Home  

 

"Novecento" di Alessandro Baricco

raccontato da Elisabetta R.Rubino

Voglio iniziare la mia breve riflessione, dicendo che questo libro mi è piaciuto molto, nonostante in passato io abbia giudicato particolarmente faticoso lo stile narrativo di Baricco e nonostante l’estrema brevità del racconto, presentato sotto forma di monologo. Ma penso che siano proprio queste caratteristiche a dare la vera efficacia alla storia: brevità, concisione, compiutezza e delimitatezza. In una cinquantina di pagine si delinea chiaramente l’essenza della storia, un significato universale colto emblematicamente nell’esistenza misteriosa di un personaggio leggendario, la cui vita ha la consistenza dell’acqua che scorre via tra le dita quando si cerca di afferrarla.

Novecento, personaggio enigmatico, nato e vissuto per tutta la sua esistenza su un transatlantico del primo novecento, sembra vivere sospeso con il suo pianoforte entro una bolla di sapone creata dall’acqua dell’oceano e dalla musica. Dall’interno di questo spazio vitale circoscritto riesce ad evocare, attraverso il contatto con i tasti, i suoni della vita reale, vibrazioni che si trasformano davanti ai suoi occhi in immagini del mondo che egli stesso non ha mai potuto vedere. Tale vuoto si presenta dapprima come desiderio infinito di conoscenza dove la musica si contrappone armonicamente all’insoddisfazione causata dalla vastità dei desideri non esaudibili. La musica è il rimedio per una mancanza, per una vita che esiste solo nell’immaginazione in quanto frutto dell’esperienza e dei desideri altrui.

Così come i viggiatori vedono nell’America l’esaudimento dei propri desideri, così anche il pianista Novecento crede ad un certo punto di poter uscire dalla sua sfera di cristallo e approdare finalmente alla vita reale con il semplice gesto di scendere dalla nave. La scelta dell’America e di New York è a questo proposito estremamente rappresentativa perché denota la speranza di poter vivere una vita dove finalmente ogni desiderio trovi il suo esaudimento.

Ma, ancora fermo sul terzo gradino della nave, Novecento, con lo sguardo catturato dall’enormità del mondo della terraferma, comprende che la vita e il mondo reale con la sua illimitatezza possono essere solo appannaggio di un essere divino

. Questo mondo è fatto dei desideri dell’uomo, il quale in esso diviene talmente piccolo da perdersi completamente e scomparire, poiché i desideri prendono il sopravvento e l’uomo è destinato a soccombere nella propria infelicità.

La vita di Novecento è invece consacrata alla forza della natura, all’oceano, all’infinito più vasto che appare più piccolo nel suo essere relegato al mondo delimitato dalla tastiera del suo pianoforte. La natura lo ha dotato della capacità di suonare una musica misteriosa, coinvolgente e a suo modo magica, che è sempre unica e non si ripete mai - la musica immensa della natura, dell’oceano che vive delle esperienze e delle speranze dei viaggiatori che lo attraversano e che durante il tragitto gli trasmettono con i loro pensieri riuniti nello spazio ristretto della nave tutta la loro esperienza. Di ciò si nutre l’oceano, e di ciò, come una madre affettuosa, esso nutrirà il figlio prediletto che non riuscirà mai a staccarsi dal suo seno. E’ questa musica che gli dà la vita, una vita che altrimenti, fuori dai limiti del suo piccolo vasto universo, non esisterebbe.

Quando Novecento è infine costretto ad abbandonare l’oceano e la sua musica, la sua vita è ormai cristallizzata: tutta la musica è stata suonata in una sola nota di un istante. Non è pazzia, dice, ma geometria: la sua vita non ha più senso, è immobile perché è divenuta forma, corpo, si è esaurita nella certezza che i desideri equivalgono all’infelicità, e la consapevolezza di doversi porre dei limiti per poter vivere, induce a non aver più ragione di desiderare, né, di conseguenza, di essere infelici, perché non esiste infelicità senza desideri. Si finisce allora per esistere in uno spazio sempre più ristretto che alla fine diventa l’essenza del proprio essere. Non si può uscire da questo, e Novecento non ne uscirà…

 

Il racconto in sostanza narra la maturazione interiore di un’anima eletta destinata a vivere fuori dal tempo e dallo spazio, attraverso la trasformazione del suono infinito dell’oceano in un Sé finito, percorso che allo stesso tempo segna paradossalmente l’annullamento del Sé nell’infinito. Il Sé equivale ad una sola nota, unica e compiuta in se stessa, che comprende tutto lo scibile, fatto di tutti i suoni dell’universo, nella vibrazione di un solo istante, rappresentando così l’armonia assoluta, il suono immenso dell’infinito. La musica, i suoni, che costituiscono tutto il nostro mondo interiore ed esteriore, sono l’essenza profonda del nostro essere.

Se la musica è vibrazione e la vibrazione è tempo e il tempo è vita, la musia è vita! «Il tempo è vita e la vita dimora nel cuore» (cit. da Momo di M. Ende), e il cuore che batte scandisce il tempo al ritmo della musica dell’infinito.

 

La musica è sempre stata una delle mie grandi passioni, ma che purtroppo, per varie ragioni, ho lasciato scorrere via come l’acqua tra le mani... ma riesce ancora a farmi emozionare, e a volte la profonda impressione suscitata da un motivo qualunque riesce ancora a risvegliare in me delle sensazioni che nient’altro al mondo potrebbe farmi provare. Io credo che la musica sia davvero qualcosa di divinamente magica, e che, come tutte le arti, sia lì per arricchire chi ha il coraggio di lasciarsi sopraffare dal suo fascino.

 

(Elisabetta R. Rubino)

 

 
 
Home