Rientro dalle
vacanze
Sono stato in vacanza, un mese.
E, come capita sovente in queste occasioni, mi
son fatto un nuovo amico. Ha un nome quasi
esotico, di quelli non comuni. Che ti rimane
in mente facilmente. Il mio nuovo amico si
chiama bancomat. Non è che tra di noi ci sia
stato un dialogo invadente, asfissiante. Solo
uno scambio di frasi essenziali che, tuttavia,
dimostrava che la nostra amicizia non ere di
quelle destinate a tramontare molto presto. Si
capiva perfettamente che avevamo l'uno bisogno
dell'altro. Dei due quello che parlava più a
lungo era lui. Io mi limitavo a rispondere
solitamente con un si o con un no. Anche se,
raggiunta una certa intimità, ero l'unico a
cui confidavo il mio codice segreto. Sentivamo
l'esigenza di avere un contatto quotidiano e
talvolta, seguendo il suo invito, ci
incontravamo segretamente più volte al giorno.
In questi casi, con gli occhi lucidi di
riconoscenza, lui mi allungava sotto banco un
bigliettino rosa non pretendendo che io lo
conservassi a lungo. Sapeva bene che ci
sarebbero stati rapaci avvoltoi che lo
avrebbero trafugato, con la scusa dell'aumento
del costo della vita, ma non se ne dispiaceva.
Era fatto così: altruista per natura. Mi
sorrideva con il suo faccione squadrato e
ammiccava facendomi intendere, con una certa
complicità, che ci avrebbe pensato lui, poi.
Quando ci siamo visti per l'addio mi ha
lasciato un lungo elenco d'indirizzi di suoi
parenti pregandomi di mandargli, di tanto in
tanto, qualche scontrino affettuoso. Aveva,
però, il monitor gonfio di lagrime.
Il giorno seguente ho letto sul quotidiano
locale che, nei pressi del suo indirizzo, era
stat rinvenuta una pozza d'acqua di grosse
dimensioni. Il cronista non sapeva spiegarsene
il motivo ma io ero sicuro che aveva pianto
per la mia partenza. E me lo aveva confermato
il direttore della mia banca che,
telefonandomi, mi pregava di "rientrare".
Forse per stargli ancora accanto a consolarlo.
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“ The
man I love.”
Era lei. Luisa. Una
foto di Luisa com'era, il sorriso che bucava
ogni difesa, giovane, malata d'allegria.
Immobile sotto la pioggia che cadeva a scrosci
violenti e al vento che pareva portargli le note
di The man I love, Remo fissava inebetito quello
squarcio di passato che arrivava a tradimento.
Si sorprese a pensare che senza quella pioggia
inattesa non sarebbe accaduto. Il passato
sarebbe rimasto là dov'era il suo posto,
nell'oblio.
E invece era lì.
Luisa.
Napoli,
anni sessanta.
Si conoscevano da sempre.
Remo se l'era ritrovata
tra i piedi fin da bambina e lei gli chiedeva in
continuazione quei tre giochetti di prestigio
che lui sapeva fare con le carte. Luisa per lui
era solo la sorellina di Gianni, compagno di
classe ed amico più caro,
Poi, un'estate, lei andò
in vacanza in Sardegna. Non si videro per
qualche mese e quando Remo se la ritrovò di
fronte non era più ragazzina ma donna, con le
forme femminili sbocciate all'improvviso. Si
abbracciarono come sempre, ma già
quell'abbraccio era diverso, già nascondeva
qualcosa di più e lei stavolta non gli chiese i
giochi di prestigio. “Accidenti, Luisa. Che
cambiamento! “
Lei scoppiò in una gran
risata e si esibì in una piroetta con la gonna
che le si alzò a scoprire le gambe tornite.
“Ti piace questo vestito?”
“Non solo il vestito. Sei
diventata una pin up.”
“Come Marylin Monroe?”
“Meglio. “
Di nuovo una fragorosa
risata e questa volta insieme.
“Gianni, hai sentito?
Remo ha detto che sono una pin up! “
“Non lo stare a sentire
Remo, s’è ubriacato di Coca Cola.”
