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Robert Strange

Evanescenze
Rendez vous

Circumnavigare

Mi arrendo

Scrivo una poesia

Non ci sei più
Se a volte ti sogno
Venalità

Eppure è vivere

Dedicata a Ley
Rosso di sera
I tarocchi: Il Matto
Solubile atmosfera
Strampalato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

 

Evanescenze

Le carte mi danno vincente,
sei tu che lo dici, veggente,
che leggi i fondi di caffè
di un paghi due e prendi tre
al grande magazzino in centro
là, proprio dove io non entro.
E resta sospeso a metà il respiro
fra un battito di ciglia
e il gesto della mano
al tuo dire sorprendente
così che chiedo ancora un giro
al fante alla donna e a un nano
perché non venga nuovamente
che volgendo gli occhi alla chimera
io, misero eroe d’un tempo
che ha perso gli anni dietro al niente
d’un sogno caduco e traditore,
non debba ritrovarmi disilluso
perché starai guardando altrove.
Digerisco il peso dei miei anni
mutuando il fare fanciullesco
di chi spensieratezza veste
con garbo e savoir-faire
fino al parossistico berciare
che troppo fiato ha in gola.
Sento forte il richiamo
d’un più soave sentire
che s’appresta imperioso
al mio essere primordiale
così che lascio ore al momento
che si dilata nell’effimero.
E si ripete eternamente…

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Rendez vous

Ho visto i miei ricordi
posati su un piatto d’argento.
Il color ambra d’un campo di grano
che il vento invita a danzare.
Perché non mi parli?
Lo sguardo nel nulla incantato
lambisce le stelle,
accarezza un desiderio
d’avere impaziente.
Siamo pietra e stagno
o, forse, l’arco e la freccia
nel contorto disegno
che il destino ha tracciato?
Vivo l’istante appena trascorso
nel mio anelare al futuro
e il tuo sapore antico
mi porta frutti gustosi
da cogliere senza assaggiare.
Resto in un limbo di piacere
ad intrecciare parole
in collane di foggia diversa
che adornino il collo ed il petto
di soave madonna
ch’è tale al mio triste vedermi
lontano e miserrimo
pescatore di vane speranze.
E allora ti incontro.
Qui.
A margine del sentire empatico
che vuole un vedere diverso
dal tuo lontano apparire,
effigie retorica idolatrata,
iconoclasta presenza saltuaria
nel mio strampalato divenire.
E allora, sei quella che vorrei.

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  Circumnavigare

    Filtrano minuscoli granelli.
    Passa la sabbia
    fra dita tremanti
    e avvizzite
    dal sole che scalda
    ma cuoce la pelle
    lasciando evidenza
    d'un fare che è avere la vita.
    Salsedine a strati
    disegna la fronte
    spaziosa quel tanto
    che attesti giustezza di senno
    a misera comprensione
    del torto nativo
    che ha tolto e mai dato
    più di mille speranze.
    Si perde lontano lo sguardo
    fisso nel mare pacato
    metafora evidente
    di lieve esistenza
    che, invece,
    ha visto burrasche
    di lampi e di tuoni.
    Sovente.
    S'arena quel guscio
    amico di sempre
    in solitudine attesa
    del tempo che porti
    abbondanza
    per farne buon uso
    al proprio bisogno
    e per chi vuole averne.
    Misere notti
    di sonno mancato
    lasciate ad asciugare,
    lacrime salate
    quel tanto che basti
    a seccare la gola
    strozzando la voce
    di lamento crescente.
    Stanca miseria
    d'aggrinzire la pelle
    lascia bocconi
    più amari
    nel tempo che passa
    ch'è un girare intorno
    ad un cuore salmastro
    rischiando d'affogare.
 

