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Il dono di Natale
di Grazia Deledda
(da www.liberliber.it
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INDICE
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Il dono di Natale
Comincia a nevicare
Forse era meglio
L'anellino d'argento
La casa della luna
Il pane
Il cestino dello zibibbo
Il voto
Mirella
Il pastorello
La storia della Checca
Il mio padrino
I ladri
Chi la fa l'aspetti
La fanciulla di Ottàna
Il vecchio Moisè
La
sciabica
IL DONO DI NATALE
I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro
ovili, per passare la notte di Natale in famiglia.
Era una festa eccezionale, per loro, quell'anno, perché si
fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco.
Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare
un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a
passare la festa con la famiglia di lei.
E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche
per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi
come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro
come un gruppo di guerrieri.
Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un
bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito
di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista;
portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un
maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena.
Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere,
addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone
bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da
macigni, circondata d'alberi carichi di neve e di
ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici
che disegnano le nuvole.
Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la
neve.
Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo,
sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a
camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al
rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia
possedeva in comune con un'altra famiglia pure di pastori
ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte
del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai
comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili
di luce.
Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla
porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso
dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia.
- Ben tornato, Felle.
- Oh, Lia! - egli gridò per ricambiarle il saluto, e si
avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce
usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare
in mezzo alla cucina.
Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per
tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva
dopo l'amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di
uva passa e cantava una canzoncina d'occasione, cioè una
ninnananna per Gesù Bambino.
- Che ci hai, qui? - domandò Lia, toccando la bisaccia di
Felle. - Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di
tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa
voi, - aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e
annunziò con gioia maliziosa: - e anche noi!
Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la
porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare
in casa sua.
In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di
torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con
buccie di arancie e mandorle tostate. Tanto che Felle
cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare
già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste.
La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col
corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno
al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed
anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva
insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di
nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma
scura in viso e con un'aria di superbia, avrebbe potuto
ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza
degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle.
Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso
perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e
dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello
mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del
fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più
tenero e senza grasso, doveva essere più saporito.
- Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non
hanno che un po' di uva passa, mentre noi abbiamo questi due
animaloni in casa? E la torta, e i dolci? - pensò Felle con
disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi
chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia.
Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina,
prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro
scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano
tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il
corpetto stretto come una corazza e, sopra, la mastrucca
[1].
Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi,
accanto alla sorella, come per far davvero una specie di
corpo di guardia intorno all'esile e delicata figura di lei;
e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un
ragazzo, buono e timido, quanto per l'uomo che lo
accompagnava. Quest'uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio
di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito
di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le
uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in
gioventù aveva combattuto per l'indipendenza d'Italia, fece
ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli
in rivista.
E rimasero tutti scambievolmente contenti.
Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco;
e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo
giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la
sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli
versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel
prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una
moneta d'oro.
Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei,
andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i
fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere
colmo.
L'ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per
scherzo e curiosità, s'intende: ma ella chiuse il pugno
minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio.
Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a
tutti; e tutti risposero in coro.
Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire
cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo,
improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore
della fidanzata sapeva fare altrettanto.
Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su
allegri argomenti d'occasione; e gli altri ascoltavano,
facevano coro e applaudivano.
Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.
Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre,
aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le
infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo
a terra.
- La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini - disse a
Felle: - anch'essi hanno diritto di godersi la festa.
Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e
grassa e uscì nel cortile.
La notte era gelida ma calma, e d'un tratto pareva che il
paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di
neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano
canti e grida.
Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano:
anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare
pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in
sogno, un dono meraviglioso.
All'entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del
porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un
incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo
che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla
cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e
alle domande di Felle rispose con impazienza:
- La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare
una bella cosa. Vattene.
Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c'erano misteri
né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale
era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre:
Felle però si sentiva in fondo un po' triste, pensando alla
festa strana della casa dei vicini.
Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il
suo bastone sulla pietra del focolare.
- Oh, ragazzi, su, in fila.
E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase
solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente
accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del
porchetto.
I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse
la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro
passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con
lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori
fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte
chiuse, per chiamare tutti alla messa.
Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli
alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli
fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose,
caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi
capelli, freschi di quell'aria di neve, gli sembravano fatti
di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al
ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando
che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e
digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le
sue vesti, di portarselo a casa sua.
Dentro la chiesa continuava l'illusione della primavera:
l'altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti
rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde
e l'ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui
muri di un giardino.
In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta
di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti
da un sentiero erto, e una cometa d'oro illuminava loro la
via.
Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti
scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore
e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una
stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto
poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e
faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far
maturare i frutti.
Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.
- Gloria, gloria - cantavano i preti sull'altare: e il
popolo rispondeva:
- Gloria a Dio nel più alto dei cieli.
E pace in terra agli uomini di buona volontà.
Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli
riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava.
All'uscita di chiesa sentì un po' freddo, perché era stato
sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non
diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l'odore d'arrosto che
usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino
affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per
aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto
era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per
terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E,
secondo l'uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia
del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove
galleggiavano fette di buccia d'arancio, perché l'anima del
marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi.
Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in
alto, sopra un'asse della tettoia, perché i cani randagi non
li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini.
Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio;
il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo
misterioso.
Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena.
In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce
tonde e lucide che parevano d'avorio: ciascuno dei
commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una
a sé: anche l'arrosto, tagliato a grosse fette, stava in
certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva
da sé, a sua volontà.
Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé
tutto un vassoio per conto suo, e mangiava senza badare più
a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna
abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli
parevano lontani, e non lo interessavano più.
Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il
sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di
uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse
gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette
che egli piangesse: invece rideva per il piacere.
Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai
suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre
era tornato col dono?
Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel
cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era
socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora
intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in
tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato
dai vicini di casa.
Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov'era?
- Vieni avanti, e va su a vedere - gli disse l'uomo,
indovinando il pensiero di lui.
Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta
su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia
inginocchiata davanti ad un canestro.
E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino
appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle
tempie e gli occhi già aperti.
- È il nostro primo fratellino - mormorò Lia. - Mio padre
l'ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane
suonavano il "Gloria". Le sue ossa, quindi, non si
disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno
del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto
questa notte.
COMINCIA A NEVICARE
- Siamo tutti in casa? - domandò mio padre, rientrando una
sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di
seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si
volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi
fuori s'avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine
gli si saltò intorno curiose e spaurite.
- Che c'è, che c'è?
- C'è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte
e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un
colombo.
- Bene - disse la piccola nonna soddisfatta. - Così
crederete a quello che raccontavo poco fa.
Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo
viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente
e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un
anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille,
diceva il fratellino studente, già scettico e poco
rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva
sepolto e quasi distrutto il paese.
- Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo,
senza un attimo d'interruzione. Nei primi giorni i giovani e
anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e
calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano
qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch'erano
diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti
in casa, più che per la neve, per l'impressione che si
trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino.
Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e
ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un
momento all'altro si aspettava il crollo. Peccati da
scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non
rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente);
e tutti si aveva anche paura di morire di fame.
- Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille -
insiste lo studentello sfacciato.
- Va via, ti compatisco perché sei nell'età ingrata, - dice
il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, - ma con
queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata
avremo adesso. Eppoi senti senti...
D'improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che
riempiva l'aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo
intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo
tabarro.
- Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento
- egli dice frugandosi in tasca.
- Vado io, babbo - grida imperterrito il ragazzo; ma la
mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
- No, no, per carità, adesso!
- Eppure è necessario - insiste il babbo preoccupato. - Ho
dimenticato di comprare il tabacco.
Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche
cosa nell'armadio.
- Domani è Sant'Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato
di regalarti...
Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s'inchina,
ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d'oro;
intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a
tavola per cenare.
La cena non è come al solito, movimentata e turbata da
incidenti quasi sempre provocati dall'irrequietudine dei
commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti
alle voci di fuori.
- Ma quando c'è questo gran vento, - dice la nonna - la
nevicata non può essere lunga. Quella volta...
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari
terribili di quella volta aumentano la nostra ansia, che in
fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare
una fiaba che da un momento all'altro può mutarsi in realtà.
Quello che sopratutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo
abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si
preparano.
- Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile
averlo.
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la
notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il
latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si
afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che
oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata
e, in caso di estrema necessità, c'è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c'è da
preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e
patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono
rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi,
allora, e non lo sapevamo.
- E adesso - dice nostro padre, alzandosi da tavola per
prendere il suo posto accanto al fuoco - vi voglio
raccontare la storia di Giaffà.
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto
più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per
lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal
silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina,
e disse con inquietudine e piacere:
- Questa volta mi pare che sia proprio come quell'altra.
Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che
fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare
bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si
andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni
di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio.
E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un
meraviglioso sole d'inverno sulla terra candida, ove i fusti
dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata
di bianco.
FORSE ERA MEGLIO...
Alis aveva dieci anni e doveva studiare: lo studio però non
gli andava a genio: avrebbe preferito viaggiare o almeno
stare nella strada o nel prato a giocare, sia pure col suo
cagnolino Bau che gli saltellava sempre attorno come fosse
attaccato a lui da un fil di ferro a molla.
Quando era proprio costretto a studiare, Alis si faceva
venire il mal di testa, e pregava il cielo che qualche
avvenimentoportentoso facesse sparire dal mondo le scuole ed
i libri.
Ed ecco una notte di vento e di tuoni sentì il suo Bau
guaire e abbaiare nel cortile. C'erano i ladri? Alis non
aveva paura dei ladri, anzi era curioso di vederli. Si
vestì, quindi, alla meglio, e scese in cortile: subito, alla
luce dei lampi, mentre al fragore dei tuoni si univa un
rombo misterioso, vide la sua casa scuotersi qua e là come
una testa che dice sì e no, e poi spaccarsi e crollare
intera. Anche le altre case cadevano; anche la chiesa e la
scuola: e fra i rottami e gli altri oggetti si vedevano i
libri rotolare ed i quaderni svolazzare come grandi farfalle
sinistre.
Era il terremoto.
Preso da un folle terrore Alis cominciò a correre, seguito
da Bau. Correvano come se il terremoto li inseguisse,
frustati dalla pioggia, dal vento, dalla grandine.
