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Respirare vita
Mi affaccio alla finestra: piove…
l’aria è fresca ma piacevole … le foglie della palma del
terrazzino sul tetto del palazzo di fronte ondeggiano al
vento. Tra un arcobaleno di ombrelli due ragazzi
camminano abbracciati, incuranti delle gocce che bagnano
i loro baci… una vecchia bicicletta cigolando attraversa
la corte mentre una mamma richiama all’ordine il proprio
cucciolo e due piccioni, appollaiati sul gomito della
grondaia, al riparo del cornicione aspettano che spiova.
Da quanto tempo non notavo più queste
cose… quanto tempo di "non vita" ho passato…
Come se mi stessi svegliando da un
lungo letargo mi ritrovo a ripensare ai giorni persi,
rinchiusa in un bunker in compagnia di altre anime
ferite dalla vita che, come me, vi hanno cercato riparo.
Intenti ognuno a leccare le proprie ferite si resta lì,
al sicuro, temendo quel punto luminoso che, seppur
lontano, cerca di farsi strada tra le tenebre.
E’ lontana quella luce, ma,
ugualmente ti abbaglia, conosci il piacere del suo
calore ma anche il dolore delle sue scottature. Per non
esserne inghiottita, ti aggrappi con tutte le forze che
ti sono rimaste alle altre anime disperate che, come te,
cercano di resistere a quella forza magnetica che attrae
e spaventa chi già ne è rimasto scottato …
La luce, pian piano, si fa più forte…
passo dopo passo la fine del tunnel è sempre più vicina…
senti le tue paure sciogliersi e, mentre le voci delle
persone che ti hanno tenuto compagnia nei momenti bui
diventano via via più flebili, ti ritrovi di nuovo
affacciata alla vita e … riscopri il piacere del bacio
di un raggio di sole, del ticchettio della pioggia o di
un alito di vento sul viso; riscopri la bellezza di un
cielo azzurro intenso o di nubi multiformi che giocano a
rincorrersi, l’esplosione di colori di un tramonto o lo
splendore dell’accendersi di mille diamanti di stelle al
crepuscolo …
E … resto qui, come in estasi,
affacciata alla finestra a "respirare vita"!
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Addio dolce Elisir,
ieri
sera tenevo la tua testolina tra le mani e i tuoi occhi
parlavano coi miei, in quel linguaggio di sguardi che tra
noi c’è sempre stato e che non aveva bisogno di interpreti
… ci siamo a turno strizzate le palpebre per l’ultima
volta, in quell’ultimo “Ti voglio bene” e abbiamo atteso,
insieme, la fine della tua agonia. Mi si è squarciato il
cuore quando, nonostante la preventiva anestesia, hai
emesso quel lungo ultimo gemito, ma, è stato un attimo,
un nulla al confronto di quanto avevi già patito in
silenzio pur di starmi accanto e, mi chiedo, quanto ci sia
stato di pietoso nell’illudermi di averti regalato qualche
giorno in più e quanto invece ciò non sia stato dettato
unicamente dal mio egoismo.
Adesso il tuo corpo riposa sotto il tuo albero preferito,
quell’abete fitto fitto, proprio davanti al terrazzino,
che non ne vuol sapere di crescere in altezza e continua
ad espandersi in larghezza, sotto il quale amavi trovare
riparo dalla calura estiva; ma, mi piace pensare che,
mentre esalavi il tuo ultimo flebile respiro, ci sia stato
un passaggio di consegna e, dalle mie braccia, tu sia
passata direttamente in quelle di chi altrettanto ti amava
e continuerà a coccolarti nell’attesa di ritrovarci, un
giorno, nuovamente tutti assieme.
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