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"Il gabbiano Jonathan Livingstone"

di Richard Bach

raccontato da Lisa Rubino

 

Eccomi qui a raccontarvi finalmente la mia ultima esperienza di lettura. Non aspettatevi “critiche” strabilianti perché, per quanto il libro mi sia piaciuto, non sono affatto in forma, ma comunque mettere nero su bianco i propri pensieri aiuta a dar loro una forma più netta, almeno per quel che mi riguarda, visto che noto che altrimenti tali pensieri spesso sono destinati a perdersi più in una dimensione dell’indistinto e di nebulosa vaghezza, a restare un ammasso informe di sensazioni più o meno afferrabili razionalmente. Quindi cerchiamo di dar loro una parvenza di forma.
Innanzi tutto grazie ancora a chiunque abbia contribuito a spingermi in qualche modo alla lettura di questo bel racconto – mi sembra quasi un po’ riduttivo definirlo così – anche se la mia personale intenzione di leggerlo risale a moltissimi anni fa. Sapete già perché ne ho evitato la lettura per tutti questi anni e quindi non starò a ripeterlo. Diciamo solo che, decadute ormai da molto tempo le condizioni che mi trattenevano dal farlo, era davvero giunta l’ora che io rimediassi. Forse ci sarebbe stato un momento ancora più adatto per farlo, e cioè quando è morto il mio piccolo Beaty... ma vabbè… Detto ciò, preciso che questo libro non poteva non piacermi, primo perché io adoro i pennuti, e secondo perché è un racconto che ha come protagonisti degli animali, e sono quelli che preferisco. Ma veniamo al contenuto.
Durante la lettura della prima parte non sapevo bene da che parte stare, se dalla parte del gabbiano che non era interessato ad altro che ai suoi esercizi di volo o dalla parte dei genitori, preoccupati per il fatto che il gabbiano non mangiasse. Ero d’accordo col fatto che lui seguisse il suo istinto a ricercare la perfezione nel volo e a sperimentarsi fino in fondo, ma non certo al costo di morire di fame! Questo per me già sfiorava l’ossessione, che non ritengo affatto sana. Speravo però che trovasse in seguito un modo per coniugare le due cose e magari riuscisse a far nascere pian pianino il piacere del volo anche negli altri gabbiani che dal canto loro non facevano che mangiare e sopravvivere – vita piatta insomma, senza svaghi e senza sogni… E invece che succede? Jonathan viene esiliato! Chiaro, lui è diverso e lo stormo non può ammettere elementi disgreganti al proprio interno, per quanto Jonathan in effetti non cercasse di coinvolgere nessun altro nelle sue ricerche di perfezione. Era qualcosa che riguardava solo lui. Ma la precauzione non è mai troppa quando c’è qualcuno con idee rivoluzionarie in giro.
Per fortuna in esilio scopre il modo di alimentarsi in modo più consono alle sue pratiche e questo fa si che possa invecchiare. Il che succede però in un lampo, e si resta un po’ di stucco quando arrivano i due bellissimi gabbiani bianchi che lo conducono in “paradiso” – ecco, forse questo è stato l’unico momento in cui mi sono trovata del tutto spaesata, perché seguendo i voli del gabbiano non ho avvertito il passare del tempo. Non ho capito che era invecchiato. E non ho capito subito che era morto. Naturalmente questa era una cosa che non poteva non farmi star male, visti i miei trascorsi autobiografici…
Ma nella seconda parte ho trovato una sorta di consolazione. Non nel fatto che lui fosse in realtà un essere speciale, “più avanti” degli altri e con una conoscenza maggiore della perfezione nel volo legata a una più profonda conoscenza di sé, tale da fargli saltare l’attraversamento di molti livelli di esistenza precedenti prima di giungere alla “scuola di volo” - che non è il paradiso, ma solo un altro livello di esistenza - dove imparare non tutto sulla perfezione e le proprie capacità di perseguirla, ma l’essenziale per trovarla in sé stesso e aiutare anche gli altri a scoprirla a loro volta nella loro dimensione personale.
No, per me il messaggio consolatorio sta nel fatto che esistano altri livelli di esistenza da attraversare… che possa esserci qualcosa oltre la fine della vita ad un livello e non il nulla o un solo punto d’arrivo al quale aspirare, che il tutto è in qualche modo connesso, anche se separato. La ricerca continua, insomma. Se non si è riusciti in questo mondo a trovare sé stessi, allora ci sono altri mondi in cui farlo! Non finisce tutto qui.
