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Emilio Cacciatori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I GIORNI DELLA MERLA 

 


Un giorno di febbraio, di tanti anni fa, il freddo e la neve si erano impadroniti della terra.
Molti uccelli morirono assiderati e quelli più resistenti cercarono con tutte le forze un rifugio abbastanza caldo in cui poter sopravvivere.
I merli, che all’epoca avevano un piumaggio candido come un lenzuolo, erano tra questi.
Ma faceva così freddo che anche loro cominciarono ad ammalarsi, tanto che una merla decise di rifugiarsi all’interno di un comignolo acceso. Rimase lì molti giorni, fino a che una bella mattina smise di nevicare e il caldo sole la incoraggiò ad uscire, ma qualcosa di strano era successo, le sue bianche piume erano diventate nere come la fuliggine del camino.
Essendo l’unico merlo femmina sopravvissuto, nacquero da allora soltanto merli neri
.




 

 

I pullman tardano ad arrivare, Franco è intirizzito dal freddo, lo rincuoro: “ Quando dovrai portare le valige allora vedrai come ti riscaldi.”
Mi manda a quel paese e precisa: “Guardate, patti chiari, io sono il più magro, quindi mi spettano le valige più leggere.” Facciamo tutti “si” con la testa, pur sapendo che la sua precisazione sarebbe risultata vana.
Quasi tutti i giorni, dopo pranzo, ci ritroviamo lì al capolinea ad aspettare la corriera che arriva da Roma, con la speranza di trovare a scendere qualche vecchietta o delle signore bisognose di un facchino che le aiutasse a portare il bagaglio.
In cambio ci accontentiamo di una mancia modesta, che ci permetta però, alla fine, di comprare una pasta al cioccolato, oppure un biglietto per il cinema.
Sentiamo in lontananza il rombo di un autobus che si avvicina, all’improvviso passa davanti al mio naso una macchia bianca, penso sia una piuma di piccione, guardo per terra e vedo quella piuma sciogliersi. Dopo qualche secondo: dieci, cento, mille altre piume cadono dal cielo. Ci guardiamo in faccia increduli, si aprono le portiere dei pullman, ma nessuno di noi ci fa caso.
Lanciamo il grido degli apaches e scappiamo via, lasciandoci dietro le vecchiette con i loro pesanti bagagli.

 

 

 

 


E’ il 2 febbraio 1956, la “Candelora”, questo è uno dei giorni che vengono detti “della merla”, ma nessuno sa il perché, un mistero al quale solo il mio professore di storia (frequento la seconda media) potrà dare una risposta, dovrò chiederglielo domani a scuola.

 



E’ un’atmosfera strana quella in cui mi sveglio. Non si sente dall’esterno nessun tipo di rumore. Il freddo intenso che gela la stanza mi sconsiglia di alzarmi dal letto e affacciarmi alla finestra. Tutta la famiglia è rimasta in casa, solo mia madre si è alzata per preparare la colazione. Il lattaio che passa sempre ogni mattina oggi non si è visto. Mi offro di andare a comprare il latte al negozio, perché mamma è incinta di sette mesi ed è pericoloso farla camminare sulla neve.
In un lampo mi ritrovo vestito e lavato, scendo di corsa le scale, apro la porta e gli occhi mi si chiudono doloranti, come se qualcuno ci avesse conficcato degli spilli. C’è una luce accecante, per terra quasi mezzo metro di neve, gli stivali che indosso spariscono nella coltre bianca.
In strada ci sono i miei amici che già giocano a palle di neve, allora affretto il passo, così appena portato il latte a casa potrò unirmi a loro.

E’ arrivato mezzogiorno. Non mi sono mai divertito tanto, però i miei piedi sono congelati, il maglione e i pantaloni fradici di neve sciolta. Mi presento a casa in condizioni veramente pietose, incasso così la ramanzina di mamma, nonna e fratello.

E’ nevicato tutto il pomeriggio e la sera. Mia madre ha saputo che anche domani le scuole rimarranno chiuse e non si sa quando potranno riaprire. La gioia per questa notizia non mi evita di crollare per il sonno e la stanchezza, dovuta al fatto che sono stato tutto il pomeriggio a giocare a palle di neve.

 

Prima di andare a mettermi a letto, mio padre, da poco tornato dal lavoro, mi chiede se domani lo accompagno al funerale di Zio Arduino. Accetto volentieri, raramente posso stare con lui, la ritengo un’occasione da non perdere

 



MARIA

 

Dopo aver pranzato, io e papà c’incamminiamo verso la piccola chiesa di S.Pancrazio, da dove sarebbe partito il corteo funebre.
Zio Arduino era un omone alto un metro e ottanta per centoventi chili, cugino materno di mio padre, sposato senza figli, poco avvezzo al lavoro, molto più al bere. Picchiava sua moglie ogni volta che tornava a casa ubriaco.

La poverina, di nome Maria, a volte si rifugiava a casa nostra per sfuggire alle violenze del marito.
Dopo la tumulazione, zia Maria invita tutti i presenti al “recònsolo”, la tradizionale usanza di alleviare in qualche modo il dolore dei congiunti con un piccolo rinfresco, composto da un menù ben preciso.

