Un giorno rincontrandoti
potrei provare a far finta di non averti mai conosciuto prima e potrei
ricominciare a credere in te e a tutto quello che dici e che fai.
Allora potrei pensare a te come ad acqua fresca, ad uno che ha
realizzato i suoi sogni, che è libero come l’aria e che nessun laccio
potrà mai fermare. E pensandoti così potrei amarti di nuovo e credere
che tu mi ami e che i tuoi silenzi fanno parte del tuo mondo illimitato
e senza fine e che la vita accanto a te sarebbe eccezionalmente ricca di
novità e di imprevisti e sempre una nuova scoperta da fare. Ogni giorno
il tremore di riscoprirti e riscoprire ciò che ci tiene uniti. I tuoi
viaggi e i miei studi e gli spazi vuoti tra noi e la tua voce che torna
e mi riempie il cuore e mi scalda l’anima e mi fa pensare che tu sia
sempre lì per me…
E
il tuo fiume e il mio lago e la nebbia e la tua nostalgia di qualcosa
che non c’ è e che non trovi. E forse non vuoi neanche trovare, perché
essere belli e dannati fa sempre scena e va di moda nel tuo mondo. E il
tuo sguardo buono e stronzo insieme, indescrivibile altrimenti, e le
parole che dici senza sapere se sono per me o per tutti o per nessuno o
forse per te stesso e per provarti quanto vali e quanto sei stimato da
chi ti circonda e…
Quattro passi al centro, il tuo o il mio, che importa, in due luoghi
tanto simili e poco distanti, in un dialogo tra due sordi che parlano
mentre l’altro non sente e si toccano argomenti disarticolati come
l’amore e la guerra, il Natale e il tempo, e la pioggia e le vacanze, e
l’India e canzoni che ci piacciono…
Ma credi di essere tanto diverso da chi non vive di notte e che non
lascia tutto al momento senza preoccuparsi delle conseguenze delle sue
non-azioni e non-parole? Come non chiamare e non farsi vedere e poi
sparire e ricomparire accampando scuse improbabili e incredibili con un
sorriso che vuol dire tutto e niente. E io con un punto interrogativo
brillantinato sugli occhi mentre mi spieghi delle tue amanti e della tua
pancia e mi guardi ammiccando a cosa poi…
Ma sarà proprio vero che chi non muore si rivede?
A
volte penso che se tu fossi morto non farebbe differenza perché ora non
ci sei nella mia vita e non ci sei mai stato veramente, anche se il
pensiero di te è stato al centro delle mie notti insonni, di lettere mai
spedite e a volte mai scritte, e di discussioni con amici e amiche, e
invece sei sempre stato laggiù, sul tuo piedistallo, e non ti sei mai
mosso di un passo per venirmi incontro.
Incontrare chissàcchi poi, non che pretenda di essere importante o
decisiva nella vita di qualcuno: ci si conosce, ci si dimentica molto
facilmente e poi i nomi si perdono, e i volti non esistono più; pensare
invece di aver trovato qualcuno con cui potresti stare bene: le
sciocchezze che si credono, vero?
Ma conoscere qualcuno equivale al confronto con un altro mondo, ma quale
e perché e chi ce lo fa fare, quando si ha un bel pacco preconfezionato
di certezze e non, da cui staccarsi vuol dire ammettere che non era poi
così perfetto come si voleva far vedere, e soprattutto quando è più
semplice e meno complesso avere qualcuno e qualcosa che non dice nulla,
che non cambia nulla, e che non pretende di vivere qualcosa. Che non
chiede e non dà. E perché cercare qualcosa che poi non si vuole?
Odi et amo, diceva Catullo, come sia possibile non so, continua. Ma la
risposta è così semplice che è impossibile che lui non lo sapesse, come
fosse fattibile l’amare e l’odiare qualcuno nello stesso tempo. E’ lo
stesso di voler fare una cosa ma non farla. Come chiamarti e rompere
ancora le scatole e fare figure terribili e fingere di essere
soddisfatta di qualcosa che invece mi fa imbufalire, e ridere e
scherzare sulla sofferenza e sul lutto perché la gente non capisce che
il dolore è qualcosa di così intimo che non può essere svenduto e
sentito veramente e che chi soffre non vuole essere compatito ma
vendicato.
