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I GIORNI DELLA
MERLA
Un giorno di febbraio, di tanti anni fa, il freddo e la
neve si erano impadroniti della terra.
Molti uccelli morirono assiderati e quelli più resistenti
cercarono con tutte le forze un rifugio abbastanza caldo
in cui poter sopravvivere.
I merli, che all’epoca avevano un piumaggio candido come
un lenzuolo, erano tra questi.
Ma faceva così freddo che anche loro cominciarono ad
ammalarsi, tanto che una merla decise di rifugiarsi
all’interno di un comignolo acceso. Rimase lì molti
giorni, fino a che una bella mattina smise di nevicare e
il caldo sole la incoraggiò ad uscire, ma qualcosa di
strano era successo, le sue bianche piume erano diventate
nere come la fuliggine del camino.
Essendo l’unico merlo femmina sopravvissuto, nacquero da
allora soltanto merli neri.
I
pullman tardano ad arrivare, Franco è intirizzito dal
freddo, lo rincuoro: “ Quando dovrai portare le valige
allora vedrai come ti riscaldi.”
Mi manda a quel paese e precisa: “Guardate, patti
chiari, io sono il più magro, quindi mi spettano le
valige più leggere.” Facciamo tutti “si” con la
testa, pur sapendo che la sua precisazione sarebbe
risultata vana.
Quasi tutti i giorni, dopo pranzo, ci ritroviamo lì al
capolinea ad aspettare la corriera che arriva da Roma, con
la speranza di trovare a scendere qualche vecchietta o
delle signore bisognose di un facchino che le aiutasse a
portare il bagaglio.
In cambio ci accontentiamo di una mancia modesta, che ci
permetta però, alla fine, di comprare una pasta al
cioccolato, oppure un biglietto per il cinema.
Sentiamo in lontananza il rombo di un autobus che si
avvicina, all’improvviso passa davanti al mio naso una
macchia bianca, penso sia una piuma di piccione, guardo
per terra e vedo quella piuma sciogliersi. Dopo qualche
secondo: dieci, cento, mille altre piume cadono dal cielo.
Ci guardiamo in faccia increduli, si aprono le portiere
dei pullman, ma nessuno di noi ci fa caso.
Lanciamo il grido degli apaches e scappiamo via,
lasciandoci dietro le vecchiette con i loro pesanti
bagagli.
E’ il 2 febbraio 1956, la “Candelora”, questo è uno
dei giorni che vengono detti “della merla”, ma nessuno
sa il perché, un mistero al quale solo il mio professore
di storia (frequento la seconda media) potrà dare una
risposta, dovrò chiederglielo domani a scuola.
E’ un’atmosfera strana quella in cui mi sveglio. Non
si sente dall’esterno nessun tipo di rumore. Il freddo
intenso che gela la stanza mi sconsiglia di alzarmi dal
letto e affacciarmi alla finestra. Tutta la famiglia è
rimasta in casa, solo mia madre si è alzata per preparare
la colazione. Il lattaio che passa sempre ogni mattina
oggi non si è visto. Mi offro di andare a comprare il
latte al negozio, perché mamma è incinta di sette mesi
ed è pericoloso farla camminare sulla neve.
In un lampo mi ritrovo vestito e lavato, scendo di corsa
le scale, apro la porta e gli occhi mi si chiudono
doloranti, come se qualcuno ci avesse conficcato degli
spilli. C’è una luce accecante, per terra quasi mezzo
metro di neve, gli stivali che indosso spariscono nella
coltre bianca.
In strada ci sono i miei amici che già giocano a palle di
neve, allora affretto il passo, così appena portato il
latte a casa potrò unirmi a loro.
E’ arrivato mezzogiorno. Non mi sono mai divertito
tanto, però i miei piedi sono congelati, il maglione e i
pantaloni fradici di neve sciolta. Mi presento a casa in
condizioni veramente pietose, incasso così la ramanzina
di mamma, nonna e fratello.
E’ nevicato tutto il pomeriggio e la sera. Mia madre ha
saputo che anche domani le scuole rimarranno chiuse e non
si sa quando potranno riaprire. La gioia per questa
notizia non mi evita di crollare per il sonno e la
stanchezza, dovuta al fatto che sono stato tutto il
pomeriggio a giocare a palle di neve.
Prima
di andare a mettermi a letto, mio padre, da poco tornato
dal lavoro, mi chiede se domani lo accompagno al funerale
di Zio Arduino. Accetto volentieri, raramente posso stare
con lui, la ritengo un’occasione da non perdere
MARIA
Dopo aver pranzato, io e papà c’incamminiamo verso la
piccola chiesa di S.Pancrazio, da dove sarebbe partito il
corteo funebre.
Zio Arduino era un omone alto un metro e ottanta per
centoventi chili, cugino materno di mio padre, sposato
senza figli, poco avvezzo al lavoro, molto più al bere.
Picchiava sua moglie ogni volta che tornava a casa
ubriaco.
La poverina, di
nome Maria, a volte si rifugiava a casa nostra per
sfuggire alle violenze del marito.
Dopo la tumulazione, zia Maria invita tutti i presenti al
“recònsolo”, la tradizionale usanza di alleviare in
qualche modo il dolore dei congiunti con un piccolo
rinfresco, composto da un menù ben preciso.
La piccola stanza è stracolma di gente. Zia Maria,
aiutata dalla sorella, si prodiga a versare nelle scodelle
degli ospiti il brodo di carne, il primo piatto di una
serie che avrebbe compreso anche: gallina disossata,
lenticchie, verdura e per ultimo il “panpepato”,
nostrano dolce natalizio, fatto con mandorle, noci, frutta
candita, miele e mosto cotto. E’ tradizione che le
vivande siano fornite dai parenti del defunto. Mio padre
non è voluto venir meno a quest’obbligo e ha portato
così una vecchia bottiglia di Sambuca Molinari ancora
intatta, che aveva a casa da chissà quanti anni.
