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ZABETTA
Zabetta aveva il suo posto riservato di fianco al
maestro, un banchetto tutto suo e non in coppia come
gli altri; il maestro non gli chiedeva mai nulla e lui
non partecipava alla lezione, fantasticava di chissà
cosa con lo sguardo fisso ora su di una mosca
impertinente, ora sulla fila di formiche che usciva da
quel foro nel muro.
Era stato messo lì, in quarantena, perché
pluribocciato, plurisospeso, pluriespulso e pluri non
so più che cosa; tutti lo temevano ed il suo nome,
tra noi, veniva solo sussurrato per il timore che
potesse sentire. Nei pochi momenti di attenzione,
fissava il resto di quell'ultima classe
esclusivamente maschile, quasi ad interrogare i volti
dei compagni, per individuare la vittima che avrebbe
picchiato senza motivo all'uscita della scuola.
Una volta un compagno, durante la ricreazione, gli
offrì un biscotto; lui lo prese, lo lasciò cadere a
terra e lo calpestò fino a ridurlo in poltiglia,
guardando le facce attonite degli altri ragazzini con
aria di sfida.
Rimase in quella classe per pochi mesi, fino a quando,
dopo l'ennesima scazzottata, non venne trasferito in
un collegio fuori provincia e di lui si persero le
tracce.
Riapparve alcuni anni dopo, finita la scuola
dell'obbligo all'età di un liceale, ormai fisicamente
uomo; faceva il muratore e nella pausa del pranzo
andava a consumare la sua colazione sedendosi su di un
muretto proprio di fronte a quella scuola da cui era
stato allontanato alcuni anni prima. Lo potevano
vedere tutti mangiare quel suo sfilatino farcito,
aprire la pietanziera di vetro, tirarne fuori una
salsiccia, una polpetta, e poi bere lunghe sorsate da
una bottiglia verde scuro.
Un giorno incontrò quei suoi vecchi compagni di
classe, divenuti liceali, e si sedette a guardarli
giocare al calcio sullo spiazzo della scuola; finito
il suo pranzo, pur non sapendo assolutamente giocare,
s'inserì d'imperio nella partita.
Ci furono alcune timide rimostranze a quella
intrusione, poi il più grosso del gruppo dichiarò
apertamente il suo dissenso.
Zabetta non aspettava che quello; assalì il poverino
con una gragnuola di pugni e calci scagliati con la
violenza e la forza del ragazzo dal corpo d'uomo; lo
lasciò tramortito a terra senza che gli altri
potessero fare niente per fermarlo.
Il sangue usciva copioso dalle narici del malcapitato
e si mischiava alle lacrime di dolore e di vergogna
per l'offesa subita.
Zabetta era come trasfigurato, come se da quella
violenza avesse attinto linfa vitale. C'era tanto di
quell'odio in quei pugni, l'odio verso i compagni,
verso quel maestro che lo aveva isolato in quel
banchetto, l'odio per una adolescenza mai avuta, per
una società che gli era apertamente nemica.
Non somigliava a nessuno degli altri suoi fratelli,
aveva i colori e il fisico diversi. Gli altri scuri di
pelle e di capelli, lui biondo con gli occhi chiari.
In giro c'era la voce che fosse figlio di un
industriale del posto, di un Doberdò, e lui sembrava
bearsi di questa voce, ne era orgoglioso, preferendo
questa idea alla realtà di essere figlio di un
alcolizzato violento e irascibile.
Girava sempre con un motorino dal motore truccato, un
cappello floscio da muratore in testa ed il tascapane
a tracolla, non c'era stagione che lo fermasse.
Era ormai un personaggio di quella comunità, uno di
quelli che si additavano per mettere paura ai bambini
che facevano i cattivi, agli svogliati che non
volevano studiare. <<Guarda Zabetta....farai la fine
di Zabetta.....ti faccio portar via da Zabetta>>
Una tragica sera di 20 anni fa Zabetta moriva alla
periferia del paese schiantandosi contro un palo con
il suo motorino truccato lanciato a tutta velocità. La
notizia, come sempre accade nei piccoli centri, era
subito giunta a tutti e, tutti, o quasi, si erano
precipitati sul posto per vedere da vicino quel morto.
Intorno al povero corpo si era formata una folla che
aveva abbandonato le case e la tv, il passeggio
domenicale, la piazza, il bar e le carte, le
chiacchiere ed il bigliardo, tutti per andare lì, a
vedere Zabetta per l'ultima volta.
