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Efi

Profumo d'ombra
Voglia di narrare

Millenni

dello stesso Autore...  Poesie

 

 

 

 

 

PROFUMO D’OMBRA.

In un angolo della piazza cresceva in quei giorni un bosco. Sarebbe accaduto di nuovo solo due mesi più tardi, all’approssimarsi del Natale, quando quello stesso luogo si sarebbe ammantato del verde fitto, pungente e splendidamente disadorno, di piccoli abeti in cerca di padrone. Ma per quanto amassi quella fioritura dicembrina, la prima mi fu sempre più cara e ancor oggi ne avverto il profumo tenue e ombroso. Placidamente stagnante. Profumo di acqua. Di foglie. Di nebbia.             I crisantemi erano raccolti in vasi di un indefinibile metallo ambrato o in catini di zinco. Un tiepido, discreto trionfo di bianco e di giallo che catturava gli occhi e il cuore. Con mia madre, ci si aggirava tra le bancarelle, osservando con simulata distrazione gli  esemplari più appariscenti e costosi per scegliere, infine, quei fiori che fossero abbastanza belli da essere offerti e abbastanza economici da non impoverirci. La mestizia della ricorrenza mi era allora estranea quanto la durezza della sopravvivenza  e quella fugace metamorfosi era, per me, semplicemente un segnale di festa. In quei giorni si sarebbe andati al paese e il viaggio,  per quanto breve e abituale, avrebbe riacceso quelle semplici e prepotenti occasioni di gioia che neppure i pellegrinaggi della maturità attraverso il mondo avrebbero eguagliato. Si arrivava mentre l’anziana cugina che chiamavo zia Lele  stava ultimando i preparativi del pranzo. Si attendeva il ritorno dello zio Angelo dal bar, ci si sedeva a tavola e subito la fragranza dei salumi, della pasta condita con il sugo fatto in casa, del coniglio o delle carni si mescolava all’avvolgente tepore della stufa a legna, alle canzoni della radio o all’attraente vetrina del telegiornale, allo scodinzolare bianco a macchie nere di Lilli, figlio a quattro zampe. Al  nostro parlare del più e del meno. Inutile, fluente e festoso come le chiacchiere della domenica. Un’ebbrezza senza capogiro, dolce e rassicurante, che di lì a poco si sarebbe confusa nell’agitazione composta e febbrile del cimitero poco distante. Era, quel rettangolo di campagna racchiuso in un recinto di basse mura sfiorite, un laborioso intrecciarsi di piccoli riti.  Si faceva il giro dei propri morti, fermandosi solo per interrogarsi di fronte a una lapide murata di fresco o per salutare parenti smarriti col tempo e vecchi vicini di casa. Si accendevano i ceri avvolti nella carta rossa, si tappezzavano di terra i sottili vasi delle tombe, nell’illusione di otturarne le falle, li si riempiva dell’acqua gelida della fontanella, si deponevano i fiori. Si lustrava ogni marmo, col panno intriso del miracoloso detergente acquistato la sera prima dal droghiere. E di fronte a ogni marmo si rinnovavano un saluto e un segno di croce. A ossa antiche, di cui solo mia madre conservava la memoria. A quelle ancor più lontane il cui ricordo era stato tramandato. A quelle il cui palpito di vita bruciava ancora nel mio cuore di bambino. Poi, sotto all’ultimo raggio di sole, si ascoltava la messa. Rapito da quella giostra di sensazioni, mi abbandonavo ad ogni suo sussurro. I colori che annunciavano il tramonto. L’odore dell’incenso. I timidi fiori di campo che, alimentati dai sepolcri, spuntavano tra gli steli d’erba come tenui promesse di vita. Si rientrava infine tra le mura domestiche, si consumava una minestra o una tazza di latte e si faceva ritorno in città, passando un’ultima volta di fronte al camposanto, silenziosa sentinella che fronteggiava la notte, vibrante di mille gemme di fiamma. Dicevano che quella vista incutesse nei frettolosi passanti l’affannato timore di spettri in agguato e attorno a un tale affresco fiorivano cupe e inquietanti leggende. Quello, come ogni altro luogo ove riposasse l’uomo, fu invece sin da quegli anni, ai miei occhi, il giardino degli angeli. Proprio le sue luci, comprendo ora, indicavano a mia madre il cammino di una notte di rimembranze. Greve della solitaria, malinconica memoria degli affetti perduti.  Ma per me, ancora incontaminato dalla vita, sarebbe stata solo una notte di sonno profondo, cullato dall’appagante fatica di un giorno felice.  Dal  profumo  d’ombra  del  mio  bosco.

