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dello stesso Autore ....
Poesia
Un Incontro
Se avesse potuto immaginare quello che sarebbe
successo al suo rientro dalla giornata di
caccia, non avrebbe mai nemmeno iniziato a
spararlo quel primo colpo.
Già...quel primo colpo....
Era una fredda giornata invernale di tanti
anni fa quando una bruttissima febbre
costringeva a letto Beppe, appena dodicenne.
Lì a Foligno, nel pieno centro dell'Umbria, si
stava trascinando una condizione metreologica
particolarissima che da tanto tempo non si
ripeteva e che aveva favorito il diffondersi di
un'epidemia influenzale per via del rigido
accanirsi delle giornate di gelo.
Nella notte la temperatura era leggermente
risalita ed una splendida sorpresa stava per
accogliere il risveglio.
Sua madre e suo padre, insegnanti di lettere,
erano già in piedi da una buona mezz'oretta
intenti nel rito del caffè, quando
improvvisamente si resero conto che qualcosa di
straordinario era successo nella notte.
Era nevicato abbondantemente ed ancora il
fenomeno procedeva con solenne insistenza. Senza
un attimo di tregua sullo spesso strato di neve
si stavano depositando altri larghi fiocchi. Una
nevicata così intensa ed abbondante che i vecchi
non avevano ricordanza di avere mai visto in
città.
Beppe balzò dal suo lettino pur essendo ancora
tutto sudato per la febbre che lo stava
dilaniando e si mise dietro i vetri ad appannare
quella splendida visione. Una distesa di bianco
impensabile.
Il vetro era gelato e le sue mani presto
avvertirono il freddo che dall'esterno,
attraversandone lo spessore, tentava di
penetrare nel suo corpo.
Un brivido percorse la sua schiena.
Si tuffò quindi nel suo lettino anche perchè
sentì la mamma sopraggiungere alle sue grida di
gioia.
I suoi genitori sarebbero dovuti andare a scuola
e la loro preoccupazione era quella di lasciarlo
solo in casa pensando che avrebbe potuto
vestirsi per scendere di nascosto in strada a
giocare con la neve.
Ma suo padre, uomo di grande carisma ed
intelligenza, riuscì a strappargli una solenne
promessa. Quella sera stessa, al suo rientro, se
lui fosse rimasto sempre a letto, gli avrebbe
portato un regalo bellissimo. Un regalo unico
nel suo genere.
Beppe era certo che il babbo non avrebbe mancato
alla sua promessa ed era altresì convinto che se
non avesse obbedito, qualcuno comunque avrebbe
spifferato tutto ai suoi genitori.
Decise quindi di ritornare dietro i vetri ad
appannarli e a seguire il montare della
nevicata.
La giornata, là fuori, si srotolò così tra
pallate di neve e valanghe trascinate a forza di
spintoni per costruire enormi pupazzi di neve.
Erano i suoi amici, là sotto, che con gran
schiamazzo ferivano ed uccidevano la sua voglia
di scendere insieme con loro.
Smaniava Beppe, e dentro di sè il tormento di
non poter uscire con loro lo stava divorando. I
suoi amici che lottavano avvinghiati rotolandosi
là sotto sulla neve del piazzale lo vedevano
dietro ai vetri appannati e facevano ancor più
chiasso per convinecerlo che quanto stesse
perdendosi era qualcosa di irripetibile.
Una cattiveria che lui conosceva bene. E che
questa volta era indirizzata proprio a lui.
Continuò a nevicare fino al primo incedere della
sera, quando il plumbeo cielo lasciò libero il
campo ai lampioni della strada che illuminavano
enormi falde di neve che atterravano come
pipistrelli in planata.
Cadevano al suolo e felpavano il cuore di
rumore sommesso.
Una profonda tristezza pervase quel giovane
dodicenne che morso dalla febbre, aveva sofferto
più per la cattiveria degli amici che per la
vampa di calore che gli attanagliava le meningi.
Quel giorno, nella noia dell'attesa dentro al
suo lettino, mettendosi il termometro, si
ricordò che negli ultimi giorni gli erano
apparsi i primi peletti intorno al suo pisello.
