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Beppe Miceli

Un Incontro

Cara Francesca

L'alba

                                 

                                  dello stesso Autore .... Poesia

 

 

 

 

 

 

Un Incontro

 

Se avesse potuto immaginare quello che sarebbe successo al suo rientro dalla giornata di caccia, non avrebbe mai nemmeno iniziato a spararlo quel primo colpo.

Già...quel primo colpo....

 

      Era una fredda giornata invernale di tanti anni fa quando una bruttissima febbre costringeva a letto Beppe, appena dodicenne.

Lì a  Foligno, nel pieno centro dell'Umbria, si stava trascinando una condizione metreologica particolarissima che da tanto tempo non si ripeteva e che aveva favorito il diffondersi di un'epidemia influenzale per via del rigido accanirsi delle giornate di gelo.

Nella notte la temperatura era leggermente risalita ed una splendida sorpresa stava per accogliere il risveglio.

Sua madre e suo padre, insegnanti di lettere, erano già in piedi da una buona mezz'oretta intenti nel rito del caffè, quando improvvisamente si resero conto che qualcosa di straordinario era successo nella notte.

Era nevicato abbondantemente ed ancora il fenomeno procedeva con solenne insistenza. Senza un attimo di tregua sullo spesso strato di neve si stavano depositando altri larghi fiocchi. Una nevicata così intensa ed abbondante che i vecchi non avevano ricordanza di avere mai visto in città.

Beppe balzò dal suo lettino pur essendo ancora tutto sudato per la febbre che lo stava dilaniando e si mise dietro i vetri ad appannare quella splendida visione. Una distesa di bianco impensabile.

Il vetro era gelato e le sue mani presto avvertirono il freddo che dall'esterno, attraversandone lo spessore, tentava di penetrare nel suo corpo.

Un brivido percorse la sua schiena.

Si tuffò quindi nel suo lettino anche perchè sentì la mamma sopraggiungere alle sue grida di gioia.

I suoi genitori sarebbero dovuti andare a scuola e la loro preoccupazione era quella di lasciarlo solo in casa pensando che avrebbe potuto vestirsi per scendere di nascosto in strada a giocare con la neve.

Ma suo padre, uomo di grande carisma ed intelligenza, riuscì a strappargli una solenne promessa. Quella sera stessa, al suo rientro, se lui fosse rimasto sempre a letto, gli avrebbe portato un regalo bellissimo. Un regalo unico nel suo genere.

Beppe era certo che il babbo non avrebbe mancato alla sua promessa ed era altresì convinto che se non avesse obbedito, qualcuno comunque avrebbe spifferato tutto ai suoi genitori.

Decise quindi di ritornare dietro i vetri ad appannarli e a seguire il montare della nevicata.

La giornata, là fuori, si srotolò così tra pallate di neve e valanghe trascinate a forza di spintoni per costruire enormi pupazzi di neve.

Erano i suoi amici, là sotto, che con gran schiamazzo ferivano ed uccidevano la sua voglia di scendere insieme con loro.

Smaniava Beppe, e dentro di sè il tormento di non poter uscire con loro lo stava divorando. I suoi amici che lottavano avvinghiati rotolandosi là sotto sulla neve del piazzale lo vedevano dietro ai vetri appannati e facevano ancor più chiasso per convinecerlo che quanto stesse perdendosi era qualcosa di irripetibile.

Una cattiveria che lui conosceva bene. E che questa volta era indirizzata proprio a lui.

Continuò a nevicare fino al primo incedere della sera, quando il plumbeo cielo lasciò libero il campo ai lampioni della strada che illuminavano enormi falde di neve che atterravano come pipistrelli in planata.

 Cadevano al suolo e felpavano il cuore di rumore sommesso.

Una profonda tristezza pervase quel giovane  dodicenne che morso dalla febbre, aveva sofferto più per la cattiveria degli amici che per la vampa di calore che gli attanagliava le meningi.

