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Alberico Rossetti

QUANDO ERO PICCOLO

ZABETTA

 

                                 

                                 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ZABETTA


Zabetta aveva il suo posto riservato di fianco al maestro, un banchetto tutto suo e non in coppia come gli altri; il maestro non gli chiedeva mai nulla e lui non partecipava alla lezione, fantasticava di chissà cosa con lo sguardo fisso ora su di una mosca impertinente, ora sulla fila di formiche che usciva da quel foro nel muro.
Era stato messo lì, in quarantena, perché pluribocciato, plurisospeso, pluriespulso e pluri non so più che cosa;  tutti lo temevano ed il suo nome, tra noi, veniva solo sussurrato per il timore che potesse sentire. Nei pochi momenti di attenzione, fissava il resto di quell'ultima  classe esclusivamente maschile, quasi ad interrogare i volti dei compagni, per individuare la vittima che avrebbe picchiato senza motivo all'uscita della scuola.
Una volta un compagno, durante la ricreazione, gli offrì un biscotto; lui lo prese, lo lasciò cadere a terra e lo calpestò fino a ridurlo in poltiglia, guardando le facce attonite degli altri ragazzini con aria di sfida.
Rimase in quella classe per pochi mesi, fino a quando, dopo l'ennesima scazzottata, non venne trasferito in un collegio fuori provincia e di lui si persero le tracce.
Riapparve alcuni anni dopo, finita la scuola dell'obbligo all'età di un liceale,  ormai fisicamente uomo; faceva il muratore e nella pausa del pranzo andava a consumare la sua colazione sedendosi su di un muretto proprio di fronte a quella scuola da cui era stato allontanato alcuni anni prima. Lo potevano vedere tutti mangiare quel suo sfilatino farcito, aprire la pietanziera di vetro, tirarne fuori una salsiccia, una polpetta, e poi bere lunghe sorsate da una bottiglia verde scuro.
Un giorno incontrò quei suoi vecchi compagni di classe, divenuti liceali, e si sedette a guardarli giocare al calcio sullo spiazzo della scuola; finito il suo pranzo, pur non sapendo assolutamente giocare, s'inserì d'imperio nella partita.
Ci furono alcune timide rimostranze a quella intrusione, poi il più grosso del gruppo dichiarò apertamente il suo dissenso.
Zabetta non aspettava che quello; assalì il poverino con una gragnuola di pugni e calci scagliati con la violenza e la forza del ragazzo dal corpo d'uomo; lo lasciò tramortito a terra senza che gli altri potessero fare niente per fermarlo.
Il sangue usciva copioso dalle narici del malcapitato e si mischiava  alle lacrime di dolore  e di vergogna per l'offesa subita.
Zabetta era come trasfigurato, come se da quella violenza avesse attinto linfa vitale. C'era tanto di quell'odio in quei pugni, l'odio verso i compagni, verso quel maestro che lo aveva isolato in quel banchetto, l'odio per una adolescenza mai avuta, per una società che gli era apertamente nemica.
Non somigliava a nessuno degli altri suoi fratelli, aveva i colori e il fisico diversi. Gli altri scuri di pelle e di capelli, lui biondo con gli occhi chiari. In giro c'era la voce che fosse figlio di un industriale del posto, di un Doberdò, e lui sembrava bearsi di questa voce, ne era orgoglioso, preferendo questa idea alla realtà di essere figlio di un alcolizzato violento e irascibile.
Girava sempre con un motorino dal motore truccato, un cappello floscio da muratore in testa ed il tascapane a tracolla, non c'era stagione che lo fermasse.
Era  ormai un personaggio di quella comunità, uno di quelli che si additavano per mettere paura ai bambini che facevano i cattivi, agli svogliati che non volevano studiare. <<Guarda Zabetta....farai la fine di Zabetta.....ti faccio portar via da Zabetta>>
Una tragica sera  di 20 anni fa  Zabetta moriva alla periferia del paese schiantandosi contro un palo con il suo motorino truccato lanciato a tutta velocità. La notizia, come sempre accade nei piccoli centri, era subito giunta a tutti e, tutti, o quasi, si erano precipitati sul posto per vedere da vicino quel morto. Intorno al povero corpo si era formata una folla che aveva abbandonato le case e la tv, il passeggio domenicale, la piazza, il bar e le carte, le chiacchiere ed il bigliardo, tutti per andare lì, a vedere Zabetta per l'ultima volta.
Quella stessa sera arrivò quella lunga, interminabile, indescrivibile scossa; tutto finì in pochi attimi, le case crollarono, i bar crollarono, i circoli ricreativi crollarono, le chiese crollarono. Negli edifici c'erano pochissime persone e solo 27 furono i morti.
Qualche giorno dopo il terremoto  Zamberletti, ministro della Protezione Civile, visitò quel paese; vista la distruzione chiese il numero ufficiale dei morti e quello dei dispersi e non nascose la sua sorpresa di come fosse possibile che a fronte di tale catastrofe fossero state così poche le vittime. Gli spiegarono che quella sera erano andati tutti a vedere Zabetta e  che pochi erano rimasti in casa.
 


