La
Quercia della Lella
La gente diceva che la Lella avesse abitato qui, che
quel pomeriggio, il sole calante, fosse stata nel
boschetto delle querce buie a bere con sguardo di
cerbiatta la vita del guardiano del fondo, finita da
sgherri assoldati lontano.
Si diceva che, poi, camminasse ai bordi dei sentieri in
campagna mentre raccoglieva cert'erba radente la terra,
che estirpasse radici in forma di gambe biascicando
parole, che mungesse steli e ne bevesse latte
giallastro.
Si diceva che per strada fingesse di piangere ma aveva
occhi di fuoco la sera, quando, veloce e furtiva, usciva
da casa per dirigersi al sasso delle ripe, la Lella.
Si diceva anche che nelle notti di pioggia battente
danzasse sotto i carpini d'argento, capelli ritte lame
di luce nel buio, che sparisse trasportata dal vento
nelle crepe di cortecce di tronchi malati, che a carponi
attraversasse gli spiazzi sassosi,
e si diceva che si presentasse all'improvviso in forma
di gatto
e che innalzasse muri attorno alle culle di neonati
e che li striasse con artigli di fuoco,
la Lella.
La gente dice che la Lella viva ancora qui, abbracciata
al fusto di quest'ultima roverella, succhiando con bocca
di serpe la linfa dell'albero, il solo rimasto a
limitare il burrone.