Quel giorno, nella noia dell'attesa dentro al suo lettino, mettendosi il termometro, si ricordò che negli ultimi giorni gli erano apparsi i primi peletti intorno al suo pisello. Ed era stato a contarli per tutto il giorno, soddisfatto del suo progresso. Ora anche lui avrebbe potuto cominciare a vantarsene come i suoi amici più grandicelli.

Beppe infatti era andato a scuola a cinque anni ed aveva sempre patito l'handicapp di questo anno di differenza con i suoi compagni di scuola, nonostante la statura e la sua intelligenza lo potessero tranquillamente inserire insieme a compagni più grandi di un anno. Ma ora si sentiva affrancato da quella condizione di inferiorità e poteva tornare a competere con gli altri compagnetti a piene armi.

Era nel suo lettino a fissare la lampada sul soffitto che proiettava lateralmente una strana ombra a forma di struzzo, quando un sorriso di denti bianchissimi circoscritto da un folto paio di baffi e da labbra carnose lo colse di sorpresa.

Suo padre era tornato ed ora era seduto sul suo lettino con in mano una lunga scatola di cartone rettangolare. Sicuramente era la sorpresa promessa. Una scatola dalla strana forma in effetti.

Ma sì....certo! Un trenino della RivaRossi...non poteva essere altrimenti. Quanto lo desiderava. Ne aveva già uno ma quello doveva essere di certo più grande, vista la scatola...

Non esitò e cominciò a scartarlo, quel pacco, con le mani tremanti....

Il suo gesto si arrestò all'improvviso, quando sollevando il coperchio scoprì con sommo stupore il contenuto: un  fucile da caccia. Il.... suo.... primo fucile da caccia.

Un fucile di piccolo calibro, d'accordo, ma un vero fucile in grado di colpire ed abbattere della selvaggina. Era un Beretta pieghevole. Un calibro 28 ad una canna. Poteva essere ripiegato in due e riposto comodamente in una valigia.

Erano trascorsi quasi vent'anni da quel giorno quando  Beppe rientrò a casa quella domenica sera, dopo una lunga e sfiancante battuta di caccia nella lontana maremma laziale. Ormai lui si era sposato ed era andato a vivere a Firenze dove aveva trovato lavoro e dove stava crescendo la sua famigliola con due bambine una delle quali già grandicella. Marina di sette anni e la piccola Sofia di due.

Era fiero Beppe di essere riuscito stavolta a fare un bel carniere, ricco di tordi,  di cesene, di rari frosoni, di allodole, di merli, di fringuelli, di passerotti. Un grappolo di uccelli appesi per il collo ai laccioli. Questa volta tanti laccioli appesi insieme.

Tanti laccioli.

Troppi.

Non appena entrò nel corridoio della sua casa c'era Marina ad attenderlo. Aveva il suo sacchetto con i Puffi in mano.

Con l'altra manina reggeva Gargamella, il più cattivo dei Puffi che lei non voleva mai mettere insieme agli altri nel sacchetto per una questione di "conflittuale convivenza".

Rimase allibita la piccola Marina per qualche istante quando vide suo padre che le faceva ciondolare davanti al viso quel malloppo d'impiccati. Tanto che per un attimo Beppe sperò che quello spettacolare carniere fosse potuto piacerle, aumentando la stima per suo padre.

Lo sguardo della bimba per alcuni secondi rimase imperscrutabile. Poi di colpo il viso avvampo' di rossore, si

contrasse in una smorfia di dolore e si chiuse in un espressione che non lasciava più adito a dubbi. Il rifiuto del padre come figura educatrice e come quella di uomo giusto e sensibile.

Pianse Marinella, a lungo, senza dire parole. Pianse e quelle lacrime rimasero per sempre a bagnare la coscienza di un uomo che già sapeva di essere nel torto ma non fino a quel punto.

 

Quella era stata l'ultima uscita di caccia di Beppe, conclusasi con un tragico carniere mai festeggiato.