In effetti, Luisa non era
bellissima ma sfoderava meravigliose gambe
lunghe ed agili con caviglie sottili, il viso
solare, due occhi azzurri incastonati in un
carnato latteo, circondato da una massa di
capelli neri corvini che sottolineavano un
deciso contrappunto.
La scopriva solo ora Remo,
in questa nuova visione, e da quel giorno
cambiarono tutte le sue prospettive e i suoi
atteggiamenti verso di lei.
Iniziò un corteggiamento
romantico, secondo i canoni più classici. Appena
possibile, l’attendeva all’uscita del Ginnasio e
la riaccompagnava a casa. Il tragitto in
funicolare era punteggiato da scoppi di riso
improvviso, momenti di tenerezza, un parlare
fittissimo. Era apparso qualche fiorellino che
finiva immancabilmente tra le pagine di un
vocabolario e, dopo qualche tempo, qualche
pudica poesia d’amore.
Poi accadde.
La madre di Luisa,
professoressa di Lettere al Liceo classico e
presidentessa di varie organizzazioni
filantropiche, aveva organizzato uno spettacolo
teatrale di beneficenza. Remo, che già allora si
cimentava come attore in una filodrammatica, si
vide proporre un ruolo e accettò entusiasta. Tra
le protagoniste figurava anche Luisa. Le prove
durarono tre mesi, a giorni alterni. I loro
personaggi battibeccavano per l'intero
spettacolo per finire poi, naturalmente, uno
nelle braccia dell'altro. Furono tre mesi di
intenso affiatamento, complicità, piccole e
amorevoli attenzioni, tutto condito da
quell'allegria ruspante che caratterizzava il
loro rapporto.
Remo, per l'occasione,
impersonava un avvocato e Luisa una bella
avventuriera. Nella scena finale ballavano e lui
improvvisamente le gridava: “Ti amo!” per ben
tre volte e volteggiando con lei usciva dalla
scena mentre calava il sipario.
Classica scena strappa
applausi e così si rivelò.
Ma fu anche galeotta per
l'inizio della loro storia.
Mentre l’auspicata
ovazione sanciva il gradimento del pubblico ed
erano ancora abbracciati tra le quinte lui le
sussurrò: “Ora te lo dico da Remo e non da
Berthier. Ti amo.”
Non fu un caso. Se l’era
preparata per bene nei giorni precedenti e,
nonostante la cronica timidezza, era riuscito a
tirarla fuori con i toni giusti; tanto bene che
gli riuscì facile anche il suggello del bacio,
subito ricambiato.
Erano tornati raggianti
mano nella mano sul palco per gli applausi ed i
ringraziamenti finali, ma con il cuore in
subbuglio che palpitava in altra direzione.
Durante il ricevimento che
seguì allo spettacolo, in cui si mischiavano gli
odori caramellosi di babà e sfogliatelle ai
profumi di una cucina napoletana con lasagne e
fritture marine, dovettero subire ammiccamenti,
abbracci e battutine mentre avrebbero desiderato
appartarsi ad assaporare da soli il nettare
ribollente che sgorgava dai petti in fermento.
Quell’evolversi amoroso
non colse di sorpresa nessuno; a tutti,
familiari compresi, sembrò l’epilogo più
naturale di quel legame che appariva già così
intenso.
Qualche mese dopo, in uno
dei vicoli di Spaccanapoli Remo fu
insistentemente avvicinato da una zingara.
Aveva vesti variopinte lunghe e una sacca
agganciata al collo, colma di collanine,
amuleti, macumbe, finto corallo e varie
cianfrusaglie.
Voleva vendergli qualcosa
ma Remo l’aveva respinta più volte con
fastidio, finché lei lo sfidò apertamente: “ Si
ti dico nome di tua ragazza, compri collanina?”.
Non avrebbe voluto, tirò
dritto ma la giovane gli tenne dietro ed
all’improvviso gli afferrò la mano.
“Il tuo amore si chiama
Luisa.”