La piccola stanza è stracolma di gente. Zia Maria, aiutata dalla sorella, si prodiga a versare nelle scodelle degli ospiti il brodo di carne, il primo piatto di una serie che avrebbe compreso anche: gallina disossata, lenticchie, verdura e per ultimo il “panpepato”, nostrano dolce natalizio, fatto con mandorle, noci, frutta candita, miele e mosto cotto. E’ tradizione che le vivande siano fornite dai parenti del defunto. Mio padre non è voluto venir meno a quest’obbligo e ha portato così una vecchia bottiglia di Sambuca Molinari ancora intatta, che aveva a casa da chissà quanti anni.
Tra i presenti, come ogni “recònsolo” che si rispetti, vi sono degli “infiltrati”, che vengono in ogni modo sempre ben tollerati, perché rendono il funerale più “corposo”, accrescendo con il finto dolore il “pathos” di circostanza.
Dopo mangiato, accostiamo le sedie attorno a zia Maria, una vecchietta la bacia e le sussurra: “Era tanto bono!”
Maria: “Parole sante, era proprio tanto b…”, zia Maria si sente mancare, mio padre allora le versa la sambuca in un bicchierino e glielo fa bere.
Papà: “Marì…fatte coraggio!”

Maria: “Si…si…mo sto meglio. Non ci posso ancora crede…”

La vecchietta: “Ma davvero Marì…ma com’è stato? Chi dice che è svenuto ed è caduto battendo la testa, chi dice che lo hanno spinto…”

Maria: “No, no, no…mo ve lo racconto io.” Tutti cercano di avvicinarsi per ascoltare meglio.
“ Siamo andati alla messa della Candelora, all’uscita della chiesa mi sono messa sottobraccio a mio marito, perché avevo paura di cadere, capirete, c’erano trenta centimetri di neve…” Tutti annuiscono.
“ Ma Arduino me fa…- ah brava! Così se caschi tu casco pure io!- e con la mano mi allontanò.”
Zia Maria adesso racconta facendo ampi gesti con le braccia: “Penzate m’po’, dopo manco due passi ma non vado longa, longa per terra?! Allora Arduino dice – Hai visto? Mi avresti fatto cadere pure a me, mo alzati da sola e vienimi appresso.”
Un parente: “E’ sempre stata una persona saggia.” Gli altri mugugnano.
Papà: “Ma come, non ti ha nemmeno aiutato ad alzarti?” Maria: “Ma che scherzi? A parte che anche se lo avesse voluto non poteva, perché era da un po’ che soffriva il mal di schiena. E poi perché? La colpa è stata mia ed è stato giusto cosi.”
La vecchietta: “Era tanto bono”
Papà: “Si, si...”
Maria: “Dove eravamo rimasti? Ah si! All’imbocco in discesa in via del Parlatorio, mi ero accorta che la strada era completamente ghiacciata…se ci ripenso…se ci ripenso…”
Papà: “Bevi un altro goccetto Marì che ti tira su.”
Maria: “ …Grazie! Insomma per farla breve gli dissi: - Arduì, passiamo al vicolo dei Montani, allunghiamo un po’ però la strada è più sicura.- Allora lui mi fa: - secondo te, uno che ha fatto la campagna di Russia, 20 chilometri di steppa ghiacciata al giorno, ha paura di trenta metri di strada con la neve ?- Ma è discesa e pure ghiacciata, sbatti la testa e t’ ammazzi.-
-Te possino ammazzatte!- me disse- a te e quando t’ho sposato, cammina avanti e statte zitta!-
Allora io andai avanti, però mi appoggiavo al muro delle case, lui invece per far vedere che non aveva paura si mise a camminare al centro della strada…hi, hi, hi…”
Zia Maria porta il fazzoletto alla bocca e soffoca quello che a me sembra una risata.
Mio padre versa un po’ di sambuca per sé, ma zia Maria gli toglie il bicchiere da sotto il naso e lo beve tutto di un fiato, poi lo riconsegna a mio padre e dice: “ Grazie, però così me fate m’briacà.”
Gli altri si guardano stupiti, qualcuno accenna ad una risata.
Zia Maria: “ Dopo pochi passi, Arduino cominciò a slittare sul posto per qualche secondo, poi riuscì a fermarsi, rimase rigido come una statua, mi guardò in faccia disperato e disse – Mamma mea!-, hi, hi, hi.”
L’ ultima frase Zia Maria l’ha pronunciata come un sibilo.
Dal fondo della stanza qualcuno reclama: “ Voce !”

Zia Maria più forte: “-Mamma mea!- e andò a gambe per aria. Mi passò davanti scivolando continuando a fissarmi, senza dire niente, hi, hi, hi.”
Ora anche i presenti cominciarono a ridere con meno ritegno.
Zia Maria, facendosi improvvisamente seria: “ Arduino arrivò scivolando a Piazza S. Chiara, io riuscii a raggiungerlo qualche secondo dopo. Lui era sempre fermo, immobile, non parlava, continuava a fissarmi con quello sguardo di sempre, come se volesse rimproverarmi. Allora siccome temevo che stesse svenendo, gli ho dato uno schiaffo, lui niente, seguitava a fissarmi, allora gliene ho dato un altro, niente, allora un altro, un altro e ancora un altro sempre più forte.” La zia sembra in preda ad un raptus. Un parente dice ad un altro: “ Ecco perché la salma teneva la faccia gonfia.”
Zia Maria: “ Poi non ricordo più niente, credo di essere svenuta.”
Sempre quel parente: “ Meno male sennò l’ arrestavano per omicidio.”
Papà mi prende per mano e mi fa segno di alzarci: “ Scusa Maria, noi andremo via …sai domani devo svegliarmi presto.”
Zia Maria non ce la fa ad alzarsi dalla sedia: “ Si, si, grazie di tutto, grazie pure della Sambuca, non ti dovevi disturbare.”
Mio padre si rivolge a tutti gli altri: “ Buona notte a tutti! Vado via perché mi sono accorto che Maria è stanca, molto stanca!” Sembra un ultimatum.
Per strada c’è un silenzio incredibile, mio padre ha la faccia triste, allora cerco di distrarlo: “Senti papà, Zia Maria mi ha dato l’impressione che ad un certo punto s’è messa a ridere.”
Papà: “ Ma che dici ? non dirlo nemmeno per scherzo, capito ?”