I suoi sei fucili, di vario calibro e foggia erano finiti chiusi al buio di un armadio, inseriti nelle loro custodie, ben oleati, ma destinati a rimanere lì per chissà quanti anni ancora.

Di colpo le domeniche libere di Beppe divennero un'ossessione da portare avanti. Non era tifoso di calcio per cui le alternative a tutto quel tempo resosi improvvisamente disponibile doveva inventarle.

Quella domenica d'ottobre, forse del 1981, Beppe pensò di uscire in campagna per portarsi appresso Marinella così come faceva suo padre con lui quando lo avvicinò le prime volte al mondo della caccia.

In ufficio aveva sentito dire che a Bivigliano, pochi chilometri fuori Firenze, i suoi colleghi d'ufficio avevano trovato grandi quantità di funghi porcini. Lui non era mai andato per funghi ma decise quella volta di provare. In fondo i porcini sono facilmente riconoscibili, quindi non sarebbe stato difficile riconoscerli.

La mattinata nel bosco di Bivigliano, raggiunto dopo una spirale avvitata di curve e controcurve, si snocciolò lentamente tra rovi da attraversare, rami da spostare nel sottobosco, foglie da sollevare. Un bosco che non riconosceva Beppe e Marina come frequentatori abituali, che li vide come intrusi e che non volle premiarli di alcunchè.

 I porcini al loro avvicinarsi  si ritraevano nel suolo, si trasformavano in lumache dalla bavosa striscia argentata, si raggrinzivano a forma di rami secchi. Ed il percorso appariva sempre vuoto ed inutile.

 

Poi, accadde il fatto. Un ponte levatoio s'abbassò di fronte a loro ed aprì un varco nell'impensabile. Nell'imprevisto. Nell'incontro che avrebbe dovuto segnare l'anima e la carne di quelle due creature disperse in un bosco ostile ed avaro.

Un varco nel destino, nella casualità più assurda che potesse essere immaginata.

Udirono nel fitto della vegetazione un vagito di lattante poco lontano.

Un vagito nel bosco si domandarono? Un vagito che man mano si avvicinavano spostando rami, rovi e foglie si faceva sempre più forte e disperato.

Senza accorgersene quella corsa che dilaniò le loro mani e il viso in mezzo alla vegetazione li condusse in una piccola radura del bosco attraversata da una fenditura dove scorreva un ruscello. Un corso d'acqua che faceva sentire il rumore del suo scorrere ma che non consentiva la vista dell' acqua perchè avvolto in una galleria di rovi.

Il vagito proveniva da lì dentro.

Babbo e figliola si guardarono perplessi per un attimo senza riuscire a capire cosa pensare e sopratutto cosa fare.

Intravidero un qualcosa che si mosse leggermente nel fitto dei rovi proprio nel punto da dove proveniva il vagito ma non riuscivano a focalizzarne la sagoma. Una forma indistinta, chiara, che lentamente si muoveva senza spostarsi, ma si muoveva.

Beppe studiò la situazione e capì che l'unico modo per accedere nel tunnel era quello di risalire dall'esterno il ruscello fino a trovare un varco nella vegatazione, scendere sul greto e percorrerne la sua lunghezza. Difatti scoprì che una decina di metri più a monte era possibile mettere in atto questo piano.

Fu un'avanzare tra le spine che furono poste sulla fronte del nostro Signore. Tormenti che gli si configgevano nelle orecchie, nel naso tra i capelli staccandosi e rimanendo conficcati. Ma il vagito era pochi metri più avanti e lo chiamava sempre più disperato. 

Poi di colpo il silenzio. Più nulla. Solo il ruscello scorrere sugli stivali solleticando i suoi piedi. Un silenzio che rese inutile tutto quello sforzo. Nella penombra del tunnel di rovi il vagito s'era interrato come i funghi porcini, nascondendo la sua vera natura ed il suo assurdo significato.

La piccola Marinella rimasta all'esterno gli gridò allora: babbo è lì.....non lo vedi? lì si muove appena....