Remo pensò che se avesse
tirato ad indovinare avrebbe potuto dire Maria,
Concetta, Anna, uno dei classici nomi
napoletani, ma Luisa... come aveva potuto...?
La guardò per un attimo
smarrito ed infine le allungò degli spiccioli in
cambio di un braccialetto e proseguì verso la
sua meta accompagnato da uno strano ma beato
turbamento. Quell' episodio, ammantato di una
magia spicciola, colpì la sua fantasia e lì
rimase.
Remo entrò all’Accademia
d’arte drammatica, mentre Luisa alternava i suoi
studi classici al Conservatorio. Luisa non era
nata per le classiche prospettive piccolo
borghesi ed il tran tran. Remo scoprì poco a
poco la sua voglia di trasgressione e quel
futuro – lui attore e lei concertista – la
soddisfaceva in pieno.
Non mancava di fantasia,
Remo, istintivamente portato al gesto clamoroso
o in ogni caso fuori dell’ordinario, ma
l’esigenza che avvertiva in Luisa di un rapporto
non standardizzato lo costringeva ad una
tensione continua senza la possibilità di
abbassare la guardia.
Gran temperamento
d’artista, estroversa ed imprevedibile Luisa
andava accettata per quello che era, senza la
pretesa di modificarne il carattere e gli
atteggiamenti. Passionale, generosa nel donarsi
senza condizioni, non riusciva ad accettare
intorno a sé individui avari di slanci, scontati
e privi d’immaginazione. Era faticoso
rapportarsi con lei ma chi ci riusciva
assaporava, in un’osmosi d’energia, il gusto di
vivere in pienezza quei momenti.
Nonostante questa sua
intensa voglia di trasgressività, Luisa a volte
lo sorprendeva con comportamenti da ragazza
romantica e all'antica.
Il sole era già cocente e
si era soltanto a giugno. Procida splendeva in
mezzo ai riflessi del mare e Remo pensava che su
quella barca c'era tutto il suo mondo.
"Guarda, c'è una grotta!",
gridò Luisa. "Dai, entriamo".
Remo sorrise di
quell'entusiasmo contagioso e diresse la prua
verso la scogliera. Entrarono in un mare
turchese e dentro li accolse un paesaggio
fiabesco. C'era una piccola spiaggia di sabbia.
Accostò la barca e scesero. Lì il clima era
decisamente più fresco. Non c'era nessuno, le
rocce rimbombavano delle loro voci.
Remo l'attirò a sé e si
lasciarono cadere sulla rena chiara. Non erano
mai stati così soli. Presto l'abbraccio divenne
qualcosa di più, i baci qualcosa di più e si
trovarono di fronte al desiderio vero. Luisa era
una ragazza passionale, ma fino a quel momento
mai era accaduto che fossero così vicini a fare
l'amore.
“No, Remo, non andiamo
fino in fondo. Aspetta." - gli sussurrò lei.
Remo si fermò, con uno
sforzo. Non nascose il suo stupore. In quegli
anni Sessanta la verginità non era più quel
valore sacro di poco tempo prima e pensava che
Luisa, così trasgressiva, non avrebbe certo
perso tempo per affermare la sua modernità.
E invece lo sorprese.
“Potrà sembrarti strano ma
io credo che la verginità sia un valore da
riservare ad un amore adulto. Siamo insieme da
poco e mi sembrerebbe di svenderlo.”
Remo non disse nulla. La
baciò. Era fatta così, contraddittoria, sempre
controcorrente. E lui l'amava anche per questo,
perché decideva con la sua testa, rivendicando
il suo diritto a non seguire le mode.
Un anno dopo, quando
arrivò il momento magico, lui seppe che era
accaduto perché Luisa lo desiderava davvero.
Il tempo passava, Remo
incominciò a recitare da professionista e lei
veniva chiamata a tenere concerti via via più
importanti. Il tempo per stare insieme si
diradava, spendevano capitali in bollette
telefoniche e sfruttavano ogni momento libero
per stare insieme e il loro rapporto sembrava
divenire sempre più intenso.
Poi era arrivata
inaspettata quella chiamata alle armi.