Ed era stato a contarli per tutto il giorno,
soddisfatto del suo progresso. Ora anche lui
avrebbe potuto cominciare a vantarsene come i
suoi amici più grandicelli.
Beppe infatti era andato a scuola a cinque anni
ed aveva sempre patito l'handicapp di questo
anno di differenza con i suoi compagni di
scuola, nonostante la statura e la sua
intelligenza lo potessero tranquillamente
inserire insieme a compagni più grandi di un
anno. Ma ora si sentiva affrancato da quella
condizione di inferiorità e poteva tornare a
competere con gli altri compagnetti a piene
armi.
Era nel suo lettino a fissare la lampada sul
soffitto che proiettava lateralmente una strana
ombra a forma di struzzo, quando un sorriso di
denti bianchissimi circoscritto da un folto paio
di baffi e da labbra carnose lo colse di
sorpresa.
Suo padre era tornato ed ora era seduto sul suo
lettino con in mano una lunga scatola di cartone
rettangolare. Sicuramente era la sorpresa
promessa. Una scatola dalla strana forma in
effetti.
Ma sì....certo! Un trenino della RivaRossi...non
poteva essere altrimenti. Quanto lo desiderava.
Ne aveva già uno ma quello doveva essere di
certo più grande, vista la scatola...
Non esitò e cominciò a scartarlo, quel pacco,
con le mani tremanti....
Il suo gesto si arrestò all'improvviso, quando
sollevando il coperchio scoprì con sommo stupore
il contenuto: un fucile da caccia. Il....
suo.... primo fucile da caccia.
Un fucile di piccolo calibro, d'accordo, ma un
vero fucile in grado di colpire ed abbattere
della selvaggina. Era un Beretta pieghevole. Un
calibro 28 ad una canna. Poteva essere ripiegato
in due e riposto comodamente in una valigia.
Erano trascorsi quasi vent'anni da quel giorno
quando Beppe rientrò a casa quella domenica
sera, dopo una lunga e sfiancante battuta di
caccia nella lontana maremma laziale. Ormai lui
si era sposato ed era andato a vivere a Firenze
dove aveva trovato lavoro e dove stava crescendo
la sua famigliola con due bambine una delle
quali già grandicella. Marina di sette anni e la
piccola Sofia di due.
Era fiero Beppe di essere riuscito stavolta a
fare un bel carniere, ricco di tordi, di cesene,
di rari frosoni, di allodole, di merli, di
fringuelli, di passerotti. Un grappolo di
uccelli appesi per il collo ai laccioli. Questa
volta tanti laccioli appesi insieme.
Tanti laccioli.
Troppi.
Non appena entrò nel corridoio della sua casa
c'era Marina ad attenderlo. Aveva il suo
sacchetto con i Puffi in mano.
Con l'altra manina reggeva Gargamella, il più
cattivo dei Puffi che lei non voleva mai mettere
insieme agli altri nel sacchetto per una
questione di "conflittuale convivenza".
Rimase allibita la piccola Marina per qualche
istante quando vide suo padre che le faceva
ciondolare davanti al viso quel malloppo
d'impiccati. Tanto che per un attimo Beppe sperò
che quello spettacolare carniere fosse potuto
piacerle, aumentando la stima per suo padre.
Lo sguardo della bimba per alcuni secondi rimase
imperscrutabile. Poi di colpo il viso avvampo'
di rossore, si
contrasse in una smorfia di dolore e si chiuse
in un espressione che non lasciava più adito a
dubbi. Il rifiuto del padre come figura
educatrice e come quella di uomo giusto e
sensibile.
Pianse Marinella, a lungo, senza dire parole.
Pianse e quelle lacrime rimasero per sempre a
bagnare la coscienza di un uomo che già sapeva
di essere nel torto ma non fino a quel punto.
Quella era stata l'ultima uscita di caccia di
Beppe, conclusasi con un tragico carniere mai
festeggiato.
I suoi sei fucili, di vario calibro e foggia
erano finiti chiusi al buio di un armadio,
inseriti nelle loro custodie, ben oleati, ma
destinati a rimanere lì per chissà quanti anni
ancora.