Era lì infatti...davvero...e Beppe riuscì ad intravedere una macchia chiara che si era nascosta sotto un terrazzamento di rami.  Allungò la mano per prendere quella sagoma chiara e... fu investito dal soffio del vento. Vide il flash chiaro d'una bocca senza fondo.

Era un minuscolo gattino bianco con la bocca spalancata attraverso cui sporgevano aguzzi dentini bianchi. Aveva smesso il suo vagito di nenonato ma ora soffiava e mordeva. Una bocca spalancata più grande della testa. Pochissimi giorni di vita, forse due o tre settimane. Tra il pelo bagnato e sporco di fango affioravano due grandi macchie scure sul capo.

Rimasero allibiti Beppe e la piccola Marina quando si resero conto di cosa fosse accaduto. Nel bel mezzo del bosco, lontani da qualsiasi abitazione e forma di vita era avvenuto un incontro impossibile. Un incontro orchestrato da lumache che trascinavano bava, da porcini nascosti sottoterra o trasformati in rami contorti. Presenze magiche che con il loro non mostrarsi ci avevano condotto per mano nel luogo dell'incontro.
Un incontro programmato dal caso? Voluto dal destino?  Cercato da  due cuori che avevano voglia di stringersi e perdonarsi.

Quello sarebbe stato Titti, il gattino che crebbe insieme alle bimbe di Beppe per 18 anni, crescendo ed educando tutta una famiglia ad una logica del perdono e della ricostruzione.

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Cara Francesca

Mi è giunta qualche tempo fa una lettera di una delle mie nipoti di Lecco.
Aprendola ho scoperto con grandissima gioia che all'interno, oltre ad un suo
scritto c'era inclusa in allegato la fotocopia di una mia letterina che le
avevo inviato nel lontano 1985 e che lei aveva conservato con cura.
Mi diceva che riordinando nei suoi cassetti l'aveva ritrovata e sembrandole
una cosa tenera aveva voluto restituirmi a distanza di anni l'emozione che
le aveva provocato.



Cara Francesca                                                       Foligno
24/7/1985

come già accennai a Giorgio (suo padre), ti invio alcune note sulla
coltivazione delle piante grasse, in cui ho riassunto le esperienze maturate
nel corso di una quindicina d'anni: Ti assicuro che se anche tu saprai
seguire questi suggerimenti riuscirai a sbalordire qualsiasi persona, lì a
Lecco.
Purtroppo delle tante piante che la nonna Mirka coltivava a Finale è rimasto
ben poco! Ciò nonostante ti pregherei di considerare quei pochi rimasugli
come uno dei tanti messaggi d'amore che la nonna ti ha inteso lasciare,
fintantochè qualcuno di voi non se ne fosse accorto.....
Una dolce trasmissione di vita: se vuoi un ultimo garbato desiderio di
presenza.
Questa stupenda eredità, se saputa interpretare e sviluppare, può diventare
più importante d'un gioiello. Forse fra tutti potresti essere proprio tu la
persona in possesso di questa "chiave di lettura"; tu che sei rimasta a
guardarmi mentre rinvasavo quelle piante sofferenti, rimaste orfane.
Pensa che a me è successa una cosa del genere: non avevo mai avuto un
particolare interesse per le piante fino al momento in cui non ricevetti
l'"eredità botanica" di mio padre.
Pensai che non era giusto che anche loro se ne andassero da quella casa dopo
che babbo le aveva curate con tanto amore. Si trattava di piante che nonna
Sofia di Palermo (la mamma di mia madre) gli aveva regalato quando abitavamo
a Spoleto, nel 1950. Alcune morirono subito per via del clima rigido
dell'Umbria e per le poche conoscenze che allora si avevano sulle piante
grasse.
Altre sono sopravvissute ed ancora oggi fioriscono e si riproducono in gran
quantità. Molte di queste sono passate di mano in mano, trasmesse di
generazione in generazione.
Se dovessi ricostruire il loro albero genealogico potrei raccontarti che la
nonna Sofia se le scambiava  con la zia Lena Bozza, sua cognata che abitava
all'Acquasanta, conosciutissimo quartiere di Palermo in riva al mare.
In quella casa la zia disponeva di uno stupendo terrazzo affacciato sul mare
e noi andavamo spesso a trovarla per sfuggire all'opprimente calura estiva
della città.
Io ero poco più che un moccioso ed in quelle giornate di Luglio il caldo era
asfissiante e ricordo che le mosche pungevano facendoti male. Salivamo
allora in terrazza a goderci il vento del mare, passando attraverso una
lunga scaletta a chiocciola buia e terrificante. Finalmente, dopo una penosa
coda dietro ai vecchi che si arrampicavano a vite lungo la scaletta, come un
colpo di flash il bagliore della terrazza.