A nulla valsero
raccomandazioni e giochetti: nel giro di pochi
giorni Remo dovette interrompere uno spettacolo
e infilarsi la divisa.
Quindici mesi all'alba….
Così si ripeteva Remo in
una serata di Libeccio freddo che, nel tempo,
era riuscito a piegare i pini marittimi sul
lungomare Versiliano. Spirava tenace infilandosi
impudicamente nei varchi dei vestiti e ti si
rigirava addosso lasciandoti senza difese, la
pioggia intermittente era un vero e proprio
stillicidio, che non sapevi se aprire l’ombrello
o chiuderlo e le giornate (che alle cinque era
già buio fitto) favorivano una generalizzata
anche se impalpabile tetraggine.
Remo era impalato nella
garitta della caserma di Livorno e, come sempre
gli capitava, era solo fisicamente intento al
suo compito di sentinella mentre la mente vagava
lontano dalla divisa, dall’elmetto e dal quel
fucile che impugnava immobile nella posizione
d’ordinanza.
Proprio in quelle ore
Luisa a Lucca, a pochi chilometri di distanza,
era impegnata da cantante solista in un concerto
jazz e lui non era riuscito ad ottenere il
permesso di poche ore per starle vicino.
Non le aveva promesso
niente, confidando di farle una sorpresa, ma il
capitano era stato irremovibile: non era
assolutamente possibile modificare i turni di
guardia.
Erano solo trascorsi
quattro mesi, da quando era stato chiamato alle
armi, ma avrebbe dovuto già conoscere quali
erano i meccanismi irrazionali che governavano
quella vita; era bastato far trapelare quanto
quella brevissima licenza richiesta fosse
desiderata per far scattare il rifiuto.
Un meccanismo perverso
giustificato dalla necessità di evidenziare
quanto, in quell’ambito, dovesse essere cieca
l’ubbidienza ; per Remo invece, e non solo per
lui, solo una prova gratuita di sadismo ed
un’esercitazione del potere come sopruso senza
senso. Uno scatto sull’attenti per l’entrata del
colonnello e poi in posizione stereotipata di
riposo.
Se il concerto era
iniziato all’ora prestabilita in quel momento
Luisa sarebbe stata impegnata a concedere il
bis: di norma cantava “The man I love” di
Gerswin.
L’aveva eseguito anche
quella volta che, all’Arena di Fiesole, insieme
avevano effettuato uno spettacolo recital. Si
erano alternati sul palco, lui recitando poesie
d’amore e lei con un repertorio romantico in
occasione del tradizionale spettacolo di
primavera. Le aveva inviato un cestino di rose
rosse, due per ogni anno insieme, ma quanto
avrebbe preferito con quel fascio fare una
sorridente irruzione nel suo camerino come
sempre era accaduto...
Ora invece era solo una
sentinella malinconica, dentro una garitta con
un groviglio di pensieri che gli mulinavano in
testa e quelle note di Gerswin che risuonavano
familiari nelle orecchie.
Ancora quindici mesi
all’alba...
Finirono, ritrovò la sua
Luisa ma non il suo lavoro. Si era eretta una
diga quasi insormontabile: Remo era rimasto per
troppo tempo fuori dal giro e, come se non
bastasse, era sopraggiunta una grossa crisi nel
teatro. Il calo di spettatori aveva mietuto
vittime illustri e persino lo Stabile aveva
chiuso i battenti. Furono giorni amari per Remo,
che non riusciva a riannodare gli antichi legami
e cominciò a disperare di non poter riemergere.
Non volle scendere a
compromessi e dovette accontentarsi per circa un
anno di ruoli secondari, rappresentazioni
saltuarie e malpagate ed addirittura di
scritture che lo vedevano come presentatore in
spettacoli di piazza nelle sagre paesane.
Ricominciò a frequentare
l’associazione cattolica giovanile di
volontariato. Erano gli anni ferventi che
seguivano il Concilio, quasi una rivoluzione per
la Chiesa, e Remo aveva bisogno di impegno ed
entusiasmo. Direttore spirituale ne era don
Marco, dinamico quarantacinquenne, progressista
ed impegnato in quella che era l’opera
d’evangelizzazione quasi rivoluzionaria proposta
dal Concilio.
