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Nadina Spaggiari Ascari

 

A tratti mi trovava
Percezioni
La stanza sotto i tetti
Nell'ora semplice
Quando l'amore
Il luogo dell'incontro
Certe notti
Quel riso che ha perduto l'affetto
Dopo il caffè
La dolcezza
Tu, d'un piacere colpevole?
Così disposta
Allo specchio
Che io ti conosca
Stracci

della stessa Autrice ...  Fotogallery

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                                      


E' solo uno scatto, con un brevissimo tempo di posa
e sono dentro l'istantanea: - fibrilla d'ala raccolta
nella pelle del giubbotto nero di mio padre.

(Non so parlare di lui. E' un dolore interrato
sotto giunchi fitti che ondeggiano appena)

.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .

Geloso come me, sapeva di mosto -
irrequieto, così bravo a recidere sogni,
a spargerli sull'altro lato della sponda, là,
dove non si arriva mai, anche se tendi i vasi del cuore.

(Si rifugiava nell'aria di un silenzio, tutto suo)

Sapeva alzare le maree, liquidi muri insormontabili -
quante immersioni per raggiungerlo, e il mio sguardo segreto
per capire il momento, se era tormento o appena un'ombra.
 
E lui, solo, con la sua sigaretta,
sempre stretta fra le labbra carnose
guardava lontano, quando voleva perdersi. Spesso.

A tratti mi trovava (figlia) -
quando si inoltrava in un giardino incompiuto,
dove portavo il mio essere donna a comprendersi
e mi diceva la sua timidezza, col sorriso profondo di padre,
fissandosi impacciato, un poco estraneo,
nel fondo complice, amabile, di un vino rosso.


(A mio padre)

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Percezioni

Specchio specchio di questo mondo, non mi imprigionare -
si cerca il proprio modo di ritornare a un quieto suicidio,
come la suggestione di una voce docile, che s'allontana.

Dietro le belle spalle tutto si piega, incessantemente,
come le zampe di un capriolo in una battuta di caccia -
(osservo la brevità nell'occhio che ne segue
                                                      e lo stupore)

Stupore, così legato alla morte, dentro l'ora vitrea
di una notte qualunque -

       (io la sua preda)

Illusa, sopra questo letto, che non sia vera, che sia una scelta
o più semplicemente l'effetto collaterale di un'infelicità.

O solo un sangue dolce, il suo sapore,
come un morso sul labbro -

e uno stormire, poi,
che lento si disperde
nell'aria dilatata di un delirio.

 

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Nell'ora semplice

Che desiderare se non il sonno,
se quando vive la notte si lacera -
e pensavo questa donna finita,
cenere, che si stacca dalla brace.

Oh mia presenza, t'ho vista spezzata,

poi infinita, distesa nel suo fuoco
quando ramifichi nel
l'ora semplice,
che anche spersa in ombra, saresti luce.

E il male, dimmi (Tu), da dove viene,
quale il suo seme, quale la radice -
l’acqua intorbidita non sa morire
o il male sta nel mio stesso timore?
 

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La stanza sotto i tetti

Pende stanca, da una poltrona di vimini, in questa sfitta sera
la vita allineata con troppa simmetria -
malattia odorosa d'iris, e di un insistere invadente della pendola -

(ti scrivo, da una stanza sotto i tetti,
menino de rua, tua mammella lontana -
al tuo buio, o solamente al mio).

Cos'è che mi separa dal mondo, profonda angoscia consegnata,
ala abbandonata a sé stessa o a lui, (Lui) splendido intruso,

mia pace
e brace:

dono di un amore più grande
in un colpo di lancia,
sangue, acqua, il vino nuovo -

un cartoccio di marrons glacés,
ma così in solitudine.