Di colpo le domeniche libere di Beppe divennero
un'ossessione da portare avanti. Non era tifoso
di calcio per cui le alternative a tutto quel
tempo resosi improvvisamente disponibile doveva
inventarle.
Quella domenica d'ottobre, forse del 1981, Beppe
pensò di uscire in campagna per portarsi
appresso Marinella così come faceva suo padre
con lui quando lo avvicinò le prime volte al
mondo della caccia.
In ufficio aveva sentito dire che a Bivigliano,
pochi chilometri fuori Firenze, i suoi colleghi
d'ufficio avevano trovato grandi quantità di
funghi porcini. Lui non era mai andato per
funghi ma decise quella volta di provare. In
fondo i porcini sono facilmente riconoscibili,
quindi non sarebbe stato difficile riconoscerli.
La mattinata nel bosco di Bivigliano, raggiunto
dopo una spirale avvitata di curve e controcurve,
si snocciolò lentamente tra rovi da
attraversare, rami da spostare nel sottobosco,
foglie da sollevare. Un bosco che non
riconosceva Beppe e Marina come frequentatori
abituali, che li vide come intrusi e che non
volle premiarli di alcunchè.
I porcini al loro avvicinarsi si ritraevano
nel suolo, si trasformavano in lumache dalla
bavosa striscia argentata, si raggrinzivano a
forma di rami secchi. Ed il percorso appariva
sempre vuoto ed inutile.
Poi, accadde il fatto. Un ponte levatoio
s'abbassò di fronte a loro ed aprì un varco
nell'impensabile. Nell'imprevisto. Nell'incontro
che avrebbe dovuto segnare l'anima e la carne di
quelle due creature disperse in un bosco ostile
ed avaro.
Un varco nel destino, nella casualità più
assurda che potesse essere immaginata.
Udirono nel fitto della vegetazione un vagito di
lattante poco lontano.
Un vagito nel bosco si domandarono? Un vagito
che man mano si avvicinavano spostando rami,
rovi e foglie si faceva sempre più forte e
disperato.
Senza accorgersene quella corsa che dilaniò le
loro mani e il viso in mezzo alla vegetazione li
condusse in una piccola radura del bosco
attraversata da una fenditura dove scorreva un
ruscello. Un corso d'acqua che faceva sentire il
rumore del suo scorrere ma che non consentiva la
vista dell' acqua perchè avvolto in una galleria
di rovi.
Il vagito proveniva da lì dentro.
Babbo e figliola si guardarono perplessi per un
attimo senza riuscire a capire cosa pensare e
sopratutto cosa fare.
Intravidero un qualcosa che si mosse leggermente
nel fitto dei rovi proprio nel punto da dove
proveniva il vagito ma non riuscivano a
focalizzarne la sagoma. Una forma indistinta,
chiara, che lentamente si muoveva senza
spostarsi, ma si muoveva.
Beppe studiò la situazione e capì che l'unico
modo per accedere nel tunnel era quello di
risalire dall'esterno il ruscello fino a trovare
un varco nella vegatazione, scendere sul greto e
percorrerne la sua lunghezza. Difatti scoprì che
una decina di metri più a monte era possibile
mettere in atto questo piano.
Fu un'avanzare tra le spine che furono poste
sulla fronte del nostro Signore. Tormenti che
gli si configgevano nelle orecchie, nel naso tra
i capelli staccandosi e rimanendo conficcati. Ma
il vagito era pochi metri più avanti e lo
chiamava sempre più disperato.
Poi di colpo il silenzio. Più nulla. Solo il
ruscello scorrere sugli stivali solleticando i
suoi piedi. Un silenzio che rese inutile tutto
quello sforzo. Nella penombra del tunnel di rovi
il vagito s'era interrato come i funghi porcini,
nascondendo la sua vera natura ed il suo assurdo
significato.
La piccola Marinella rimasta all'esterno gli
gridò allora: babbo è lì.....non lo vedi? lì si
muove appena....
Era lì infatti...davvero...e Beppe riuscì ad
intravedere una macchia chiara che si era
nascosta sotto un terrazzamento di rami.