Tra i presenti, come ogni “recònsolo” che si
rispetti, vi sono degli “infiltrati”, che vengono in
ogni modo sempre ben tollerati, perché rendono il
funerale più “corposo”, accrescendo con il finto
dolore il “pathos” di circostanza.
Dopo mangiato, accostiamo le sedie attorno a zia Maria,
una vecchietta la bacia e le sussurra: “Era tanto bono!”
Maria: “Parole sante, era proprio tanto b…”, zia
Maria si sente mancare, mio padre allora le versa la
sambuca in un bicchierino e glielo fa bere.
Papà: “Marì…fatte coraggio!”
Maria:
“Si…si…mo sto meglio. Non ci posso ancora
crede…”
La vecchietta:
“Ma davvero Marì…ma com’è stato? Chi dice che è
svenuto ed è caduto battendo la testa, chi dice che lo
hanno spinto…”
Maria: “No,
no, no…mo ve lo racconto io.” Tutti cercano di
avvicinarsi per ascoltare meglio.
“ Siamo andati alla messa della Candelora, all’uscita
della chiesa mi sono messa sottobraccio a mio marito,
perché avevo paura di cadere, capirete, c’erano trenta
centimetri di neve…” Tutti annuiscono.
“ Ma Arduino me fa…- ah brava! Così se caschi tu
casco pure io!- e con la mano mi allontanò.”
Zia Maria adesso racconta facendo ampi gesti con le
braccia: “Penzate m’po’, dopo manco due passi ma non
vado longa, longa per terra?! Allora Arduino dice – Hai
visto? Mi avresti fatto cadere pure a me, mo alzati da
sola e vienimi appresso.”
Un parente: “E’ sempre stata una persona saggia.”
Gli altri mugugnano.
Papà: “Ma come, non ti ha nemmeno aiutato ad
alzarti?” Maria: “Ma che scherzi? A parte che anche se
lo avesse voluto non poteva, perché era da un po’ che
soffriva il mal di schiena. E poi perché? La colpa è
stata mia ed è stato giusto cosi.”
La vecchietta: “Era tanto bono”
Papà: “Si, si...”
Maria: “Dove eravamo rimasti? Ah si! All’imbocco in
discesa in via del Parlatorio, mi ero accorta che la
strada era completamente ghiacciata…se ci ripenso…se
ci ripenso…”
Papà: “Bevi un altro goccetto Marì che ti tira su.”
Maria: “ …Grazie! Insomma per farla breve gli dissi: -
Arduì, passiamo al vicolo dei Montani, allunghiamo un
po’ però la strada è più sicura.- Allora lui mi fa: -
secondo te, uno che ha fatto la campagna di Russia, 20
chilometri di steppa ghiacciata al giorno, ha paura di
trenta metri di strada con la neve ?- Ma è discesa e pure
ghiacciata, sbatti la testa e t’ ammazzi.-
-Te possino ammazzatte!- me disse- a te e quando t’ho
sposato, cammina avanti e statte zitta!-
Allora io andai avanti, però mi appoggiavo al muro delle
case, lui invece per far vedere che non aveva paura si
mise a camminare al centro della strada…hi, hi, hi…”
Zia Maria porta il fazzoletto alla bocca e soffoca quello
che a me sembra una risata.
Mio padre versa un po’ di sambuca per sé, ma zia Maria
gli toglie il bicchiere da sotto il naso e lo beve tutto
di un fiato, poi lo riconsegna a mio padre e dice: “
Grazie, però così me fate m’briacà.”
Gli altri si guardano stupiti, qualcuno accenna ad una
risata.
Zia Maria: “ Dopo pochi passi, Arduino cominciò a
slittare sul posto per qualche secondo, poi riuscì a
fermarsi, rimase rigido come una statua, mi guardò in
faccia disperato e disse – Mamma mea!-, hi, hi, hi.”
L’ ultima frase Zia Maria l’ha pronunciata come un
sibilo.
Dal fondo della stanza qualcuno reclama: “ Voce !”
Zia Maria più
forte: “-Mamma mea!- e andò a gambe per aria. Mi
passò davanti scivolando continuando a fissarmi, senza
dire niente, hi, hi, hi.”
Ora anche i presenti cominciarono a ridere con meno
ritegno.
Zia Maria, facendosi improvvisamente seria: “ Arduino
arrivò scivolando a Piazza S. Chiara, io riuscii a
raggiungerlo qualche secondo dopo. Lui era sempre fermo,
immobile, non parlava, continuava a fissarmi con quello
sguardo di sempre, come se volesse rimproverarmi. Allora
siccome temevo che stesse svenendo, gli ho dato uno
schiaffo, lui niente, seguitava a fissarmi, allora gliene
ho dato un altro, niente, allora un altro, un altro e
ancora un altro sempre più forte.” La zia sembra in
preda ad un raptus. Un parente dice ad un altro: “ Ecco
perché la salma teneva la faccia gonfia.”
Zia Maria: “ Poi non ricordo più niente, credo di
essere svenuta.”
Sempre quel parente: “ Meno male sennò l’ arrestavano
per omicidio.”
Papà mi prende per mano e mi fa segno di alzarci: “
Scusa Maria, noi andremo via …sai domani devo svegliarmi
presto.”
Zia Maria non ce la fa ad alzarsi dalla sedia: “ Si, si,
grazie di tutto, grazie pure della Sambuca, non ti dovevi
disturbare.”
Mio padre si rivolge a tutti gli altri: “ Buona notte a
tutti! Vado via perché mi sono accorto che Maria è
stanca, molto stanca!” Sembra un ultimatum.