E corri corri, Alis vide finalmente, su un poggio, una
capanna illuminata: arrivato lassù spinse la porta e si
trovò in una piccola stanza dove accanto al fuoco dormiva
una vecchietta coi capelli bianchi. Un cestino coperto da
uno straccio era il solo oggetto che si vedesse attorno.
Per non svegliare la vecchietta, Alis stette in un
cantuccio, con Bau che gli si stringeva addosso tremante, e
ringraziò Dio di avergli fatto trovare quel rifugio.
La notte passò, si calmò la bufera. Alis non dormiva,
pensando alla sua casa crollata e divenuta il sepolcro della
sua famiglia: il suo dolore era tanto grande ch'egli non
poteva neppure piangere.
Ed ecco al sorgere del sole una donna scalza vestita di
verde e con una bacchetta in mano si affacciò alla porta.
- Bambino, - disse, - ho saputo della tua disgrazia e sono
venuta a prenderti, se tu vuoi venire. Sono la fata Verdina:
la mia casa è qui sotterra e se tu verrai nulla ti mancherà:
vivrai come un principe, ti darò mia figlia per sposa; ma
non dovrai mai più lasciare il mio regno.
- E il cane? - Alis domandò.
- Il cane non posso pigliarlo perché noi fate abbiamo paura
dei cani e dei galli. Però può stare qui con questa vecchia
che è la madre dei Venti e adesso si sveglierà per far da
mangiare ai figli che già ritornano a casa. Be', vuoi
venire?
Il cagnolino gli tirava di nascosto il lembo della veste,
come per consigliarlo a fuggire, a non andare con la fata.
Alis pensava. Pensava che vivere sempre sotterra, sebbene
nel regno delle fate, non era una cosa molto allegra:
d'altronde dove andare? Non aveva più casa, né paese, né
parenti, né amici.
- C'è da studiare? - domandò.
- Macché studiare: non c'è che da divertirsi.
Ed egli andò.
La fata lo condusse ai piedi del poggio e toccò con la
bacchetta una pietra: e tosto si trovarono in un grande
giardino luminoso, davanti a un palazzo tutto di marmo.
- Donde viene la luce, se siamo sotto terra? - si domandò
Alis. E ricominciò a pensare.
La fata non pareva disposta a dargli spiegazioni altro che
con la bacchetta lucida e flessibile. Con questa fece aprire
e chiudere il portone del palazzo, di questa si serviva per
chiamare le altre fate.
Erano tutte belle, le altre fate, grandi e piccole, ma Alis
osservò che come gli uccelli, come i gatti, come tanti altri
graziosi animali, non sorridevano mai e mai non lavoravano.
D'altronde, perché dovevano lavorare? Tutto si otteneva col
solo tocco della bacchetta; e quello che più piaceva ad Alis
era l'assoluta mancanza, nel palazzo, delle cose che rendono
nervosi gli uomini: il telefono, la luce elettrica, le
stufe, i campanelli, il pianoforte, i servi, gli oggetti
d'uso scolastico.
Dopo avergli fatto visitare il palazzo, la fata lo condusse
nella sala da pranzo dove la tavola era meravigliosamente
apparecchiata e fornita delle ghiottonerie ch'egli più
amava; e gli presentò la piccola fata bionda che un giorno
doveva essere la sua sposa.
Questa bambina, già alta, con gli occhi e il vestito color
del cielo, piacque ad Alis come il sole, la luna, le altre
cose belle della terra; anche lei però non sorrideva mai, e
quando egli le propose di scendere in giardino a giocare, lo
guardò con meraviglia: ella non sapeva cosa fosse giocare.
- T'insegnerò io - egli le disse sottovoce; - andiamo.
Andarono nel giardino, ed egli le propose e le spiegò tutti
i giochi che sapeva: ella lo ascoltava volentieri, ma non le
riusciva d'imparare i giochi e neppure di ballare e di
correre. Allora egli cominciò ad annoiarsi e desiderò di
avere almeno un libro di avventure da leggere.
E col cadere della sera la sua noia si fece tristezza.
Pensava alla sua casa distrutta, ai suoi parenti morti: ma
erano poi tutti morti davvero? Oh, perché era vilmente
fuggito? Forse avrebbe potuto sollevare le macerie e salvare
qualcuno. E anche il rimorso di aver abbandonato Bau, ch'era
infine il suo salvatore, gli stringeva il cuore. Forse era
meglio restare nella capanna della madre dei Venti,
aspettare che questi tornassero e poi far si trasportare da
loro.
Forse era meglio... Sì, tutto è meglio del non far niente e
avere con facilità tutte le cose che si desiderano. Adesso
egli cominciava a capire perché le fate, neppure se bambine,
possono sorridere.
La grande fata Verdina si accorse subito dei tristi pensieri
di lui.
- Ascoltami, - gli disse, - io dovrei darti l'anello di
fidanzato di mia figlia: veramente volevo offrirtelo più
tardi, fra qualche anno, ma forse è meglio adesso.
- Sì, forse è meglio - rispose lui trasognato.
Allora la bambina, ad un cenno della madre, gl'infilò nel
dito un piccolo anello d'argento; e d'improvviso egli si
sentì un altro. Dimenticò ogni cosa passata, si sentì
leggero, senza pensieri, senza domande, senza curiosità,
felice come quando ci si sta per addormentare.
Scese con la bambina in giardino e passeggiò con lei lungo i
viali illuminati dalla luna, fermandosi a guardare i
riflessi del lago, i giochi delle ombre ed i colori strani
delle rose.
E quando rientrò nella sua camera bellissima, si vide
riflesso negli specchi come la luna nel lago: i suoi occhi
erano dolci e belli, ma, come quelli dei cervi, dei gatti,
della tortora, non sorridevano più.
L'ANELLINO D'ARGENTO
In Sardegna esistono ancora le case delle fate. Solo che
queste fate erano piccolissime; piccole come bambine di due
anni, e non sempre buone, anzi spesso cattive: in dialetto
si chiamavano Janas e ancora è in uso una maledizione contro
chi può averci fatto qualche dispetto: - Mala Jana ti jucat
- mala fata ti porti; vale a dire, ti perseguiti.
Il mio sogno, da bambina, era di visitare queste domos de
Janas e poterci penetrare: ma essendo esse lontane
dall'abitato, per lo più in luoghi deserti e rocciosi, la
cosa non era facile.
Le storielle che un servetto d'ovile raccontava ogni volta
che veniva in paese per cambiarsi la camicia e per andare a
messa, aumentavano il mio desiderio.
Questo servetto raccontava dunque di aver più volte visitato
le domos de Janas , e abbassava la voce nel descriverne i
particolari. - La porta è bassa e stretta, fatta con lastre
di pietra; e bisogna entrare carponi: sulle prime non si
vede che una piccola stanza, un antro tutto di sassi, dove
si rifugiano le bisce e le lucertole; ma se tu hai la
pazienza e l'avvertenza di cercare, troverai una pietra
mobile che gira come un uscio, ed è la vera entrata alla
casa delle Janas . Ancora bisogna penetrare carponi, ma
subito ti trovi in una stanza alta più di sette metri, tutta
dorata come un pulpito, con la vôlta dipinta di stelle; tu
vedi di fronte a te, per migliaia di usci spalancati, una
fila di stanze, una più bella dell'altra, che finiscono in
una loggia sul mare.
Questo era il particolare che più affascinava: questo
sboccar della misteriosa casa sotterranea nell'infinito
respiro del mare.
Ma poco c'era da credere a quanto raccontava il servetto.
Era un ragazzo visionario, sempre malato di febbri
malariche, e quello che sognava nei suoi delirî lo dava per
vero, credendoci lui per il primo. Così, conosceva tutta una
folla di rispettabili personaggi, dal diavolo grande al
folletto "Surtòre", che sta nelle case ma nessuno lo vede, e
nasconde gli oggetti, aizza le donne a far pettegolezzi,
apre la porta ai vampiri che succhiano il sangue ai bambini.
Raccontava di aver veduto nella solitudine dei monti una
torma di cervi guidati da un pastore che aveva pure lui le
corna ramate come quelle del suo agile gregge: ebbene,
questo pastore era il diavolo e i cervi anime dannate di
ladri.
Raccontava di aver veduto in riva al mare un bellissimo
bambino coi capelli d'oro e gli occhi celesti, che con una
conchiglia prendeva l'acqua marina e la spandeva intorno: e
sull'arida sabbia spuntavano il grano e la vigna: e questo
bambino era Gesù!
Giganti e nani lo andavano a trovare, quando era solo
nell'ovile a guardare le pecore, specialmente nei giorni di
nebbia quando è più facile dileguarsi e nascondersi.
Infine egli possedeva un anellino di argento con una piccola
perla ch'era poi un pezzettino di cristallo entro il quale
si riflettevano i sette colori dell'iride: ebbene, egli
affermava di essere un giorno, dopo una tempesta, riuscito a
trovare il punto preciso dove comincia l'arcobaleno: lì
aveva scavato e trovato l'anello che a chi lo possiede
permette d'inventare cento e una storiella in una sola sera.
Quest'anellino era l'unica prova concreta di quanto egli
raccontava: perché ad inventare storielle meravigliose,
davvero bisognava lasciarlo solo.
Ed ecco che cosa avvenne. Un anno, in un settembre tiepido e
verdiccio come un principio di primavera, ci si trovava a
Valverde, che è una bellissima vallata tutta roccie e
macchie, in una cui falda solitaria sorge una chiesetta che
si dice costrutta anticamente da un bandito per penitenza ed
espiazione dei propri peccati.
Bel posto, bei giorni che erano tutti una poesia: ogni ora
un verso, ogni giorno una strofa armoniosa.
Ed ecco una domenica capita il nostro ragazzo che portava un
cero alla Madonna della chiesetta, per parte della sua nonna
paralitica. Dopo aver con grande devozione pregato e deposto
il cero, venne fuori e propose a me e ad alcune mie amiche
di andare con lui a vedere le domos de Janas che egli diceva
essere lì a due passi.
E si andò. I due passi però si raddoppiavano per sé stessi,
come i famosi granellini di miglio della leggenda: due,
quattro, otto, sedici, trentadue, sessantaquattro, ecc. Si
saliva e si scendeva per un sentieruolo scosceso: ecco, le
case delle fate sono lì, in quella collinetta tutta di
pietre dove svolazzano certi uccellacci che stridono e
fischiano come il vento. A dire la verità qualcuno ha paura:
se quei grandi uccelli neri fossero uomini malvagi tramutati
così dalle fate?
