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Enzo Napolitano

Rientro dalle vacanze

The man I love

SiSal

Wurdon

La città querula

Lo scoglio

Adalgisa

dello stesso Autore....Favole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rientro dalle vacanze

Sono stato in vacanza, un mese.
E, come capita sovente in queste occasioni, mi son fatto un nuovo amico. Ha un nome quasi esotico, di quelli non comuni. Che ti rimane in mente facilmente. Il mio nuovo amico si chiama bancomat. Non è che tra di noi ci sia stato un dialogo invadente, asfissiante. Solo uno scambio di frasi essenziali che, tuttavia, dimostrava che la nostra amicizia non ere di quelle destinate a tramontare molto presto. Si capiva perfettamente che avevamo l'uno bisogno dell'altro. Dei due quello che parlava più a lungo era lui. Io mi limitavo a rispondere solitamente con un si o con un no. Anche se, raggiunta una certa intimità, ero l'unico a cui confidavo il mio codice segreto. Sentivamo l'esigenza di avere un contatto quotidiano e talvolta, seguendo il suo invito, ci incontravamo segretamente più volte al giorno. In questi casi, con gli occhi lucidi di riconoscenza, lui mi allungava sotto banco un bigliettino rosa non pretendendo che io lo conservassi a lungo. Sapeva bene che ci sarebbero stati rapaci avvoltoi che lo avrebbero trafugato, con la scusa dell'aumento del costo della vita, ma non se ne dispiaceva. Era fatto così: altruista per natura. Mi sorrideva con il suo faccione squadrato e ammiccava facendomi intendere, con una certa complicità, che ci avrebbe pensato lui, poi. Quando ci siamo visti per l'addio mi ha lasciato un lungo elenco d'indirizzi di suoi parenti pregandomi di mandargli, di tanto in tanto, qualche scontrino affettuoso. Aveva, però, il monitor gonfio di lagrime.
Il giorno seguente ho letto sul quotidiano locale che, nei pressi del suo indirizzo, era stat rinvenuta una pozza d'acqua di grosse dimensioni. Il cronista non sapeva spiegarsene il motivo ma io ero sicuro che aveva pianto per la mia partenza. E me lo aveva confermato il direttore della mia banca che, telefonandomi, mi pregava di "rientrare". Forse per stargli ancora accanto a consolarlo.

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The man I love.”

 

Era lei. Luisa. Una foto di Luisa com'era, il sorriso che bucava ogni difesa, giovane, malata d'allegria.  Immobile sotto la pioggia che cadeva a scrosci violenti e al vento che pareva portargli le note di The man I love, Remo fissava inebetito quello squarcio di passato che arrivava a tradimento. Si sorprese a pensare che senza quella pioggia inattesa non sarebbe accaduto. Il passato sarebbe rimasto là dov'era il suo posto, nell'oblio.

E invece era lì.  Luisa.

                                                                                     Napoli, anni sessanta.

 

Si conoscevano da sempre.

Remo se l'era ritrovata tra i piedi fin da bambina e lei gli chiedeva in continuazione quei tre giochetti di prestigio che lui sapeva fare con le carte.  Luisa per lui era solo la sorellina di Gianni, compagno di classe ed amico più caro,

Poi, un'estate, lei andò in vacanza in Sardegna. Non si videro per qualche mese e quando Remo se la ritrovò di fronte non era più ragazzina ma donna, con le forme femminili sbocciate all'improvviso.  Si abbracciarono come sempre, ma già quell'abbraccio era diverso, già nascondeva qualcosa di più e lei stavolta non gli chiese i giochi di prestigio. “Accidenti, Luisa. Che cambiamento! “

Lei scoppiò in una gran risata e si esibì in una piroetta con la gonna che le si alzò a scoprire le gambe tornite.

“Ti piace questo vestito?”

“Non solo il vestito. Sei diventata una pin up.”

“Come Marylin Monroe?”

“Meglio. “

Di nuovo una fragorosa risata e questa volta insieme.

“Gianni, hai sentito? Remo  ha detto che sono una pin up! “

“Non lo stare a sentire Remo, s’è ubriacato di Coca Cola.”