Per quanto riguarda la terza parte invece, il messaggio “messianico” portato dal “Figlio del grande gabbiano” (così per lo meno nell’immaginario dello stormo – non per tutti però, visto che i dissidenti non ci mettono molto a marchiarlo come DIAVOLO!) mi fa ritrarre di nuovo un po’, soprattutto nei confronti dell’atteggiamento degli altri gabbiani dello stormo. Il tutto dà (ovviamente) molto l’idea della diatriba sul “figlio di Dio”, e il gabbiano con l’ala malconcia che si libra in volo perché gli viene detto che può volare ci riporta chiaramente all’ “alzati e cammina!”. Io non sono per le interpretazioni dei racconti in chiave cristiana né di altre religioni, anche qualora queste si manifestassero in forma palese. Quindi seppur colgo certi nessi, cerco di guardar oltre e vedere il messaggio sottostante nel suo possibile significato generale. Chiaramente si tratta di un punto di vista soggettivo e personale e come tale è da intendere.
Qui ad esempio al primo impatto di lettura mi resta a frullarmi nella mente il significato del saper ascoltare quello che abbiamo dentro e che ci spinge a fare determinate scelte, che altri possono magari non condividere; dell’aver fede nelle proprie capacità, e di raggiungere una personale forma di “perfezione”, leggi libertà, molto ben rappresentata dall’immagine del volo in qualche modo “spericolato” perché dettato da leggi interiori che permettono anche di “controllarlo” – il che non significa limitazione ma solo grado di libertà adeguata alla propria situazione fisica e mentale in comunione - libertà in primo luogo in quanto si è disposti a seguire le proprie vere inclinazioni. Ma non solo questo. Per me, che sono anche insegnante, un altro importante messaggio è che attraverso l’insegnamento si trasmette e si riceve amore. Certo, qui il concetto è assimilato alla trasmissione del messaggio di libertà, cosa possibile solo dopo averlo davvero accolto in sé e fatto proprio attraverso moltissima la pratica personale. E si tratta di una trasmissione non teorica. Le teorie da sole non servono a molto se non a riempirti la testa e a confonderti e, aggiungerei, in qualche modo a sottometterti. No, la trasmissione deve avvenire in primo luogo nella pratica. La teoria serve solo a focalizzare quel che si può vivere e sperimentare con tutti i sensi. L’astrazione è consecutiva e serve a focalizzare ciò che si è colto nella pratica. In realtà l’insegnamento non è mai (o meglio non dovrebbe mai essere!) insegnamento ma più propriamente una guida che accompagna l’apprendimento del singolo che si appresta a seguire la SUA strada per giungere alla meta che si è prefisso. E infine, nessun “insegnamento” (sempre considerandolo nella sua funzione di guida) ha senso se non viene trasmesso con amore. E credo che tutti abbiano ricordi in proposito, sia positivi che negativi. Il “circolo del amore” nell’insegnamento è un circolo virtuoso!
Tirando le somme di quello messo or ora nero su bianco, il motto fondamentale che ho letto io in questo racconto è il seguente: Conosci te stesso e sperimentati fino in fondo prima di aver la pretesa di essere utile agli altri nel comprendere ed accettare sé stessi e le loro scelte. E ricordati che se fallisci oggi nei tuoi propositi non è la fine. Tutto serve a condurti comunque dove vuoi arrivare. L’importante è capire dove si vuole andare!
Tutto ciò che ho scritto però è legato solo ed esclusivamente ad una prima lettura del testo, e la prima lettura è sempre una lettura prevalentemente emozionale. Sono convinta che ci sia molto altro da scoprire in questo racconto, e che, oltre tutto, ogni persona possa trovarci qualcosa di peculiarmente suo. Non credo molto nei messaggi universali. Sono convinta che non esista LA VERITA’ come qualcosa di assoluto. Ne esistono solo dei punti di vista soggettivi, perché immagino la verità come qualcosa di immenso che non si può abbracciare con uno sguardo e quindi ciascuno dalla sua posizione ne vede soltanto un piccolissimo spicchio. Se si mettessero insieme tutti questi spicchietti, allora forse avremmo un’idea un po’ più precisa di quale sia LA VERITA’, sebbene questa faccia comunque parte di un intero universo che nessuno mai sarà in grado di comprendere davvero.
Accontentiamoci quindi del nostro spicchietto, ricordando sempre che è solo uno spicchietto e che lo spicchio del vicino potrà avere un sapore del tutto diverso, ma ugualmente buono. Per cui perché disdegnare un assaggio? L’importante è diffidare da chi pretende di essere l’unico portavoce di verità assolute!
Credo che Jonathan abbia voluto trasmettere anche questo ai suoi allievi e ai suoi lettori.
 

 
 
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