Il ragazzo ci fa coraggio.
- Macché, non vedete che sono corvi e cornacchie? Ci deve
essere lassù qualche carogna di bestia o magari qualche uomo
morto, e se lo pappano.
Una bambina cade e si mette a piangere.
- Ben ti sta, - dice lui, - perché sei venuta senza il
permesso dei tuoi genitori!
E chi ce l'ha questo permesso? Si dovrebbe ruzzolare tutte
in fondo alla valle.
- Coraggio, coraggio, ci siamo: ecco la porta, la vedete?
Quella tra quattro pietre sotto una macchia di lentischio.
Si vede infatti un buco nero, ma è in alto, fra un cumulo di
roccie, e solo gli uccelli ci possono arrivare.
E se ci fosse qualche uomo nascosto, qualche malfattore che
ci volesse far del male? Infatti si sente d'improvviso un
fischio acutissimo che pare ci voglia spazzar via; e tutta
la combriccola, compresa la nostra brava guida, si ferma
esterrefatta.
Per darci prova del suo coraggio, il ragazzo si avanza e
risponde al fischio con un fischio provocante che pare dica
al nemico nascosto: - Se hai del fegato vieni fuori.
Il fischio non si ripete, ma dall'alto delle roccie comincia
a venir giù una pioggia di sassi che colpiscono qualcuno
della compagnia. Gli uccellacci stridono:
- Ben vi sta, ben vi sta, ragazzine: poiché siete in cerca
di avventure, senza il permesso dei genitori.
Il ragazzo comincia ad urlare, con la mano sulla bocca,
insultando e chiamando fuori il nemico nascosto: poi grida:
- Ferme tutte - e si slancia all'assalto della rocca.
Ma arrivato al buco che secondo lui era la porta delle fate,
una mano lo spinge giù a tradimento, ed egli rotola come un
gomitolo, senza, fortunatamente, farsi gran male, lasciando
brandelli di vesti fra i cespugli e perdendo di tasca le sue
cose.
Due infernali teste di monelli s'affacciano allora alla
buca, sghignazzando: ed anche noi della compagnia, ingrate,
ci beffiamo della nostra povera guida. Si ride e si scappa;
anche il ragazzo è costretto a battere in ritirata perché
ricomincia una terribile scarica di sassi; e nel suo sdegno
minacciante vendetta egli non si accorge che ha perduto
l'anellino d'argento. E l'anellino d'argento me l'ho preso
io, e lo tengo ancora.
LA CASA DELLA LUNA
Quello stesso ragazzo che ci condusse con esito tanto
negativo a cercare la casa delle fate, affermava di sapere
anche dov'è la casa della madre della luna e quella della
madre dei venti.
Questa è più difficile a trovarsi perché sorge in cima alle
montagne; i venti vi giocano davanti, come i ragazzi nel
cortile, e sono capaci di buttarvi per terra col loro
soffio, o di scaraventarvi addosso macigni e tronchi
d'albero. La casa della madre della luna è di più facile
accesso, per chi naturalmente ha fegato e coraggio: basta
osservare bene il punto preciso dove la luna sorge alla
sera, per la sua bella passeggiata sui prati azzurri del
cielo; là vive la madre.
- E il padre dove sta?
- Il padre è il sole, e tutti sanno dove sta; ma è inutile
pensare di andare a trovarlo.
Del resto, perché questa smania di conoscere la madre della
luna? Sarà una vecchietta vestita di biancoperla, che
prepara il letto e il mangiare a quella vagabonda di sua
figlia: ma non è per lei che si desidera conoscerla; è per
la sua casa nascosta dietro gli alberi in cima alla collina,
o magari dietro la vigna: una casa tutta d'argento, coi
balconi d'oro, i chiodi della porta di diamanti.
Dietro la vigna sorgeva la luna, in quelle sere di ottobre
ancora calde e come ubbriacate dall'odore del primo mosto e
da quello dell'uva fragola ancora non vendemmiata.
La vigna era vasta, ondulata, sola in una pianura ancora
incolta; grandi fichi stampavano la loro ombra pesante sul
verde delle viti, e i frutti cadevano giù da sé, lentamente,
come grosse gocce di miele raddensato. Chi mangiava fichi in
quel tempo? Li si guardava con disgusto scansandoli di sotto
i piedi con la cima d'una canna: anche l'uva non ci andava
più, neppure il moscato dagli acini grossi come le susine:
si preferivano le more ultime scintillanti nei roveti dei
campi di là della vigna.
Una casetta di appena due camerette ci riparava dall'umido
della notte; ma sopra mormorava, anche se non c'era vento,
un pino; e la sua musica senza suono apriva il tetto di
quella specie di capanna e ci portava via in lenti giri
concentrici, entro una rete di seta, via via per gli
infiniti spazi dei sogni.
Fra questi sogni dunque cominciò a dominare quello di andare
in cerca della casa della luna.
Cosa ci voleva del resto? Bastava risalire il sentiero fra
le vigne, saltare la muriccia di cinta, prodezza fatta più
di una volta; andare fino ai roveti badando a non pungersi,
e guadagnare la cima di una breve altura erbosa. È di là che
s'affaccia il viso sempre più grasso della luna, in queste
opime sere di ottobre: grasso e placido come quello di uno
che ha fatto la cura dell'uva.
E una sera si prova. C'è festa notturna nella vigna. Un
servo suona la fisarmonica e le ragazze ballano al chiaro di
luna. Dunque non c'è neppure pericolo d'incontrare la volpe
che non ama la musica e sta lontana fin dove il suono non si
sente. Io vado. A dirvela in confidenza in fondo non credo
esista la casa della luna: ma vado a cercarla più che altro
per spirito di avventura, di ribellione e di coraggio.
E la luna mi guardava di sbieco, con una smorfia che mi
ricordava quella di una mia compagna del giardino
d'infanzia. Ho ancora il ricordo di aver attraversato le
vigne con l'impressione che le viti basse e grigie alla luna
fossero tante pecore addormentate. Il suono della
fisarmonica mi faceva compagnia.
Ecco saltata la muriccia; qui il mondo cambia aspetto, è
ancora un mondo noto, con le sue pietre e le macchie di
rovo, ma non più nostro. Comincia un po' di tremarella: chi
ha mosso e fatto luccicare l'erba ai miei piedi? Niente
paura; è forse una lucertola: ad ogni modo bisogna stare
attenti.
La musica si fa un po' lontana, ma non cessa mai. È come la
voce di un complice rimasto a vigilare perché la scappata
non sia scoperta.
Ecco la breve china erbosa dietro la quale dovrebbe esserci
la famosa dimora. Per quale scopo io mi tolga le scarpe e le
calze non so ancora; forse per arrivare più silenziosa, o
perché questo fatto mi era assolutamente proibito. Quello
che so è che una grossa spina mi avvertì subito, ficcandosi
nel mio calcagno destro, di aver fatto male.
Mi sedetti sull'erba e tentai, al chiaro di luna, di levare
la spina; impossibile; andava sempre più dentro, e mi pareva
mi salisse fino al cuore.
Rimisi le calze e le scarpe, ma rimasi lì, sull'erba
pungente, presa da un terrore inesplicabile. Adesso mi verrà
la cancrena, mi taglieranno il piede, e così Dio mi
castigherà di aver voluto camminare di notte fuori della mia
proprietà, per disobbedire ai genitori.
Per maggior sconforto, ecco d'un tratto la musica tace: mi
sembra di essere sola nel mondo, o peggio ancora in mezzo ad
una torma di volpi che s'avanzano silenziose e terribili
strisciando le lunghe code gialle per terra.
Poi mi sentii chiamare, di lontano, e disperatamente
ritornai sui miei passi, fino a scavalcare di nuovo la
muriccia. E non dissi nulla della spina, che per quanto
frugassi con un ago non veniva fuori. Finché il piede non si
gonfiò e venne in suppurazione: io tacevo e aspettavo sempre
il terribile castigo: eppure, seduta accanto al finestrino
della cameretta, col piede nudo fasciato, guardavo l'altura
donde sempre più tardi alla sera nasceva la luna. Il terzo
giorno il piede si sgonfiò. E alla sera la luna non apparve,
ma sull'altura si delineò un castello fantastico, di carta
velina, con decorazioni d'oro e d'argento. Era una nuvola,
ma alla gioia del cuor mio essa appariva come la vera casa
della luna.
IL PANE
Finché sono stata signorina, mi è toccato di fare il pane in
casa. Questo voleva nostra madre, e questo bisognava fare:
non per economia, che grazie a Dio allora si era ricchi, più
ricchi di quanto ci si credeva, ma per tradizione domestica:
e le tradizioni domestiche erano, in casa nostra, religione
e legge.
Dura legge, quella di doversi alzare prima dell'alba, quando
il sonno giovanile ci tiene stretti stretti nelle sue
braccia di velluto e non vuole assolutamente abbandonarci!
La serva bussa all'uscio, con la lampada in mano, anche lei
tentennante per il sonno interrotto: su, su, è ora di
alzarsi. Un piede va fuori delle coltri, ma tosto si ritira
come abbia toccato acqua fredda; mentre l'altro piede è
ancora nelle tiepide strade dei sogni: un braccio si tende e
la mano si chiude nervosamente, mentre l'altra rimane
beatamente aperta sul lenzuolo molle, come su un prato di
margherite al sole. La serva bussa una seconda volta, poi
spinge l'uscio.
- Su, su, se no viene la signora padrona...
Allora il piede sveglio batte su quello che ancora dorme, e
la mano sveglia va a cercare quella che sogna... E tutte e
due si fanno coraggio. Siamo in piedi. Che freddo! Come è
brutta la vita! Ma verrà un giorno...
Ebbene, sì, devo confessare che fin dall'età di dodici anni
avevo stabilito di sposarmi per non fare più il pane in
casa.
Ma passato il primo momento la faccenda prendeva il suo
ritmo quasi di festa.
Bisogna poi dire che questa faccenda non era di tutti i
giorni né di tutte le settimane, perché il pane biscotto che
ha il nome caratteristico ma appropriato di "carta di
musica" dura interi mesi senza guastarsi, specialmente
d'inverno.