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Mi arrendo

Salta e rimbalza, la Coscienza;
talvolta arriva agli spigoli del cuore.
E come pallina impazzita
contro gli elastici di un flipper
schizza via per nuove direzioni
in cerca di un evento che la quieti.
Improbabile…
Risuona in echi della mente
il richiamo a più giusto sentire
che la smarrita e vilipesa ragione
- ultimo baluardo di saggezza –
vorrebbe trovare all’incasso.
Sordido anchorman da strapazzo
continua a diffondere brutture
da uno schermo che più piatto non si può,
vanto per noi mediocri umani,
da esporre incollato alla parete
d’un salotto in stile anni ’70.
E Coscienza ritorna ad agitarsi;
questa volta sembra volerlo trafiggere
il cuore “deluso e poi abbandonato”
come cantava tanto tempo fa
quello che abitava in Piazza Grande.
Ed era poesia.
Ma poi s’è perso…
Nel sistema che fagocita anche l’estro,
che promette gloria all’ingrosso
nei saldi sconvenienti d’un supermercato
che ci ostiniamo a chiamare TV.
Si mostra svestita la morale
in cambio di un’audience favorevole
ottenuto con scarsa originalità
mercificando fin troppo il sentimento.
Spinge ancora la Coscienza.
Ribellione vorrebbe.
Ma non è qui che può trovarla.
E poi è tardi, fra poco entro in scena.
Mi chiedi chi sono?
Il tronista di “Uomini e Donne”!
Touché…

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Scrivo una poesia

Non dormo, stanotte.
Ti veglio da lontano
e aspetto
d’un tratto cosciente,
fremente al tuo tatto
seppure distante
io sento presenza
che lascia sognante.
Rimesto le voglie,
ne faccio baratto
con altro
che sfolli la mente
d’ogni movenza
che giunga, a dispetto,
per dare tormento
al mio scarso equilibrio.
 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
 

Son io il capitano
che grida rivolta
e, un attimo dopo,
mi trovo giullare,
buffone di corte
adatto al dileggio
e, ancora, che vedo?
Tu sei la regina!
Sposto il pensiero,
lo getto distante.
Son ora distratto pedone
tra gente operosa
d’un mondo lontano.
Una donna ha dei fiori,
compro una rosa:
sai chi la vende?
Fuggo ancora da te
lungo un percorso
che spero mi porti
a un benefico sonno.
Ma tempo ne resta
per altre fermate
d’illusione ed inganno
al mio cupido sentire.
Bongiorno mi invita:
si metta le cuffie, mi dice,
risponda a domanda
che vale un milione.
Su, scelga la busta
e mentre lo faccio
rimango stupito…
Sei tu la valletta!
Dopo cento avventure
e tu sempre presente,
mi chiedo il rimedio
ch’io possa trovare
per giungere indenne
al mattino che segue
senza vedermi
arreso e perdente.
M’alzo a sedere sul letto
e respiro profondo
m’aiuta a vedere la via
unica e vera
che mi consola più volte;
ne seguo sul foglio la scia
di parole da incasellare.
E allora, sai già cosa faccio…

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Non ci sei più

 …e come una canzone dei Pink Floyd
conduce alla casa del ricordo,
in precario equilibrio su corda sonante
d’un vibrato che rimorde la coscienza,
consento al pensiero di seguirne la scia.
Batte la pioggia sul vetro opaco
come note che cadono a pezzi
e m’affanno a non pestarne i frammenti
quasi fosse peccato mortale.
E tu mi dicevi: suoniamola ancora,
con la tua voce d’accordo in minore
che già più volte m’aveva sconfitto.
Un gesto istintivo, la mano che sfiora la fronte
– ma è forse sgombrare la mente? –
poi mi volto a parlarti, a dirti ancora di si.
È il mio volto riflesso che vedo, distorto
e rigato da cento gocce di pioggia.
O è soltanto inutile pianto…
Cosa ci sarà nel lato oscuro del tuo cuore,
il tuo bellissimo cuore, ..ore… ..ore…
..ore… interminabili di ansia e di speranza
a vegliare respiri flebili d’un volto smunto.
A carezzare capelli ormai radi
che sanno dire del tempo trascorso.
Troppo…
Da quell’asfalto così scivoloso
che mi prese la mano ed il cuore.
Ma non la vita.
Avrei preferito fosse andata così.
E adesso, nel mesto ritorno al futuro
ti lascio al margine di memoria
oltre l’ empireo riparo che protegge
e dove, a volte, vengo a trovarti.
Another brick in the wall…
 

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Se a volte ti sogno

Attraverso un prato d’ombre lucenti
in un mondo al contrario che lascia sgomenti,
la notte riflette pensieri suadenti
rimorchio ad un fare che ha pane e non denti.
 

