
Eccomi qui a raccontarvi
finalmente la mia ultima esperienza di lettura.
Non aspettatevi “critiche” strabilianti perché,
per quanto il libro mi sia piaciuto, non sono
affatto in forma, ma comunque mettere nero su
bianco i propri pensieri aiuta a dar loro una
forma più netta, almeno per quel che mi riguarda,
visto che noto che altrimenti tali pensieri spesso
sono destinati a perdersi più in una dimensione
dell’indistinto e di nebulosa vaghezza, a restare
un ammasso informe di sensazioni più o meno
afferrabili razionalmente. Quindi cerchiamo di dar
loro una parvenza di forma.
Innanzi tutto grazie ancora a chiunque abbia
contribuito a spingermi in qualche modo alla
lettura di questo bel racconto – mi sembra quasi
un po’ riduttivo definirlo così – anche se la mia
personale intenzione di leggerlo risale a
moltissimi anni fa. Sapete già perché ne ho
evitato la lettura per tutti questi anni e quindi
non starò a ripeterlo. Diciamo solo che, decadute
ormai da molto tempo le condizioni che mi
trattenevano dal farlo, era davvero giunta l’ora
che io rimediassi. Forse ci sarebbe stato un
momento ancora più adatto per farlo, e cioè quando
è morto il mio piccolo Beaty... ma vabbè… Detto
ciò, preciso che questo libro non poteva non
piacermi, primo perché io adoro i pennuti, e
secondo perché è un racconto che ha come
protagonisti degli animali, e sono quelli che
preferisco. Ma veniamo al contenuto.
Durante la lettura della prima parte non sapevo
bene da che parte stare, se dalla parte del
gabbiano che non era interessato ad altro che ai
suoi esercizi di volo o dalla parte dei genitori,
preoccupati per il fatto che il gabbiano non
mangiasse. Ero d’accordo col fatto che lui
seguisse il suo istinto a ricercare la perfezione
nel volo e a sperimentarsi fino in fondo, ma non
certo al costo di morire di fame! Questo per me
già sfiorava l’ossessione, che non ritengo affatto
sana. Speravo però che trovasse in seguito un modo
per coniugare le due cose e magari riuscisse a far
nascere pian pianino il piacere del volo anche
negli altri gabbiani che dal canto loro non
facevano che mangiare e sopravvivere – vita piatta
insomma, senza svaghi e senza sogni… E invece che
succede? Jonathan viene esiliato! Chiaro, lui è
diverso e lo stormo non può ammettere elementi
disgreganti al proprio interno, per quanto
Jonathan in effetti non cercasse di coinvolgere
nessun altro nelle sue ricerche di perfezione. Era
qualcosa che riguardava solo lui. Ma la
precauzione non è mai troppa quando c’è qualcuno
con idee rivoluzionarie in giro.
Per fortuna in esilio scopre il modo di
alimentarsi in modo più consono alle sue pratiche
e questo fa si che possa invecchiare. Il che
succede però in un lampo, e si resta un po’ di
stucco quando arrivano i due bellissimi gabbiani
bianchi che lo conducono in “paradiso” – ecco,
forse questo è stato l’unico momento in cui mi
sono trovata del tutto spaesata, perché seguendo i
voli del gabbiano non ho avvertito il passare del
tempo. Non ho capito che era invecchiato. E non ho
capito subito che era morto. Naturalmente questa
era una cosa che non poteva non farmi star male,
visti i miei trascorsi autobiografici…
Ma nella seconda parte ho trovato una sorta di
consolazione. Non nel fatto che lui fosse in
realtà un essere speciale, “più avanti” degli
altri e con una conoscenza maggiore della
perfezione nel volo legata a una più profonda
conoscenza di sé, tale da fargli saltare
l’attraversamento di molti livelli di esistenza
precedenti prima di giungere alla “scuola di volo”
- che non è il paradiso, ma solo un altro livello
di esistenza - dove imparare non tutto sulla
perfezione e le proprie capacità di perseguirla,
ma l’essenziale per trovarla in sé stesso e
aiutare anche gli altri a scoprirla a loro volta
nella loro dimensione personale.
No, per me il messaggio consolatorio sta nel fatto
che esistano altri livelli di esistenza da
attraversare… che possa esserci qualcosa oltre la
fine della vita ad un livello e non il nulla o un
solo punto d’arrivo al quale aspirare, che il
tutto è in qualche modo connesso, anche se
separato. La ricerca continua, insomma. Se non si
è riusciti in questo mondo a trovare sé stessi,
allora ci sono altri mondi in cui farlo! Non
finisce tutto qui.