Specialmente d'inverno si stava bene, nella grande cucina
riscaldata dal forno acceso e dal camino idem: fuori c'era
la neve, e peggio di noi stava la donnina che aveva scelto
il mestiere d'"infornatrice" di pane; essa, no, non si
lasciava sedurre dal sonno, e tutti i giorni, spesso anche
tutte le notti, se la passava davanti al forno a combattere
con quelle larghe rotonde focacce che tendono a gonfiarsi, a
scoppiare, a bruciarsi in un attimo, e pare lo facciano per
dispetto contro la paletta che le volta e rivolta e batte su
di loro come la mano materna sul sedere grassoccio dei
bambini cattivi.
Questa donnina, dunque, doveva anche sfidare il freddo e la
neve per arrivare a destinazione: una volta arrivata era
però, d'inverno s'intende, la persona più felice del mondo.
Sedeva davanti al forno e veniva servita come una regina; e
una regina di marionette pareva, così piccola, legnosa, nera
bruciata dal calore dei forni di tutto il paese, con una
voce che sembrava venisse di lontano, dall'alto del camino
del forno. Le cose che raccontava erano tutte interessanti,
specialmente dopo aver preso il caffè o mangiato tre piatti
di maccheroni e bevuto un bel bicchiere di vino.
Questo vino, a dire il vero, glielo davo io di nascosto,
perché allora le donne non usavano bere vino (di nascosto
però sì); lei si volgeva verso il muro fingendo di soffiarsi
con buona creanza il naso, e beveva a testa china sorbendo
avidamente dal bicchiere: oppure glielo davo in una tazza di
latta come fosse acqua versata dalla brocca.
Mia madre, che pregava sempre sottovoce, perché quando si fa
il pane è come si stia in chiesa, non si accorgeva del
peccato dell'infornatrice.
L'infornatrice diventava loquace e raccontava le storie di
tutte le famiglie della città, comprese quelle degli
antenati; e la mia fantasia pescava in quelle narrazioni più
che nei libri stampati di avventure e novelle.
Finito di gramolare la pasta e di stendere col matterello le
focacce, e con le perle delle vesciche che la faccenda
lasciava nella palma lucida delle mie mani, mi mettevo
accanto alla donna ad ascoltare.
A riferire tutte le sue storie ci sarebbe da scrivere altri
dieci libri, oltre quelli felicemente scritti: per oggi ne
ricordo solo una, che doveva esser vera, poiché la donna la
raccontava spesso e senza varianti, mentre le altre subivano
sovente grandi modificazioni.
«Dunque, - queste sono le sue testuali parole, - tanti anni
or sono, appena il Signore mi aveva dato la forza di
lavorare e mia madre mi aveva insegnato il mestiere, ecco un
giorno vado a infornare il pane in casa di dama Barbara.
Dama Barbara era ricchissima e avara, tanto che dicono sia
morta coi pugni stretti, mentre i buoni cristiani rallentano
le mani nel consegnare l'anima a Dio. Dama Barbara mi dava
un pugno di fichi secchi alla mattina e neppure il pane
fresco mi dava, come si dà anche ai cani, il giorno che si
cuoce: pane vecchio e acqua quanta ne volevo: anzi mi
incoraggiava a bere, perché bevendo acqua non si ha voglia
di mangiare. Ma adesso vi dico una soddisfazione che Dio mi
ha mandato fino ai piedi. Dunque, una mattina all'alba
quando cantano i galli, mentre si aspettava che il pane
fosse lievitato a giusto punto, ecco si presenta alla porta
un bellissimo bambino coi capelli biondi ricciuti e gli
occhi di cielo. Il vestitino rosso era stinto e lacero:
eppure pareva nuovo fiammante.
- Datemi un focaccino, - dice, - sia pure piccolo come
un'ostia consacrata: è da tanto tempo che non mangio pane
fresco.
- Sùbito, bel bambino - dice dama Barbara, che in quanto a
buone parole era veramente una nobildonna. - E chi sei?
Perché in giro così presto?
Il bambino non risponde, e la dama, presa la raschiatura
della pasta avanzata sulla tavola, ne fa un focaccino e lo
dà a me per cuocerlo.
Io metto il focaccino nel forno, e vedo una cosa
straordinaria.
Il focaccino cresce, cresce, diventa grande quanto tutto il
pavimento del forno: io devo piegarlo in quattro per tirarlo
fuori. Credete che dama Barbara lo dia al bambino? Neanche
un pezzo. Prende il rimanente della raschiatura e fa un
focaccino grande quanto un soldo; ebbene, anche questo
cresce e cresce; e lei, divenuta come pazza per la gioia,
mentre prega il bambino di aspettare, continua a far
focaccini e darli a me; ed io sudo per trarli fuori,
ingranditi dal forno: finché il Signore mi illumina la
mente, e dico, sollevandomi in ginocchio: - Dama Barbara,
quel bambino è Gesù in persona, venuto a provare il nostro
buon cuore. - Dama Barbara si volge: il bambino era sparito.
E quando ella assaggia uno di quei grandi pani deve sputarlo
via tanto è acido; e anche il resto del pane, nei canestri
dove fermentava, è tutto andato a male. Così fu castigata
dama Barbara per il suo cattivo cuore».
IL CESTINO DELLO
ZIBIBBO
Primo, Secondo e Terzo, i tre fratelli Gelmini, erano andati
a portare un cestino d'uva alla nonna. Non che la nonna non
avesse dell'uva; anzi ne aveva tanta che i suoi pergolati
erano più neri che verdi; ma di quella qualità, posseduta in
tutti quei dintorni solo dalla famiglia Gelmini, non si
sapeva se ce ne fosse altra al mondo. Tanto è vero che la
madre avvertì i tre ragazzi di tener ben coperto col panno
il cestino, e se qualcuno domandava cosa c'era là dentro, di
rispondere:
- Ci sono uova e peperoni.
- Ci sono uova e peperoni - risposero infatti a una voce i
tre bravi fratelli, quando Vica la gobba, la donna che
viveva nelle strade, e come un cane senza padrone andava
dietro ai passanti finché non veniva scacciata malamente,
saltò giù dalla siepe di un podere e domandò che cosa c'era
dentro il cestino.
- Non è vero - disse lei, fissando i suoi occhietti gialli
sul panno leggero che lasciava indovinare la forma dei
grossi grappoli. - Lì, ci avete lo zibibbo, quell'uva che
possedete solo voi nel pergolato dietro la casa. Io la
conosco; ha gli acini lunghi e a punta come i peperoncini
forti, ma il sapore è ben altro. Io però non l'ho mai
sentito, quel sapore. Me lo fate sentire?
- Via di qua - urlò Primo, stendendo il pugno minaccioso; e
gli altri due fratelli si strinsero intorno al cestino per
difenderlo come l'arca santa degli ebrei nel deserto.
Il luogo era deserto davvero: e le case del paesetto dove
stava la nonna, ancora non si vedevano. Se avesse voluto, la
gobba, che era gobba ma robusta, avrebbe sbaragliato col suo
bastone i tre intrepidi fratelli: ma lei non voleva. Già
abbastanza fama di cattiva donna, di ladra, di prepotente e
di portasfortuna godeva: quindi si contentò di umiliare e
spaurire i Gelmini.
- Altra cosa vi credevo! Screanzati e sordidi siete; e la
Madonna vi castigherà, per aver negato tre acini d'uva alla
povera mendicante senza casa e senza pane.
Il più piccolo dei Gelmini, fu allora del parere di dare un
grappolino alla gobba: per paura, s'intende, non per amore;
ma gli altri due, e specialmente Primo, che già aveva il
cuore duro come quello di un vecchio contadino, si opposero
fieramente.
E tutti e tre ripresero a camminare, mentre Vica spariva fra
le siepi donde era sbucata. Per ingannare la lunghezza della
strada Primo propose un gioco:
- Voi due siete i bovi che trascinate il carro: sopra il
carro c'è l'uva. Io vi conduco.
- Faremo un po' alla volta: non voglio sempre essere il
bove, io - disse Secondo.
La proposta accettata, i due fratelli minori presero loro il
cestino e andarono avanti: Primo li aizzava, e non contento
di loro si armò di una fronda e cominciò a sferzarli sulle
gambe. Secondo si mise a correre, ma il fratello piccolo,
che era già stanco e malcontento, abbandonò l'ansa del
cestino, e buona parte dell'uva cadde per terra: i bei
grappoli si sgranarono come tante collane di cui s'è rotto
il filo.
Gli urli di Primo e le bòtte che egli prodigò al fratellino
non valsero a riparare il danno; né lo riparò l'osservazione
che fece Secondo:
- È perché la gobba porta sfortuna: e noi le abbiamo negato
un grappolino d'uva.
Questa fu la prima delle disgrazie.
La seconda avvenne quando si trattò di lasciare la strada
per inoltrarsi in un viottolo attraverso i campi, onde
arrivare più presto alla casa della nonna. Il piccolo Terzo,
che dopo il trattamento energico del fratello maggiore non
aveva cessato di piagnucolare e lamentarsi, inciampò
malamente in un buco del terreno, nascosto dall'erba, e
cadde lungo disteso battendo la faccia al suolo. Sulle prime
non gridò, non tentò di sollevarsi; ma quando i fratelli,
impressionati dal suo silenzio, lo tirarono su, cominciò a
morderli ed a sparare calci contro di loro.
Aveva il viso insanguinato e pareva come impazzito.
- Ma che ti prende? - gridò Primo, ributtandolo giù
sull'erba. Là lo tennero fermo per forza e gli asciugarono
il sangue col panno che copriva l'uva. Egli piangeva così
forte che le lagrime aiutarono a lavargli il viso. Poi
rifiutò di seguire i fratelli; ma quando essi ripresero la
strada e sparvero dietro una distesa di saggina simile ad
una foresta, ed egli si trovò solo, ebbe paura. Da una parte
e dall'altra del viottolo le alte piante del frumentone gli
parevano soldati con la baionetta innastata; e un fruscio
strano, prodotto dall'agitarsi delle foglie dure, gli
ricordava che le volpi amano aggirarsi nei campi fitti di
vegetazione. Egli non aveva mai veduto una volpe; se la
immaginava però grande e feroce come il lupo dipinto nel
quadro di San Francesco ch'era in camera della mamma; e che
non facesse distinzioni fra i polli ed i bambini.