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Voglia di narrare

Casa di campagna e casa di città. Ho abitato in entrambe e godevo intimamente, passeggiando per le strade del paese, a sentirmi cittadino. I miei occhi avevano visto i filobus che come grandi insetti verdi succhiavano la corrente con le loro antenne e le case che i contadini chiamavano palazzi, che si favoleggiava toccassero il cielo e i bar affollati e l’imponente ufficio postale e le piazze e i viali. Quanto, percorrendo quelle piazze e quei viali, cavalcando quei verdi  insetti giganti, godevo a sentirmi bambino di campagna che aveva riempito il proprio animo del profumo dei tigli, stretto nella mano le spighe di grano. Che parlava alle lucciole. Possedevo due mondi, ognuno dei quali era ignoto all’altro e potevo raccontarli all’uno e all’altro con la baldanzosa sicurezza del testimone. Ragione e sentimenti si rifiutano pietosamente ancora oggi di dirmi se fosse quello il tentativo di appagare un inconfessato desiderio di superiorità. Voglia di stupire. Forse, quella pura e semplice di possedere due vite ognuna delle quali fosse rifugio all’altra, dimensione parallela a portata di mano, via di scampo. Voglia di esibirle alle orecchie attente degli amici. Ai loro occhi stupiti che ne inseguivano sulle mie labbra i ritratti. Rassicurando me stesso. Se così fosse, dovrei ammettere che  sin da quell’età antica si manifestava la violenza della vita. Cosa sarebbero stati quei bisogni se non le avvisaglie crudeli delle frustrazioni e delle sconfitte dell’età matura? Ma io non lo credo. Difendo la purezza del gabbiano. La bellezza dei suoi mari. Se l’intelletto non si fa gioco di me e di sé stesso, oso mettermi di fronte allo specchio e giurare che era soltanto un indecifrabile ma prepotente  desiderio di comunione. Possono un cuore e una mente parlare ad altri cuori e ad altre menti? Comunicare le proprie tenere malinconie, le minute, rare, fragili gioie che sfiorano la pelle come un vento di primo autunno, le più intime sensazioni e i desideri, la voglia d’amore e di tenerezza, le proprie esperienze?  Può l’invisibile, impietosa barriera dell’individualità infrangersi e la corrente dell’emozione solcare la carne per colmare un animo estraneo? Sin da bambino ho cercato questo prodigio. Bastavano un abbraccio, una carezza, un sorriso, il semplice giocare insieme ad un altro bambino a infondere coraggio, a offrire certezza. Il prodigio era lì. Bastava allungare la mano per coglierlo. Come le fragole nell’orto di fronte a casa. Come le caramelle di menta e liquirizia sul banco del droghiere. Come le lucciole lungo la riva del torrente.  Dimorava in quello stesso abbraccio, in quella carezza, in quel sorriso, nell’eco assordante del cuore impazzito nella fatica e nella gioia del gioco.  E tutto attorno. Nella bellezza di estati senza fine, di piogge senza malinconia, di notti senza fantasmi. Di anni senza orizzonte. Tutto era promessa. Nessuno, in quel mondo ormai remoto, in quegli anni perduti, avrebbe potuto insegnarmi che la vita non mantiene le proprie promesse. No. Non era bisogno di stupire ma semplicemente,  pudicamente, desiderio di condividere, di rispecchiarsi, di fondersi.  

Voglia di narrare.

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Ieri sera, in una trattoria alla Giudecca... a fianco del mio tavolo... una coppia straordinariamente bella, in eleganti abiti chiari. Inglesi...

 

 

MILLENNI

 

 

L’anziana coppia uscì dalla trattoria salutando con un cenno del capo il padrone che li aveva premurosamente preceduti per aprire loro la porta. Passeggiavano lentamente, tenendosi per mano. Lei sorrise.

-Avranno senz’altro pensato che siamo ricchi turisti inglesi.

Lui sorrise a sua volta. Portò delicatamente la mano della compagna alle labbra per posarvi un bacio.

-Sicuro! Un vecchio gentiluomo e la sua dama in vacanza a Venezia.

Piovigginava, l’aria era fresca e frizzante ma i due parevano non badarvi. Procedevano con calma, osservando il cielo tingersi di buio ad oriente. Fu ancora lei a ridere piano, chinando leggermente il capo.

-Hai visto quella ragazzina al tavolo accanto? Ci osservava. E, ad un tratto, ha sorriso. Cosa avrà pensato?

Lui assentì.

-Forse – sussurrò – ha capito.

La donna spalancò i dolci occhi grigi. A lui parve di vederla bambina.

-Ha compreso chi siamo?

Si staccò dalla mano di lei per cingerle la vita e la donna rispose, allacciandosi a lui.     -No, questo no. Come potrebbe? Forse, semplicemente, ha compreso che si può essere innamorati dopo mille anni. Per l’eternità.

Il volto quieto e gentile della vecchia signora parve velarsi di un’ombra.

-Oh Paul, perché? Perché all’uomo non può essere concesso altrettanto? E’ così fragile e breve questa sua vita! Così fugace. Perché non può vivere e amare per mille anni ancora?

Si erano fermati. Lo guardò.

-Sarebbe sempre un soffio di vento, vero? Sono una sciocca.

Lui prese il suo viso tra le mani e le sfiorò le labbra con le proprie.

-Un’adorabile sciocchina. La vita sarebbe comunque un istante, sfidasse i millenni. Ma l’amore per sempre... Chi ti dice che così non accada? L’amore, sai? Io credo che sia quella la chiave. Per queste creature.

Tacque un istante. Parve pensare ad eventi lontani.

-Come per noi. Non me ne voglia Lui ma io compresi davvero il miracolo dell’eternità quando vidi per la prima volta i tuoi occhi.

Rimasero abbracciati. Come ragazzini folgorati dal primo amore. Come alberi alla terra. Come  grani di sabbia all’universo. Poi ripresero quietamente a camminare, mano nella mano.

-La nostra vacanza è finita-  sussurrò la donna.

-Si, dobbiamo rientrare.

La luce del tramonto inondava le nuvole che lentamente si ritiravano per lasciar sorgere una notte serena.

-È strano pensare – osservò  l’uomo con un accento di commozione nella voce – che ci immaginino alati e in candide vesti.

Si guardarono attorno. Nessuno li osservava. Si allontanarono, camminando sull’acqua.

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