferita del giorno
ha reciso la speranza;
tuttavia, nel tuo debole battito,
mentre raccogli il segreto,
parla ancora e ha ragione la vita.

Senza germogli invece
tieni i sogni nascosti
che l'animo fanciullo
ha costruito crescendo;
intanto, la pianta che invecchia,
nel cielo si allatta
alla linfa di terra
che non la nutrì.

 

Uomini stanchi

Anche in questo giorno di sole
nell'acqua ferma di una putrida conca
la bocca assetata è venuta a bagnarsi.

Sono uomini stanchi ai quali
da tempo l'oblio ha corroso
persino il ricordo del nome
con la morte che ingiusta
ha spento pian piano
il sapore di gioie inesplose.

Per loro il batacchio a sera
percuote la campana longeva
- ora esempio di prove sofferte -
come ai vecchi tempi innocenti
quando al tramonto l'incoscienza,
nel cielo del luogo, tra i rami
cercava i nidi dei passeri.

Se a terra hanno trovato la pace
come ogni cosa che lì si sostiene
oppure nel ventre che tutto nasconde,
il nulla li avvolge; intanto, il silenzio sottile,
in rivoli d'acqua, porta lontano
la linfa rubata verso un sacrario
ove, ricoperto da quella stagnante
che rinfresca disseta e poi avvelena,
con l'occhio che cerca e che scruta,
tutte le bocche assetate
andranno man mano a bagnarsi.

 

Dal buio dono di luce


Eccolo lì abbarbicato sui cocuzzoli
e sparso uniforme nelle viscere;
senza tregua il petto opprime
fino a trasformare in rantoli il respiro
che all' ultimo ognuno più somiglia.

Così, sulle creature, il cuore brama
che un sole d'alba torni a splendere
mentre palpita insicuro giacché vana
crede sarà la luce che l'attende
e incerto il passo nel domani.

Chiuso nel profondo - le ombre ballano
sugli schermi senza accenni
né logiche che tengano la parola
legata ad un filo di speranza
logorato dal vuoto che m'opprime -

le palpebre chiudo sugli oggetti;
nel muto raccontarsi del silenzio
trova ascolto il pensiero ch'io rivolgo
all'entità astratta che si accosta:

dal nulla lentamente si fa breccia
la luce del dialogo più profondo
col coraggio del ritorno al cammino
e gli occhi che si aprono sul mondo.


 

Uccelli senz'ali


Più in alto
tendiamo portare ogni muto
desiderio perché s'avveri; ma
alle apparenze in coda il male
l'anima accora e la paura
accresce la certezza dell'essere
deboli: la luce si fa terrore
e tenebra la penombra
dimentichi che la terra è madre,
il cielo è madre, madre
il mare e non una d'esse,
anche ad una creatura sola,
giammai negò il suo seno.
Fiumane interminabili
si tengono per mano
e il mondo si rinfranca;
immacolati i cuori,
fratelli nel bene,
s'aprono ai pascoli celesti
e semi e piante ed esseri
viventi uniti cantano
la gioia d'esistere; tracimano
argini, nell'aria esplode
d'Iddio la voce; anche tu ne godi
e finanche il pianto si fa gioia.
Noi incoraggiati e liberi
così in alto reggiamo i fianchi.



Beslan

Troia brucia; per il cuore di una donna
-i migliori sono già tutti morti-
il sangue s'aggruma per le vie
e nella terra, aperto il solco,
ammutolisce il pianto di Ecuba
e seppelliti sono i resti dei trafitti.
Anche gli offesi scendono negli abissi,
e se l'onta lavata è nello Stige
dagli inferi alla luce nessuno torna
né mura più alte al riparo
dalla morte tengono i fuggiaschi.
Io non piango le lacrime dei miei avi
né alcuna simile conserva l'occhio
giacché intesi erigere mura d'acciaio
che ahimé nessun riparo diedero agli uccisi.
Oggi per l'idea si è fatto strage di bambini,
figli del mondo sono stati ammazzati;
per il sole malato del presente
qualcuno ha bruciato la speranza dei fanciulli
mentre dagli altari per loro costruiti
dispenso sacre particole
con cui mi sforzo di nutrire questo assurdo;
ognuno in affanno fugge respirando il fumo,
incapace di reggere sulle spalle
il peso della propria croce
osserva la cenere che si posa sulla pelle
e vela il campo ove anche noi con le madri
seppelliremo l'alba dei nostri figli.


 

Muove i pensieri più profondi.

La mente intanto segue
i limiti opposti del desiderio.
Le movenze improvvise del passero
mentre cinguetta sul passamano
della ringhiera all'albero di mimosa
del giardino - sembra segna il passo
a chi vorrebbe portarsi verso la luce
che l'oriente mattutino  proietta
sulle serrande -. La luna,
sbiancata dall'aurora,
in cerca del suo crepuscolo
che vuole tornare, come ogni sera,
a fare sospirare il cuore
incline a non cessare di sperare
che il pastore la mandria, lenta,
riporterà negli stazzi dall'alpeggio
perché l'aria del mattino diffonda
anche per te l'eco del muggito
fino a quando la mandria tutta
con pazienza non sarà munta.
La gente frettolosa che non ha il tempo
né la quiete che asseconda
il cuore in pace dopo il riposo,
neppure il sorriso per benedire
la luce del suo nuovo giorno.

Col cielo che promette un uragano
cerco l'ancora per un appiglio
prima che la bestia si scateni
- fossero petali di margherita la conta
che faccio ai minuti che non passano !-
Poi, quando tutto si è compiuto,
anche se l'auspicio s'è avverato,
lascia i segni del travaglio sulle membra:
l'anima intanto, con le ferite sanguinanti,
mentre si rilassa, sorride a tutti
dall'acque torbide dello stagno
che, lentamente, si trasforma in laguna.

 

 

 

 

 

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