Per strada c’è un silenzio incredibile, mio padre ha la
faccia triste, allora cerco di distrarlo: “Senti papà,
Zia Maria mi ha dato l’impressione che ad un certo punto
s’è messa a ridere.”
Papà: “ Ma che dici ? non dirlo nemmeno per scherzo,
capito ?”
Ma insisto: “
Si però, se penso a Zio Arduino, con le gambe all’aria,
che scivola come una slitta, verrebbe da ridere pure a
me!”
Papà si ferma,
mi gira il viso verso il suo: “ Ma te voi sta zitto?”
Mi guarda con
finta severità, rimaniamo così per qualche secondo, lui
gonfia le guance ed esplode in una grossa risata.
Torniamo a casa ridendo abbracciati, è bellissimo, una
cosa è certa, non perderò il prossimo “recònsolo”
nemmeno per tutto l’oro del mondo.
NINOZZA
E’ il decimo giorno di neve, i negozi d’alimentari
stanno per finire le scorte di pasta, il pane è
drasticamente razionato, ridotti i rifornimenti di latte,
non si trova più legna da ardere nemmeno a pagarla oro.
Si ricorre così all’arte di arrangiarsi ed è qui che i
più furbi si sentono tirati in ballo.
Molti considerano Ninozza una selvaggia, diversa dalle
altre, quindi una “mezza pazza”. Per me non è così,
o meglio se non avesse un paio di “fisse” si potrebbe
considerare una persona normalissima, anche carina se si
aggiustasse quei capelli biondi ma arruffati.
Si procura di che vivere lavando le lenzuola ai benestanti
del quartiere.
La prima delle sue fissazioni, è quella di aspettare il
ritorno dopo tredici anni del fidanzato partito in guerra,
ma dato per disperso in battaglia dalle autorità
militari. E la seconda, quella di mettere da parte tutto
quello che trova per strada, perché crede che il suo
amore tornando a casa la sposi e lei non vuole farsi
trovare senza quella dote che nessuno gli ha potuto
procurare, in quanto rimasta orfana e sola sin da bambina.
L’hanno vista raccogliere le cose più strane, ma i suoi
preferiti sono i pezzi di legno: sedie e mobili rotti,
paletti, frasche rimediate sui bordi delle strade.
Tutto questo non è passato inosservato ad Antonio Rudini,
uomo rozzo, proprietario terriero, ex fascista,
arricchitosi durante la guerra grazie all’esercizio
della borsa nera. Si è fatto perdonare il suo passato di
“manganellatore”, poiché nel 1944, a giochi ormai
fatti, ha procurato viveri ai partigiani della nostra
zona.
E’ suonata da poco la sirena delle otto quando il Sor
Antonio bussa alla porta di Ninozza, nessuna risposta,
bussa di nuovo e più forte, la porta si apre da sola:
“C’è nessuno? Ninozza?!” Antonio entra con
prudenza, conosce il carattere selvaggio e poco ospitale
della donna, poi si guarda intorno e quasi non crede ai
suoi occhi, tutta la grande stanza stipata di legname
minuziosamente tagliato e accatastato con ordine, come se
ogni pezzo fosse la tessera di un enorme mosaico. Un
calcolo veloce e approssimativo porta Antonio a valutare
intorno ai trenta quintali di legna da ardere.
Alle sue spalle una voce forte e nervosa lo fa sobbalzare:
“Serve qualcosa signurì?”
“Oh Ninozza…
mi hai messo paura.”
“Ma che dici signurì, entri dentro casa come un ladro,
invece di avere paura io, te metti paura tu?” “Eh come
un ladro, Ninò… ho bussato, la porta era aperta…”
“Signurì…
se io venivo a casa tua, pure che la porta era aperta non
entravo.”
“Bè se permetti un po’ di differenza c’è, il
valore che ho a casa mia…”
“Il valore che hai a casa tua è enorme, ma non è tutto
quello che hai, invece il valore che ho qui a casa mia, è
poco, ma è tutto quello che ho.”
“Comunque non sono qui per questo, ma per parlare
d’affari.”
“D’affari? di che affari puoi parlare con me? Che mi
prendi in giro?”
“ Parliamoci chiaro Ninò…, fuori è freddo, c’è la
neve, chissà per quanto tempo ancora andrà avanti così,
cedimi la metà della legna, te la pago bene!”
“E quanto
daresti?”
“Diecimila
lire!”
Ninozza sta
qualche attimo immobile e in silenzio, poi prende da un
angolo della stanza un piede rotto di un attaccapanni.
“Signurì… lo sai Signurì che per andare a prendere
stò pezzo di legno in fondo a una scarpata mi sono fatta
questo?”
“Ninozza alza la sottana fino sopra l’anca sinistra,
mostrando una cicatrice che inizia dal gluteo e arriva
fino al bordo del ginocchio. Poi accortasi che il Sor
Antonio non ferma lo sguardo solo su quel punto, abbassa
di colpo la veste e si ricompone.
“Signurì!!!” lo rimprovera. “Lo sai quante volte mi
sono ammalata per raccogliere qualche frasca sotto la
pioggia e la neve?”
Antonio sbotta
“Oh allora, li vuoi o non li vuoi stì soldi?”
“Da te non li
voglio manco regalati!”
“Non li vuoi
eh?” in un crescendo d’ira “Piccola pezzente che non
sei altro, ti permetti pure di darmi del tu, lo sai quante
persone lo fanno? Due e una è mia madre. Ma a te non
posso permetterlo, ti accorgerai chi è Antonio Rudini.”
Il sor Antonio se ne va senza chiudere la porta, forse con
la speranza che Ninozza gli corra dietro per chiedere
perdono. Ma Ninozza non esce, chiude la porta, si allunga
sul letto e prende il ritratto del fidanzato da sopra il
comodino, lo porta sul cuore e chiude gli occhi.