A prima vista, magro e
basso di statura com’era, naso pronunciatamente
aquilino e spessi occhiali da vista, non
suscitava una grande impressione ma bastava
sentirlo argomentare con la passione che gli era
abituale per rimanerne soggiogati.
Anche Luisa entrò a far
parte del gruppo e la sua vicinanza fu di grande
conforto a Remo in quel periodo amaro. Lo
incoraggiava, gli ripeteva di non mollare e
sempre riusciva a farlo sorridere e a riempirgli
il cuore.
Partecipò al concorso di
malavoglia, senza nutrire alcuna speranza, per
assecondare i desideri di suo padre. Ci fu
costretto in qualche modo, dato che da tempo
doveva far ricorso all'aiuto economico della
famiglia per sopravvivere.
La lettera d’assunzione lo
spiazzò del tutto.
Un posto in banca. Le
prospettive economiche erano delle più
allettanti. Pensò che in fondo poteva essere un
buon modo per rendersi indipendente, in attesa
di tempi migliori. Pensò che in fondo era
giovane, non sarebbe stato per tutta la vita. Ne
parlò a lungo con Luisa, e decisero di comune
accordo che quella strada andava perseguita in
attesa dell’evolversi della situazione.
Fu così che lasciò Napoli
e si ritrovò, nella nebbia di Rovigo, a
lavorare fianco a fianco con tutti quegli
stereotipi negativi sui quali in passato aveva
fatto, anche in cabaret, dell’ironia. Per
sfuggire a quel tran tran arido e insopportabile
entrò in una compagnia di teatro sperimentale,
senza mezzi e senza futuro.
E quasi ogni fine
settimana correva a Napoli, tra le braccia di
Luisa. Gli era indispensabile per affrontare la
settimana successiva. Ritrovava anche la
famiglia, Don Marco e il suo gruppo, gli amici.
Organizzò, dopo qualche tempo, una cena di
gruppo per festeggiare l’incasso della sua prima
gratifica ed in un ristorante sulla collina di
Monte di Procida si sottopose ai frizzi ed agli
sfottò degli amici tra il susseguirsi delle
varie pietanze a base di pesce e la mescita
abbondante di un fresco vinello bianco della
zona.
Più tardi, solo con Luisa
nella sua scalcinata giardinetta, tra una
battuta e l’altra, si cimentarono in improbabili
cori con le classiche canzoni napoletane e
cantarono più volte “ Volare” che era assurto a
colonna sonora, da sottofondo, al loro rapporto.
Giunti sotto casa di lei,
Remo estrasse dalla tasca un pacchettino e
glielo porse.
Lei lo guardò sorpresa e
lentamente cominciò a scartocciarlo nel silenzio
interrotto solo dal leggero rumore del foglio
che si svolgeva.
Anche al debole chiarore
del lampione che illuminava l’abitacolo risaltò
il bagliore di quel piccolo brillante
incastonato nell’anello che le aveva regalato.
“Non dovevi... E’
bellissimo... Grazie.”
Un abbraccio, un lungo
bacio ed i sensi che palpitavano.
Il giorno dopo alla
stazione, insieme, stretti l’uno all’altro
incuranti della tristezza di chi non aveva nulla
da dirsi, persi tra quelli che arrivavano e tra
quelli che partivano, indifferenti a quegli
sguardi che li scavavano, sordi al gracidare
degli altoparlanti ed allo stridore dei treni
che transitavano, teneri tanto da suscitare
invidia in quella vecchietta che li aveva
sfiorati e che continuava, rigirandosi, a
fissarli, attesero l’arrivo del treno pronti a
recitare la solita scena della salita e discesa
dal predellino, sino all’ultimo momento, per un
abbraccio, sino a quando l’ultimo bacio non
avesse coinciso con lo strattone iniziale della
locomotiva.
Il treno sfilava veloce in
quel paesaggio che gli era familiare e lo
riportava al nord mentre sentiva ancora il suo
profumo, il suo calore e sulle labbra il sapore
di quei baci.