In effetti, Luisa non era bellissima ma sfoderava meravigliose gambe lunghe ed agili con caviglie sottili, il viso solare, due occhi azzurri incastonati in un carnato latteo, circondato da una massa di capelli neri corvini che sottolineavano un deciso contrappunto.

La scopriva solo ora Remo, in questa nuova visione, e da quel giorno cambiarono tutte le sue prospettive e i suoi atteggiamenti verso di lei.

Iniziò  un corteggiamento romantico, secondo i canoni più classici. Appena possibile, l’attendeva all’uscita del Ginnasio e la riaccompagnava a casa.  Il tragitto in funicolare era punteggiato da scoppi di riso improvviso, momenti di tenerezza, un parlare fittissimo. Era apparso qualche fiorellino che finiva immancabilmente tra le pagine di un vocabolario e, dopo qualche tempo, qualche pudica poesia d’amore.

Poi accadde.

La madre di Luisa, professoressa di Lettere al Liceo classico e presidentessa di varie organizzazioni filantropiche, aveva organizzato uno spettacolo teatrale di beneficenza. Remo, che già allora si cimentava come attore in una filodrammatica, si vide proporre un ruolo e accettò entusiasta. Tra le protagoniste figurava anche Luisa. Le prove durarono tre mesi, a giorni alterni. I loro personaggi battibeccavano per l'intero spettacolo per finire poi, naturalmente, uno nelle braccia dell'altro. Furono tre mesi di intenso affiatamento, complicità, piccole e amorevoli attenzioni, tutto condito da quell'allegria ruspante che caratterizzava il loro rapporto.

Remo, per l'occasione, impersonava un avvocato e Luisa una bella avventuriera. Nella scena finale ballavano e lui improvvisamente le gridava: “Ti amo!” per ben tre volte e volteggiando con lei usciva dalla scena mentre calava il sipario.

Classica scena strappa applausi e così si rivelò.

Ma fu anche galeotta per l'inizio della loro storia.

Mentre l’auspicata ovazione sanciva il gradimento del pubblico ed erano ancora abbracciati tra le quinte lui le sussurrò: “Ora te lo dico da Remo e non da Berthier. Ti amo.”

 Non fu un caso. Se l’era preparata per bene nei giorni precedenti e, nonostante la cronica timidezza, era riuscito a tirarla fuori con i toni giusti; tanto bene che gli riuscì facile anche il suggello del bacio, subito ricambiato. 

Erano tornati raggianti mano nella mano sul palco per gli applausi ed i ringraziamenti finali, ma con il cuore in subbuglio che palpitava in altra direzione.

Durante il ricevimento che seguì allo spettacolo, in cui si mischiavano gli odori caramellosi di babà e sfogliatelle  ai profumi di una cucina napoletana con lasagne e fritture marine, dovettero subire ammiccamenti, abbracci e battutine mentre avrebbero desiderato appartarsi ad assaporare da soli il nettare ribollente che sgorgava dai petti in fermento.

 

Quell’evolversi amoroso non colse di sorpresa nessuno; a tutti, familiari compresi, sembrò l’epilogo più naturale di quel legame che appariva già così intenso.

Qualche mese dopo, in uno dei vicoli di Spaccanapoli Remo fu insistentemente avvicinato da una zingara.  Aveva  vesti variopinte lunghe e  una sacca agganciata al collo,  colma di collanine, amuleti, macumbe, finto corallo e varie cianfrusaglie.

Voleva vendergli qualcosa ma Remo  l’aveva respinta più volte con fastidio,  finché lei lo sfidò apertamente: “ Si ti dico nome di tua ragazza, compri collanina?”.

Non avrebbe voluto, tirò dritto ma la giovane gli tenne dietro ed all’improvviso gli afferrò la mano.

“Il tuo amore si chiama Luisa.”

Remo pensò che  se avesse tirato ad indovinare avrebbe potuto dire Maria, Concetta, Anna, uno  dei classici nomi napoletani, ma Luisa... come aveva potuto...?