Allungò la mano per prendere quella sagoma
chiara e... fu investito dal soffio del vento.
Vide il flash chiaro d'una bocca senza fondo.
Era un minuscolo gattino bianco con la bocca
spalancata attraverso cui sporgevano aguzzi
dentini bianchi. Aveva smesso il suo vagito di
nenonato ma ora soffiava e mordeva. Una bocca
spalancata più grande della testa. Pochissimi
giorni di vita, forse due o tre settimane. Tra
il pelo bagnato e sporco di fango affioravano
due grandi macchie scure sul capo.
Rimasero allibiti Beppe e la piccola Marina
quando si resero conto di cosa fosse accaduto.
Nel bel mezzo del bosco, lontani da qualsiasi
abitazione e forma di vita era avvenuto un
incontro impossibile. Un incontro orchestrato da
lumache che trascinavano bava, da porcini
nascosti sottoterra o trasformati in rami
contorti. Presenze magiche che con il loro non
mostrarsi ci avevano condotto per mano nel luogo
dell'incontro.
Un incontro programmato dal caso? Voluto dal
destino? Cercato da due cuori che avevano
voglia di stringersi e perdonarsi.
Quello sarebbe stato Titti, il gattino che
crebbe insieme alle bimbe di Beppe per 18 anni,
crescendo ed educando tutta una famiglia ad una
logica del perdono e della ricostruzione.
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Cara
Francesca
Mi è giunta
qualche tempo fa una lettera di una delle mie
nipoti di Lecco.
Aprendola ho scoperto con grandissima gioia che
all'interno, oltre ad un suo
scritto c'era inclusa in allegato la fotocopia
di una mia letterina che le
avevo inviato nel lontano 1985 e che lei aveva
conservato con cura.
Mi diceva che riordinando nei suoi cassetti
l'aveva ritrovata e sembrandole
una cosa tenera aveva voluto restituirmi a
distanza di anni l'emozione che
le aveva provocato.
Cara
Francesca
Foligno
24/7/1985
come già accennai a Giorgio (suo padre), ti
invio alcune note sulla
coltivazione delle piante grasse, in cui ho
riassunto le esperienze maturate
nel corso di una quindicina d'anni: Ti assicuro
che se anche tu saprai
seguire questi suggerimenti riuscirai a
sbalordire qualsiasi persona, lì a
Lecco.
Purtroppo delle tante piante che la nonna Mirka
coltivava a Finale è rimasto
ben poco! Ciò nonostante ti pregherei di
considerare quei pochi rimasugli
come uno dei tanti messaggi d'amore che la nonna
ti ha inteso lasciare,
fintantochè qualcuno di voi non se ne fosse
accorto.....
Una dolce trasmissione di vita: se vuoi un
ultimo garbato desiderio di
presenza.
Questa stupenda eredità, se saputa interpretare
e sviluppare, può diventare
più importante d'un gioiello. Forse fra tutti
potresti essere proprio tu la
persona in possesso di questa "chiave di
lettura"; tu che sei rimasta a
guardarmi mentre rinvasavo quelle piante
sofferenti, rimaste orfane.
Pensa che a me è successa una cosa del genere:
non avevo mai avuto un
particolare interesse per le piante fino al
momento in cui non ricevetti
l'"eredità botanica" di mio padre.
Pensai che non era giusto che anche loro se ne
andassero da quella casa dopo
che babbo le aveva curate con tanto amore. Si
trattava di piante che nonna
Sofia di Palermo (la mamma di mia madre) gli
aveva regalato quando abitavamo
a Spoleto, nel 1950. Alcune morirono subito per
via del clima rigido
dell'Umbria e per le poche conoscenze che allora
si avevano sulle piante
grasse.
Altre sono sopravvissute ed ancora oggi
fioriscono e si riproducono in gran
quantità. Molte di queste sono passate di mano
in mano, trasmesse di
generazione in generazione.
Se dovessi ricostruire il loro albero
genealogico potrei raccontarti che la
nonna Sofia se le scambiava con la zia Lena
Bozza, sua cognata che abitava
all'Acquasanta, conosciutissimo quartiere di
Palermo in riva al mare.