Pensò bene dunque di alzarsi e anche di affrettare il passo
per raggiungere i fratelli; ma per quanto si affrettasse, i
fratelli non li raggiungeva; non solo, ma neppure li vedeva
in lontananza. Allora cominciò ad aver paura davvero;
credeva di essersi smarrito, e già stava per gridare
domandando aiuto, (a chi, se non si vedeva anima viva?)
quando uno starnazzare di oche lo riconfortò. Se c'erano
oche c'erano probabilmente anche cristiani, perché non si è
mai sentito dire che le oche vivano nel deserto. Queste qui,
anzi, facevano quel verso speciale che usano appunto quando
arriva gente; e raddoppiarono le loro strida nel vedere il
piccolo Terzo. Sembravano molto allegre, tutte riunite in un
gruppo di nove o dieci che pareva un gregge, tutte bianche e
con gli occhietti rotondi e neri come bottoncini da scarpe.
Terzo però non prese parte alla loro allegria; anzi si fece
pallido in viso come stesse per venir meno, e diede un grido
di spavento: perché in mezzo alle oche vedeva il cestino
dell'uva, vuoto: esse ne avevano tratto, piluccato e
massacrato i grappoli, senza rispettarne uno solo.
Che era avvenuto degli altri fratelli? Le volpi, certo, li
avevano assaliti e divorati, e di loro non rimanevano
neppure i lacci delle scarpe. Istupidito dal dolore, Terzo
raccattò il panno che aveva coperto il cestino, e con esso,
già anche macchiato del suo sangue, si asciugò le lagrime
grosse come gli acini dell'uva ancora sparsi per terra.
- È la gobba, è la gobba... - singhiozzava. Voleva dire: è
stata la gobba a portarci sfortuna, ma non riusciva a finire
la frase, tanto i suoi pensieri erano confusi. Tuttavia
prese anche il cestino e si avviò per tornare indietro.
Gli urli di Primo lo richiamarono.
- Che fai, macacco? Oh, che fai?
Si volse, e vide i suoi fratelli sani e salvi, ciascuno con
una cotogna in mano. Secondo, anzi, ne aveva due, delle
quali una mangiata a metà; e questo spiegava il suo silenzio
e le sue smorfie: perché il frutto era così aspro e duro che
egli si trovava ingozzato.
Dalle grida e dalle invettive di Primo, Terzo capì allora
come era andata la faccenda: il fratello maggiore sapeva che
nel campo c'era un cotogno, e volendo rubarne i frutti,
aveva ordinato a Secondo di aspettarlo nel viottolo col
cestino dell'uva. Ma Secondo non intendeva di ubbidire; e
aveva piantato il cestino per andare a cogliere anche lui le
cotogne. Quello che Terzo non riuscì a comprendere fu il
perché i fratelli se la pigliavano con lui. Primo, il
maggiore, poi l'altro, ricominciarono a dargli spintoni e
pugni, accompagnandolo così fino alla casa della nonna.
- Per colpa tua; tutto per colpa tua.
Egli non si difendeva più, non piangeva più, non capiva più
nulla; ma quando arrivarono dalla nonna ed i fratelli
raccontarono a modo loro la storia, egli domandò:
- Perché, se io volevo dare l'uva alla gobba, e allora
perché ho preso io tutta la sfortuna? Perché?
- Perché sei il più stupidino - spiegò la nonna,
soffiandogli il naso.
IL VOTO
Quell'inverno lontano fu nefasto per la mia piccola città di
Nuoro. Sebbene bambina, io lo ricordo come non ricordo tempi
recenti. Dapprima nevicò per quattordici giorni di seguito;
poi, caddero pioggie torrenziali che fecero crollare i muri;
infine la difterite, allora chiamata angina, fece strage di
bambini.
Anche l'unico figlio del nostro mezzadro, Chischeddeddu
Palasdeprata, ne fu colpito. Il padre era un uomo probo e un
lavoratore indefesso: perciò gli avevano appioppato quel
nomignolo di Palasdeprata - spalle di argento -; la madre,
poi, era una donna d'oro, saggia, forte, religiosa.
Quando vide il suo bambino morente s'inginocchiò sullo
scalino della porta, verso il grande paesaggio dei monti di
Orune e di Lula, e pregò ad alta voce:
- San Francesco mio caro, voi che ve ne state tranquillo
nella vostra chiesa lassù, ascoltatemi. Fate guarire il mio
piccolo Francesco, l'agnellino mio bianco, ed io verrò
scalza, a piedi, in pellegrinaggio alla vostra chiesa, e vi
porterò in dono tutto il denaro che io e mio marito avremo
ricavato da un'annata del nostro lavoro.
Il bambino si sentì subito meglio, e una settimana dopo era
guarito.
Adesso si trattava di compiere il voto. Chischeddeddu aveva
sette anni e andava a scuola, ma intendeva di fare anche lui
il contadino; quindi non aveva bizzarrie per la testa, e
quando tornava a casa dalla scuola si levava le scarpe
buttandole via come cose ingombranti.
Era però, come tutti i bambini sardi, un po' sognatore;
avvicinandosi il tempo nel quale si doveva compiere il voto,
cominciò a smaniare dicendo che San Francesco gli era
apparso per strada invitandolo ad accompagnar la madre nel
suo pellegrinaggio.
Così partirono tutti e due, una mattina all'alba, nel bel
mese di maggio dalle giornate ricche di ori e di profumi. La
donna portava sul capo una piccola corba con dentro le
scarpe sue e del figlio e un po' di pane e di formaggio
duro: e nel seno teneva i denari stretti in un fazzoletto
rosso. La strada era difficile, perché scendeva e saliva fra
erte rocciose; resa piacevole però dai luoghi bellissimi che
attraversava: alte erbe, fiori, cespugli e macchie verdi
l'accompagnavano. Di tanto in tanto una piccola sorgente
d'acqua purissima sgorgava come per miracolo fra le pietre
coperte di musco, e allora fra gli alberi selvaggi si
sentiva il canto dell'usignolo che pareva ringraziasse Dio
del dono incomparabile dell'acqua. Madre e figlio si
fermarono presso una di queste sorgenti, per riposarsi e
mangiare: la donna si protese sulla conca dove l'acqua
brillava come il sole, e prima di bere si bagnò la mano e si
fece il segno della croce: Chischeddeddu invece si lavò i
piedi ardenti, e disse che voleva arrampicarsi sulla roccia,
verso una quercia tutta vibrante di usignoli, in cerca di un
nido.
- Lo metteremo nella corba e lo porteremo poi a casa.
Ma la madre glielo proibì: poiché, sebbene ignorante, ella
sapeva che San Francesco prediligeva gli uccelli.
Per consolarsi, il ragazzo cominciò a tirar sassi che
spaventavano gli usignoli, e si mise a gridare per destare
le voci dell'eco.
D'un tratto, come disturbato e infastidito per l'insolito
chiasso nel deserto, un uomo apparve nel fitto della
macchia, tutto vestito di nero, con la barba nera, il viso
scuro e due occhioni che scintillavano come l'acqua della
fontana.
Non era armato di fucile, ma la donna indovinò subito che si
trattava di un bandito nascosto nella macchia per sfuggire
alla ricerca dei carabinieri: eppure non si sgomentò: solo
rivolse gli occhi verso il santuario di San Francesco che
già appariva come una bianca fortificazione sui monti
fioriti di ginestre e le parve che una voce le dicesse:
niente paura.
L'uomo nero scendeva agile il sentieruolo dirupato, e gli
usignoli tacevano al suo passaggio. Anche il ragazzo, si
stringeva pallido e silenzioso alla madre, contento, in
fondo, di vedere da vicino un bandito e poterlo poi
descrivere, magari con tinte lievemente esagerate, ai suoi
compagni ed amici. Ma la curiosità si cambiò in tremarella
quando egli si avvide che l'omaccio, avvicinatosi a loro,
dopo lanciato uno sguardo aquilino intorno per assicurarsi
della perfetta solitudine del luogo, adocchiava piuttosto
lui che la madre. E i ricordi della prima infanzia, con lo
zio Orco che vive fra le selve e là si porta i bambini per
ingrassarli e mangiarseli in arrosto mezzo crudo e mezzo
cotto, non valsero certo a incoraggiarlo. Anche la madre,
adesso, si sentiva battere il cuore, come se lei e il
piccolo Francesco suo, fossero gli usignuoli di nido
strappati dalla quercia e messi dentro la corba da una mano
crudele.
- Che fate voi, qui? - disse l'uomo, corrucciato come se
fosse lui il padrone assoluto del luogo, e quei due
disgraziati disturbassero la sua proprietà.
La donna raccontò la storia del voto: non disse però dei
denari che teneva nel seno.
L'uomo guardava sempre il fanciullo e pareva rivolgersi solo
a lui.
- Ah, tu sei figlio di Palasdeprata ? Già, nominare l'ho
sentito, già! Pare che abbia una pentola piena di marenghi
nascosta sotto un albero, tuo padre, corfu 'e balla assu pè
[2], pare. Ebbene, gliela faremo un po' scovare. I denari
devono circolare. Tu resterai con me, piccolo capriolo, e
tua madre andrà a prendere la pentola: la porterà qui, la
lascerà qui, e se ne andrà una seconda volta. Io allora ti
lascerò libero, nel posticino dove, appena partita tua
madre, ti porterò. Tanto, la strada la sai: se pure non
avrai piacere di restartene con me. Oh, niente piagnistei,
donna; alzati e cammina.
La madre piangeva, stretta al suo fanciullo, e attraverso il
velo delle sue lagrime vedeva la chiesa bianca di San
Francesco come decorata di diamanti: no, il Santo non
poteva, non doveva abbandonarla.
- Mio marito non possiede un centesimo, - disse, - tutto il
nostro avere è qui: prendilo, ma lasciaci andare.
Parve strapparsi il cuore dal petto e gettarlo ai piedi
dell'uomo; era il fazzolettino rosso con dentro i denari. Ma
l'uomo neppure si degnò di guardarlo.
- Alzati e va - ripeté.
Allora madre e figlio, stretti disperatamente l'uno
all'altro, si misero a piangere forte: ed ella gridò:
- San Francesco mio, aiutami.