Quella stessa sera le
telefonò, ma non la trovò in casa. Era a
studiare da un'amica, gli dissero. Stava
cenando quando venne chiamato al telefono e si
precipitò nella cabina.
Ma non era Luisa.
Era suo padre.
“Che tempo fa? com’è
andato il viaggio?”
Frasi banali e Remo ebbe
subito la sensazione che il tutto facesse da
premessa a qualcosa di più concreto e forse
preoccupante.
“Che cosa c’è, babbo,
perché mi hai telefonato?”
“Non so da dove
cominciare, Remo... Stamani mi ha telefonato don
Marco e mi ha pregato di raggiungerlo nel suo
studio nel pomeriggio.”
“Don Marco? E che voleva?”
“Io non so proprio perché
abbia deciso di parlarne con me e non con te. Mi
ha pregato di dirti di non stare più a chiamare
Luisa. La vostra storia è finita. Lei non ne
vuol più sapere...”
“Finita? Luisa... Ma com’è
possibile?”
“Non lo so... Non so che
dirti... Gliel’ho anche chiesto, ma non mi ha
detto nulla di più...”
“Ma se ieri sera e
stamattina...”
“Senti, Remo, so che cosa
stai provando Non so spiegarmi il perché. Avevo
deciso di non parlartene e di costringerla a
farlo di persona ma alla fine, poiché ho la
sensazione che sotto ci sia qualcosa di
contorto, ho voluto metterti sull’avviso. Non ti
troverai impreparato quando, com’è giusto,
pretenderai delle spiegazioni.”
“Hai fatto bene... Hai
fatto bene... Dio mio, non ci capisco più
niente...”
“Cerca di stare sereno...
Ci soffrirai ma la tua vita non finisce qui. Sei
giovane! Un abbraccio caro anche da mamma che è
qui vicino e mi raccomando...”
“Buona notte, babbo.”
“Buona notte, Remo.”
Immobile, ancora con la
cornetta tra le mani, nel disorientamento più
totale Remo si appoggiò alla parete e subito
dopo si piegò su se stesso costrettovi da uno
spasmo doloroso alla bocca dello stomaco.
Quando il dolore glielo
consentì apri la porta e chiese che gli fosse
data la linea telefonica. Febbrilmente compose
il numero di telefono di Luisa ma il trillo
all’altro capo risuonò a lungo senza risposta.
Provò a telefonare a don
Marco, ma dal centralino gli dissero che era
partito improvvisamente per Roma e che non si
sapeva quando sarebbe rientrato.
Nei giorni successivi,
nonostante cogliesse ogni attimo libero per
comporre quei numeri, non riuscì a stabilire
alcun contatto. Cominciò allora a tempestare di
telefonate gli amici che si limitarono a
biascicare monosillabi ed a sostenere che non
sapevano nulla.
Avrebbe voluto mandare
all’aria i suoi impegni d’ufficio, correre a
Napoli per dipanare la matassa, ma proprio
quando stava per farlo si ritrovò sulla
scrivania una busta gialla pervenutagli in
banca.
Conteneva un foglio di
giornale con una lettera di accompagnamento.
“Caro Remo, avrei
potuto parlartene al telefono quando mi hai
chiamato ma non me la sono sentita di darti io
per primo la notizia. Ora che è tutto
evidenziato anche nella pagina di cronaca
locale, t’invio il foglio in cui troverai la
soluzione a tutti i tuoi interrogativi. Ti
abbraccio e ti sono vicino, Giacomo.”
Spiegò con frenesia la
pagina e non gli ci volle molto per trovare
quello che cercava.
A centro pagina ed in
bell’evidenza il titolo: “Scandalo
diocesano; un parroco scappa con una giovane
cantante. Segreto il loro nascondiglio.”
L’articolista, anche se
citava solo le iniziali dei due protagonisti, si
dilungava sui vari commenti, sulle pruderie che
l’avvenimento aveva provocato e nel finale
accennava ad un fidanzato della ragazza, di cui
ometteva il nome, in preda allo sconforto.