In quella casa la zia disponeva di uno stupendo
terrazzo affacciato sul mare
e noi andavamo spesso a trovarla per sfuggire
all'opprimente calura estiva
della città.
Io ero poco più che un moccioso ed in quelle
giornate di Luglio il caldo era
asfissiante e ricordo che le mosche pungevano
facendoti male. Salivamo
allora in terrazza a goderci il vento del mare,
passando attraverso una
lunga scaletta a chiocciola buia e terrificante.
Finalmente, dopo una penosa
coda dietro ai vecchi che si arrampicavano a
vite lungo la scaletta, come un
colpo di flash il bagliore della terrazza.
Un intenso profumo di gelsomino ti faceva
rabbrividire per la violenza con
cui t'aggrediva non appena mettevi il piede in
quella giungla di piante
esotiche, incredibilmente raccolte ed
intrecciantesi insieme nella terrazzza
della zia Lena.
Lassù, tutto era puro in stile liberty. Dal
pavimento arabescato ai tavolini
in ghisa e in marmo: dalle sedie in vimini, alla
tettoia in vetro variopinto
che copriva parzialmente l'ingresso.
Il tutto splendidamente incastonato tra piante
di Cycas, Plumerie (i
palermitani le chiamano POMELIE), alberelli di
gelsomino, cespugli di gerani
di rare specie, introvabili in commercio. E poi
ancora alberelli di
Euphorbia splendens, incredibili intrecci di
Selenicereus (cactus rampicante
senza spine) che salivano sui muri e che
fiorIvano superbamente di notte.
In mezzo a questa foresta di grossi esemplari
spiccavano decine e decine di
rare piante grasse coltivate nei barattoli di
latta, di cui ricordo ancora
oggi le decorazioni della conserva di pomodoro,
del tonno, del latte
condensato Nestlè.
Mentre i grandi "si cuntavano i fatti" io mi
divertivo a cercare i gechi,
quelle brutte lucertole notturne che in Sicilia
chiamano "i tarantule".
Passavo così il pomeriggio in attesa dello "spongato"
e del "gelo i milluni"
(la prima è una cassata coppa gelato, l'altra un
budino in gelatina di succo
di cocomero insaporita con cioccolato tritato
sopra e profumata con qualche
fiore di gelsomino freschissimo).
Finalmente arrivava il gelataio con a tracolla
la sua cassetta di legno
rivestita di latta, contenente il ghiaccio ed i
gelati ordinati. Al calare
della sera, infine, il magico momento dell'innaffiatura:
quasi come un rito
sacro che coinvolgeva tutti per la durata e la
complessità dell'operazione
con tutte quelle piante da accudire. Zia Lena
inoltre riusciva a suscitare
in tutti i presenti un grande interesse
rammentandoci i racconti colegati
alla provenienza delle piante quasi tutte
comprate all'estero.
Alcune acquistate durante i viaggi fatti in
oriente da nonno Ciccio, altre
da zio Giorgio in Venezuela, alcune da nonno
Marino chissà dove. Erano stati
tutti marinai gli uomini della famiglia La Nasa:
chi radiotelegrafista, chi
comandante di nave passeggeri, chi comandante di
sommergibili, chi di
cacciatorpediniere, chi proprietario e
comandante di navi mercantili. E
tutti avevano fatto varie volte il giro del
mondo. Puoi immaginarti quanti
racconti ho ascoltato imbambolato di fronte a
quelle piante che la zia
innaffiava, sognando mondi meravigliosi, ricchi
di piante tropicali e di
bestie feroci.
Poi il sole tramontava; l'aria si faceva un
pochino meno afosa. La ringhiera
in ghisa che guardava il mare finalmente
diventava meno rovente e ci potevi
appoggiare la manina ed affacciarti. Vedevi le
lampare pronte a partire. Il
venditore di cozze e ricci di mare, il filobus
che faceva le scintille con
le aste sui fili quando passava.