Ma insisto: “ Si però, se penso a Zio Arduino, con le gambe all’aria, che scivola come una slitta, verrebbe da ridere pure a me!”

Papà si ferma, mi gira il viso verso il suo: “ Ma te voi sta zitto?”

Mi guarda con finta severità, rimaniamo così per qualche secondo, lui gonfia le guance ed esplode in una grossa risata.
Torniamo a casa ridendo abbracciati, è bellissimo, una cosa è certa, non perderò il prossimo “recònsolo” nemmeno per tutto l’oro del mondo.



NINOZZA


E’ il decimo giorno di neve, i negozi d’alimentari stanno per finire le scorte di pasta, il pane è drasticamente razionato, ridotti i rifornimenti di latte, non si trova più legna da ardere nemmeno a pagarla oro. Si ricorre così all’arte di arrangiarsi ed è qui che i più furbi si sentono tirati in ballo.

Molti considerano Ninozza una selvaggia, diversa dalle altre, quindi una “mezza pazza”. Per me non è così, o meglio se non avesse un paio di “fisse” si potrebbe considerare una persona normalissima, anche carina se si aggiustasse quei capelli biondi ma arruffati.
Si procura di che vivere lavando le lenzuola ai benestanti del quartiere.
La prima delle sue fissazioni, è quella di aspettare il ritorno dopo tredici anni del fidanzato partito in guerra, ma dato per disperso in battaglia dalle autorità militari. E la seconda, quella di mettere da parte tutto quello che trova per strada, perché crede che il suo amore tornando a casa la sposi e lei non vuole farsi trovare senza quella dote che nessuno gli ha potuto procurare, in quanto rimasta orfana e sola sin da bambina. L’hanno vista raccogliere le cose più strane, ma i suoi preferiti sono i pezzi di legno: sedie e mobili rotti, paletti, frasche rimediate sui bordi delle strade.
Tutto questo non è passato inosservato ad Antonio Rudini, uomo rozzo, proprietario terriero, ex fascista, arricchitosi durante la guerra grazie all’esercizio della borsa nera. Si è fatto perdonare il suo passato di “manganellatore”, poiché nel 1944, a giochi ormai fatti, ha procurato viveri ai partigiani della nostra zona.

E’ suonata da poco la sirena delle otto quando il Sor Antonio bussa alla porta di Ninozza, nessuna risposta, bussa di nuovo e più forte, la porta si apre da sola: “C’è nessuno? Ninozza?!” Antonio entra con prudenza, conosce il carattere selvaggio e poco ospitale della donna, poi si guarda intorno e quasi non crede ai suoi occhi, tutta la grande stanza stipata di legname minuziosamente tagliato e accatastato con ordine, come se ogni pezzo fosse la tessera di un enorme mosaico. Un calcolo veloce e approssimativo porta Antonio a valutare intorno ai trenta quintali di legna da ardere.
Alle sue spalle una voce forte e nervosa lo fa sobbalzare: “Serve qualcosa signurì?”

“Oh Ninozza… mi hai messo paura.”
“Ma che dici signurì, entri dentro casa come un ladro, invece di avere paura io, te metti paura tu?” “Eh come un ladro, Ninò… ho bussato, la porta era aperta…”

“Signurì… se io venivo a casa tua, pure che la porta era aperta non entravo.”
“Bè se permetti un po’ di differenza c’è, il valore che ho a casa mia…”
“Il valore che hai a casa tua è enorme, ma non è tutto quello che hai, invece il valore che ho qui a casa mia, è poco, ma è tutto quello che ho.”
“Comunque non sono qui per questo, ma per parlare d’affari.”
“D’affari? di che affari puoi parlare con me? Che mi prendi in giro?”
“ Parliamoci chiaro Ninò…, fuori è freddo, c’è la neve, chissà per quanto tempo ancora andrà avanti così, cedimi la metà della legna, te la pago bene!”

“E quanto daresti?”

“Diecimila lire!”

Ninozza sta qualche attimo immobile e in silenzio, poi prende da un angolo della stanza un piede rotto di un attaccapanni.
“Signurì… lo sai Signurì che per andare a prendere stò pezzo di legno in fondo a una scarpata mi sono fatta questo?”
“Ninozza alza la sottana fino sopra l’anca sinistra, mostrando una cicatrice che inizia dal gluteo e arriva fino al bordo del ginocchio. Poi accortasi che il Sor Antonio non ferma lo sguardo solo su quel punto, abbassa di colpo la veste e si ricompone.
“Signurì!!!” lo rimprovera. “Lo sai quante volte mi sono ammalata per raccogliere qualche frasca sotto la pioggia e la neve?”

Antonio sbotta “Oh allora, li vuoi o non li vuoi stì soldi?”

“Da te non li voglio manco regalati!”