Remo girava e rigirava tra
le mani quel foglio mentre montava nel petto uno
squasso terribile.
Dovette riporre tutto nel
cassetto perché nel frattempo si era formata una
lunga fila di clienti allo sportello e
meccanicamente cominciò ad operare assolutamente
privo di quella tensione che il maneggio di
danaro avrebbe richiesto.
Gli si era disintegrato
tra le mani non solo un amore ma tutto un mondo
di concrete solidità a cui si era
incondizionatamente affidato; alle sue spalle
solo cumuli di macerie. “Signor cassiere, guardi
che mi ha dato cinquantamila lire in più”.
L'anziana signora, allo
sportello, onestamente gli restituiva le cinque
banconote in più che si era ritrovata tra le
mani.
“Grazie mille, signora. Mi
scusi ma oggi non sono in perfetta forma.”
“Si vede, si vede
cassiere. Ha una faccia...”
Rintanato nella sua
cameretta, lesse e rilesse quelle righe finendo
poi per scoppiare in un pianto dirotto ed
irrefrenabile; da solo, in quel letto a
piangerla e lei, non più sola nel suo. Si dice
sempre che il versar lacrime sia liberatorio ma
alla fine Remo si ritrovò lucidissimo a
coltivare un sentimento che non credeva poter
alimentare: l’odio.
Con una freddezza ed una
meticolosità per lui innaturali cominciò a
distruggere tutte le reliquie che erano
appartenute alla sua storia d’amore. Le foto, il
fiore appassito e le lettere ardevano, una dopo
l’altra, in un liturgico e macabro cerimoniale
in quella ciotola sul comodino: sacrificio
estremo al nulla che ora simboleggiavano.
Refrattario ad ogni
tentativo di aiuto si era rinchiuso in se stesso
quasi crogiolandosi nel dolore che continuava a
provocare fitte lancinanti.
Non aveva altri punti di
riferimento simili che potevano servirgli da
esperienza consolatoria, Remo; all’infuori di
qualche flirt da ragazzino, aveva amato solo
Luisa.
Cambiò rotta il giorno in
cui gli telefonò Gianni, l'amico di sempre ma
anche il fratello di lei. Remo mentì: disse che
se l’aspettava, che il suo amore era ormai
ridotto al lumicino e che quello che era
avvenuto gli aveva risparmiato il doloroso
compito di porre fine alla relazione.
Sentiva che non avrebbe
sopportato il bla bla bla di circostanza, le
pacche sulle spalle di commiserazione e quel
rituale funerario che si sarebbe messo in moto.
L’odio che covava sarebbe
rimasto un suo indivisibile patrimonio, chiuso
in un cofanetto al riparo di tutti i tentativi
di rimuoverlo. Avrebbe voluto raggiungerli,
affrontarli a faccia a faccia ma un’impennata
d’orgoglio glielo impedì.
Non rinunciò però a
formulare ipotesi, a tentare di darsi una
spiegazione, il più possibile consequenziale, di
quel naufragio amoroso. E alla fine la trovò.
Un impiegato di banca
gradito ai genitori: che cosa c'era di meno
trasgressivo? Di più banale e prevedibile? Per
Luisa, l'essere un frutto proibito aveva un
fascino intrigante e allora come stupirsi della
sua nuova scelta? Un sacerdote, uno scandalo. Ma
quando la trasgressione fosse divenuta
normalità, che cosa ne avrebbe fatto Luisa di
quella storia?
Remo era sempre stato
consapevole dello spirito ribelle ed
anticonformista di quella ragazza, ma confidava
nella tensione che animava il suo amore anche se
non si nascondeva le difficoltà e la fatica per
poterne assecondare in futuro quelle esigenze.
Abbagliato dai sentimenti,
non aveva mai visto l’immaturità che aleggiava
in tutta una serie di comportamenti passati e
che veniva evidenziata da questa storia
maturata in un clima di leggerezza e
trasgressione.
Quello che però non
riusciva a spiegarsi - la fine di un amore per
quanto lacerante ed inaspettato è nella logica,
nell’evolversi della vita e può anche con dolore
essere accettato - era perché in quel modo, con
assoluto disprezzo e mancanza di lealtà.