Capita di avere tra le mani pezzi di carta che appartengono al passato,
come foto, o lettere, o stralci di giornale, e ti rituffi con essi in un
mondo che credevi scomparso e inghiottito dai flutti come Atlantide, la
città leggendaria…e forse quel passato è proprio come l’età dell’oro che
gli antichi decantavano tanto ma che probabilmente nessuno ha mai
vissuto perché era solo un sogno e un’utopia. Come quei pezzi di carta
che hai tra le mani. E pensarti tutta la sera tra gente sconosciuta
ascoltando esattamente tutto il tuo patrimonio artistico e sentire in
quelle voci la tua, inconfondibile, e il tuo accento e i tuoi errori di
pronuncia …
La neve; svegliarsi con un tarlo in testa immaginando quanto sarebbe
bello vedere questi momenti con te. Troppo miele, troppo miele. Il
freddo che mi fa tremare non so se è il gelo che c’è fuori in questi
giorni di dicembre o quello che provo che non posso più far tacere. E mi
scuote. Riesplodo. Ma perché lottare? Perché contro i mulini a vento di
nuovo? Basta. Basta.
Spesso mi chiedo cosa sia la pazzia e ho miliardi di risposte ogni volta
che vedo chi vive attorno a me e poi penso che anch’io non vado tanto
oltre la follia, questa follia di continuare a tenere in piedi un cuore
ormai svuotato e pieno di umidità rarefatta, come quella che si alza dal
tuo fiume, fuori da casa tua, ed è folle e insensato essere qui a
pensare a come sarebbe bello rincontrarti senza sapere di conoscerti e
ricominciare tutto da capo, credendo così di ricominciare anche a vivere
veramente.
Troppe volte ho provato ad essere chi non sono e invidiavo gli artisti
che sapevano esprimere le proprie emozioni: chi sulla carta con poesie,
chi con dipinti o disegni, altri ancora con parole che diventano
melodia…ma adesso comprendo che forse il mio modo di esprimere le
emozioni è viverle e mi chiedo se forse è quello che chi riesce ad
esternarle in altri modi non fa perché è un po’ come se le lasciasse
vivere alla sua creatura.
Dicono che l’amore sia la risposta e c’è chi, spingendosi ancora più in
là, afferma “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Ma forse la risposta è anche il
saper ridere della vita, delle proprie disgrazie, di ciò per cui
verrebbe da piangere, e le lacrime non concedersele più perché se la
vita è una sola, allora tanto vale non pentirsi di ciò che si è fatto e
andare avanti ad amare, stringendo i denti.
E’ davvero strano come il vuoto della tua idea sanguini in me ancora,
nonostante non ci sia nulla. Non è passato, e a volte ritornano: i
pensieri poi sono così bastardi che non si dimenticano mai la via del
ritorno e sono duri a morire.
Tutto continua, non si ferma nulla; inesorabile il tempo avanza e lascia
dietro di sé solo un manto di cenere e se cerchi di toccare il passato,
ti rimane solo il grigio sulle dita e l’amaro in bocca, come il sapore
di un bacio mai dato.
L’idea di lasciare che i pensieri senza senso formino un’accozzaglia
magmatica in cui emergono emozioni che difficilmente avrei potuto far
uscire e che credevo di aver debellato come una malattia e sradicato con
un macete.
Che senso ha? E poi, esiste un senso? E se c’è un ordine, qual è?
Sembra un puzzle di cui non trovo i pezzi giusti, e poi io con i puzzle
ho sempre perso la pazienza. Ma ci sarà una logica in tutto questo
non-ragionamento, se si cerca, si può trovare, immagino.
Ma poi non m’interessa cosa pensi leggendo queste righe, se mai le
leggerai, perché è tutto quello che volevo che tu sapessi, e
l’importante è che tu capisca cosa ho sempre voluto dirti e che non sono
mai riuscita perché non potevo, perché non ero capace, perché non c’era
tempo e soprattutto non me ne hai data l’occasione e l’attimo. Non
potevo sparire senza finire, non sono capace. La mia spiegazione è
questa, anche se forse non c’è spiegazione per emozioni e sentimenti
così illogici e forti.