Non sa quanto tempo ha dormito, quando la sveglia un
bussare alla porta.
“Signora Ninozza, Ninozza!”
“Chi è?”
“Siamo le guardie comunali.”
Ninozza sente il cuore battere come un tamburo.
Va ad aprire e si trova davanti due uomini in uniforme, un
brigadiere e una guardia semplice.
“Che volete?” domanda Ninozza.
“C’è giunta una denuncia in ufficio, pare che hai
stipato in casa molti quintali di legna.” Le guardie
entrano in casa e rimangono stupiti: “Accidenti, ma
questo è un deposito di legnami!”
“Embè ?
perché mo non se po’ tenè manco la legna in casa?”
“Certo che si può tenere” precisa il brigadiere “Ma non
in quantità così enormi, è pericoloso, basta una
scintilla e mandi a fuoco la casa con tutto il palazzo!”
“Allora che dovrei fare?”
“Puoi
metterla in altro locale non abitato, oppure…
venderla”
Ninozza ha cominciato a realizzare.
“A chi ? al signor Antonio Rudini ?”
“Non capisco
che vuoi dire, comunque hai ventiquattro ore di tempo, se
domani torniamo e la legna sta ancora qui, la dovremo
requisire.”
L’ira monta negli occhi di Ninozza:
“No! No! non
c’è bisogno che tornate domani, me ne libero subito,
adesso!”
Ninozza spalanca la porta, a noi ragazzi che stiamo fuori
ad ascoltare, ci urla:
“ Hei! Voi, entrate e pigliatevi tutta la legna,
portatevela a casa, dite alle vostre mamme che questo è
il regalo di Ninozza!”
“Ma che dici,
fermi! fermi!”grida la seconda guardia mentre entriamo
come cavallette in un campo coltivato.
“Lascia stare, andiamo via.” Ordina il brigadiere alla
guardia e si allontanano cercando di sembrare il meno
imbarazzati possibile.
Intanto anche le donne del vicinato cominciano ad affluire
all’interno della stanza.
Io prendo più legna che mi è possibile portare, passo
davanti a Ninozza, incrocio il suo sguardo, il viso ha un
tremolio continuo, ride con la bocca e piange con gli
occhi. Ho un tonfo al cuore, mi cade la legna e scappo
via.
Sono ormai le otto di sera, la neve ricomincia a scendere
copiosa.
Mio padre sta ascoltando l’ultimo notiziario alla radio,
quando all’improvviso abbassa il volume:
“State zitti!…non sentite niente?”
Mia madre
accosta l’orecchio alla finestra.
“Viene da fuori, c’è qualcuno sotto la casa del sor
Antonio, mi sembra…ma si è Ninozza, ma con chi ce
l’ha?”
Tutta la nostra famiglia accostò alle finestre che danno
sulla strada, cercando di decifrare le grida della donna:
“Sei contento Signurì? Mo non ce l’ho più la legna,
l’ho regalata ai vicini, tutta quanta, mo puoi dirlo
alle guardie, che è inutile che domani vengono a casa,
perché la legna non c’è più, adesso ho perso tutto
quello che avevo, non ho più niente da perdere, sei
contento Signurì? ”
Si vede
chiaramente la sagoma del Sor Antonio dietro una finestra
della propria abitazione, poi sparisce e la luce della
stanza viene spenta.
Intanto Ninozza seguita la sua omelia: “Sei contento
Signurì? Mo non ce l’ho più la legna…”
Con il passare
del tempo la sua voce si affievolisce coperta dalla
tormenta di neve che sta incalzando.
Mio padre rompe gli indugi, mette il berretto e butta il
cappotto sulle spalle, esce da casa per aiutare quella
povera disgraziata, passando davanti all’abitazione dei
nostri vicini, chiede aiuto al signor Giuseppe, il capo
famiglia.
Quando raggiungono Ninozza, questa deve essere svenuta
perché si vede chiaramente che la prendono uno sotto le
ascelle e l’altro per le gambe, poi spariscono tutti
dietro il vicolo Puccini.
Mio padre torna a mezzanotte e racconta che hanno
ricoverato Ninozza in ospedale per un principio
d’assideramento.
7 ANNI DOPO
Una Lancia “Aurelia” bianca si ferma davanti a casa
Rudini, scendono dalla macchina una coppia di mezza età,
suonano il campanello del portone.
Il padrone di casa, o meglio l’ex padrone viene ad
aprire. Si, ex padrone, perché il sor Antonio in questi
ultimi anni ha dilapidato il suo capitale, colpa del gioco
e delle donne dicono alcuni, altri invece che la
maledizione di Ninozza lo perseguita e che anche l’unica
casetta di campagna rimasta di sua proprietà presto
passerà di mano.
Oggi quella coppia è venuta a togliergli la bella casa in
piazza S. Chiara.
Il sor Antonio li fa accomodare in una sala da pranzo che
ha visto giorni migliori: quattro sedie, un tavolo, una
poltrona rotta e un piccolo contro-buffet con
all’interno una bottiglia mezza vuota di “Stock 84”
e quattro bicchieri impolverati.
“Posso offrire un goccio di cognac?”
La coppia
ringrazia ma non accetta, preoccupata per l’igiene dei
bicchieri in cui andrebbe versato il liquore.
“La ringraziamo…” dice la donna “…ma in questo
momento è quello che ci serve di meno, dovremo essere
lucidi per capire come dovremo organizzarci.”