Un intenso profumo di gelsomino ti faceva rabbrividire per la violenza con
cui t'aggrediva non appena mettevi il piede in quella giungla di piante
esotiche, incredibilmente raccolte ed intrecciantesi insieme nella terrazzza
della zia Lena.
Lassù, tutto era puro in stile liberty. Dal pavimento arabescato ai tavolini
in ghisa e in marmo: dalle sedie in vimini, alla tettoia in vetro variopinto
che copriva parzialmente l'ingresso.
Il tutto splendidamente incastonato tra piante di Cycas, Plumerie (i
palermitani le chiamano POMELIE), alberelli di gelsomino, cespugli di gerani
di rare specie, introvabili in commercio. E poi ancora alberelli di
Euphorbia splendens, incredibili intrecci di Selenicereus (cactus rampicante
senza spine) che salivano sui muri e che fiorIvano superbamente di notte.
In mezzo a questa foresta di grossi esemplari spiccavano decine e decine di
rare piante grasse coltivate nei barattoli di latta, di cui ricordo ancora
oggi le decorazioni della conserva di pomodoro, del tonno, del latte
condensato Nestlè.
Mentre i grandi "si cuntavano i fatti" io mi divertivo a cercare i gechi,
quelle brutte lucertole notturne che in Sicilia chiamano "i tarantule".
Passavo così il pomeriggio in attesa dello "spongato" e del "gelo i milluni"
(la prima è una cassata coppa gelato, l'altra un budino in gelatina di succo
di cocomero insaporita con cioccolato tritato sopra e profumata con qualche
fiore di gelsomino freschissimo).
Finalmente arrivava il gelataio con a tracolla la sua cassetta di legno
rivestita di latta, contenente il ghiaccio ed i gelati ordinati. Al calare
della sera, infine, il magico momento dell'innaffiatura: quasi come un rito
sacro che coinvolgeva tutti per la durata e la complessità dell'operazione
con tutte quelle piante da accudire. Zia Lena inoltre riusciva a suscitare
in tutti i presenti un grande interesse rammentandoci i racconti colegati
alla provenienza delle piante quasi tutte comprate all'estero.
Alcune acquistate durante i viaggi  fatti in oriente da nonno Ciccio, altre
da zio Giorgio in Venezuela, alcune da nonno Marino chissà dove. Erano stati
tutti marinai gli uomini della famiglia La Nasa: chi radiotelegrafista, chi
comandante di nave passeggeri, chi comandante di sommergibili, chi di
cacciatorpediniere, chi proprietario e comandante di navi mercantili. E
tutti avevano fatto varie volte il giro del mondo. Puoi immaginarti quanti
racconti ho ascoltato imbambolato di fronte a quelle piante che la zia
innaffiava, sognando mondi meravigliosi, ricchi di piante tropicali e di
bestie feroci.
Poi il sole tramontava; l'aria si faceva un pochino meno afosa. La ringhiera
in ghisa che guardava il mare finalmente diventava meno rovente e ci potevi
appoggiare la manina ed affacciarti. Vedevi le lampare pronte a partire. Il
venditore di cozze e ricci di mare, il filobus che faceva le scintille con
le aste sui fili quando passava.
E'stato in queste tediose serate, trascorse in visita alle vecchie zie,
nella costrizione del non sporcarsi e del non gridare con la cuginetta, che
ho assimilato involontariamente, in quei pochi metri quadrati di terrazza,
l'amore per le piante.
Sono trascorsi ormai trent'anni: gli zii sono nel frattempo morti tutti. Uno
ad uno. La terrazza abbandonata a se stessa, è oggi soltanto un cimitero di
latte sfondate che hanno sparso sul mattonato chiazze di terra rossa.
Però, oltre a questi miei ricordi, sono riuscite a sopravvivere alcune
piante che nonna Sofia, prima di morire, volle regalarmi. Sono queste la
vera rarità della mia collezione.
Scusami se questa lettera sembra tratta dal libro Cuore, ma a volte mi
lascio trascinare dal sentimento.
E poi, come osservato anche da nonno Dino (il padre di suo padre)
nell'ultima visita a Finale, l'amore per le piante è un modo per mantenere
l'animo ingentilito.
Ti abbraccio forte,
zio Beppe.
 