E'stato in queste tediose serate, trascorse in
visita alle vecchie zie,
nella costrizione del non sporcarsi e del non
gridare con la cuginetta, che
ho assimilato involontariamente, in quei pochi
metri quadrati di terrazza,
l'amore per le piante.
Sono trascorsi ormai trent'anni: gli zii sono
nel frattempo morti tutti. Uno
ad uno. La terrazza abbandonata a se stessa, è
oggi soltanto un cimitero di
latte sfondate che hanno sparso sul mattonato
chiazze di terra rossa.
Però, oltre a questi miei ricordi, sono riuscite
a sopravvivere alcune
piante che nonna Sofia, prima di morire, volle
regalarmi. Sono queste la
vera rarità della mia collezione.
Scusami se questa lettera sembra tratta dal
libro Cuore, ma a volte mi
lascio trascinare dal sentimento.
E poi, come osservato anche da nonno Dino (il
padre di suo padre)
nell'ultima visita a Finale, l'amore per le
piante è un modo per mantenere
l'animo ingentilito.
Ti abbraccio forte,
zio Beppe.
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L'alba
E' l'alba. Le prime luci
del giorno cominciano ad illuminare riflessi
sullo specchio del mare, filtrando attraverso le
robuste impalcature a
raggiera della palma nana.
Dieci luglio 1943. Il giorno avanza ormai
implacabile in quella
sperduta landa costiera della Sicilia sud
occidentale. A pochi
chilometri di distanza i greci avevano edificato
la lora voglia di
spiritualità abbandonata ormai da secoli in
colonne abbattute dalla
disperazione di una terra senza sorriso.
Avevano maturato qualche sospetto quel pugno di
soldati mandati a
difendere un tratto della costa agrigentina. Si
parlottava tra una
galletta ed una brodaglia che forse sarebbero
sbarcati. Ma sì, gli
alleati. Stavano arrivando si diceva. Forse già
a Pantelleria.
La luce del giorno senza pietà aveva già preso
possesso del teatro
dove si sarebbe verificato uno degli eventi più
straordinari del
mediterraneo.
L'ultima onda visibile all'orizzonte annunciò
che qualcosa stava
cambiando nel vento.
Il soldato posto nel suo piccolo bunker di due
metri quadrati pensava
già a come avrebbe potuto superare una nuova
giornata di terribile
lotta contro il sole che si sarebbe accanito
sulle mura della sua
piccola protezione in cemento. Il piccolo
cannoncino che sporgeva
dalla fessura lo faceva sentire tranquillo.
Padrone della situazione.
Uscì tra le dune per salutare la nuova giornata
col rito del primo
mattino
che lo avrebbe visto accucciato tra le alte erbe
costiere con i
calzoni abbassati intento nelle sue necessità
corporali. Era lì il
soldato, con il capo reclinato sulla sabbia a
seguire attento le
strane orme che lasciava dietro di sè un pimelia
sulla rena ancora
umida. Pensava a dove si sarebbe potuta
nascondere per sfuggire alle
terribili ore di sole che stavano per accamparsi
sulla costa.
Ma lo sguardo si alzò lentamente all'orizzonte.
Quasi ascoltando un
grido di gabbiani improvviso. Ma non c'era alcun
volo. Solo l'onda.
L'onda laggiù era diventata strana
all'orizzonte. Era un po più
marcata. Forse il vento stava montando.
Leggermente più pronunciata
del solito. Forse anche un po' più scura del
solito. Si affrettò a
sollevarsi i calzoni per correre a prendere il
suo binocolo nel
piccolo bunker.
Il suo crorpo si arrestò sopsendendosi in una
sorta di inebetimento
che gli faceva trattenere il respiro e salire
gradualmente il battito
cardiaco.
Non poteva credere a quello che vedeva. L'onda
anomala che lo aveva
incuriosita era una interminabile fila di navi
che all'orizzonte
avanzavano verso la costa. Un'onda di tremila
navi da sbarco di varie
dimensionie e armamenti che come un rullo
compressore stavano
maledettamente avvicinandosi.