“ Capisco, ma c’è poco da fare, vi conviene portare
su il bagaglio e sistemarvi per la notte, così domattina
a mente lucida farete quello che dovete nei migliore dei
modi, giusto signor…Michele vero? Mi scusi, anche se ho
firmato un chilo di carte con su scritto il suo nome…”
“Non importa, si figuri. Se permette andrei giù a
prendere il resto del bagaglio.”
“Vengo ad aiutarti” si offre la moglie.
“No, no Virginia dai compagnia al signor Antonio, tanto
sono rimaste solo due valige, torno subito.” Il marito
esce dalla stanza.
Dopo pochi secondi d’assoluto silenzio, Virginia sente
lo sguardo di Rudini che la scruta, ma fa finta di niente.
Antonio rompe il silenzio: “E così hai voluto la
vendetta completa...”
“Come ?” sibila Virginia.
“Non ti basta avermi rovinato la vita, vuoi anche
vedermi colare a picco! ”
Ma che dice Sor
Antonio, non capisco…”
“Cos’è quel Sor Antonio? Mi chiamavi Signurì e
adesso mi dai del Lei? A chi vuoi darla a bere… tu sei
Ninozza. Non mi hanno ingannato gli occhiali che porti, ne
quel fazzoletto che hai in testa, ti ho riconosciuta dal
momento esatto in cui hai oltrepassato quella porta.”
“Don Antonio…mi sta facendo paura…la prego… le
assicuro che sbaglia persona.”
“No! Non mi posso sbagliare, dietro gli occhiali vedo lo
stesso sguardo che mi perseguita da sette anni e la voce
è la stessa, anche se hai fatto sparire l’accento.”
Virginia indietreggia all’avanzare minaccioso di
Antonio, il quale all’improvviso fa un balzo fulmineo in
avanti e cerca di togliere gli occhiali alla donna. Nella
breve colluttazione Virginia emette un grido e gli cade il
foulard dalla testa, liberando una folta chioma nera.
A quella vista Antonio sembra improvvisamente rinsavire.
“Ma tu…lei…non…”
Virginia cerca
di ricomporsi, anche se scossa, nel suo parlare c’è
fierezza.
“Sor Antonio, mi hanno detto che ha avuto un forte
esaurimento, per questo non voglio dare seguito alla
questione, non so chi è questa Ninozza né voglio
saperlo…”
Antonio prostrato: “La prego, mi perdoni, non è la prima
volta che mi succede. Vedo una donna che penso gli somigli
in qualche cosa e subito credo che sia lei. E’ un
tormento che non mi lascia più da quella maledetta notte.
Avevano detto che era stata portata all’ospedale, ho
mandato un mio uomo a cercarla, ma non l’ha trovata. Ho
cercato per tutto il paese, niente. Quando la neve cominciò
a sciogliersi, tremavo al pensiero che da un momento
all’altro spuntasse il suo cadavere in qualche angolo di
strada. Appena l’ ho vista ho sperato che questa
dannazione fosse finita, ma ormai mi devo rassegnare a
portare questo mistero fino alla morte.
Signora Virginia, la prego di perdonarmi di nuovo, sento
dei passi, suo marito sta tornando, faccia finta che non
è successo niente, mi affranchi l’umiliazione.”
Virginia fa un cenno d’assenso.
“Che è stato? Ho sentito un urlo?!” Michele parla a
fatica per aver fatto le scale di corsa.
Virginia: “Ho gridato io, abbiamo comprato la casa
compreso un suo inquilino, ricordati di comprare qualche
trappola per topi, quello che ho visto passare non aveva
l’aria di uno che si fa prendere volentieri.”
Antonio incrocia lo sguardo della donna e la ringrazia con
un cenno del capo.
Subito dopo prende il cappotto appoggiato sulla sedia e lo
mette sulle spalle: “Io adesso toglierei il disturbo,
queste sono le chiavi di tutta la casa, compresa la
cantina…”
“Signor
Antonio…” lo interrompe Michele: “…resti ancora un
po’, mangi con noi, così ci spiegherà i segreti della
casa, del paese, dei vicini…”
“ I
vicini?…” gli fa eco Antonio “…un branco di
pezzenti che si spezzano la schiena tutto il giorno per un
tozzo di pane, adesso si sono messi in testa di far
studiare i figli, per non fargli fare la loro stessa fine,
ma saranno sempre dei pezzenti, pezzenti colti, ma sempre
pezzenti. Mi hanno sempre odiato, perché non mi sono mai
abbassato al loro livello. No mi spiace ma non mi va di
parlarne.”
Virginia a quelle parole cambia l’espressione dello
sguardo, i suoi occhi adesso sono due scimitarre!
Antonio stringe la mano di Michele, bacia quella di
Virginia.
“Addio signori, spero che vi godiate questa casa più di
come ho saputo fare io.”
Dà l’ultimo sguardo alla stanza ed esce.
Mentre scende le scale, la voce di Virginia lo raggiunge e
lo gela.
“ Signurì!”
Antonio si volta sbarrando gli occhi.
“Come… mi ha chiamato?”
Virginia mentendo: “Ho detto signore!”
“Cosa…” balbetta Antonio.
“ Ha lasciato questa!” Virginia mostra la mezza
bottiglia di Cognac.
“ Oh, non
importa…non importa.”
“ Ma non è roba nostra, è sua e per quel poco che ne
capisco deve essere anche cognac di marca...”
“Lei pensa che una bottiglia di liquore possa risolvere
i miei problemi finanziari?”
“Credo di no, ma è tutto quello che ti è rimasto,
quindi non è poco, vero Signurì?”
Ad Antonio si
è di nuovo gelato il sangue:
“Ma tu chi sei?…Allora non mi ero sbagliato… sei
Ninozza!”