L'eco rispose: e parve la voce del Santo.
Un altro uomo apparve sul punto preciso donde era sbucato il
primo: ma questi non si allarmò, anzi parve aspettarlo come
un rinforzo: poiché era un compagno di macchia.
Come diverso, però! Era un vecchio con la barba bianca, gli
occhi azzurri, il viso solcato di rughe che parevano scavate
da un lungo dolore. Vestito all'antica, con un cappotto
d'orbace stretto alla vita da una corda, parve alla donna un
eremita inviatole da San Francesco per aiutarla. Scese calmo
il sentieruolo, toccando col bastone i tronchi verdi degli
alberi come per assicurarsi che nei loro cavi non si
nascondesse qualcuno, e quando fu accanto al compagno guardò
anche lui di preferenza Chischeddeddu ma con uno sguardo
nostalgico, come se da immemore tempo non avesse visto un
fanciullo, e questi gli ricordasse la sua stessa infanzia e
i fratellini e i compagni d'innocenza; poi, mentre il
bandito gli spiegava il perché si trovavano tutti in
compagnia, egli si rivolse alla donna.
- Femmina mia bella, male hai fatto a metterti sola in
viaggio così attraverso luoghi che sapevi abitati dal
diavolo.
Già rassicurata la donna gli sorrise: ed anche Chischeddeddu
si strinse fra i denti la lingua ancora salata di lagrime,
per non mostrarla all'uomo nero, ed anche per non scoppiare
a ridere. La madre rispose al vecchio, un po' convinta, un
po' per adularlo e ammansarlo meglio.
- Voi non siete un diavolo; voi siete un santo, e per questo
San Francesco vi ha inviato.
Al nome del Santo, il vecchio si tolse la berretta e si fece
il segno della croce: poi disse:
- Va, donna: per il resto del viaggio, noi stessi baderemo
che nulla di male ti avvenga a te ed a questo capretto di
tuo figlio. Però, arrivata al Santuario, dirai un'avemaria
per me.
Allora il bandito piegò la testa mortificato e mormorò:
- Una anche per me.
E raccolto il fazzolettino rosso che spiccava fra l'erba
come un fiore, lo rimise in mano alla donna.
MIRELLA
A volte noi dubitiamo che Dio esista. Perché, infine, dov'è
questo Dio? In cielo in terra in tutte le cose: va bene; ma
insomma nessuno lo ha mai veduto.
Allora Dio, per provarci la sua esistenza, ordina che venga
una bella giornata.
Non una giornata di primavera, di estate o di autunno, ma
una giornata d'inverno.
È la più bella di tutte; è lo zaffiro nell'anello dell'anno.
Tutte le finestre si aprono al sole, tutti i sensi alla
gioia.
E davvero allora si sente la presenza di Dio in cielo in
terra e in tutte le cose.
Per completare la festa viene a trovarci Mirella.
Questa Mirella ha cinque anni, e sebbene non sappia ancora
leggere, porta sotto il braccio il "Corriere dei Piccoli".
È tutta fresca e rossa come il corallo appena pescato.
Il suo bel cappottino morbido è rosso, la sua scuffia è
rossa. È la scuffietta ornata di ricami antichi delle
bambine di Sardegna: ed anche gli occhi neri dorati di
Mirella sono quelli delle bambine di Sardegna: quegli occhi
ammaliatori dei quali parlano gli storici antichi, ed al cui
sguardo si attribuiva una potenza quasi divina.
Ma il modo di esprimersi e il modo di parlare di Mirella, e
sopratutto quello di osservare le cose, sono perfettamente
toscani.
E questo si spiega, perché il babbo di Mirella si mise una
volta in viaggio dalle sue montagne di Pistoia alle montagne
di Nuoro in cerca di una moglie insieme alla quale comprare
Mirella.
Mentre stiamo in giardino a goderci il sole, capita qui per
un momento uno scienziato.
Appena affissa lo sguardo d'aquila su Mirella dice:
- Questa sarà una grande donna!
Il perché non lo dice; ad ogni modo, andato via lui, ci
viene in mente l'idea d'intervistare la futura grande donna.
- Cosa farai, Mirella, quando sarai grande? - le domandiamo
non senza un certo senso d'ansia.
E il cuore ci si allarga, poiché Mirella risponde:
- Voglio andare a ballare.
E lo dice con un tono un po' cadenzato e impaziente, che
significa: possibile che tu non lo capisca?
- Voglio fare anche la giardiniera - aggiunge un po'
pensierosa.
- E perché?
- Perché nel tuo giardino ci sono le ciliege e l'uva e gli
alberi sui quali arrampicarsi.
E, certo, ella dimostra, fin d'ora una vera tendenza a
salire in alto: i suoi piedi, come le zampe degli uccellini,
non possono stare a lungo sulla nuda terra.
Mirella ha pure una grande attitudine a lavorare in
giardino.
Scava e tocca la terra con voluttà, solleva pesanti secchi
d'acqua, scopre insetti ancora a noi sconosciuti: e non ha
paura dei vermi che prende sulla punta di un fuscello, per
tentare di farci paura, e ridendo per la sua birbanteria.
E sa zappare ancora prima di saper scrivere.
Per questo, sì, ricorda i nostri avi sardi lavoratori e
amici della terra.
I nostri discorsi non sono sempre frivoli, come per esempio
quando si gioca alla visita della signora Maddalena e questa
signora Maddalena, che è Mirella, parla di vestiti e,
pettegolina com'è, critica i suoi amici e si beffa di loro:
no, a volte i nostri discorsi assurgono ad altezze da
impensierire.
Ecco, per esempio, Mirella mi si stringe addosso e mi dice
sottovoce:
- Dio ci ha i lupi.
- I lupi? A far che?
- Io non lo so: ha con sé i lupi.
- Dio ha con sé gli angeli - dico io alquanto turbata. - Chi
si è permesso di dirti questa brutta cosa, che Dio sta coi
lupi?
- Me lo ha detto Allìna.
- Va subito a chiamare Allìna.
Allìna si può chiamare dall'angolo del giardino: Mirella
però profitta dell'occasione per arrampicarsi in cima al
cancello e di là sul tiglio nudo, e di lassù la sua voce si
spande come a maggio il vivo odore del tiglio fiorito.
- Allìna! Allìna! Allìna vieni.
Dopo pochi momenti Allìna è con noi.
- Be', come va questa storia? Perché hai detto che Dio sta
coi lupi? Son cose, queste, da dirsi ai bambini?
- Ma io non ho detto proprio niente.
- Mirella! Perché questa bugia? Chi è che ti ha detto...
- Be', - interrompe lei, - me lo sono inventato io.
Che avverrà di Mirella?
Non pensiamoci: per adesso è meglio lasciarla volare dietro
al suo cerchio, o buttare sassi agli altri bambini, o
tentare cantando i primi passi e gli atteggiamenti
lusinghieri della danza.
Ecco Mirella che va a marito,
Con duecento anelli in dito;
Cento di qua - cento di là,
Ecco Mirella che se ne va.
IL PASTORELLO
Cinque anni or sono conobbi un ragazzetto soprannominato
Coeddu [3], nome che si dà anche al diavolo, il quale, come
sapete, vien rappresentato con una piccola coda
attortigliata un po' al di sotto della schiena. Coeddu aveva
infatti il colore dei diavoletti, benché sulla sua faccia
apparissero i segni di tutte le razze umane: aveva il naso
camuso di un etiope, gli occhi obliqui di un giapponese, la
bocca fina e sarcastica d'un americano del nord, e
l'espressione intelligente d'un ragazzetto sardo, anzi
nuorese autentico. Egli abitava poco distante da casa
nostra, e spesso lo incaricavamo di qualche piccola
commissione. Egli volava, ma una volta compiuto il suo
dovere, si sedeva per terra e stava ore ed ore immobile,
indolente; se però qualcuno lo interrogava cominciava a
chiacchierare e non la finiva più. Una mattina lo trovai
seduto sotto l'elce del nostro orto; seduto a gambe in
croce, immobile come un piccolo arabo all'ombra di una
palma; con gli enormi piedi nudi trafitti da innumerevoli
spine e da pezzetti di vetro; i capelli crespi coperti di
polvere e di pagliuzze.
- Vai a scuola? - gli domandai.
- Sì - egli rispose, sollevando gli occhi furbi verso di me.
- Sono il primo della classe; devo passare in terza e avrò
anche il premio.
- Bravo! Vuol dire che ti piace studiare.
- No, mi piace più fare il pastore, perché i pastori dormono
di giorno, quando fa caldo, e vegliano di notte, quando fa
fresco.
- Eh, ma d'inverno?
- D'inverno accendono un gran fuoco, arrostiscono una pecora
intera e se la mangiano!
- E tu adesso, cosa mangi?
- Pane d'orzo.
- Sempre?
- Sempre pane.
- Tua madre non cucina?
- Mia madre fa la serva e torna a casa soltanto la notte.
- E tuo padre?
- Mio padre è scappato; è andato in America e ci ha
spiantato -. Egli voleva dire «piantato» ma in quel momento,
in bocca a quel ragazzetto robusto e intelligente buttato lì
per terra come una pianticella appena divelta, la parola era
giusta.
- Tuo padre scriverà, qualche volta, però; e tu gli
risponderai.
- Io? - egli disse con fierezza. - Mai! Io non avrò bisogno
di lui. Farò il pastore, e troverò un tesoro fra le roccie,
sì, uno di quei tesori nascosti dai giganti e vigilati dal
diavolo. Sì, io conosco i posti, perché spesso vado sul
Monte per raccogliere fasci di legna, che poi porto al
Molino. Persino due lire di legna porto, io, tutto in una
volta. Io sono forte: basta che scuota un albero per farlo
cadere. Io prendo i falchi a volo. Io so imitare la
cornacchia, la volpe, tutti gli animali. Vuol vedere? Un
giorno ho battuto la scure su una roccia ed ho sentito un
rumore di monete. Drin, drin, drin, drin . Segno che là c'è
un tesoro. Anche mio zio Mauro, che è pastore, sa dov'è
questo tesoro, ma io non dirò a nessuno dov'è il punto
preciso da lui indicatomi. No, non lo dirò; non son una
spia, io...