“Non li vuoi eh?” in un crescendo d’ira “Piccola pezzente che non sei altro, ti permetti pure di darmi del tu, lo sai quante persone lo fanno? Due e una è mia madre. Ma a te non posso permetterlo, ti accorgerai chi è Antonio Rudini.”
Il sor Antonio se ne va senza chiudere la porta, forse con la speranza che Ninozza gli corra dietro per chiedere perdono. Ma Ninozza non esce, chiude la porta, si allunga sul letto e prende il ritratto del fidanzato da sopra il comodino, lo porta sul cuore e chiude gli occhi.
Non sa quanto tempo ha dormito, quando la sveglia un bussare alla porta.
“Signora Ninozza, Ninozza!”
“Chi è?”
“Siamo le guardie comunali.”
Ninozza sente il cuore battere come un tamburo.
Va ad aprire e si trova davanti due uomini in uniforme, un brigadiere e una guardia semplice.
“Che volete?” domanda Ninozza.
“C’è giunta una denuncia in ufficio, pare che hai stipato in casa molti quintali di legna.” Le guardie entrano in casa e rimangono stupiti: “Accidenti, ma questo è un deposito di legnami!”

“Embè ? perché mo non se po’ tenè manco la legna in casa?”

 “Certo che si può tenere” precisa il brigadiere “Ma non in quantità così enormi, è pericoloso, basta una scintilla e mandi a fuoco la casa con tutto il palazzo!”
“Allora che dovrei fare?”

“Puoi metterla in altro locale non abitato, oppure… venderla”
Ninozza ha cominciato a realizzare.
“A chi ? al signor Antonio Rudini ?”

“Non capisco che vuoi dire, comunque hai ventiquattro ore di tempo, se domani torniamo e la legna sta ancora qui, la dovremo requisire.”
L’ira monta negli occhi di Ninozza:

“No! No! non c’è bisogno che tornate domani, me ne libero subito, adesso!”
Ninozza spalanca la porta, a noi ragazzi che stiamo fuori ad ascoltare, ci urla:
“ Hei! Voi, entrate e pigliatevi tutta la legna, portatevela a casa, dite alle vostre mamme che questo è il regalo di Ninozza!”

“Ma che dici, fermi! fermi!”grida la seconda guardia mentre entriamo come cavallette in un campo coltivato.
“Lascia stare, andiamo via.” Ordina il brigadiere alla guardia e si allontanano cercando di sembrare il meno imbarazzati possibile.
Intanto anche le donne del vicinato cominciano ad affluire all’interno della stanza.
Io prendo più legna che mi è possibile portare, passo davanti a Ninozza, incrocio il suo sguardo, il viso ha un tremolio continuo, ride con la bocca e piange con gli occhi. Ho un tonfo al cuore, mi cade la legna e scappo via.

 



Sono ormai le otto di sera, la neve ricomincia a scendere copiosa.
Mio padre sta ascoltando l’ultimo notiziario alla radio, quando all’improvviso abbassa il volume:
“State zitti!…non sentite niente?”

Mia madre accosta l’orecchio alla finestra.
“Viene da fuori, c’è qualcuno sotto la casa del sor Antonio, mi sembra…ma si è Ninozza, ma con chi ce l’ha?”
Tutta la nostra famiglia accostò alle finestre che danno sulla strada, cercando di decifrare le grida della donna:
“Sei contento Signurì? Mo non ce l’ho più la legna, l’ho regalata ai vicini, tutta quanta, mo puoi dirlo alle guardie, che è inutile che domani vengono a casa, perché la legna non c’è più, adesso ho perso tutto quello che avevo, non ho più niente da perdere, sei contento Signurì? ”

Si vede chiaramente la sagoma del Sor Antonio dietro una finestra della propria abitazione, poi sparisce e la luce della stanza viene spenta.
Intanto Ninozza seguita la sua omelia: “Sei contento Signurì? Mo non ce l’ho più la legna…”

Con il passare del tempo la sua voce si affievolisce coperta dalla tormenta di neve che sta incalzando.
Mio padre rompe gli indugi, mette il berretto e butta il cappotto sulle spalle, esce da casa per aiutare quella povera disgraziata, passando davanti all’abitazione dei nostri vicini, chiede aiuto al signor Giuseppe, il capo famiglia.
Quando raggiungono Ninozza, questa deve essere svenuta perché si vede chiaramente che la prendono uno sotto le ascelle e l’altro per le gambe, poi spariscono tutti dietro il vicolo Puccini.
Mio padre torna a mezzanotte e racconta che hanno ricoverato Ninozza in ospedale per un principio d’assideramento.






7 ANNI DOPO


Una Lancia “Aurelia” bianca si ferma davanti a casa Rudini, scendono dalla macchina una coppia di mezza età, suonano il campanello del portone.
Il padrone di casa, o meglio l’ex padrone viene ad aprire. Si, ex padrone, perché il sor Antonio in questi ultimi anni ha dilapidato il suo capitale, colpa del gioco e delle donne dicono alcuni, altri invece che la maledizione di Ninozza lo perseguita e che anche l’unica casetta di campagna rimasta di sua proprietà presto passerà di mano.
Oggi quella coppia è venuta a togliergli la bella casa in piazza S. Chiara.
Il sor Antonio li fa accomodare in una sala da pranzo che ha visto giorni migliori: quattro sedie, un tavolo, una poltrona rotta e un piccolo contro-buffet con all’interno una bottiglia mezza vuota di “Stock 84” e quattro bicchieri impolverati.
“Posso offrire un goccio di cognac?”