“Sono
sette anni che nessuno mi chiama così. Non ho cambiato
nome, mi chiamo Virginia, soltanto che non lo sapeva
nessuno, evidentemente nemmeno l’uomo che è venuto a
cercarmi all’ospedale. Sono stata ricoverata dieci
giorni, poi è arrivato Michele e mi ha portata via.”
Antonio è ormai uno straccio: “Allora Michele…”
“Si, Michele
è quella persona che io come una scema ho
aspettato per tredici anni che tornasse dal fronte. Nel
’44 fu fatto prigioniero dagli alleati e spedito in
America in un campo di concentramento. Finita la guerra
rimase negli Stati Uniti a lavorare, fece fortuna. Tornato
in Italia si è ricordato me, ed eccoci qua.”
Antonio con un filo di voce: “Eccoti qua a consumare la
vendetta.”
“Si, ma la vendetta volevo tenerla per me, senza
inveire, ti ho tolto tutto quello che avevi, come tu hai
fatto con me a suo tempo e questo mi bastava, poi ti ho
sentito come hai parlato di quei poveracci lì fuori, non
sei cambiato affatto, per questo ho deciso di andare fino
in fondo.”
L’ira assale Antonio: “Si poveracci e sempre così
saranno, io per lo meno ho vissuto sempre come un signore.
Ti ricordi quando mi hai detto che per raccogliere quel
pezzo di legno ti sei procurata una cicatrice? Bè io
quello che ho avuto l’ho avuto tutto grazie al mio
cervello, alla furbizia, senza mai faticare più di tanto,
neanche per avere questa bottiglia, che è l’unica cosa
che mi è rimasta, mi sono fatto una sola cicatrice.”
“Certo!…” risponde Virginia: “…ma quando avrai
finito di bere l’ultima goccia di quella bottiglia, la
ferita che si formerà dentro di te, nessuno la potrà
vedere, però sarà molto più profonda della mia.”
Virginia rientra lentamente in casa chiudendo la porta in
faccia ad Antonio.
Adesso il povero Rudini è in strada, guarda in alto,
verso quelle che una volta erano le sue finestre, da
dietro una di queste riconosce la sagoma di Virginia, che
non si nasconde.
Antonio Rudini pensa che non può essere vero quello che
gli sta succedendo, però è nella stessa condizione di
Ninozza in quella sera di tanti anni fa e all’improvviso
comincia a nevicare…
SILVANA
L’ho vista per la prima volta qualche giorno fa, aiutava
i genitori a scaricare i pacchi da un camion, per portarli
nella nuova casa.
Non ho mai conosciuto una ragazza più bella: bruna, occhi
a mandorla, dolci quando sorride e brucianti quando si
arrabbia. Una cosa meravigliosa!
Mentre prendeva uno di quei pacchi, le è caduto il
berretto che teneva raccolti i capelli. Rimasi stecchito,
una visione fantastica, un’onda castana che si liberava
scendendo fino al fondoschiena.
Lei si guardò intorno e vide che avevo ancora la bocca
aperta:
“Che c’è da guardare?” mi fece.
“Che ce l’hai con me?” risposi facendomi rosso come
un pomodoro.
“Si proprio con te! Vuoi rimanere li a guardare o mi dai
una mano?”
Ero terrorizzato. Non seppi far di meglio che dire:
“No mi
dispiace… mi aspettano a casa… infatti stavo correndo
e mi sono fermato un attimo…(fingendo di ansimare)
ciao!” e scappai via.
Che figura di merda! Roba da buttarsi al fiume!
Da quel giorno non so più darmi pace, devo riscattarmi,
devo assolutamente rivederla, voglio un’altra occasione.
Stamattina ho detto a mia madre che sarei andato io a
comprare il latte: mi è rimasta a guardare a bocca
aperta, non credeva alle sue orecchie.
Perdo un po’ di tempo in piazza, poi vedo che il portone
di casa sua si apre. E’ lei. Prima che possa scorgermi,
m’avvio verso la latteria, lei mi è davanti, la
sorpasso e sento la sua voce alle mie spalle:
“Ma vai
sempre di corsa?”
La risposta
rimane per metà in gola: ”Ehm si…sono abituato così…
però t’aspetto… io mi chiamo Nino e tu?”
“Silvana. Vedo che anche tu vai a prendere il latte.”
Indicandomi il secchiello d’alluminio.
“Si… senti, se ti va, dopo possiamo andare a giocare a
palle di neve?!”
“Ma perché,
alla tua età ancora giochi?”
Mi faccio di nuovo tutto rosso: “No io volevo dire…
insomma… divertirci, ecco! Divertirci!”
Lei si ferma, mi guarda seria, io mi sento come se stessi
per cadere in un burrone. Poi sorride. Che incanto
ragazzi! E mi fa:
“Ok!”
Nessuno mi ha mai detto OK in quel modo… nessuno mi ha
mai detto OK!
Al ritorno dal lattaio mi sento abbastanza sciolto, mi
escono battute spiritose, una dietro l’altra.
Ne leggo l’approvazione dal suo viso sorridente.
“Quanti anni hai?” mi fa all’improvviso.
“Perché lo chiedi?” cerco di perdere tempo.
“Ma…così, una curiosità, io ne ho tredici.”
“Anch’io… tra qualche mese.” Tra undici per la
verità.
Si è accorta di avermi messo in difficoltà e rimedia:
“Te l’ho
chiesto perché sembri molto maturo….”
“Grazie!” Immaginatevi un grazie detto con la bocca
aperta.
Ormai siamo arrivati davanti a casa sua, l’aiuto a
tenere aperto il portone così può passare senza posare
il secchiello del latte.
“Allora ci vediamo più tardi per gioc…per divertirci
a palle di neve?”
“Non lo so,
tu non contarci troppo, ciao!” e sparisce dietro il
portone.
