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"Cuori Neri" di Luca Telese

raccontato da Caterina Provenzano

 

Fascisti ammazzati

Il libro di Luca Telese racconta la gioventù nera

Sono tante le vergogne del Novecento. Vergogne nate da azioni che non troveranno mai giustificazione, nemmeno nell’odio. Gli “anni di piombo” sono più che una vergogna. Sono gli anni del mistero, dell’alienazione umana, dell’insoddisfazione politico-istituzionale, delle manifestazioni “contro”.  “Contro” chiunque fosse di Sinistra. “Contro” chiunque fosse di Destra. Una lotta armata e violenta che ha lasciato strascichi di morti in tutto il territorio nazionale. Morti di Destra e di Sinistra. Quel periodo –  grossomodo gli anni Settanta –  è l’apoteosi delle stragi insensate: Piazza Fontana a Milano (1969); Piazza della Loggia a Brescia (1974); strage sull’espresso Roma-Brennero (1974); strage della stazione di Bologna (1980). Tanto si è detto e tanto si è scritto.

Ma ci sono dei morti che hanno rischiato la dimenticanza. «Colpa dei democristiani» ha sostenuto qualcuno. Sicuramente colpa di chi “ha scritto” la storia.

Sono ventuno i morti “fascisti”, tutti vicini al Msi di Almirante e al Fronte della Gioventù i cui responsabili a livello nazionale erano dei giovanissimi Gianfranco Fini e Gianni Alemanno. Ventuno morti, tutti giovanissimi –  il più piccolo era Stefano Mattei, 7 anni, morto nel rogo di Primavalle  insieme al fratello Virgilio. Ventuno morti e un unico filo di sangue, quello nero. Ventuno morti e due verità inconciliabili, quella della Destra e quella della Sinistra, tramandate in parallelo nel corso degli anni senza incontrarsi mai.

C’è voluto un giornalista di sinistra, Luca Telese, 35 anni, per far luce su quelle stragi dimenticate. “Cuori neri” è il titolo del suo libro-inchiesta che ha shockato anche i “cuori rossi”. Edito da Sperling & Kupfer , è un vero dossier. Quasi 800 pagine e 35 colonne dei nomi in indice. Non si legge d’un fiato, va digerito, anche se la lettura è scorrevole e decisa. Scorre per immagini e situazioni. Sembra di assistere a un dossier televisivo dei tempi di Mixer.

È un libro importante dal punto di vista storico e politico. La ricostruzione dei fatti è scientifica: interviste, atti giudiziari, testimonianze, giornali e inchieste televisive hanno riaperto la piaga dei giovani camerati dal cuore nero, in un’Italia in cui «ammazzare un fascista non era reato». Il libro è per tutti. Aiuta le nuove generazioni a comprendere ciò che accadeva intorno alle sezioni missine, a quei tempi ghettizzate. Aiuta a comprendere la gioventù nera, di quei giovani che, isolati, nutrivano spazi culturali, sogni ed esperienze al pari dei loro coetanei di sinistra. Eppure come ricorderemo, e come è ormai risaputo, Giorgio Almirante ed Enrico Berlinguer, uno nero e l’altro rosso, che furono avversari rigorosi, si videro spesso e in grande segreto per sedare  animi e guerre civili, eppure si continuava a uccidere per un’idea , per un colore o per un nome, o magari, com’è accaduto ad una delle ventuno vittime, per la forma della tomaia di un paio di stivali.

La guerra civile è finita il 2 febbraio del 1983, quando cadde l’ultimo “ragazzo nero”. Si chiamava Paolo Di Nella, 19 anni, ebbe un destino particolare: in ospedale, al suo capezzale mentre era in agonia giunse a fargli visita il presidente “partigiano” Sandro Pertini. Destra e Sinistra, due cuori, ma una sola comunità nazionale.

E come disse Walter Veltroni nell’ottobre del 2005, durante la cerimonia di intitolazione di una via di Roma a Di Nella, «questa strada non serve a Paolo. Serve a ricordare che lo scontro politico c’è stato e che è stato anche assurdo e folle. Serve a noi, per ricordare che non esiste una bandiera, un colore, un ideale, che possa giustificare l’annullamento della libertà altrui». Molti cuori neri e rossi hanno applaudito il sindaco dei Ds; mentre Roberto Cotroneo sulle pagine de l’Unità , a proposito, così si espresse: «La via intitolata a Paolo Di Nella rompe un tabù insensato: un tabù tutto dentro la sinistra. Veltroni non è stato coraggioso a intitolare una via a Di Nella: è stato giusto e così doveva fare». La storia è anche questa. A Luca Telese il merito di avercelo ricordato.

Dalla rubrica culturale Macondo del quotidiano regionale Calabria Ora del 20 gennaio 2007

Caterina Provenzano

Giornalista Calabria Ora

 

 
 
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