La coppia ringrazia ma non accetta, preoccupata per l’igiene dei bicchieri in cui andrebbe versato il liquore.
“La ringraziamo…” dice la donna “…ma in questo momento è quello che ci serve di meno, dovremo essere lucidi per capire come dovremo organizzarci.”
“ Capisco, ma c’è poco da fare, vi conviene portare su il bagaglio e sistemarvi per la notte, così domattina a mente lucida farete quello che dovete nei migliore dei modi, giusto signor…Michele vero? Mi scusi, anche se ho firmato un chilo di carte con su scritto il suo nome…”
“Non importa, si figuri. Se permette andrei giù a prendere il resto del bagaglio.”
“Vengo ad aiutarti” si offre la moglie.
“No, no Virginia dai compagnia al signor Antonio, tanto sono rimaste solo due valige, torno subito.” Il marito esce dalla stanza.
Dopo pochi secondi d’assoluto silenzio, Virginia sente lo sguardo di Rudini che la scruta, ma fa finta di niente.
Antonio rompe il silenzio: “E così hai voluto la vendetta completa...”
“Come ?” sibila Virginia.
“Non ti basta avermi rovinato la vita, vuoi anche vedermi colare a picco! ”

Ma che dice Sor Antonio, non capisco…”
“Cos’è quel Sor Antonio? Mi chiamavi Signurì e adesso mi dai del Lei? A chi vuoi darla a bere… tu sei Ninozza. Non mi hanno ingannato gli occhiali che porti, ne quel fazzoletto che hai in testa, ti ho riconosciuta dal momento esatto in cui hai oltrepassato quella porta.”
“Don Antonio…mi sta facendo paura…la prego… le assicuro che sbaglia persona.”
“No! Non mi posso sbagliare, dietro gli occhiali vedo lo stesso sguardo che mi perseguita da sette anni e la voce è la stessa, anche se hai fatto sparire l’accento.”
Virginia indietreggia all’avanzare minaccioso di Antonio, il quale all’improvviso fa un balzo fulmineo in avanti e cerca di togliere gli occhiali alla donna. Nella breve colluttazione Virginia emette un grido e gli cade il foulard dalla testa, liberando una folta chioma nera.
A quella vista Antonio sembra improvvisamente rinsavire.
“Ma tu…lei…non…”

Virginia cerca di ricomporsi, anche se scossa, nel suo parlare c’è fierezza.
“Sor Antonio, mi hanno detto che ha avuto un forte esaurimento, per questo non voglio dare seguito alla questione, non so chi è questa Ninozza né voglio saperlo…”

 Antonio prostrato: “La prego, mi perdoni, non è la prima volta che mi succede. Vedo una donna che penso gli somigli in qualche cosa e subito credo che sia lei. E’ un tormento che non mi lascia più da quella maledetta notte. Avevano detto che era stata portata all’ospedale, ho mandato un mio uomo a cercarla, ma non l’ha trovata. Ho cercato per tutto il paese, niente. Quando la neve cominciò a sciogliersi, tremavo al pensiero che da un momento all’altro spuntasse il suo cadavere in qualche angolo di strada. Appena l’ ho vista ho sperato che questa dannazione fosse finita, ma ormai mi devo rassegnare a portare questo mistero fino alla morte.
Signora Virginia, la prego di perdonarmi di nuovo, sento dei passi, suo marito sta tornando, faccia finta che non è successo niente, mi affranchi l’umiliazione.”
Virginia fa un cenno d’assenso.
“Che è stato? Ho sentito un urlo?!” Michele parla a fatica per aver fatto le scale di corsa.
Virginia: “Ho gridato io, abbiamo comprato la casa compreso un suo inquilino, ricordati di comprare qualche trappola per topi, quello che ho visto passare non aveva l’aria di uno che si fa prendere volentieri.”
Antonio incrocia lo sguardo della donna e la ringrazia con un cenno del capo.
Subito dopo prende il cappotto appoggiato sulla sedia e lo mette sulle spalle: “Io adesso toglierei il disturbo, queste sono le chiavi di tutta la casa, compresa la cantina…”

“Signor Antonio…” lo interrompe Michele: “…resti ancora un po’, mangi con noi, così ci spiegherà i segreti della casa, del paese, dei vicini…”

“ I vicini?…” gli fa eco Antonio “…un branco di pezzenti che si spezzano la schiena tutto il giorno per un tozzo di pane, adesso si sono messi in testa di far studiare i figli, per non fargli fare la loro stessa fine, ma saranno sempre dei pezzenti, pezzenti colti, ma sempre pezzenti. Mi hanno sempre odiato, perché non mi sono mai abbassato al loro livello. No mi spiace ma non mi va di parlarne.”
Virginia a quelle parole cambia l’espressione dello sguardo, i suoi occhi adesso sono due scimitarre!
Antonio stringe la mano di Michele, bacia quella di Virginia.
“Addio signori, spero che vi godiate questa casa più di come ho saputo fare io.”
Dà l’ultimo sguardo alla stanza ed esce.
Mentre scende le scale, la voce di Virginia lo raggiunge e lo gela.
“ Signurì!”
Antonio si volta sbarrando gli occhi.
“Come… mi ha chiamato?”
Virginia mentendo: “Ho detto signore!”
“Cosa…” balbetta Antonio.
“ Ha lasciato questa!” Virginia mostra la mezza bottiglia di Cognac.

“ Oh, non importa…non importa.”
“ Ma non è roba nostra, è sua e per quel poco che ne capisco deve essere anche cognac di marca...”
“Lei pensa che una bottiglia di liquore possa risolvere i miei problemi finanziari?”
“Credo di no, ma è tutto quello che ti è rimasto, quindi non è poco, vero Signurì?”

Ad Antonio si è di nuovo gelato il sangue:
“Ma tu chi sei?…Allora non mi ero sbagliato… sei Ninozza!”