Tornando a casa, ripenso alle parole che mi ha detto sulla
faccenda che sono “maturo”. Penso che da oggi in poi
dovrei avere sempre questo tipo d’atteggiamento. Davanti
alla porta di casa incrocio Alberto, amico di mio fratello
maggiore che dandomi una pacca sulle spalle mi saluta:
“Ciao Nino!”
“Buongiorno!” gli rispondo dandomi un tono da
“maturo”.
Entro in casa, lasciando sicuramente il povero Alberto a
chiedersi cosa mi fosse successo.
Poso il secchiello sul tavolo della cucina, mi rivolgo
verso la mia famiglia riunita, puntando l’indice sul
latte: “Ricordatevi di farlo bollire bene, in modo
d’ammazzare tutti i microbi che ci potrebbero portare le
malattie, non scherziamo su queste cose!”
Mia madre a queste parole, senza togliermi lo sguardo di
dosso, ordina a mia sorella:
“Prendi un
po’ il termometro che voglio misurare la febbre a tuo
fratello.”
Lei non è venuta a giocare a palle di neve, non giocherà
mai, uscirà soltanto la mattina per comprare il latte.
E’ una settimana che abbiamo modo di vederci soltanto in
questa maniera, eppure mi sembra di conoscere tutto di
lei, quando parlano d’amore penso sia qualcosa che
somigli a questo.
Anche stamattina aspetto Silvana davanti al suo portone.
Eccola che esce, indossa un “montgomery” verde. Il
cappuccio le copre totalmente la testa, ma riconosco
ugualmente la sua andatura, decisa, anche sulla neve.
“Ciao!” le dico affiancandomi a lei.
Aspetto il suo sorriso che non arriva.
“Ah sei tu! Ciao!”e accelera il passo.
“Che hai?”faccio fatica a starle dietro.
“Niente, è che mio padre ieri mi ha visto parlare con
te e siccome non vuole, non dobbiamo più vederci, fino a
che…”
“Fino a che?” domando terrorizzato.
Lei svolta per prima il vicolo, io mi fermo proprio
all’imbocco.
“Fino a che?”ripeto.
Silvana torna indietro, mi prende la mano e mi trascina
via:
“Fino a che non ci vede più dalla finestra.”scoppia a
ridere e corriamo felici verso il lattaio.
Sostiamo a lungo all’uscita del negozio, in modo da
stare più tempo possibile lontani dalla vista di suo
padre.
“Allora neanche oggi puoi uscire?”
“A giocare a palle di neve? Ma che da queste parti
conoscete solo questo giuoco?”
“Beh… no…quando non c’è la neve giochiamo a
pallone…a nascondino…perché, tu cosa proponi?”
“Beh a me
c’è un gioco che piacerebbe ancora fare adesso, si
chiama Regina, Reginella.”
Conosco quel gioco, ma lei non dovrà saperlo mai, ne
va’ della mia reputazione di persona “matura”.
“Ah si…e come funziona?” domando spudoratamente.
Lei posa il suo secchiello sopra un muretto, mi
“obbliga” a fare altrettanto, poi mi sposta indietro
di qualche metro.
“Allora, io sono la Regina, tu sei il Re
che mi vuole sposare, dovrai dire questa filastrocca: -
Regina, Reginella quanti passi mi darai per arrivare al
tuo castello con la fede e con l’anello?- io ti dirò il
numero e il tipo di passi che dovrai fare, se riuscirai a
raggiungermi avrai vinto e potrai sposarmi.”
“Ho capito, proviamo…” seguito la farsa: “Regina,
Reginella, quanti passi mi darai per arrivare al tuo
castello con la fede e con l’anello?”
Lei con lo
sguardo fisso a terra sembra fare un calcolo:
“Quattordici
da formica!”
Faccio quattordici passetti, mettendo il tacco del piede
davanti alla punta dell’altro, alla fine arrivo a venti
centimetri da lei. Maledizione, perché non ha detto
quindici?
Mi guarda, vorrebbe fulminarmi:
“Come sai che
i passi di formica si fanno così?”
Non so che
rispondere, ma ormai quello che è fatto, è fatto:
“Come…lo sanno tutti che le formiche camminano così...”
Lei mi esplode in faccia una risata, gli schizzi della sua
saliva mi entrano in un occhio, creando un ulteriore
motivo d’ilarità.
Tornando ridendo verso casa, dimentichiamo di prendere le
dovute precauzioni per non essere scorti da suo padre.
Questo ci sarà fatale, infatti il signor Anselmo, questo
è il nome, ci si presenta davanti mentre ancora stiamo
ridendo:
“Brava, complimenti, allora quello che ti ho detto non
vale niente, fila a casa che ho una bella sorpresa per
te!”
Silvana corre a
casa senza dire una parola.
Mi faccio forza:
“Signor
Anselmo, noi non stavamo facendo niente di male e…”
Non mi dà neanche la soddisfazione di una replica, volta
le spalle e se ne va.
Sono tre giorni che non vedo Silvana, questa mattina ho
saputo perché. E’ a Roma, in casa dei suoi zii materni,
spedita lì dal padre per studiare in un istituto diretto
da suore cistercensi.
Mi sento come una ruota bucata, ho raccontato tutto ai
miei amici, che prima mi hanno preso in giro, poi vedendo
come sono ridotto decidono di aiutarmi.
Luigino, è riuscito a procurarsi dai propri genitori il
cognome e l’indirizzo degli zii di Silvana a Roma,
grazie al fatto che questi ultimi sono loro compari
d’anello. Quando me lo ha dato però, dall’alto della
sua saggezza, mi ha consigliato: “Se gli zii sono come
il padre, ti conviene scrivere camuffando il tuo nome e
quello che scrivi.”