Di questo non se ne fece
mai una ragione e di questo avrebbe voluto che
gliene rendessero conto.
Gli anni passarono. Remo
ricominciò a vivere, si sposò, mise su famiglia.
Seppe che anche loro si
erano sposati regolarmente in chiesa, dopo che
lui aveva ottenuto la riduzione allo stato laico
e che poco dopo avevano messo al mondo una
bimba. Anche se aveva sempre sognato che da quel
grembo fosse nato un figlio con le sembianze su
cui aveva sempre fantasticato, non avvertì
gelosie di sorta. Era finita.
Don Marco – ora Dottor
Marco - lo incontrò una volta, sulla
metropolitana di Roma. Un gioco del destino,
perché Remo era lì per caso, un corso
d'aggiornamento della banca. Ci fu un attimo
d’imbarazzo che l’ex sacerdote tentò di
esorcizzare con un debole sorriso e prendendo la
parola.
“Ciao. Come stai? ho
saputo che sei sposato ed hai uno splendido
figlio...”
Avvizzito ed invecchiato
molto di più di quanto avrebbero giustificato i
suoi cinquantacinque anni , lo fissava
sfoggiando un sorriso stereotipato.
“Io benissimo. Si tira
avanti. Scusami, devo scendere alla prossima...”
Era sceso ad una fermata
qualsiasi, Remo, molto prima di quando avrebbe
dovuto, sentendosi incapace di sciorinare le
solite tre o quattro insulsaggini con un
individuo che, ancora una volta, si rifugiava in
una banalità untuosa per sfuggire ad un chiaro
confronto.
Lanciando uno sguardo ai vagoni che proseguivano
Remo si chiese se veramente valesse la pena di
continuare a coltivare quest’odio verso uno
spretato con cui già lo scorrere degli anni si
era rivelato impietoso e che gli era apparso
solo come una nebulosa caricatura dell’uomo che
aveva apprezzato molto tempo prima.
Poi, un paio d'anni
dopo, gli arrivò inattesa la telefonata di un
conoscente.
Luisa era morta. Di
cancro, a trentaquattro anni. Sola, gli riferì,
perché aveva scacciato il marito dalla sua
stanza d'ospedale. "Fottiti!", aveva detto a
Marco. Quell’unica, agghiacciate parola.
Remo era in campagna con
la famiglia, ospite di un amico e sentì il
bisogno di isolarsi per un attimo dal resto
della combriccola. Si portò nel boschetto vicino
e sedette su di un tronco d’albero reciso, solo
con i suoi pensieri ed in attesa. In attesa che
inevitabilmente il dolore lo avviluppasse nelle
sue spire.
Ma non venne: quella morte
gli scivolava addosso come le tante che
apprendeva dalla cronaca, aridamente. Alla fine
dovette arrendersi all’evidenza: quella parte di
dolore che le doveva essere riservata si era
nel tempo esaurita, prosciugata.
Non c’era rimasto niente;
per lei che se n’era andata nemmeno una lacrima.
E adesso era lì. Luisa.
Col sorriso di allora che bucava il cuore. Non
avrebbe tollerato di invecchiare, Luisa, morta
di cancro a trentaquattro anni. Sola, come gli
aveva riferito quella telefonata, perché aveva
scacciato il marito dalla sua stanza d'ospedale.
Un giorno dei Santi di
un anno qualunque, nel cimitero di Capodichino
per mettere un mazzo di crisantemi sulla tomba
di famiglia,e uno scroscio di pioggia l'aveva
spinto a ripararsi proprio lì, sotto la tettoia
della cappella dove riposava Luisa.
Non sentiva più The man
I love, chiuse gli occhi, si concentrò ma si
accorse che non ricordava più neppure una nota.
Eppure si sentì invaso da una tenerezza senza
fine.
Cominciava a spiovere.
Remo deglutì forte per
scacciare le lacrime, si chinò a regalarle il
fascio di crisantemi che stringeva fra le mani
e poi se ne andò.
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