Quella stessa sera arrivò quella lunga, interminabile,
indescrivibile scossa; tutto finì in pochi attimi, le
case crollarono, i bar crollarono, i circoli
ricreativi crollarono, le chiese crollarono. Negli
edifici c'erano pochissime persone e solo 27 furono i
morti.
Qualche giorno dopo il terremoto Zamberletti,
ministro della Protezione Civile, visitò quel paese;
vista la distruzione chiese il numero ufficiale dei
morti e quello dei dispersi e non nascose la sua
sorpresa di come fosse possibile che a fronte di tale
catastrofe fossero state così poche le vittime. Gli
spiegarono che quella sera erano andati tutti a vedere
Zabetta e che pochi erano rimasti in casa.
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QUANDO ERO
PICCOLO
Quando ero piccolo, avevamo una casa al mare vicino
Salerno, e ci si andava
spesso anche in autunno o a primavera, non appena il
mitico colonnello
Bernacca prospettava un aumento della temperatura o
una giornata di sole.
L'inverno da noi è sempre freddo e così eravamo tutti
felici di andarcene al
mare lasciandoci alle spalle quei nuvoloni e quei
monti spesso innevati.
E così partivamo di buon mattino con la nostra Peugeot
404 metallizzata, con
il tettuccio apribile, i sedili in pelle, le code
cromate, lo stereo 8 con
le canzoni di Patty Pravo e di Mina. Penso che
dovevamo impressionare
abbastanza i nostri vicini quando ci mettevamo in
macchina in 5, carichi di
giocattoli, con le bici sul portapacchi ed il cesto da
pic-nic con il pranzo
coperto dalla classica tovaglia a quadretti.
Spesso si partiva con la pioggia ed il maltempo,
sapendo però che, superati
in galleria i miei monti che separano dal mare, ci
attendeva il tepore della
costa, il sole del golfo, il mare.
Quella volta però pioveva a dirotto anche al mare,
anzi, dopo la galleria
scrosci di pioggia violenta ci colpivano in pieno
facendo spostare
leggermente l'auto; grosse pozzanghere rallentavano
improvvisamente la
marcia con fragorosi rumori sotto la scocca dell'auto.
Un po' di tensione ci aveva presi tutti e
quell'allegria della partenza era
quasi svanita..io sul sedile di dietro, mettevo le
batterie all'ultimo
regalo finalizzato, "L'allegro dottore", chiaro
segnale di quello che i miei
genitori vedevano nel mio futuro.
Con le mie sorelle si era appena conclusa la lotta per
chi non voleva stare
al centro del sedile, più scomodo per la presenza del
bracciolo centrale e
perché, nelle curve, si veniva sballottati da una
parte all'altra.
Rallentiamo.....alcune auto sono ferme a bordo strada,
mentre la pioggia
continua a cadere.
C'è un incidente, delle persone con gli ombrelli
circondano qualcosa a
terra.
Mio padre accosta e si ferma, prende l'ombrello dal
portabagagli, va verso
il capannello di gente; noi tutti rimaniamo in
silenzio in macchina, in
attesa.
Mia madre parla fra se e se: << ma che sta
facendo...perché non
torna....chissà che è successo>>
Un'immotivata tensione ci prende, mia sorella, la più
piccola, inizia a
piagnucolare perché ha lasciato a casa la sua bambola
di pezza.
Passano i minuti mentre la pioggia continua a cadere
insistente, costante,
poi vedo mio padre tornare a passi lenti, l'ombrello
un po' obliquo messo di
lato, per ripararsi meglio.
Lo ripone nel portabagagli e risale in macchina.
Mia madre lo guarda, lui a bassa voce le dice
qualcosa, fa un nome, parla di
un suo amico, poi rimangono entrambi in silenzio, sono
momenti
interminabili, ripartiamo.
Passiamo accanto all'auto messa di traverso nella
strada, vedo tutto come
tanti fotogrammi di un film che scorrono lentamente:
l'auto grigio acciaio,
lo sportello aperto, i sedili di pelle rossa, le ruote
con i raggi cromati
con una grossa borchia al centro.
Tra le gambe dei curiosi e dei poliziotti, a terra, un
uomo disteso con un
cappotto grigio ed un telo a coprirgli il volto.
Sono tornato in quel posto molti, molti anni dopo, ora
c'è un moderno
svincolo con dei lampeggianti ad energia solare, i
cartelloni pubblicitari e
le palazzine della speculazione edilizia lo rendono
irriconoscibile.
Ho ricordato quell'episodio dell'incidente, ho
ricordato che ho visto
piangere mio padre quell'unica volta.
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