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QUANDO ERO PICCOLO


Quando  ero piccolo, avevamo una casa al mare vicino Salerno, e ci si andava
spesso anche in autunno o a primavera, non appena il mitico colonnello
Bernacca prospettava un aumento della temperatura o una giornata di sole.
L'inverno da noi è sempre freddo e così eravamo tutti felici di andarcene al
mare lasciandoci alle spalle quei nuvoloni e quei monti spesso innevati.
E così partivamo di buon mattino con la nostra Peugeot 404 metallizzata, con
il tettuccio apribile, i sedili in pelle, le code cromate, lo stereo 8 con
le canzoni di Patty Pravo e di Mina. Penso che dovevamo impressionare
abbastanza i nostri vicini quando ci mettevamo in macchina in 5, carichi di
giocattoli, con le bici sul portapacchi ed il cesto da pic-nic con il pranzo
coperto dalla classica tovaglia a quadretti.
Spesso si partiva con la pioggia ed il maltempo, sapendo però che, superati
in galleria i miei monti che separano dal mare, ci attendeva il tepore della
costa, il sole del golfo, il mare.
Quella volta però pioveva a dirotto anche al mare, anzi, dopo la galleria
scrosci di pioggia violenta ci colpivano in pieno facendo spostare
leggermente l'auto;  grosse pozzanghere rallentavano improvvisamente la
marcia con fragorosi rumori sotto la scocca dell'auto.
Un po' di tensione ci aveva presi tutti e quell'allegria della partenza era
quasi svanita..io sul sedile di dietro, mettevo le batterie all'ultimo
regalo finalizzato, "L'allegro dottore", chiaro segnale di quello che i miei
genitori vedevano nel mio futuro.
Con le mie sorelle si era appena conclusa la lotta per chi non voleva stare
al centro del sedile, più scomodo per la presenza del bracciolo centrale e
perché, nelle curve, si veniva sballottati da una parte all'altra.
Rallentiamo.....alcune auto sono ferme a bordo strada, mentre la pioggia
continua a cadere.
C'è un incidente, delle persone con gli ombrelli circondano qualcosa a
terra.
Mio padre accosta e si ferma, prende l'ombrello dal portabagagli, va verso
il capannello di gente; noi tutti rimaniamo in silenzio in macchina, in
attesa.
Mia madre parla fra se e se: << ma che sta facendo...perché non
torna....chissà che è successo>>
Un'immotivata tensione ci prende, mia sorella, la più piccola, inizia a
piagnucolare perché ha lasciato a casa la sua bambola di pezza.
Passano i minuti mentre la pioggia continua a cadere insistente, costante,
poi vedo mio padre tornare a passi lenti, l'ombrello un po' obliquo messo di
lato, per ripararsi meglio.
Lo ripone nel portabagagli e  risale in macchina.
Mia madre lo guarda, lui a bassa voce le dice qualcosa, fa un nome, parla di
un suo amico, poi rimangono entrambi in silenzio, sono momenti
interminabili,  ripartiamo.
Passiamo accanto all'auto messa di traverso nella strada, vedo tutto come
tanti fotogrammi di un film che scorrono lentamente: l'auto grigio acciaio,
lo sportello aperto, i sedili di pelle rossa, le ruote con i raggi cromati
con una grossa borchia al centro.
Tra le gambe dei curiosi e dei poliziotti, a terra, un uomo disteso con un
cappotto grigio ed un telo a coprirgli il volto.
Sono tornato in quel posto molti, molti anni dopo, ora c'è un moderno
svincolo con dei lampeggianti ad energia solare, i cartelloni pubblicitari e
le palazzine della speculazione edilizia lo rendono irriconoscibile.
Ho ricordato quell'episodio dell'incidente, ho ricordato che ho visto
piangere mio padre quell'unica volta.
 

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