La guardò per un attimo smarrito ed infine le allungò degli spiccioli in cambio di un braccialetto e proseguì verso la sua meta accompagnato da uno strano ma beato turbamento. Quell' episodio, ammantato di una magia spicciola, colpì la sua fantasia e lì rimase.

Remo entrò all’Accademia d’arte drammatica, mentre Luisa alternava i suoi studi classici al Conservatorio. Luisa non era nata per le classiche prospettive piccolo borghesi ed il tran tran. Remo scoprì poco a poco la sua voglia di trasgressione e quel futuro – lui attore e lei concertista – la soddisfaceva in pieno.

Non mancava di fantasia, Remo, istintivamente portato al gesto clamoroso o in ogni caso fuori dell’ordinario, ma l’esigenza che avvertiva in Luisa di un rapporto non standardizzato lo costringeva ad una tensione continua senza la possibilità di abbassare la guardia.

Gran temperamento d’artista, estroversa ed imprevedibile Luisa andava accettata per quello che era, senza la pretesa di modificarne il carattere e gli atteggiamenti. Passionale, generosa nel donarsi senza condizioni, non riusciva ad accettare intorno a sé individui avari di slanci, scontati e privi d’immaginazione. Era faticoso rapportarsi con lei ma chi ci riusciva assaporava, in un’osmosi d’energia, il gusto di vivere in pienezza quei momenti.

 

Nonostante questa sua intensa voglia di trasgressività, Luisa a volte lo sorprendeva con comportamenti da ragazza romantica e all'antica.

Il sole era già cocente e si era soltanto a giugno. Procida splendeva in mezzo ai riflessi del mare e Remo pensava che su quella barca c'era tutto il suo mondo.

"Guarda, c'è una grotta!", gridò Luisa. "Dai, entriamo".

Remo sorrise di quell'entusiasmo contagioso e diresse la prua verso la scogliera. Entrarono in un mare turchese e dentro li accolse un paesaggio fiabesco. C'era una piccola spiaggia di sabbia. Accostò la barca e scesero. Lì il clima era decisamente più fresco. Non c'era nessuno, le rocce rimbombavano delle loro voci.

Remo l'attirò a sé e si lasciarono cadere sulla rena chiara. Non erano mai stati così soli. Presto l'abbraccio divenne qualcosa di più, i baci qualcosa di più e si trovarono di fronte al desiderio vero. Luisa era una ragazza passionale, ma fino a quel momento mai era accaduto che fossero così vicini a fare l'amore.

“No, Remo, non andiamo fino in fondo. Aspetta." - gli sussurrò lei.

Remo si fermò, con uno sforzo. Non nascose il suo stupore. In quegli anni Sessanta la verginità non era più quel valore sacro di poco tempo prima e pensava che Luisa, così trasgressiva, non avrebbe certo perso tempo per affermare la sua modernità.

E invece lo sorprese.

“Potrà sembrarti strano ma io credo che la verginità sia un valore da riservare ad un amore adulto. Siamo insieme da poco e mi sembrerebbe di svenderlo.”

Remo non disse nulla. La baciò. Era fatta così, contraddittoria, sempre controcorrente. E lui l'amava anche per questo, perché decideva con la sua testa, rivendicando il suo diritto a non seguire le mode.

Un anno dopo, quando arrivò il momento magico, lui seppe che era accaduto perché Luisa lo desiderava davvero. 

 

Il tempo passava, Remo incominciò a recitare da professionista e lei veniva chiamata a tenere concerti via via più importanti. Il tempo per stare insieme si diradava, spendevano capitali in bollette telefoniche e sfruttavano ogni momento libero per stare insieme e il loro rapporto sembrava divenire sempre più intenso.

Poi era arrivata inaspettata quella chiamata alle armi.

A nulla valsero raccomandazioni e giochetti: nel giro di pochi giorni Remo dovette interrompere uno spettacolo e infilarsi la divisa.

Quindici mesi all'alba….