Per quanto riguarda la terza parte invece, il
messaggio “messianico” portato dal “Figlio del
grande gabbiano” (così per lo meno
nell’immaginario dello stormo – non per tutti
però, visto che i dissidenti non ci mettono molto
a marchiarlo come DIAVOLO!) mi fa ritrarre di
nuovo un po’, soprattutto nei confronti
dell’atteggiamento degli altri gabbiani dello
stormo. Il tutto dà (ovviamente) molto l’idea
della diatriba sul “figlio di Dio”, e il gabbiano
con l’ala malconcia che si libra in volo perché
gli viene detto che può volare ci riporta
chiaramente all’ “alzati e cammina!”. Io non sono
per le interpretazioni dei racconti in chiave
cristiana né di altre religioni, anche qualora
queste si manifestassero in forma palese. Quindi
seppur colgo certi nessi, cerco di guardar oltre e
vedere il messaggio sottostante nel suo possibile
significato generale. Chiaramente si tratta di un
punto di vista soggettivo e personale e come tale
è da intendere.
Qui ad esempio al primo impatto di lettura mi
resta a frullarmi nella mente il significato del
saper ascoltare quello che abbiamo dentro e che ci
spinge a fare determinate scelte, che altri
possono magari non condividere; dell’aver fede
nelle proprie capacità, e di raggiungere una
personale forma di “perfezione”, leggi libertà,
molto ben rappresentata dall’immagine del volo in
qualche modo “spericolato” perché dettato da leggi
interiori che permettono anche di “controllarlo” –
il che non significa limitazione ma solo grado di
libertà adeguata alla propria situazione fisica e
mentale in comunione - libertà in primo luogo in
quanto si è disposti a seguire le proprie vere
inclinazioni. Ma non solo questo. Per me, che sono
anche insegnante, un altro importante messaggio è
che attraverso l’insegnamento si trasmette e si
riceve amore. Certo, qui il concetto è assimilato
alla trasmissione del messaggio di libertà, cosa
possibile solo dopo averlo davvero accolto in sé e
fatto proprio attraverso moltissima la pratica
personale. E si tratta di una trasmissione non
teorica. Le teorie da sole non servono a molto se
non a riempirti la testa e a confonderti e,
aggiungerei, in qualche modo a sottometterti. No,
la trasmissione deve avvenire in primo luogo nella
pratica. La teoria serve solo a focalizzare quel
che si può vivere e sperimentare con tutti i
sensi. L’astrazione è consecutiva e serve a
focalizzare ciò che si è colto nella pratica. In
realtà l’insegnamento non è mai (o meglio non
dovrebbe mai essere!) insegnamento ma più
propriamente una guida che accompagna
l’apprendimento del singolo che si appresta a
seguire la SUA strada per giungere alla meta che
si è prefisso. E infine, nessun “insegnamento”
(sempre considerandolo nella sua funzione di
guida) ha senso se non viene trasmesso con amore.
E credo che tutti abbiano ricordi in proposito,
sia positivi che negativi. Il “circolo del amore”
nell’insegnamento è un circolo virtuoso!
Tirando le somme di quello messo or ora nero su
bianco, il motto fondamentale che ho letto io in
questo racconto è il seguente: Conosci te stesso e
sperimentati fino in fondo prima di aver la
pretesa di essere utile agli altri nel comprendere
ed accettare sé stessi e le loro scelte. E
ricordati che se fallisci oggi nei tuoi propositi
non è la fine. Tutto serve a condurti comunque
dove vuoi arrivare. L’importante è capire dove si
vuole andare!
Tutto ciò che ho scritto però è legato solo ed
esclusivamente ad una prima lettura del testo, e
la prima lettura è sempre una lettura
prevalentemente emozionale. Sono convinta che ci
sia molto altro da scoprire in questo racconto, e
che, oltre tutto, ogni persona possa trovarci
qualcosa di peculiarmente suo. Non credo molto nei
messaggi universali. Sono convinta che non esista
LA VERITA’ come qualcosa di assoluto. Ne esistono
solo dei punti di vista soggettivi, perché
immagino la verità come qualcosa di immenso che
non si può abbracciare con uno sguardo e quindi
ciascuno dalla sua posizione ne vede soltanto un
piccolissimo spicchio. Se si mettessero insieme
tutti questi spicchietti, allora forse avremmo
un’idea un po’ più precisa di quale sia LA
VERITA’, sebbene questa faccia comunque parte di
un intero universo che nessuno mai sarà in grado
di comprendere davvero.
Accontentiamoci quindi del nostro spicchietto,
ricordando sempre che è solo uno spicchietto e che
lo spicchio del vicino potrà avere un sapore del
tutto diverso, ma ugualmente buono. Per cui perché
disdegnare un assaggio? L’importante è diffidare
da chi pretende di essere l’unico portavoce di
verità assolute!
Credo che Jonathan abbia voluto trasmettere anche
questo ai suoi allievi e ai suoi lettori.
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