- Le spie, - proseguì, - vengono sempre castigate. Quando si
sa un segreto bisogna tacere. Gli altri ragazzi miei
compagni non sanno tenere un segreto, e se vedono uno far
del male subito vanno ad accusarlo a qualcuno. Io no; né
spia né ladro. Forse che voi mi avete mai trovato a rubare
le albicocche e i fichi, nel vostro orto della Concia?
- Chissà, chissà?...
- No, vi giuro, mai! - egli gridò, incrociando le braccia
sul petto in segno di giuramento. - Sono gli altri ragazzi,
che rubano. Cosa mi dai che ti dico i loro nomi?
- Come, se tu non fai la spia?
Egli mi guardò in viso, senza turbarsi, ma non rispose.
Lo stesso giorno ebbi occasione d'incontrare la madre, una
povera donna magra e gialla, e le domandai come si
comportava suo figlio.
- Non me ne parli, sennòra Grassia ; cattivo non è, ma tanto
birichino che il maestro, disperato, gli voleva dare una
lira perché non tornasse a scuola. Io lo mando a raccattare
legna e lui invece butta la cordicella ai rami e fa
l'altalena. Ho scritto al padre perché, almeno, lo faccia
andare con lui in America e gli insegni a lavorare.
Saputo che sua madre voleva mandarlo in America, Coeddu
diventò ancora più selvatico e diffidente. Egli non voleva
saperne, di civiltà: non voleva viaggiare, bastandogli le
esplorazioni sul Monte Orthobene, dove sperava sempre di
ritrovare il tesoro. La madre, una mattina ai primi di
agosto, gli fece vedere una lettera e gli disse:
- Bada, ragazzo, tuo padre scrive dall'America e acconsente
a prenderti con lui. Appena avrà i denari per il tuo viaggio
me li manderà.
Coeddu si mise a piangere, si buttò per terra, e gridò:
- Sì, ditegli che li mandi, i denari: comprerò le pecore e
farò il pastore. Lavorerò, sì, lavorerò. Datemi la
cordicella; da oggi porterò tutti i giorni un fascio di
legna al Molino...
La madre, intenerita, gli diede la cordicella e un tozzo di
pane da soldato [4],
ma egli voleva il pane bianco, e poiché in casa non ce
n'era, la povera donna dovette andare da una sua vicina a
farselo prestare.
E il ragazzo partì, deciso a far di tutto pur di non andare
in America; ma cammin facendo raggiunse due piccoli
mendicanti che ogni mattina salivano sull'Orthobene per
chiedere l'elemosina ai villeggianti accampati attorno alla
chiesetta della Madonna del Monte, e sentì che uno diceva:
- Oggi certo mangeremo maccheroni conditi con sugo di pollo.
L'altro si leccava le labbra sporche e schioccava la lingua
contro il palato.
- Oggi certo mangeremo pere, di quelle gialle, farinose come
le patate...
Sulle prime Coeddu si beffò di loro; poi domandò pensieroso:
- Chi vi dà queste cose buone?
- Le serve, lassù. Noi portiamo loro le legna e in cambio
riceviamo tante cose buone.
La strada era ripida, polverosa: ma arrivati in alto i tre
ragazzetti videro il mare, tutto color d'oro, con un
monticello azzurro davanti, e sentirono fresco come se la
spiaggia fosse lì vicina. Intorno alla chiesetta sorgevano
tende e capanne; fanciulle vestite di giallo e d'azzurro
vagavano nel bosco, piccole, sotto gli elci secolari e le
roccie enormi, come farfalle variopinte.
Avvenne che anche Coeddu fu creduto un mendicante: una serva
bruna, dal viso olivastro e gli occhi colore di miele, bella
come una Samaritana, lo incaricò di andare a raccattare un
po' di legna nel bosco, per cuocere i maccheroni; e poi gli
fece parte di questi. Egli dimenticò che doveva portare le
legna al Molino; s'indugiò per assistere ai giochi dei
bambini villeggianti che cercavano la tana delle biscie. Si
udiva il lamento di un violino, e pareva che gli alberi
mormorassero per accompagnare quel suono simile ad una voce
umana; le serve accovacciate entro le capanne basse,
preparavano il caffè cantando anche loro una nenia
melanconica.
Coeddu non pensava più all'America e al tesoro, quando d'un
tratto vide un uomo alto, dal viso scuro circondato d'una
folta barba rossiccia, salire la china, seguito da un
agnellino nero e da una cagna bianca.
- Ziu Mauru! Siete voi? - gridò correndogli incontro.
Sì, era proprio suo zio, che aveva l'ovile poco distante
dalla chiesetta e veniva a portare il latte ai villeggianti.
Zio Mauru era un uomo semplice: ecco perché a cinquant'anni
era ancora servo: ed ecco anche perché, invece di sgridare
il nipotino, vedendolo lassù, cominciò a chiacchierare con
lui come con un uomo serio, dandogli ragione a proposito del
viaggio in America. Anche lui non era mai uscito dal
circondario di Nuoro. Coeddu lo accompagnò fino all'ovile,
che consisteva in una capannuccia di frasche; vide fra gli
alberi come un muricciuolo bianco e nero; ma d'un tratto
quel muro si aprì, si sciolse, cambiò posto; erano le pecore
che dormivano ammucchiate, e alla frescura della sera si
svegliavano e si mettevano a pascolare in fila.
Coeddu, incantato, sedette davanti alla capanna mentre
l'agnellino nero succhiava il latte dalla cagna, e ziu Mauru
raccontava la storia di un bandito che teneva sempre appesa
al collo una moneta del tempo degli Ebrei, spesa da Gesù, e
perciò non era mai stato colpito da palla nemica, né colto
dalle febbri né dal carbonchio.
Tanto era il fascino provato da Coeddu che egli finì per
addormentarsi: anche nel sonno vedeva la luna cadere
sull'orizzonte, rossa come un corno di corallo, udiva ancora
il violino lontano lontano, come la voce di una fata;
distingueva il brucare delle pecore, lo scricchiolìo degli
steli d'asfodelo che si spezzavano sotto i loro denti; e
sopratutto sentiva la musica dolce e monotona delle loro
campanelle simile ad un tintinnio di bicchieri di cristallo
battuti da un coltello.
L'indomani i piccoli mendicanti, che la sera prima erano
ridiscesi a Nuoro, gli dissero:
- Tua madre è arrabbiata come un verro; appena torni ti
manda in America.
- Ed io me ne sto quassù! - egli rispose.
La serva Samaritana lo mandava a prendere il latte, l'acqua,
le legna, intanto che lei discorreva con uno studente: e per
compenso Coeddu riceveva enormi piatti di maccheroni, di
risotto, avanzi di pernici e code e teste di trota, pere che
cominciavano a guastarsi, cetrioli e pomodori conditi con
olio, aceto, pepe e sale. Una sera egli sentì forti dolori
di pancia e sognò che un cane gli mangiava le viscere. Non
sapeva perché si sentiva triste: i piccoli mendicanti
provavano gusto a tormentarlo, portandogli terribili
ambasciate da parte di sua madre; e per placare la povera
donna egli pensava di mettersi con coraggio alla ricerca del
tesoro. Un giorno prese dunque la scure di zio Mauru e
cominciò a vagare per il bosco, fermandosi di tanto in tanto
per frugare fra le roccie alte e deserte, e battere il ferro
sul granito che qualche volta tintinniva come il cristallo.
Arrivò così in un posto solitario ed orrido, dove le roccie
avevano aspetti strani, di cavalli con la testa d'uomo, di
rane, di pesci, di serpenti: il silenzio che le circondava
le rendeva più misteriose. Invano egli, per farsi coraggio,
imitava il grido ed anche il muover delle ali della
cornacchia: qualche cornacchia vera rispondeva, ma invece di
rianimarsi, egli sentiva crescere il suo terrore. Tuttavia
procedeva, riconoscendo il posto dove, secondo raccontava
ziu Mauru, un vecchio pastore aveva ritrovato un tesoro,
cioè un mucchio di monete d'oro che il fortunato uomo, pazzo
di gioia, s'era affrettato a mettere entro il suo fazzoletto
gridando:
- Diavolo, questa volta son ricco! -. Ma immediatamente,
entro il fazzoletto le monete s'erano cambiate in pezzetti
di carbone!
Coeddu però, deciso a non fiatare, e sopratutto a non
invocare il diavolo, che nel sentire il suo nome tramuta le
monete in carbone, procedeva cauto, silenzioso, anche perché
aveva paura delle biscie, che hanno la coda d'argento e
sferzano e tagliano la faccia a chi le molesta.
Roccie e sempre roccie: fra gli alberi contorti, simili a
mostri dalle cento braccia, si vedeva il mare, ed i monti di
Oliena parevano di neve azzurrognola; ma d'un tratto
l'orizzonte si chiuse; il ragazzetto si trovò come in un
cortile circondato da muraglie ciclopiche, e il cielo, in
alto, apparve d'un azzurro intenso, quasi oscuro come al
cader della sera. Qua e là fra le roccie si vedevano larghe
e profonde buche, e da una di queste, d'improvviso, uscì un
sibilo come quello di un treno che sbuca da una galleria. Un
sudore gelato, un pallore mortale coprirono il viso di
Coeddu: egli si buttò a sedere su una pietra e strinse le
labbra per non gridare; gli parve che la muraglia di roccie
si movesse stranamente attorno a lui, e che il cielo
diventasse ancora più scuro; provò un capogiro, sollevò gli
occhi e vide tre giganti nudi saltare di roccia in roccia e
avvicinarsi a lui. Allora diede un grido e svenne.
Zio Mauru lo trovò lassù, steso al suolo come morto. Lo
portò al suo ovile, poi in paese, e fu chiamato un prete che
lesse il Vangelo per scacciare i fantasmi ond'era tormentato
l'infelice ragazzo. Ma egli continuò a delirare ed a parlare
di giganti e di diavoli; allora fu chiamata una donna, che
versò sette goccie d'olio di lentischio e mise sette piccole
brage entro un bicchiere e così, preparata "l'acqua dello
spavento" la fece bere al malato, che vomitò ma continuò a
delirare. Finalmente fu chiamato il medico.
- È una forte gastrica - egli disse: e ordinò che Coeddu
prendesse tre purghe.