“Sono sette anni che nessuno mi chiama così. Non ho cambiato nome, mi chiamo Virginia, soltanto che non lo sapeva nessuno, evidentemente nemmeno l’uomo che è venuto a cercarmi all’ospedale. Sono stata ricoverata dieci giorni, poi è arrivato Michele e mi ha portata via.”
Antonio è ormai uno straccio: “Allora Michele…”

“Si, Michele è quella persona che io come una scema ho aspettato per tredici anni che tornasse dal fronte. Nel ’44 fu fatto prigioniero dagli alleati e spedito in America in un campo di concentramento. Finita la guerra rimase negli Stati Uniti a lavorare, fece fortuna. Tornato in Italia si è ricordato me, ed eccoci qua.”
Antonio con un filo di voce: “Eccoti qua a consumare la vendetta.”
“Si, ma la vendetta volevo tenerla per me, senza inveire, ti ho tolto tutto quello che avevi, come tu hai fatto con me a suo tempo e questo mi bastava, poi ti ho sentito come hai parlato di quei poveracci lì fuori, non sei cambiato affatto, per questo ho deciso di andare fino in fondo.”
L’ira assale Antonio: “Si poveracci e sempre così saranno, io per lo meno ho vissuto sempre come un signore. Ti ricordi quando mi hai detto che per raccogliere quel pezzo di legno ti sei procurata una cicatrice? Bè io quello che ho avuto l’ho avuto tutto grazie al mio cervello, alla furbizia, senza mai faticare più di tanto, neanche per avere questa bottiglia, che è l’unica cosa che mi è rimasta, mi sono fatto una sola cicatrice.”
“Certo!…” risponde Virginia: “…ma quando avrai finito di bere l’ultima goccia di quella bottiglia, la ferita che si formerà dentro di te, nessuno la potrà vedere, però sarà molto più profonda della mia.”
Virginia rientra lentamente in casa chiudendo la porta in faccia ad Antonio.
Adesso il povero Rudini è in strada, guarda in alto, verso quelle che una volta erano le sue finestre, da dietro una di queste riconosce la sagoma di Virginia, che non si nasconde.
Antonio Rudini pensa che non può essere vero quello che gli sta succedendo, però è nella stessa condizione di Ninozza in quella sera di tanti anni fa e all’improvviso comincia a nevicare…



SILVANA




L’ho vista per la prima volta qualche giorno fa, aiutava i genitori a scaricare i pacchi da un camion, per portarli nella nuova casa.
Non ho mai conosciuto una ragazza più bella: bruna, occhi a mandorla, dolci quando sorride e brucianti quando si arrabbia. Una cosa meravigliosa!
Mentre prendeva uno di quei pacchi, le è caduto il berretto che teneva raccolti i capelli. Rimasi stecchito, una visione fantastica, un’onda castana che si liberava scendendo fino al fondoschiena.
Lei si guardò intorno e vide che avevo ancora la bocca aperta:
“Che c’è da guardare?” mi fece.
“Che ce l’hai con me?” risposi facendomi rosso come un pomodoro.
“Si proprio con te! Vuoi rimanere li a guardare o mi dai una mano?”
Ero terrorizzato. Non seppi far di meglio che dire:

“No mi dispiace… mi aspettano a casa… infatti stavo correndo e mi sono fermato un attimo…(fingendo di ansimare) ciao!” e scappai via.
Che figura di merda! Roba da buttarsi al fiume!
Da quel giorno non so più darmi pace, devo riscattarmi, devo assolutamente rivederla, voglio un’altra occasione.
Stamattina ho detto a mia madre che sarei andato io a comprare il latte: mi è rimasta a guardare a bocca aperta, non credeva alle sue orecchie.
Perdo un po’ di tempo in piazza, poi vedo che il portone di casa sua si apre. E’ lei. Prima che possa scorgermi, m’avvio verso la latteria, lei mi è davanti, la sorpasso e sento la sua voce alle mie spalle:

“Ma vai sempre di corsa?”

La risposta rimane per metà in gola: ”Ehm si…sono abituato così… però t’aspetto… io mi chiamo Nino e tu?”

 “Silvana. Vedo che anche tu vai a prendere il latte.” Indicandomi il secchiello d’alluminio.
“Si… senti, se ti va, dopo possiamo andare a giocare a palle di neve?!”

“Ma perché, alla tua età ancora giochi?”
Mi faccio di nuovo tutto rosso: “No io volevo dire… insomma… divertirci, ecco! Divertirci!”
Lei si ferma, mi guarda seria, io mi sento come se stessi per cadere in un burrone. Poi sorride. Che incanto ragazzi! E mi fa:
“Ok!”
Nessuno mi ha mai detto OK in quel modo… nessuno mi ha mai detto OK!
Al ritorno dal lattaio mi sento abbastanza sciolto, mi escono battute spiritose, una dietro l’altra.
Ne leggo l’approvazione dal suo viso sorridente.
“Quanti anni hai?” mi fa all’improvviso.
“Perché lo chiedi?” cerco di perdere tempo.
“Ma…così, una curiosità, io ne ho tredici.”
“Anch’io… tra qualche mese.” Tra undici per la verità.
Si è accorta di avermi messo in difficoltà e rimedia:

“Te l’ho chiesto perché sembri molto maturo….”
“Grazie!” Immaginatevi un grazie detto con la bocca aperta.
Ormai siamo arrivati davanti a casa sua, l’aiuto a tenere aperto il portone così può passare senza posare il secchiello del latte.
“Allora ci vediamo più tardi per gioc…per divertirci a palle di neve?”