Ti vedo pregante in quel sito straniero
che ha luci soffuse di un vago sembrare
e resto sospeso nel girovagare
lasciando alla mente quel solo pensiero
 

che parla di te come ancora presente
nel dire, nel fare, nel tuo essere ancora
la mano che cerco, più volte insistente,
se perdo la strada che porta a dimora.
 

E tu mi conduci a quei passi sicuri
fermo sostegno a mia tenue coscienza
che illumina un guado di reminiscenza
lasciando lo spazio ad un tempo che duri
 

quel tanto che basti a riprendere fiato,
vano mirare a un bersaglio mancato,
per poi ritrovarmi alla lotta di adesso
ché mai si può dire: nulla è successo.


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Venalità

In fondo,
ti ho solo chiesto
di amare…
Ma proprio in fondo.
A tutto.
Certo, dopo il burraco
e gli incontri con le amiche.
Ribadisco in fondo,
dopo-tutto.
No, non ho detto
di amarmi…
Ne faccio un discorso
a l l a r g a t o
ad ogni essere vivente,
e perché no,
– ne fossi tu capace –
anche a qualcosa
che anima non ha.
Mi scruti,
sostieni il mio sguardo
e dici:
<>
<>
Spalanchi gli occhi,
le braccia al cielo
e con l’aria stupita
esclami:
<
mon chéri!>>
 

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Eppure è vivere

Amo.
D’un amore incontrollato,
parabolico crescente al limite
d’un asintotico andare al troppo
che mai si raggiunge per non strafare.
Soffro.
Appeso ad un pensiero stabile,
malessere ancestrale inconfessato
eredità d’un patetico mediare
ciò che sta tra il cuore e la ragione.
Attendo.
Esito inconfutabile già prescritto,
idiosincrasia tendente allo squilibrio
sfocia nel paradosso extra-sensoriale
che conduce al me stesso che vorrei.
Discuto.
Parole inutili di fiato perso
a convincimento di menti chiuse
poco allenate a un dialogo fattivo
che tutto sia fuorché prevaricare.
Spendo.
Tempo a latere di consuetudine;
su fogli bianchi raffiguro malesseri
che alimentano infinite spore di resistenza
in un continuo rigenerarsi d’assuefazione.
Rifuggo.
Pervadente bigottismo di facciata
di chi professa credenze religiose
a paravento di confessioni da celare
tipiche di chi è avvezzo al perbenismo.
Difendo.
Ogni minoranza che non abbia voce,
singola incomprensione palesata
che porti discrepanza nell’omologo sentire
e mi porti a nuovi mondi da vedere.
Vivo.
In fondo a tutto questo caos,
velleitario progredire all’abbandono
d’un intento comune di esistenza
priva di ogni inutile tormento.

 

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Dedicata a Ley

Senza petali un fiore è come nudo;
al freddo esporsi alle intemperie
sarebbe così facile bersaglio
da piegarsi di certo in un momento
anche al flebile sospiro d'un insetto
che per caso, cercando un lieve appiglio,
si posasse sull'esile suo stelo
per trovare riposo a un lungo viaggio.
Ma se intorno alla corolla così smunta
si mostrasse un vestito colorato
basterebbe appena un solo giorno
che, a vederlo, un cuore innamorato
lo raccolga e a guisa di conferma
lo spogli d'ogni petalo indovino
della sorte che destino ha riservato
a ciò che v'è riposto in fondo al cuore.
Non più sarebbe inutile soccombere
in fondo questa fine prematura
ma quasi una missione disperata,
soccorso ad un cuore tumultuoso
che cerca riprove al suo sentire
e priva quel fiore variopinto
della veste portata con fierezza
che il vento, ora, porta all'imbrunire.
 