Realizzò che aveva ancora pochi secondi per
darsi alla fuga. E con lui
un'altra dozzina di compagni sparirono scappando
in silenzio tra le
dune. Nel giro di pochi istanti quel giovane
ufficiale di complemento
che poco più in là non era stato ancora avvisato
si accorge di essere
rimasto solo con altri due soldati fedeli. Un
tenente giovane giovane,
fresco di laurea. Aveva studiato lettere.
Appassionato delle lettere
antiche. Era felice di essere stato inviato in
quei posti dove i greci
avevano lasciato profonde tracce della loro
presenza. Era fidanzato.
Si sarebbe sposato non appena fosse terminata la
guerra, di lì a breve
come si vociferava. Ma c'era ancora quel giorno
maledetto da
scavalcare. Un giorno che si ergeva alto come un
muro insormontabile.
Sempre più alto. Passarono i minuti ed
iniziarono i cannoneggiamenti
dal mare. L'onda all'orizzonte divenne di colpo
rossastra di bagliori
tra cui cominciarono ad emergere le prime
sagome scure delle navi più
grandi. Il mare nel frattempo si era talmente
addensato di mezzi da
sbarco che l'orizzonte era praticamente
diventata un'unica linea nera
di navi.
Decisero di ritirarsi per rifugiarsi nel paese
retrostante. Santa
Ninfa.
Avvenne lo sbarco. Un fiume di mezzi
interminabile, con migliaia di
camionette, autoblindo, carri armati, camion,
cannoni autotrasportati,
mezzi cingolati di varia natura stava
concentrandosi sulle spaziose
spiagge di quel litorale. Il mare ormai
brulicava di oltre tremila
navi alla fonda sun tratto estesissimo di mare.
Il più imponente
schieramento navale mai visto nel mediterraneo
dalla notte dei tempi.
Una macchina bellica mostruosamente organizzata
pronta a porre fine
allo strapotere
nazista.
Quel giovane tenente che non aveva voluto
gettare la sua divisa per
vestire abiti civili e confondersi con la
popolazione sarebbe stato
catturato nel paese di Santa Ninfa insieme a
decine di altri soldati.
Lo attendevano i campi di concentramento del
Marocco, nella zona di
Kenitra vicino Casablanca.
Lì avrebbe trascorso tre lunghi anni di
prigionia nelle baracche d'un
campo americano.
Lì avrebbe chiesto invano, tutti i giorni quando
sarebbero stati
liberati per sentirsi rispondere giorno dopo
giorno sempre la solita
cosa: tomorrow.
Mesi passati in un clima tremendo, dove le
escursioni termiche
proiettavano le temperature a pochissimi gardi
sopra lo zero di notte
e calori insopportabili di giorno.
Mesi in cui scrisse un vocabolario di greco, uno
di latino ed una
grammatica greca e latina. Aveva terrore di
dimenticare tutto. Mesi in
cui compose un bellissimo diario di prigionia
fatto esclusivamente di
immagini: foto ritagliate dalle riviste che gli
yankees gettavano nei
rifiuti. Era mio padre questo giovane tenente e
conservo ancora i suoi
libri ed il suo diario.
Primo Novembre 1960. Ricorrenza dei morti.Non
avevamo morti da andare
a visitare. I nostri cari erano tutti sepolti in
Sicilia fra Trapani e
Palermo. Mio padre aveva saputo che alle falde
del Monte Subasio
esisteva un piccolo cimitero di guerra
Americano. Era situato tra
Santa Maria degli Angeli e Spello in una
località di nome Rivotorto.
Avevamo acquistato da pochissimo un Fiat 600
bianca, il primo tipo,
quella con gli sportelli che si aprivano a
vento. Fu l'occasione per
andare a dire una preghiera in questo cimitero.
Percorremmo per la
prima volta la vecchia strada provinciale che si
stende lungo pianura
umbra, scivolando tra filari di querce.
Bellissimi oliveti ci
rincorrevano sulla destra costeggiando le falde
del monte.