I gatti sono tristi senza i tetti, come me che rubo la vista al buio,
assai stupita, di vedermi intorno un'oscurità dolce, per i miei occhi
-
ventoso vuoto che soffia le onde della valle, di veglie e di novelle,
donna che affonda le mani nel suo spettro -
quest'ultima Ofelia è all'orlo dell'inverno, lì aspetta, svagata,

e ci sarà cordoglio,
per le fredde, complesse, trafitture.
 

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Quando l'amore

Spoglia dal deserto lunare, d'una morbida attesa,
emersi dalla notte, come acqua di torrente,
dissacrando una quiete, che fascia troppo strette le parole -
(parole, sì, parole in piena: - colme mammelle di lupa ai mendicanti).

Calda presenza grata di passione, corda annodata di sospiri,
raccoglierai questi miei slanci, o rimarrà pallida fiamma,
fino a morire sull'affogata voglia che ho di te -
(ma poi cos'è la morte? bellezza fanciulla come appare -
ispiratrice più imperiosa della mia poesia! superba follia).

Nel mio lasciarmi divorare, qui ho cercato di narrarti
quanto ho cantato, per venire a te, calandomi nell'onda più densa -

inerpicata innocenza, sedotta - sofferenza annunciata.
 

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Il luogo dell'incontro

So che ero viva quando ho amato -
                                             (non ho mai smesso!)

ho dato corpo al buio, per capire
la ragione di un sorriso -
e per quanto aderisca intimamente,
cuore non trova pace, senza quel possesso, e preme -

ma l'amore non si paga se non di se stesso -
non è pietra percossa, né lingua focaia,
non feconda cuore per possedere, né per suo gusto,
né per vantaggio, in nome di ciò che non appare -

il luogo dell'incontro non è oltre il sentire,
                                       ma è in ciò che più lo salva.

 

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Certe notti

Certe notti il dolore è un ramo aperto -
al di là di una visione, una donna,
comincia come un giunco che si piega
sulla sponda sparsa, alla piena aggrava.

 

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Quel riso che ha perduto l'affetto

            S'è fatta alta l'erba, dove la pioggia muore,
lo stelo porta il giglio, senza riguardo per la malattia,
che affonda sola nella terra -

           (poi si appare come l'ombra di un'ombra -
           ricordo appena gli occhi, che non parlano,
           e quel riso, che ha perduto l'affetto).

.      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .      .

E' questa la donna dentro il suo tino, a spremere vaghi senza più succo,
con uno straccio addosso lacerato, dal graffio amato della follia,
che ancora preme la sua passione, fasciando strette le stelle in gola.

Mie care caviglie stanche, Dio non concede scadenze -
sollevate questa vita di lepre, fuori dalla sua tana,
che non diventi straniera uggiosa, nella sua stessa itaca.

 

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Dopo il caffè

Dopo il caffè rimane l'abitudine
di confessare da dove proviene
questo tuo inerpicato male -
 

come mango che vuol tornare boccio
su terra nera, smossa in superficie,
che a morderlo rimane l'agro in bocca
e brucia, arrossa, poi, tutto l'affetto.
 

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La dolcezza

Cara dolcezza, rugiada degli uomini
che ti trascini per gli stracci,
                     t'ho vista lacerarti -

noi tutti eravamo sperduti,
nubi azzurrine di gente morente,
disseminata polvere di pane.

.      .      .      .      .      .      .      .

Ma quando è terra buona, quali vaghi
ci insegni ad amare nelle tempeste,
santo influsso di forza travolgente -
sapremo morire come un dio semplice
che può apparire debolezza?
              
Oh la mitezza, che non fa rumore,
è in te che voglio crescere -
calca nella coscienza un'orma,
(l’ho vista radicarsi in questa gola,
e gioire d’essere accolta)


esalta la brace con la presenza
e senza lotta mantiene la pace -
ripara il male, trascina le folle
 
e Dio, che non resiste mai
alla dolce violenza inerpicata
di tanta immacolata mansuetudine.

 

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Tu, d'un piacere colpevole?