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 Rosso di sera

Non sono, sembro soltanto
e vivo a rilento, e affranto,
il divenuto e ciò ch’è da venire
come della sera all’imbrunire
il colore rossastro delle nubi,
che sembra tutto turbi
e confonde il cielo terso,
d’ogni speranza avverso,
per sciogliere l’arcano
che ogni tentativo è vano
se spinge a ricercare il vero
dove non semina il sincero,
così che chi si crede giusto
nel misero cervello angusto
ripone la pazienza ed il rispetto
ma sfoggia lustrini sopra il petto.
E attraversando il bosco
pregando un dio che non conosco,
se vedo in cielo quel colore
spero che domani sia migliore.

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I tarocchi: Il Matto

Sono in fase involutiva.
Ascolto crotalo a riecheggiare
perdute sonorità tribali.
La grande ammonite ha parlato:
ristagno.
Lascio vagare mente a ritroso
nel pulviscolo appena percettibile
dei presentimenti temuti,
tenuti a bada per anni.
Lembo di ragione assopito,
rapito ad un bagliore di lucidità,
ridà nuova linfa al vigore.
Forse…
La stanza del tempo non ha pareti
(“ma alberi, alberi infiniti….”)
e si spiana in radure aride
dove una volta scorrevano fiumi
di generosa e attesa abbondanza.
Lo sciamano senza i suoi amuleti
non ha rimedi da proporre
così che mi affogo nel nulla
che avvolge e compenetra
l’istinto alla ragionevolezza.
Mi sforzo a mostrarmi normale
ad esseri che della loro abitudine
hanno fatto parvenza di un ordine
precostituito ed omologato
al patetico agire comune…
Il vento mi riporta echi lontani.
I tamburi hanno ripreso a suonare
e sono segnali di guerra...

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Solubile atmosfera di cristallo
si scioglie in leggera foschia
che ammanta e traspare
palesando probabili occasioni.
Acceca scintillio di granuli non sciolti
ferendo gli occhi, ormai così provati
dai mille riflessi d'un sole cocente.
Cammino su foglie istoriate dal tempo
perseguendo la meta distante
che più s'allontana, a dispetto,
vanificando lo sforzo già fatto.
S'intorpidiscono i sensi
- limite invalicabile di logica -
che blandiscono il saper fare
a disporre equilibrismo d'evenienza,
lasciando vaporose nuvole d'intenti
che danno pioggia che non bagna.
Non una nota in sottofondo,
un flebile suono d'accompagno
di puro e semplice scampanellio.
Solo sfocate immagini distorte
portano tedio in abbondanza
alle notturne ore di non-riposo.
All'infinito rincorrere di un'alba
chiarificatrice ultima del dubbio…

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Strampalato

Volgere momenti apatici scostanti
a rese incondizionate e inevitabili,
resta il solo agire, d’inettitudine vestito,
che dà pregnante senso al regredire…
Qui, forse, ci metto un punto
o non saprei che cosa!
Ho scusante a togliermi imbarazzo.
E questo basti.
Il nero di sera che dà eleganza
s’accompagna a gesti e a dire insulsi,
veste autentica e inopportuna.
Lascio appesi intenti d’occasione
scovati, un tempo, in fondo al nulla
che, a mo’ di vanto, mostrava un rigattiere.
Mi frugo in tasca a togliere frammenti
di frasi fatte da non tenere a mente
ma utili nelle noiose circostanze
di convenevoli e falso perbenismo.
I n e l u t t a b i l m e n t e c a t t o
sorvolo il latente parossismo
che pervade, dalle radici, il fare
per stringere ai ferri la ragione,
diversamente abile a singhiozzo,
che nulla vuol saperne di pensare.
Candele votive a un santo anonimo
mi ritrovo ad offrire speranzoso
e in simile penombra ricercata
chiedo consiglio alla mia ombra.
Al solito, sarà l’alba dispettosa
a negarmi risposta sospirata.

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