Tutta la notte rimango sveglio a pensare a lei, odiando
per la prima volta quella neve che continua a scendere
dietro la finestra, che in qualche modo ci separa ancora
di più. Mi chiedo come farò a fargli avere il messaggio
senza che i suoi zii se n’accorgano.
Questa mattina vado di nuovo io a prendere il latte…mi
piace percorrere il tragitto che facevamo insieme.
Arrivato vicino al muretto dove lei mi “insegnò” a
giocare, mi metto a camminare con i “passi da
formica”e penso a voce alta:
“…11…12…13…14…certo, se avesse detto di fare
un altro passo…” All’improvviso la luce:
“Ma certo…come ho fatto a non pensarci prima?”
Corro dal
tabaccaio, con i soldi del latte compro cartolina e
francobollo, poi corro di corsa a casa.
Vedendomi entrare con il secchiello vuoto mia madre
domanda:
“ E il latte ?”
“Oh Mà…mi è caduto, dammi gli altri soldi che lo
vado a ricomprare!”
Sento che mia madre va in camera da letto, bestemmiando un
santo che non conosco, poi torna e mette i soldi sul
tavolo e mi rimprovera:
“ La prossima volta chiedili i soldi, senza fare la
scena!”
Non mi metto a pensare troppo alla figuraccia che ho
fatto, prendo la penna e scrivo la cartolina:
“Alla Signorina V. Silvana, via del Riccio 8 Roma.
Regina, Reginella, quanti passi mi darai per arrivare al
tuo castello con la fede e con l’anello?”
Metto il francobollo, prendo i soldi per comprare il latte
ed esco di corsa.
E’ appena un giorno che ho imbucato la cartolina, ma
appena sento il fischietto del postino sobbalzo e vado a
vedere se c’è posta per me.
Passano i giorni, nessuna risposta…dicono che la neve
tiene bloccata la posta nei depositi.
Ho paura che la cartolina sia andata persa, o che comunque
lei non la leggerà mai.
Quanto sono sfortunato, proprio a me doveva capitare di
trovare l’amore e perderlo dopo pochi giorni?
7 ANNI DOPO
Il treno che mi sta portando a casa è di una lentezza
esasperante. Torno per una breve licenza di quattro
giorni, il comandante me l’ha concessa in cambio di un
“paesaggio” ad olio che ho dipinto in caserma e a suo
dire:
“Bellissimo,
starebbe bene sul caminetto della mia sala da pranzo.”
La vita quando meno te l’aspetti ti riserva delle
sorprese incredibili: Stamattina prima di oltrepassare la sbarra,
mi sento chiamare: era il capoposto, mi ha detto
che c’èra una lettera per me e me la consegna.
Leggo sul lato riservato al mittente, ma non trovo scritto
niente.
Perché dovrei pensare che è Silvana a scrivermi?
In tutto questo tempo, l’ho rivista una volta soltanto,
era al funerale di suo padre, morto due anni fa. Lei era
sempre bellissima, e di diverso, oltre che un fisico non
più da ragazzina, aveva i capelli tagliati come Mina, la
cantante. Non sono andato a salutarla, non so il perché,
ma pensavo fosse giusto così. Un fatto curioso, anche
quel giorno c’era la neve.
Ho saputo dai miei amici che è tornata a vivere in paese
e mi ha cercato.
Forse è per colpa sua che non mi sono mai voluto legare
seriamente a qualche altra ragazza.
Sicuramente è colpa sua se ancora non riesco ad aprire
questa benedetta lettera. Ma non ho altra scelta, male che
va continuerò a vivere di ricordi, apro la busta:
“ Anagni, 4 giugno 1963
QUINDICI PASSI DA FORMICA!”
La prima cosa che mi viene in mente è: chissà come sarà
lei senza la neve intorno?
Oggi è il 26 febbraio 1956, siamo tornati a scuola,
malgrado il tempo non si è propriamente come si dice
“rimesso”.
Ad accoglierci in classe c’è il professore di lettere,
a cui non dimentico di domandargli cosa sono: “I giorni
della merla”.
L’insegnante ci dice che è una leggenda e così
racconta:
“Un giorno di
febbraio, di tanti anni fa, il freddo e la neve si erano
impadroniti della terra.
Molti uccelli morivano assiderati e quelli più resistenti
cercavano con tutte le forze un rifugio abbastanza caldo
per potere sopravvivere.
I merli, che all’epoca avevano un piumaggio candido come
un lenzuolo, erano tra questi.
Ma faceva così freddo che anche loro cominciarono ad
ammalarsi, tanto che una merla decise di rifugiarsi
all’interno di un comignolo acceso. Rimase lì molti
giorni, fino a che una bella mattina smise di nevicare e
il caldo sole la incoraggiò ad uscire, ma qualcosa di
strano era successo, le sue bianche piume erano diventate
nere come la fuliggine del camino.
Essendo l’unico merlo femmina sopravvissuta, da allora
nacquero soltanto merli neri.”
Purtroppo il professore non si ferma qui, intanto mi
prendo le occhiatacce e i giusti rimproveri dei miei
compagni, come volessero dirmi: “ Ma non potevi stare
zitto?”
Il professore
continua: “ Questa, come tutte le leggende, nasconde una
metafora. Sostituendo la merla con una donna e il cambio
del colore delle piume con una trasformazione sociale
della stessa, ecco ottenuto del buon materiale per il
vostro compito di domani.”
Suona la campanella e tutti i miei compagni inveiscono
contro di me con parolacce e buttandomi addosso pezzi di
carta arrotolati.
Sono preoccupato, non so proprio come fare il tema, penso
che non riuscirò a scrivere niente per domani…ma
neanche tra quarantacinque anni
Quando pensiamo alla nostra infanzia, ci ritroviamo a
dire: “sembra ieri”, forse è perché siamo ancora
bambini.
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