“Non lo so, tu non contarci troppo, ciao!” e sparisce dietro il portone.
Tornando a casa, ripenso alle parole che mi ha detto sulla faccenda che sono “maturo”. Penso che da oggi in poi dovrei avere sempre questo tipo d’atteggiamento. Davanti alla porta di casa incrocio Alberto, amico di mio fratello maggiore che dandomi una pacca sulle spalle mi saluta:

“Ciao Nino!”
“Buongiorno!” gli rispondo dandomi un tono da “maturo”.
Entro in casa, lasciando sicuramente il povero Alberto a chiedersi cosa mi fosse successo.
Poso il secchiello sul tavolo della cucina, mi rivolgo verso la mia famiglia riunita, puntando l’indice sul latte: “Ricordatevi di farlo bollire bene, in modo d’ammazzare tutti i microbi che ci potrebbero portare le malattie, non scherziamo su queste cose!”
Mia madre a queste parole, senza togliermi lo sguardo di dosso, ordina a mia sorella:

“Prendi un po’ il termometro che voglio misurare la febbre a tuo fratello.”

Lei non è venuta a giocare a palle di neve, non giocherà mai, uscirà soltanto la mattina per comprare il latte.
E’ una settimana che abbiamo modo di vederci soltanto in questa maniera, eppure mi sembra di conoscere tutto di lei, quando parlano d’amore penso sia qualcosa che somigli a questo.

Anche stamattina aspetto Silvana davanti al suo portone.
Eccola che esce, indossa un “montgomery” verde. Il cappuccio le copre totalmente la testa, ma riconosco ugualmente la sua andatura, decisa, anche sulla neve.
“Ciao!” le dico affiancandomi a lei.
Aspetto il suo sorriso che non arriva.
“Ah sei tu! Ciao!”e accelera il passo.
“Che hai?”faccio fatica a starle dietro.
“Niente, è che mio padre ieri mi ha visto parlare con te e siccome non vuole, non dobbiamo più vederci, fino a che…”
“Fino a che?” domando terrorizzato.
Lei svolta per prima il vicolo, io mi fermo proprio all’imbocco.
“Fino a che?”ripeto.
Silvana torna indietro, mi prende la mano e mi trascina via: 
“Fino a che non ci vede più dalla finestra.”scoppia a ridere e corriamo felici verso il lattaio.
Sostiamo a lungo all’uscita del negozio, in modo da stare più tempo possibile lontani dalla vista di suo padre.
“Allora neanche oggi puoi uscire?”
“A giocare a palle di neve? Ma che da queste parti conoscete solo questo giuoco?”
“Beh… no…quando non c’è la neve giochiamo a pallone…a nascondino…perché, tu cosa proponi?”

“Beh a me c’è un gioco che piacerebbe ancora fare adesso, si chiama Regina, Reginella.”
Conosco quel gioco, ma lei non dovrà saperlo mai, ne va’ della mia reputazione di persona “matura”.
“Ah si…e come funziona?” domando spudoratamente.
Lei posa il suo secchiello sopra un muretto, mi “obbliga” a fare altrettanto, poi mi sposta indietro di qualche metro.
“Allora, io sono la Regina, tu sei il Re che mi vuole sposare, dovrai dire questa filastrocca: - Regina, Reginella quanti passi mi darai per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello?- io ti dirò il numero e il tipo di passi che dovrai fare, se riuscirai a raggiungermi avrai vinto e potrai sposarmi.”
“Ho capito, proviamo…” seguito la farsa: “Regina, Reginella, quanti passi mi darai per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello?”

Lei con lo sguardo fisso a terra sembra fare un calcolo:

“Quattordici da formica!”
Faccio quattordici passetti, mettendo il tacco del piede davanti alla punta dell’altro, alla fine arrivo a venti centimetri da lei. Maledizione, perché non ha detto quindici?
Mi guarda, vorrebbe fulminarmi:

“Come sai che i passi di formica si fanno così?”

Non so che rispondere, ma ormai quello che è fatto, è fatto: “Come…lo sanno tutti che le formiche camminano così...”
Lei mi esplode in faccia una risata, gli schizzi della sua saliva mi entrano in un occhio, creando un ulteriore motivo d’ilarità.
Tornando ridendo verso casa, dimentichiamo di prendere le dovute precauzioni per non essere scorti da suo padre. Questo ci sarà fatale, infatti il signor Anselmo, questo è il nome, ci si presenta davanti mentre ancora stiamo ridendo:

“Brava, complimenti, allora quello che ti ho detto non vale niente, fila a casa che ho una bella sorpresa per te!”

Silvana corre a casa senza dire una parola.
Mi faccio forza:

“Signor Anselmo, noi non stavamo facendo niente di male e…”
Non mi dà neanche la soddisfazione di una replica, volta le spalle e se ne va.



Sono tre giorni che non vedo Silvana, questa mattina ho saputo perché. E’ a Roma, in casa dei suoi zii materni, spedita lì dal padre per studiare in un istituto diretto da suore cistercensi.
Mi sento come una ruota bucata, ho raccontato tutto ai miei amici, che prima mi hanno preso in giro, poi vedendo come sono ridotto decidono di aiutarmi.
Luigino, è riuscito a procurarsi dai propri genitori il cognome e l’indirizzo degli zii di Silvana a Roma, grazie al fatto che questi ultimi sono loro compari d’anello. Quando me lo ha dato però, dall’alto della sua saggezza, mi ha consigliato: “Se gli zii sono come il padre, ti conviene scrivere camuffando il tuo nome e quello che scrivi.”


