|
Voglio
iniziare la mia breve riflessione, dicendo che questo libro mi
è piaciuto molto, nonostante in passato io abbia giudicato
particolarmente faticoso lo stile narrativo di Baricco e
nonostante l’estrema brevità del racconto, presentato sotto
forma di monologo. Ma penso che siano proprio queste
caratteristiche a dare la vera efficacia alla storia: brevità,
concisione, compiutezza e delimitatezza. In una cinquantina di
pagine si delinea chiaramente l’essenza della storia, un
significato universale colto emblematicamente nell’esistenza
misteriosa di un personaggio leggendario, la cui vita ha la
consistenza dell’acqua che scorre via tra le dita quando si
cerca di afferrarla.
Novecento,
personaggio enigmatico, nato e vissuto per tutta la sua
esistenza su un transatlantico del primo novecento, sembra
vivere sospeso con il suo pianoforte entro una bolla di sapone
creata dall’acqua dell’oceano e dalla musica. Dall’interno
di questo spazio vitale circoscritto riesce ad evocare,
attraverso il contatto con i tasti, i suoni della vita reale,
vibrazioni che si trasformano davanti ai suoi occhi in immagini
del mondo che egli stesso non ha mai potuto vedere. Tale vuoto
si presenta dapprima come desiderio infinito di conoscenza dove
la musica si contrappone armonicamente all’insoddisfazione
causata dalla vastità dei desideri non esaudibili. La musica è
il rimedio per una mancanza, per una vita che esiste solo
nell’immaginazione in quanto frutto dell’esperienza e dei
desideri altrui.
Così
come i viggiatori vedono nell’America l’esaudimento dei
propri desideri, così anche il pianista Novecento crede ad un
certo punto di poter uscire dalla sua sfera di cristallo e
approdare finalmente alla vita reale con il semplice gesto di
scendere dalla nave. La scelta dell’America e di New York è a
questo proposito estremamente rappresentativa perché denota la
speranza di poter vivere una vita dove finalmente ogni desiderio
trovi il suo esaudimento.
Ma,
ancora fermo sul terzo gradino della nave, Novecento, con lo
sguardo catturato dall’enormità del mondo della terraferma,
comprende che la vita e il mondo reale con la sua illimitatezza
possono essere solo appannaggio di un essere divino
.
Questo mondo è fatto dei desideri dell’uomo, il quale in esso
diviene talmente piccolo da perdersi completamente e scomparire,
poiché i desideri prendono il sopravvento e l’uomo è
destinato a soccombere nella propria infelicità.
La
vita di Novecento è invece consacrata alla forza della natura,
all’oceano, all’infinito più vasto che appare più piccolo
nel suo essere relegato al mondo delimitato dalla tastiera del
suo pianoforte. La natura lo ha dotato della capacità di
suonare una musica misteriosa, coinvolgente e a suo modo magica,
che è sempre unica e non si ripete mai - la musica immensa
della natura, dell’oceano che vive delle esperienze e delle
speranze dei viaggiatori che lo attraversano e che durante il
tragitto gli trasmettono con i loro pensieri riuniti nello
spazio ristretto della nave tutta la loro esperienza. Di ciò si
nutre l’oceano, e di ciò, come una madre affettuosa, esso
nutrirà il figlio prediletto che non riuscirà mai a staccarsi
dal suo seno. E’ questa musica che gli dà la vita, una vita
che altrimenti, fuori dai limiti del suo piccolo vasto universo,
non esisterebbe.
Quando
Novecento è infine costretto ad abbandonare l’oceano e la sua
musica, la sua vita è ormai cristallizzata: tutta la musica è
stata suonata in una sola nota di un istante. Non è pazzia,
dice, ma geometria: la sua vita non ha più senso, è immobile
perché è divenuta forma, corpo, si è esaurita nella certezza
che i desideri equivalgono all’infelicità, e la
consapevolezza di doversi porre dei limiti per poter vivere,
induce a non aver più ragione di desiderare, né, di
conseguenza, di essere infelici, perché non esiste infelicità
senza desideri. Si finisce allora per esistere in uno spazio
sempre più ristretto che alla fine diventa l’essenza del
proprio essere. Non si può uscire da questo, e Novecento non ne
uscirà…
Il
racconto in sostanza narra la maturazione interiore di
un’anima eletta destinata a vivere fuori dal tempo e dallo
spazio, attraverso la trasformazione del suono infinito
dell’oceano in un Sé finito, percorso che allo stesso tempo
segna paradossalmente l’annullamento del Sé nell’infinito.
Il Sé equivale ad una sola nota, unica e compiuta in se stessa,
che comprende tutto lo scibile, fatto di tutti i suoni
dell’universo, nella vibrazione di un solo istante,
rappresentando così l’armonia assoluta, il suono immenso
dell’infinito. La musica, i suoni, che costituiscono tutto il
nostro mondo interiore ed esteriore, sono l’essenza profonda
del nostro essere.
Se
la musica è vibrazione e la vibrazione è tempo e il tempo è
vita, la musia è vita! «Il tempo è vita e la vita dimora nel
cuore» (cit. da Momo di M. Ende), e il cuore che batte
scandisce il tempo al ritmo della musica dell’infinito.
La
musica è sempre stata una delle mie grandi passioni, ma che
purtroppo, per varie ragioni, ho lasciato scorrere via come
l’acqua tra le mani... ma riesce ancora a farmi emozionare, e
a volte la profonda impressione suscitata da un motivo qualunque
riesce ancora a risvegliare in me delle sensazioni che
nient’altro al mondo potrebbe farmi provare. Io credo che la
musica sia davvero qualcosa di divinamente magica, e che, come
tutte le arti, sia lì per arricchire chi ha il coraggio di
lasciarsi sopraffare dal suo fascino.
(Elisabetta
R. Rubino)
|