Accenno uno svagato movimento, nell'alzarmi,
per scostare l'aria che m'impollina la lingua,
nei miei lunghi dialoghi, sull'uva che ti neghi:

innocenza e abisso di un respiro, teso -
corda del tempo, nodi di dolore.

Mia dolce intrusione. Tu, d'un piacere colpevole?
Nel tuo vino mi vedo capovolta, inquieta,
di piccole oscure maree.

Ma la volpe ritornerà alla tana, la donna alla sua itaca -

presto i miei piedi saranno interrati,
come il bambù del mio gelsomino -
inerpicata di solitudine, aspetterò la pioggia:
forse è questa la santità.

Mi rimarrà la bellezza e la follia -
fin che non sarà suicida la mia penna.

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Stracci

Cenere la notte, che trae dal buio
la sua piccola barca a riva -
e le fiaccole, le feste glaciali,
le mie belle spalle tremanti.

O la vita che appare,
                         e scompare -

ma nella stanza tiepida
qualcosa resta, qualcosa
che non voglio vedere -
                 (sta come potrebbe la morte:
                  quali giochi di pianti)

stracci, sulla sceneggiatura
rimangono gli stracci lacerati
                                      a tamponare
                      questo universale diluvio.

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Che io ti conosca

Che io ti conosca, o tu che mi conosci,
e non sia solo il graffio d'una rondine,
né figlia di gente straniera -
che io mi conosca come da te conosciuta,
o virtù della mia anima - così io spero.

Che io ti confessi la mia erba maligna -
e se poi non volessi confessarmi
cosa rimarrebbe di me nascosto,
se al tuo sguardo s'apre nuda ogni fiera.

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Allo specchio

Col volto di chi è annoiato, restai così per un lungo istante,
con queste mani fragili, sottili, appoggiate allo specchio -
e la chiarezza disparve, uscii nei miei pallori, mi vidi là
insonnolita, contro il fianco della morte, stretta al suo giglio.

Lo spazio bianco, immobile, pareva deformarsi ogni tanto,
di quel labile pianto che curvandosi gridò alla sua dormiente:

        - svegliati, sfuggevole sguardo,
        che non s'è smarrito il fondo dei tuoi occhi -
        apostoli profondi, dilatati, di chi ancora apre la porta

        alle folate, se pure a volte devastanti, della continuità.

 

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Così disposta

L'umanità va in fiamme e non la so descrivere -
s'affolla un po' sopita, la libertà, di pensare o non pensare
a quanto una giornata d'autunno mi appare
come labbra tese a un'ostia, dal sapore di mentuccia -
(tanta umana fragilità, rattrista!
creature in bilico al riparo da ogni slancio).

Livide le foglie, tremano la tregua della pioggia -
l'umidità respira un poco appesa ai vetri,
un vento lieve supplica l'odore delle fragole
e di silenzi accorti,
in verità scomposte e al cuore lucignolo rimpiange
ogni fratello perso per la strada -
poiché ogni uomo nel sangue mi versa
qualcosa di buono, disormeggiato
da una grande profondità.

Così, disposta, sull'acqua che mi vede sognare
rami pronti all'inverno,
stelle che brinano sui vicoli, e un pezzo appeso d'agrifoglio,
e tu che non colmi più il pozzo, per trovarvi la luna.

Anche la quiete mi somiglia, cara speranza, che mi riporti a riva,
ho capito l'amore ritrovando me stessa,
e non mi schianto più fuori dal sogno.

L'odore del latte caldo, la schiuma e un cucchiaino da leccare,
e Dori che telefona alle sei, seduta sulla sua cassapanca,
come violastra farfalla senza fiore, di una infanzia poco perdonata -

parlarle d'affetti, dei domani dai rampicanti delicati,
sotto cieli graffiati,
a confessare sogni fra i canneti
e poi parola per il pane e il sangue -

che in certi giorni i grumi si disperdono, nel polline del cuore,
e sembra smettere un rimorso.


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