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Marco Saya

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La storia inizia indietro

 
la storia inizia indietro,
pianti neonati in una villetta sudamericana,
lumache alle pareti
bianche e scrostate
con l’atlantico ai piedi.
“dov’è papà?”,
“in giro per il mondo”, la tata mi sollevava
già sballottato di mano in mano
 
gli aquiloni, con quel vento lì,
un tiro alla fune verso l’alto.
manca la stretta sicura,
un dubbio che mi porto da sempre,
una risposta persa tra la sabbia fine.
“cosa aspetti a tornare a casa?”
corrono le piccole gambe,
corrono i giorni da rito uguali.
 
la finestra sorride al poco verde
- ora - stretto tra mura di polveri.
dov’è la ciclabile?”, e “quel tram che mi salutava?”
e "l’adolescente che scalava la vetta della vita?”
si affaccia da altri balconi,
la Milano volgare,
incancrenisce immagini
di figurine, copie di abitanti.
 
l’onda mi veniva incontro,
amica nel gioco dello spruzzo.
il Corcovado ci abbracciava
con il calore, colori della gioia.
non sapevo di povertà.
non sapevo di sifilide.
non sapevo di multinazionali.
sapevo di essere felice.
 
il grigiore di un open space
in finte periferie adornate
con lampioni simil Versailles, sparuti
come bianchi cigni stagnanti di contorno
a quattro sedie thonet da bar.
che ti va di prendere?”
per ammazzare la noia
del pre solarium chè
nuovi raggi anticipano il sereno.
 
la strada saliva tortuosa,
un chiosco di banane - pit stop –
anticipava la vista del Cristo.
le vie sono tutte uguali, oggi,
una foto sbiadita qua e là 
segna un percorso di croci
e quel Padre l’ho perso
nell’infanzia della mente.
 
“hai preparato l’offerta?”, ti chiede un estraneo.
hai fatto i compiti?”, ripeteva mia madre.
ora capisco la congiunzione degli intenti,
figlia della rabbia disperata
rassegnata al voto di castità
come appartenere, essere in questo mondo  
e avvertirne il recinto
perché fuori è buio pesto.
 
il tempo aiuta a morire.
“che ore sono?”,
il ricordo è vita a ritroso
come quando torni sui tuoi passi,
come quando gli alberi
sfrecciano impazziti
perché i tuoi occhi
vedono frazioni di intervalli
e la storia inizia indietro.

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Appunti

 

Svesto il cuore

dal rivestimento

ponendo là in angolo

il battito di ciglia

a ripiego di fatti

intransigenti,

corporei appunti. 

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Spogliazione

 

qualche volta mi privo

di sensi,

rotolando mi allungo

nell’intercapedine

( affranti di pori )

e poi

e dopo poi

il tiramolla quotidiano

mai posato in un riposo

solo saltuario.

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Ci si vede ogni tanto…

 

Forse più per ricordarci

che ci siamo.

Il come poco importa,

giri lo sguardo,

caleidoscopio di maschere,

colori appiccicati - più o meno posticci - 

in feste di labiali, talvolta la parola dice.

 

Ci si vede ogni tanto…

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Lezione

 
 
Ho imparato che le risposte, come le basse maree, seguono i deboli venti delle parole.

Ho imparato che il tempo, monolita un po’ nomade... un po’ gendarme,passeggia sulla pelle imbrividita del mondo.

Ho imparato che “i perché” , come aghi appuntiti, alleviano - soli – i fastidi di stagione.

Ho imparato che i condimenti (a parte la freschezza del pomodoro) insanguinano candide tovaglie e l’oblò centrifuga le cravatte di empi commensali.

Non ho semplicemente capito: se non a nuotare in un rio che si secca alla fonte…
 

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Il punto - sopra? - …se è limpido o lo immaginiamo dovunque.
Il satellitare indica un percorso. Prima non esisteva.
Due madri ora ci guidano: a braccetto confondono
il futuro delle culle. Si aggiunge il sogno, l'amico ubriaco
sberleffa il caos. Ventriloquo di voci, invereconde
nella rissosa stia – il mappamondo esplode – con tutte le ragioni.
Il clone (pensando di pensare) rimescola le carte , truccate da ovvia sazietà.
Il nulla soffoca – anche – l’ingenua libellula, l’Arca? Legno al macero!
Ricapitolando: dov’è la natura? Il navigatore ci passa tra le mani; cambiamo traccia.
 
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Quando ti infili la cintura
sembra di ricomporre i pezzi, (ancora sopiti)
chè il sopra e sotto appaiono avvitati
per incanto, sino a sera, quando un letto
ti riporta allo spoglio del puzzle, già sporcato
dall’ovvietà delle cose e la cintura
ci libera dalla confusione
della folla.
 
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La testa è fasciata dall’alto
(sia che piova o meno),
ai lati stritolati gli arti
(vetrine più o meno appuntite),
sotto i piedi la pavimentazione
(più o meno asfaltata),
dietro si guarda poco
(più o meno infastidisce quel torcicollo),
davanti lo sguardo posa distratto un punto
(più o meno in movimento),
più o meno tutto passeggiando con il proprio intero.