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L'alba

 

E' l'alba. Le prime luci del giorno cominciano ad illuminare riflessi
sullo specchio del mare, filtrando attraverso le robuste impalcature a
raggiera della palma nana.
Dieci luglio 1943. Il giorno avanza ormai implacabile in quella
sperduta landa costiera della Sicilia sud occidentale. A pochi
chilometri di distanza i greci avevano edificato la lora voglia di
spiritualità abbandonata ormai da secoli in colonne abbattute dalla
disperazione di una terra senza sorriso.
Avevano maturato qualche sospetto quel pugno di soldati mandati a
difendere un tratto della costa agrigentina. Si parlottava tra una
galletta ed una brodaglia che forse sarebbero sbarcati. Ma sì, gli
alleati. Stavano arrivando si diceva. Forse già a Pantelleria.
La luce del giorno senza pietà aveva già preso possesso del teatro
dove si sarebbe verificato uno degli eventi più straordinari del
mediterraneo.
L'ultima onda visibile all'orizzonte annunciò che qualcosa stava
cambiando nel vento.
Il soldato posto nel suo piccolo bunker di due metri quadrati pensava
già a come avrebbe potuto superare una nuova giornata di terribile
lotta contro il sole che si sarebbe accanito sulle mura della sua
piccola protezione in cemento. Il piccolo cannoncino che sporgeva
dalla fessura lo faceva sentire tranquillo. Padrone della situazione.
Uscì tra le dune per salutare la nuova giornata col rito del primo
mattino
che lo avrebbe visto accucciato tra le alte erbe costiere con i
calzoni abbassati intento nelle sue necessità corporali. Era lì il
soldato, con il capo reclinato sulla sabbia a seguire attento le
strane orme che lasciava dietro di sè un pimelia sulla rena ancora
umida. Pensava a dove si sarebbe potuta nascondere per sfuggire alle
terribili ore di sole che stavano per accamparsi sulla costa.
Ma lo sguardo si alzò lentamente all'orizzonte. Quasi ascoltando un
grido di gabbiani improvviso. Ma non c'era alcun volo. Solo l'onda.
L'onda laggiù era diventata strana all'orizzonte. Era un po più
marcata. Forse il vento stava montando. Leggermente più pronunciata
del solito. Forse anche un po' più scura del solito. Si affrettò a
sollevarsi i calzoni per correre a prendere il suo binocolo nel
piccolo bunker.
Il suo crorpo si arrestò sopsendendosi in una sorta di inebetimento
che gli faceva trattenere il respiro e salire gradualmente il battito
cardiaco.
Non poteva credere a quello che vedeva. L'onda anomala che lo aveva
incuriosita era una interminabile fila di navi che all'orizzonte
avanzavano verso la costa. Un'onda di tremila navi da sbarco di varie
dimensionie e armamenti che come un rullo compressore stavano
maledettamente avvicinandosi.
Realizzò che aveva ancora pochi secondi per darsi alla fuga. E con lui