Gli anni sono passati. Coeddu ha trovato il tesoro senza
cercarlo oltre, perché suo padre gli ha mandato tremila lire
dall'America, ed egli ha comprato quaranta pecore ed un
cane; adesso ha quindici anni e più che mai desidera di non
lasciare la montagna natìa, convinto di aver veduto ciò che,
anche a girare tutto il mondo, non si vede più: i giganti.
Lo rividi pochi giorni or sono: seduto sulle pietre del
varco della tanca [5] egli mangiava il suo pane d'orzo e
guardava le pecore a pascolare.
La pace del crepuscolo luminoso si rifletteva nei suoi
occhi; i suoi denti scintillavano come le foglie degli elci,
la sua figurina grigia e nera si confondeva con lo sfondo
del paesaggio, fra le roccie di granito ed i tronchi scuri
degli alberi. Così egli formava come una parte stessa del
luogo solitario e grandioso; e quando mi raccontava la sua
avventura io ero tentata di credergli. Chissà? Forse i
giganti esistono davvero, nel misterioso mondo delle
montagne; sono essi che accumulano le roccie e coltivano le
quercie sempre rigogliose e fresche. Ma noi, abitanti delle
città, non li vediamo perché essi si nascondono al nostro
apparire. Essi forse hanno paura di noi come noi abbiamo
paura di loro.
LA STORIA DELLA CHECCA
È già la terza volta che la signorina Checca tenta di
scappare di casa. Finché sta con noi, in famiglia, sembra
appassionata per la casa: gira di qua, gira di là, corre
verso l'uno e l'altro, curiosa e allegra, canta, si fa
grattare sulla testa ed è, insomma, la nostra consolazione:
ma appena è sola, forse perché ha bisogno assoluto di
compagnia, scende in giardino, salta la cancellata e vola
nella strada, col rischio di cadere fra le grinfie del suo
giurato nemico, il gatto.
Poiché, lo avete già indovinato, la signorina Checca è una
gazza.
È una gazza vera, autentica, nata in un bosco in riva a una
palude: un cacciatore l'ha presa dal nido, e dopo averle
tagliato le ali e la coda l'ha portata in regalo a una
famiglia amica. Ma se ancora non sapeva volare, la gazza,
sapeva già beccare; alle liete accoglienze della famiglia
amica, rispose quindi con pungenti beccate, e dove toccavano
erano dolori.
Così cominciò a inimicarsi la serva, tanto più che per
domicilio le fu assegnata la cucina, il cui pavimento fu in
breve, per opera di lei, tutto fiorito di caccoline simili a
goccie di crema. Allora la serva si armò di scopa, e fra la
scopa e la gazza cominciò una battaglia infernale. Il povero
uccello beccava il suo insensibile nemico, saltellando e
svolazzando con una danza disperata: la scopa era più forte
di lei, agitata dalla mano della serva, e le fece passare un
brutto quarto d'ora.
Ancora, quando vede una scopa, la Checca svolazza e fugge
con terrore, e forse la crede una cosa viva, un mostro
crudele. E nemmeno oggi sa che la serva propose alla padrona
questo dilemma:
- O via quell'uccellaccio, o via io.
Così è capitata in casa nostra.
In casa nostra non ci sono bambini. I tempi sono troppo
difficili e i denari scarsi per poter comprare bambini:
allora abbiamo pensato di farcene prestare qualcuno, di
tanto in tanto; specialmente ci viene prestata spesso una
bambina della quale s'è già parlato in questo libro: una
certa Mirella, ma questa Mirella adesso va a scuola e studia
indefessamente: quindi non può tutti i giorni rallegrare la
casa senza bambini: allora come si fa? Si cerca di
dimenticare, e come la cicoria diventa il surrogato del
caffè Moka, così gli animaletti del buon Dio, gli uccelli, i
gatti, prendono il posto dei bambini.
La Checca è la preferita.
Il giorno che venne a casa nostra, tutti le si andò attorno,
facendo a gara nel porgerle molliche di pane e carezze: le
prime le accettava, alle seconde rispondeva con strida e
beccate. Non per questo fu maltrattata, anzi fu portata
subito in giardino, su un alberello, e mentre lei guardava
meravigliata il sole, ed i suoi occhi prima verdi per la
rabbia adesso ridiventavano azzurri, si pensò di farle una
casetta da collocarsi sull'albero stesso, in modo che lei
credesse di essere ritornata nel bosco natìo.
Fu un lungo affaccendarsi in parecchi, grandi e piccoli.
Tutti gli strumenti necessarî, seghe, roncole, martello,
tanaglia, chiodi, ecc., lavorarono attorno alle assi e ai
bastoni per la costruzione: in breve lo spiazzo del giardino
si mutò in un cantiere: per fortuna intervenne anche un
certo mastro Lello, bravissimo per lavori in legno, e così,
Dio volendo, la casetta col suo bravo tetto, con dentro il
bastoncino traversale per il sostegno della gazza, e davanti
un'asse per il mangime e il vasetto dell'acqua, fu ultimata.
Fu legata fra i rami dell'albero, fornita di grano e di
molliche di pane; ma la gazza rifiutò di entrarvi e ancora
non ci ha messo zampa.
Eppure, quando vuole, è l'uccello più intelligente e
domestico che si possa immaginare. Ama stare in casa e tutto
la interessa; vuol veder tutto, e in tutto ci mette il
becco: (adesso capisco il significato di questa espressione
dovuta certo a qualche vecchio sapiente che ha vissuto in
compagnia di una gazza o di una cornacchia).
Viene volentieri sul braccio, e si lascia accarezzare, molle
e remissiva come una colombina nera; ma appena può allungare
il collo, il suo becco afferra il primo bottone che capita,
e non lo lascia se non per aprirsi al passaggio invisibile
di qualche insetto, o all'apparire del gatto.
Col gatto fingono di non vedersi neppure: l'uno volge la
testa in qua l'altra in là: ma appena si incontrano che
nessuno li vede si azzuffano mortalmente: se qualcuno non
interviene a tempo succede la più immane tragedia che la
storia dei gatti e delle gazze possa ricordare.
Tutti le vogliamo bene, e quando sta appollaiata sulla
ringhiera della terrazza, i bambini della strada la chiamano
e la desiderano.
- Checca, Checca, oh bella Checca!
Lei risponde, si volta di qua, si volta di là, e per
l'allegria canta, rifacendo i versi degli altri uccelli e
ripetendo anche il suo nome. Ma la sua felicità maggiore
consiste nel fare il bagno. Ferma con le zampe sull'orlo
della tinozza, dapprima beve, sollevando ad ogni sorsata la
testa in modo che par di vedere l'acqua scorrerle sotto le
piume scintillanti della gola: poi immerge bene il becco
nell'acqua e lo scuote: le piume della testa si bagnano e si
arruffano, e poiché il gioco del becco continua, anche il
petto, le ali, e giù fino alla coda, tutto viene spruzzato
abbondantemente d'acqua. Quando si sente bagnata fino alle
ossa, torna di sua iniziativa sulla ringhiera della
terrazza, al sole, col ciuffo erto come quello di un
guerriero pellirossa, e completa la sua toeletta beccandosi
sotto le ali.
E per dimostrare che ama svisceratamente la pulizia e la
vita tranquilla, ogni tanto apre il becco e vi fa sparire
dentro le mosche moleste.
Con tutto questo, trattata bene, accarezzata, presentata a
personaggi di riguardo, salvaguardata dal freddo, dalla
pioggia, dai gatti, dai monelli che attentano alla sua
libertà, appena può scappa.
Ora, una mattina, pensò di volar giù dall'albero e andarsene
per il mondo. L'attiravano i gridi dei rivenditori del
piccolo mercato in faccia al giardino: deve aver pensato: -
Là c'è gente allegra, ed a me piace la compagnia.
Arrivata infatti, coi suoi rapidi svolazzi, sulla cancellata
davanti al mercato, vide le erbivendole vestite di stoffe
variopinte, sentì l'odore del formaggio e della carne di
agnello, e le parve che laggiù ci fosse la fiera.
Tutti erano allegri e gridavano come in un mercato per
gioco.
Il pescivendolo urlava: - È arrivato il bastimento, col
pesce pescato stamattina. È arrivato il bastimento.
E la rivenditrice d'uova: - Uova, uova, a dodici baiocchi
l'una. Non sono uova, sono palloni. Ci vuole il bastimento
per portarne via uno: palloni, palloni.
L'abbacchiaro declamava: - A otto lire, solo otto lire
l'abbacchio. Venite, venite. Quanto sono bello.
Ma il pescivendolo insisteva: - Ritirati, abbacchiaro! Tutti
vengono da me. È arrivato il bastimento.
La Checca, stordita balzò giù sul marciapiede. Credeva forse
di poter saltellare e divertirsi come nella nostra cucina:
ma non era arrivata a terra che già un monello l'aveva
ghermita per le ali, e nonostante le sue strida e le sue
beccate la portava via di galoppo, seguìto da una torma di
compagni.
La portò a casa sua: triste casa in una cantina buia, piena
di gente che nonché amare gli uccelli del buon Dio non ama
neppur sé stessa.
- È buona da mangiare? - domandò al ragazzo una vecchiaccia,
facendo atto di torcere il collo alla Checca.
E il monello per salvar la gazza la portò in un sottosuolo,
la legò per la zampa con uno spago, le porse da mangiare dei
grossi chicchi di granturco. La Checca non era abituata a
questo trattamento. Stanca di stridere e di beccare si
accasciò, si nascose in un angolo, fin dove le permetteva lo
spago e lasciata sola, tanto per fare qualche cosa cominciò
a beccare il muro e vi fece un buco, poi, stanca, con le
zampe insanguinate per lo stretto nodo dello spago, pensò
forse che tutto era finito per lei. Tirò su e nascose fra le
sue piume la zampetta ferita, e ferma immobile sulla zampa
sana chiuse gli occhi e si addormentò.
Per fortuna i compagni invidiosi del monello fecero la spia.
Dopo lunghe ricerche la Checca fu ritrovata e riportata a
casa. Ricevette rimproveri, carezze, molliche: tutto il
giorno dopo stette di cattivo umore, stordita, con gli occhi
verdi come quando è nell'ombra. Senza dubbio ricordava e si
pentiva, poi ritornò ad essere allegra, a rimettere il becco
nelle faccende di casa, a c |