Davide Vago

IL VIOLINO SUONAVA
Il violino suonava.
Si perdeva surreale nello sferragliare della metropolitana in
arrivo, nel vociferare sommesso dei pendolari che tornavano a
casa. Il violino suonava allegro, una marcia conosciuta che L.
però non riusciva ad identificare. Il violinista si moveva come
un danzatore, o un equilibrista quando si piegava sulle note più
acute: si fermava solo un attimo, poi riprendeva con entusiasmo
rigenerato le scale nei toni più bassi. E così continuava,
mentre la gente gli passava accanto. Indifferente al flusso,
suonava e danzava.
Non aveva vestiti
particolarmente logori o sporchi, anzi, sembrava vestito con una
certa dignità; avvicinandosi, però, L. si accorse che nelle
piegature delle maniche e nelle cuciture i fili erano più
distanziati, prossimi alla rottura. Fu allora che la vide. Era
seduta dietro il bicchiere posato a terra, e la massa dell’uomo
che suonava l’aveva nascosta alla vista di L. Aveva occhi
chiari, capelli castani raccolti con una molletta, e portava un
vestito biancastro di lino, lungo, che la copriva fino ai piedi.
Era giovane, pensò L.: poteva avere la sua età. Non faceva
niente. Ascoltava il suono del violino, sembrava immergersi
continuamente in quella musica e, in essa, sembrava perdersi in
un’altra dimensione.
L. continuò a
fissarla. Poi arrivò il treno, salì. La vista e il suono si
persero dietro le borse e lo sbuffo della chiusura delle porte.
Arrivato alla sua stazione, L. scese. Urtò diverse persone,
mentre cercava di incamminarsi verso l’uscita. Davanti agli
occhi aveva ancora quel vestito bianco, quegli occhi chiari
persi nell’ineffabile della musica. Quelle note non c’entravano
nulla con i suoni e i rumori della metropolitana, sembravano
venire dal passato, o appartenere ad una banda di campagna. L.
trovò una panchina libera, si sedette. Le persone si
affrettarono tutte verso l’uscita, L. rimase solo davanti ai
binari. Correvano paralleli, poi si perdevano nell’oscurità del
tunnel. Erano dritti, come le corde di un violino. Quella
musica, quegli occhi. L. guardò l’orologio. Quasi le sette. Se
devo farlo, lo faccio subito. Salì di corsa le scale, ma non
riemerse. Scese dall’altra parte. Il treno in direzione
contraria dopo qualche minuto lo prese, lo portò indietro.
Quando scese nella stazione di partenza, L. cercò con gli occhi
se il violinista era ancora sull’altra banchina. Non c’era.
Scrutò le scale di uscita, niente da fare. Provo ad andare su,
magari sono appena usciti. Riemergendo, cercò tra la fretta
della folla un abito bianco o il suono del violino. Si guardò
intorno, studiò le persone in attesa ai semafori. Quando stava
per abbandonare, li vide. Attendevano un tram, dalla parte
opposta della piazza. Fa’ che non arrivi, pensò L. mentre
attraversava le strade col semaforo rosso. Trafelato giunse alla
fermata, ma stette un po’ distante. Non voleva dare nell’occhio.
I due stavano vicini, non parlavano. Il tram arrivò e raccolse
tutti.
Con un occhio L.
guardava l’imbrunire, con l’altro i due che erano seduti pochi
sedili davanti a sé. Avevano percorso parecchia strada, avevano
sorpassato la tangenziale. Si stavano dirigendo fuori città. Una
zona che L. conosceva poco. Sul tram c’era una manciata di
persone. I due stavano immobili, non si erano scambiati una
parola da quando erano saliti. Le loro teste erano leggermente
inclinate, come intente a scrutare qualcosa, ma L. non capiva
cosa potesse essere. D’improvviso il violinista s’alzò, prenotò
la fermata, e pochi metri più avanti le porte si aprirono. La
ragazza lo seguì e L. fece altrettanto. Scesero tra le erbacce
alte. Non doveva essere una fermata molto frequentata. Aiutato
dalla poca luce del tramonto, L. riusciva a seguirli a distanza,
evitando di farsi vedere. Sulla strada passavano poche auto.
D’improvviso i due svoltarono e presero una stradina sterrata.
Fu allora che il violista riprese in mano il suo strumento, e
cominciò a suonare. Non più la marcia di prima, ma una melodia
più pacata, che sembrava malinconica ma che poi riprendeva con
più forza, quasi fosse un incitamento. La ragazza lo seguiva
sempre in silenzio, ma L. immaginava lo sguardo dei suoi occhi.
Da una roulotte un altro violino rispose. Era un richiamo. Le
due musiche sembravano un dialogo spontaneo, ancestrale. Dalla
roulotte emersero due bambini piccoli, poi un giovane. Quando il
violista più anziano trillava più intenso, il giovane rispondeva
con note più gravi. Dietro un albero, L. si fermò per non farsi
vedere. I due raggiunsero gli altri, e allora le due melodie
parvero fondersi in un monologo, che aveva i timbri più alti e
più bassi e in quell’altalena sembrava suggerire impulsi vitali.
Quando la melodia si spense, il giovane posò il violino e
abbracciò la ragazza. L. guardava. Poi tutti rientrarono nella
roulotte. L. aspettò una decina di minuti, poi si avvicinò. Pur
restando ad una certa distanza, le luci accese gli consentivano
di vedere l’interno. Attorno ad una tavola apparecchiata stavano
i bambini, seduti. Poi il vecchio riprese il violino e cominciò
a suonare la marcia della metropolitana. L. sentiva solo un
suono lontano, ma aveva riconosciuto l’andamento. La ragazza
emerse e abbracciò il giovane. Mentre i bambini battevano le
mani, le loro bocche si incontrarono, a lungo.
Il giorno seguente L.
stava prendendo la metropolitana per tornare a casa quando sentì
il violino.
Si voltò e vide il
giovane che suonava. Accanto, la ragazza in bianco, con le mani
intrecciate sulle ginocchia, ascoltava sognante. L. la scrutò,
si piegò per incontrare la direzione del suo sguardo. Fu un
attimo, e L. capì: gli occhi della ragazza ardevano di una vita
ancestrale a cui L. non poteva appartenere. Nemmeno se avesse
voluto. Era una passione antica come l’uomo. Uno spirito nomade
che pochi eletti conoscevano e pochi conservavano liberi. Mentre
le porte del treno si aprivano, L. sentiva gli acuti della
melodia mescolarsi agli impulsi di quella passione. Il treno
sferragliò via, il violino suonava.
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