un'altra dozzina di compagni sparirono scappando in silenzio tra le
dune. Nel giro di pochi istanti quel giovane ufficiale di complemento
che poco più in là non era stato ancora avvisato si accorge di essere
rimasto solo con altri due soldati fedeli. Un tenente giovane giovane,
fresco di laurea. Aveva studiato lettere. Appassionato delle lettere
antiche. Era felice di essere stato inviato in quei posti dove i greci
avevano lasciato profonde tracce della loro presenza. Era fidanzato.
Si sarebbe sposato non appena fosse terminata la guerra, di lì a breve
come si vociferava. Ma c'era ancora quel giorno maledetto da
scavalcare. Un giorno che si ergeva alto come un muro insormontabile.
Sempre più alto. Passarono i minuti ed iniziarono i cannoneggiamenti
dal mare. L'onda all'orizzonte divenne di colpo rossastra di bagliori
tra cui cominciarono ad emergere  le prime sagome scure delle navi più
grandi. Il mare nel frattempo si era talmente addensato di mezzi da
sbarco che l'orizzonte era praticamente diventata un'unica linea nera
di navi.
Decisero di ritirarsi per rifugiarsi nel paese retrostante. Santa
Ninfa.
Avvenne lo sbarco. Un fiume di mezzi interminabile, con migliaia di
camionette, autoblindo, carri armati, camion, cannoni autotrasportati,
mezzi cingolati di varia natura stava concentrandosi sulle spaziose
spiagge di quel litorale. Il mare ormai brulicava di oltre tremila
navi alla fonda sun tratto estesissimo di mare. Il più imponente
schieramento navale mai visto nel mediterraneo dalla notte dei tempi.
Una macchina bellica mostruosamente organizzata pronta a porre fine
allo strapotere
nazista.
Quel giovane tenente che non aveva voluto gettare la sua divisa per
vestire abiti civili e confondersi con la popolazione sarebbe stato
catturato nel paese di Santa Ninfa  insieme a decine di altri soldati.
Lo attendevano i campi di concentramento del Marocco, nella zona di
Kenitra vicino Casablanca.
Lì avrebbe trascorso tre lunghi anni di prigionia nelle baracche d'un
campo americano.
Lì avrebbe chiesto invano, tutti i giorni quando sarebbero stati
liberati per sentirsi rispondere giorno dopo giorno sempre la solita
cosa: tomorrow.
Mesi passati in un clima tremendo, dove le escursioni termiche
proiettavano le temperature a pochissimi gardi sopra lo zero di notte
e calori insopportabili di giorno.
Mesi in cui scrisse un vocabolario di greco, uno di latino ed una
grammatica greca e latina. Aveva terrore di dimenticare tutto. Mesi in
cui compose un bellissimo diario di prigionia fatto esclusivamente di
immagini: foto ritagliate dalle riviste che gli yankees gettavano nei
rifiuti. Era mio padre questo giovane tenente e conservo ancora i suoi
libri ed il suo diario.