 Così si ripeteva Remo in una serata di Libeccio freddo che, nel tempo, era riuscito a piegare i pini marittimi sul lungomare Versiliano. Spirava tenace infilandosi impudicamente nei varchi dei vestiti e ti si rigirava addosso lasciandoti senza difese,    la pioggia intermittente era un vero e proprio stillicidio, che non sapevi se aprire l’ombrello o chiuderlo e le giornate (che alle cinque era già buio fitto) favorivano una generalizzata anche se impalpabile tetraggine.

Remo era impalato nella garitta della caserma di Livorno e, come sempre gli capitava, era solo fisicamente intento al suo compito di sentinella mentre la mente vagava lontano dalla divisa, dall’elmetto e dal quel fucile che impugnava immobile nella posizione d’ordinanza.

Proprio in quelle ore Luisa a Lucca, a pochi chilometri di distanza, era impegnata da cantante solista in un concerto jazz e lui non era riuscito ad ottenere il permesso di poche ore per starle vicino.

Non le aveva promesso niente, confidando di farle una sorpresa, ma il capitano era stato irremovibile: non era assolutamente possibile modificare i turni di guardia.

Erano solo trascorsi quattro mesi, da quando era stato chiamato alle armi, ma avrebbe dovuto già conoscere quali erano i meccanismi irrazionali che governavano quella vita; era bastato far trapelare quanto quella brevissima licenza richiesta fosse desiderata per far scattare il rifiuto.

Un meccanismo perverso giustificato dalla necessità di evidenziare quanto, in quell’ambito, dovesse essere cieca l’ubbidienza ; per Remo invece, e non solo per lui, solo una prova gratuita di sadismo ed un’esercitazione del potere come sopruso senza senso. Uno scatto sull’attenti per l’entrata del colonnello e poi in posizione stereotipata di riposo.

Se il concerto era iniziato all’ora prestabilita in quel momento Luisa sarebbe stata impegnata a concedere il bis: di norma cantava “The man I love” di Gerswin.

L’aveva eseguito anche quella volta che, all’Arena di Fiesole, insieme avevano effettuato uno spettacolo recital. Si erano alternati sul palco, lui recitando poesie d’amore e lei con un repertorio romantico in occasione del tradizionale spettacolo di primavera. Le aveva inviato un cestino di rose rosse, due per ogni anno insieme, ma quanto avrebbe preferito con quel fascio fare una sorridente irruzione nel suo camerino come sempre era accaduto...

Ora invece era solo una sentinella malinconica, dentro una garitta con un groviglio di pensieri che gli mulinavano in testa e quelle note di Gerswin che risuonavano familiari nelle orecchie.

Ancora quindici mesi all’alba...

 

Finirono, ritrovò la sua Luisa ma non il suo lavoro. Si era eretta una diga quasi insormontabile: Remo era rimasto per troppo tempo fuori dal giro e, come se non bastasse, era sopraggiunta una grossa crisi nel teatro. Il calo di spettatori aveva mietuto vittime illustri e persino lo Stabile aveva chiuso i battenti. Furono giorni amari per Remo, che non riusciva a riannodare gli antichi legami e cominciò a disperare di non poter riemergere.

Non volle scendere a compromessi e dovette accontentarsi per circa un anno di ruoli secondari, rappresentazioni saltuarie e malpagate ed addirittura di scritture che lo vedevano come presentatore in spettacoli di piazza nelle sagre paesane.

Ricominciò a frequentare l’associazione cattolica giovanile di volontariato. Erano gli anni ferventi che seguivano il Concilio, quasi una rivoluzione per la Chiesa, e Remo aveva bisogno di impegno ed entusiasmo. Direttore spirituale ne era don Marco, dinamico quarantacinquenne, progressista ed impegnato in quella che era l’opera d’evangelizzazione quasi rivoluzionaria proposta dal Concilio.

A prima vista, magro e basso di statura com’era, naso pronunciatamente aquilino e spessi occhiali da vista, non suscitava una grande impressione ma bastava sentirlo argomentare con la passione che gli era abituale per rimanerne soggiogati.