Tutta la notte rimango sveglio a pensare a lei, odiando per la prima volta quella neve che continua a scendere dietro la finestra, che in qualche modo ci separa ancora di più. Mi chiedo come farò a fargli avere il messaggio senza che i suoi zii se n’accorgano.


Questa mattina vado di nuovo io a prendere il latte…mi piace percorrere il tragitto che facevamo insieme. Arrivato vicino al muretto dove lei mi “insegnò” a giocare, mi metto a camminare con i “passi da formica”e penso a voce alta: “…11…12…13…14…certo, se avesse detto di fare un altro passo…” All’improvviso la luce:
“Ma certo…come ho fatto a non pensarci prima?”

Corro dal tabaccaio, con i soldi del latte compro cartolina e francobollo, poi corro di corsa a casa.
Vedendomi entrare con il secchiello vuoto mia madre domanda:
“ E il latte ?”
“Oh Mà…mi è caduto, dammi gli altri soldi che lo vado a ricomprare!”
Sento che mia madre va in camera da letto, bestemmiando un santo che non conosco, poi torna e mette i soldi sul tavolo e mi rimprovera:
“ La prossima volta chiedili i soldi, senza fare la scena!”
Non mi metto a pensare troppo alla figuraccia che ho fatto, prendo la penna e scrivo la cartolina:
“Alla Signorina V. Silvana, via del Riccio 8 Roma.
Regina, Reginella, quanti passi mi darai per arrivare al tuo castello con la fede e con l’anello?”
Metto il francobollo, prendo i soldi per comprare il latte ed esco di corsa.

E’ appena un giorno che ho imbucato la cartolina, ma appena sento il fischietto del postino sobbalzo e vado a vedere se c’è posta per me.

Passano i giorni, nessuna risposta…dicono che la neve tiene bloccata la posta nei depositi.
Ho paura che la cartolina sia andata persa, o che comunque lei non la leggerà mai.
Quanto sono sfortunato, proprio a me doveva capitare di trovare l’amore e perderlo dopo pochi giorni?

 



7 ANNI DOPO

Il treno che mi sta portando a casa è di una lentezza esasperante. Torno per una breve licenza di quattro giorni, il comandante me l’ha concessa in cambio di un “paesaggio” ad olio che ho dipinto in caserma e a suo dire:

“Bellissimo, starebbe bene sul caminetto della mia sala da pranzo.”

La vita quando meno te l’aspetti ti riserva delle sorprese incredibili: Stamattina prima di oltrepassare la sbarra, mi sento chiamare: era il capoposto, mi ha detto che c’èra una lettera per me e me la consegna.
Leggo sul lato riservato al mittente, ma non trovo scritto niente.
Perché dovrei pensare che è Silvana a scrivermi?
In tutto questo tempo, l’ho rivista una volta soltanto, era al funerale di suo padre, morto due anni fa. Lei era sempre bellissima, e di diverso, oltre che un fisico non più da ragazzina, aveva i capelli tagliati come Mina, la cantante. Non sono andato a salutarla, non so il perché, ma pensavo fosse giusto così. Un fatto curioso, anche quel giorno c’era la neve.
Ho saputo dai miei amici che è tornata a vivere in paese e mi ha cercato.
Forse è per colpa sua che non mi sono mai voluto legare seriamente a qualche altra ragazza.
Sicuramente è colpa sua se ancora non riesco ad aprire questa benedetta lettera. Ma non ho altra scelta, male che va continuerò a vivere di ricordi, apro la busta:
“ Anagni, 4 giugno 1963
QUINDICI PASSI DA FORMICA!”
La prima cosa che mi viene in mente è: chissà come sarà lei senza la neve intorno?




Oggi è il 26 febbraio 1956, siamo tornati a scuola, malgrado il tempo non si è propriamente come si dice “rimesso”.
Ad accoglierci in classe c’è il professore di lettere, a cui non dimentico di domandargli cosa sono: “I giorni della merla”.
L’insegnante ci dice che è una leggenda e così racconta:

“Un giorno di febbraio, di tanti anni fa, il freddo e la neve si erano impadroniti della terra.
Molti uccelli morivano assiderati e quelli più resistenti cercavano con tutte le forze un rifugio abbastanza caldo per potere sopravvivere.
I merli, che all’epoca avevano un piumaggio candido come un lenzuolo, erano tra questi.
Ma faceva così freddo che anche loro cominciarono ad ammalarsi, tanto che una merla decise di rifugiarsi all’interno di un comignolo acceso. Rimase lì molti giorni, fino a che una bella mattina smise di nevicare e il caldo sole la incoraggiò ad uscire, ma qualcosa di strano era successo, le sue bianche piume erano diventate nere come la fuliggine del camino.
Essendo l’unico merlo femmina sopravvissuta, da allora nacquero soltanto merli neri.”
Purtroppo il professore non si ferma qui, intanto mi prendo le occhiatacce e i giusti rimproveri dei miei compagni, come volessero dirmi: “ Ma non potevi stare zitto?”

Il professore continua: “ Questa, come tutte le leggende, nasconde una metafora. Sostituendo la merla con una donna e il cambio del colore delle piume con una trasformazione sociale della stessa, ecco ottenuto del buon materiale per il vostro compito di domani.”
Suona la campanella e tutti i miei compagni inveiscono contro di me con parolacce e buttandomi addosso pezzi di carta arrotolati.
Sono preoccupato, non so proprio come fare il tema, penso che non riuscirò a scrivere niente per domani…ma neanche tra quarantacinque anni

 



Quando pensiamo alla nostra infanzia, ci ritroviamo a dire: “sembra ieri”, forse è perché siamo ancora bambini.

 

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