Primo Novembre 1960. Ricorrenza dei morti.Non avevamo morti da andare
a visitare. I nostri cari erano tutti sepolti in Sicilia fra Trapani e
Palermo. Mio padre aveva saputo che alle falde del Monte Subasio
esisteva un piccolo cimitero di guerra Americano. Era situato tra
Santa Maria degli Angeli e Spello in una località di nome Rivotorto.
Avevamo acquistato da pochissimo un Fiat 600 bianca, il primo tipo,
quella con gli sportelli che si aprivano a vento. Fu l'occasione per
andare a dire una preghiera in questo cimitero. Percorremmo per la
prima volta la vecchia strada provinciale che si stende lungo pianura
umbra, scivolando tra filari di querce. Bellissimi oliveti ci
rincorrevano sulla destra costeggiando le falde del monte.
Un grande cancello di particolare pregiata fattura ci lasciò intendere
che il nostro viaggio fosse terminato. Il piccolo cimitero era là,
addormentato su un ritaglio della campagna assisana. Un centinaio di
candidissime lapidi disposte sull'attenti a mento alto, petto in
fuori, allineate su di un prato tagliato raso raso come la testa di un
marine. Non un fiore. Niente di niente se non marmo ed erba
perfettamente selezionata e curata. Alle spalle un' enorme  bandiera
americana a mezz'asta. Di fianco una piccolissima cappelletta con un
diario dove offrire un pensiero a quei morti.
Uno di quei luoghi dove la comunione con uno dei misteri più
strabilianti della nostra vita diventa essenziale ed esclusivo. Dove
le lacrime ti strabordano dalle palpebre senza che tu nemmeno possa
avere il tempo di accorgertene.
Quei marines rimasti sull'attenti per così tanti anni ora erano lì a
renderci gli onori per una nostra preghiera di compassione e di
ringraziamento. Erano lì per noi come lo erano stati tanti anni
addietro.
Mio padre piangeva insieme a me ma non disse mai una parola più del
necessario. Era il suo cuore che mi parlava e che mi prendeva per mano
e mi conduceva per la prima volta in uno di quei percorsi straordinari
di sottile spiritualità di cui ancora non avevo mai assaporato
l'essenza.
Per molti anni ancora accadde questo ripetersi di visite al cimitero
americano, anche estemporaneamente. Era sufficiente passar lì davanti,
che una fermata fosse d'obbligo.
Mi sono chiesto per tantissimi anni il perchè di questo comportamento
da parte di mio padre e sinceramente fino a questa mattina non avevo
compreso il profondo ed unico significato.
Le parole riportate da Dany mi hanno immediatamente ricollegato alla
vicenda di quei cento yankees. Ho capito come la morte per questi
soldati fosse potuta apparire non come un nemico da combattere ma come
una compagna di viaggio. Un' amica da stringere per mano e con cui
proceder insieme lungo il cammino di quei lunghi mesi di guerra. Una
morte vissuta con l'animo di colui il quale tutte le sere la ringrazia
per averlo risparmiato. Una morte che è felice di portare il più
avanti possibile l'esistenza di un soldato. Una morte che percorre su
una strada parallela il suo stesso cammino . Una morte pronta a
ghermire si ma a proteggere e conservare in vita fino all'ultimo
respiro possibile quel soldato che annegherà nel suo stesso sangue.
Quei soldati come tutti i soldati del mondo hanno un senso della vita
e della morte diverso da chi rimane a casa accanto al proprio
focolare. Una percezione vera, profonda collegata alla dignità del
passaggio di un corpo martoriato che soffre fra la solidarietà dei
compagni che lo assistono fino all'ultimo. Il passaggio dalla
sofferenza immane ad uno stato di totale trasformazione delle proprie
sembianze fisiche e spirituali in qualcosa di impercettibile ma ricca
di dignitosa essenza.
Era quella morte amica che lui voleva farmi conoscere. Non quella
raccontata da un cimitero qualsiasi dove lasciare un fiore su una
tomba a caso. Ma quella che può anche rincuorarti lasciandoti
intendere che puoi diventarne complice ed amante segreto nel profondo
dell'anima. Una morte che non ti lascia attendere su un lettino di
corsia, senza lacrime di nessuno, senza occhi chiusi, senza un velo
steso sul viso.
Che non ti fa assistere al cinismo di una miserrima lotta per una
sepoltura su questo o quel cimitero, respinto come carogna da
eliminare alla svelta.



Dicembre  2006. Assisi
Un viaggio inatteso ed improbabile ma affacciatosi con violenza tra le
mie priorità.
La provinciale era rimasta sempre la stessa. Il cancello sempre
perfettamente verniciato di grigio. Il prato raso fresco di barbiere.
Loro sempre lì sull'attenti a petto in fuori. Una preghiera. Uno
sguardo verso la città del Santo proprio lì alle spalle.
Lassù tra gli oliveti egli continua a passeggiare cantando:
"Lodato sii, mio Signore,
per nostra corporal sorella morte!".


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