Un grande cancello di particolare pregiata
fattura ci lasciò intendere
che il nostro viaggio fosse terminato. Il
piccolo cimitero era là,
addormentato su un ritaglio della campagna
assisana. Un centinaio di
candidissime lapidi disposte sull'attenti a
mento alto, petto in
fuori, allineate su di un prato tagliato raso
raso come la testa di un
marine. Non un fiore. Niente di niente se non
marmo ed erba
perfettamente selezionata e curata. Alle spalle
un' enorme bandiera
americana a mezz'asta. Di fianco una
piccolissima cappelletta con un
diario dove offrire un pensiero a quei morti.
Uno di quei luoghi dove la comunione con uno dei
misteri più
strabilianti della nostra vita diventa
essenziale ed esclusivo. Dove
le lacrime ti strabordano dalle palpebre senza
che tu nemmeno possa
avere il tempo di accorgertene.
Quei marines rimasti sull'attenti per così tanti
anni ora erano lì a
renderci gli onori per una nostra preghiera di
compassione e di
ringraziamento. Erano lì per noi come lo erano
stati tanti anni
addietro.
Mio padre piangeva insieme a me ma non disse mai
una parola più del
necessario. Era il suo cuore che mi parlava e
che mi prendeva per mano
e mi conduceva per la prima volta in uno di quei
percorsi straordinari
di sottile spiritualità di cui ancora non avevo
mai assaporato
l'essenza.
Per molti anni ancora accadde questo ripetersi
di visite al cimitero
americano, anche estemporaneamente. Era
sufficiente passar lì davanti,
che una fermata fosse d'obbligo.
Mi sono chiesto per tantissimi anni il perchè di
questo comportamento
da parte di mio padre e sinceramente fino a
questa mattina non avevo
compreso il profondo ed unico significato.
Le parole riportate da Dany mi hanno
immediatamente ricollegato alla
vicenda di quei cento yankees. Ho capito come la
morte per questi
soldati fosse potuta apparire non come un nemico
da combattere ma come
una compagna di viaggio. Un' amica da stringere
per mano e con cui
proceder insieme lungo il cammino di quei lunghi
mesi di guerra. Una
morte vissuta con l'animo di colui il quale
tutte le sere la ringrazia
per averlo risparmiato. Una morte che è felice
di portare il più
avanti possibile l'esistenza di un soldato. Una
morte che percorre su
una strada parallela il suo stesso cammino . Una
morte pronta a
ghermire si ma a proteggere e conservare in vita
fino all'ultimo
respiro possibile quel soldato che annegherà nel
suo stesso sangue.
Quei soldati come tutti i soldati del mondo
hanno un senso della vita
e della morte diverso da chi rimane a casa
accanto al proprio
focolare. Una percezione vera, profonda
collegata alla dignità del
passaggio di un corpo martoriato che soffre fra
la solidarietà dei
compagni che lo assistono fino all'ultimo. Il
passaggio dalla
sofferenza immane ad uno stato di totale
trasformazione delle proprie
sembianze fisiche e spirituali in qualcosa di
impercettibile ma ricca
di dignitosa essenza.
Era quella morte amica che lui voleva farmi
conoscere. Non quella
raccontata da un cimitero qualsiasi dove
lasciare un fiore su una
tomba a caso. Ma quella che può anche
rincuorarti lasciandoti
intendere che puoi diventarne complice ed amante
segreto nel profondo
dell'anima. Una morte che non ti lascia
attendere su un lettino di
corsia, senza lacrime di nessuno, senza occhi
chiusi, senza un velo
steso sul viso.
Che non ti fa assistere al cinismo di una
miserrima lotta per una
sepoltura su questo o quel cimitero, respinto
come carogna da
eliminare alla svelta.
Dicembre 2006. Assisi
Un viaggio inatteso ed improbabile ma
affacciatosi con violenza tra le
mie priorità.
La provinciale era rimasta sempre la stessa. Il
cancello sempre
perfettamente verniciato di grigio. Il prato
raso fresco di barbiere.
Loro sempre lì sull'attenti a petto in fuori.
Una preghiera. Uno
sguardo verso la città del Santo proprio lì alle
spalle.
Lassù tra gli oliveti egli continua a
passeggiare cantando:
"Lodato sii, mio Signore,
per nostra corporal sorella morte!".
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