Anche Luisa entrò a far parte del gruppo e la sua vicinanza fu di grande conforto a Remo in quel periodo amaro. Lo incoraggiava, gli ripeteva di non mollare e sempre riusciva a farlo sorridere e a riempirgli il cuore.

 

Partecipò al concorso di malavoglia, senza nutrire alcuna speranza, per assecondare i desideri di suo padre. Ci fu costretto in qualche modo, dato che da tempo doveva far ricorso all'aiuto economico della famiglia per sopravvivere. 

La lettera d’assunzione lo spiazzò del tutto.

Un posto in banca. Le prospettive economiche erano delle più allettanti. Pensò che in fondo poteva essere un buon modo per rendersi indipendente, in attesa di tempi migliori. Pensò che in fondo era giovane, non sarebbe stato per tutta la vita. Ne parlò a lungo con Luisa, e decisero di comune accordo che quella strada andava perseguita in attesa dell’evolversi della situazione.

Fu così che lasciò Napoli e si ritrovò,  nella nebbia di Rovigo, a lavorare fianco a fianco con tutti quegli stereotipi negativi sui quali in passato aveva fatto, anche in cabaret, dell’ironia. Per sfuggire a quel tran tran arido e insopportabile entrò in una compagnia di teatro sperimentale, senza mezzi e senza futuro.

E quasi ogni fine settimana correva a Napoli, tra le braccia di Luisa. Gli era indispensabile per affrontare la settimana successiva. Ritrovava anche la famiglia, Don Marco e il suo gruppo, gli amici. Organizzò, dopo qualche tempo, una cena di gruppo per festeggiare l’incasso della sua prima gratifica ed in un ristorante sulla collina di Monte di Procida si sottopose ai frizzi ed agli sfottò degli amici tra il susseguirsi delle varie pietanze a base di pesce e la mescita abbondante di un fresco vinello bianco della zona.

Più tardi, solo con Luisa nella sua scalcinata giardinetta, tra una battuta e l’altra, si cimentarono in improbabili cori con le classiche canzoni napoletane e cantarono più volte “ Volare” che era assurto a colonna sonora, da sottofondo, al loro rapporto.

Giunti sotto casa di lei, Remo estrasse dalla tasca un pacchettino e glielo porse.

Lei lo guardò sorpresa e lentamente cominciò a scartocciarlo nel silenzio interrotto solo dal leggero rumore del foglio che si svolgeva.

Anche al debole chiarore del lampione che illuminava l’abitacolo risaltò il bagliore di quel piccolo brillante incastonato nell’anello che le aveva regalato.

“Non dovevi... E’ bellissimo... Grazie.”

Un abbraccio, un lungo bacio ed i sensi che palpitavano.

Il giorno dopo alla stazione, insieme, stretti l’uno all’altro incuranti della tristezza di chi non aveva nulla da dirsi, persi tra quelli che arrivavano e tra quelli che partivano, indifferenti a quegli sguardi che li scavavano, sordi al gracidare degli altoparlanti ed allo stridore dei treni che transitavano, teneri tanto da suscitare invidia in quella vecchietta che li aveva sfiorati e che continuava, rigirandosi, a fissarli, attesero l’arrivo del treno pronti a recitare la solita scena della salita e discesa dal predellino, sino all’ultimo momento, per un abbraccio, sino a quando l’ultimo bacio non avesse coinciso con lo strattone iniziale della locomotiva.

Il treno sfilava veloce in quel paesaggio che gli era familiare e lo riportava al nord mentre   sentiva ancora il suo profumo, il suo calore e sulle labbra il sapore di quei baci.

 

Quella stessa sera le telefonò, ma non la trovò in casa. Era a studiare da un'amica, gli dissero.  Stava cenando quando venne chiamato al telefono e si precipitò nella cabina.

Ma non era Luisa.

Era suo padre.

“Che tempo fa? com’è andato il viaggio?”

Frasi banali e Remo ebbe subito la sensazione che il tutto facesse da premessa a qualcosa di più concreto e forse preoccupante.

“Che cosa c’è, babbo, perché mi hai telefonato?”

“Non so da dove cominciare, Remo... Stamani mi ha telefonato don Marco e mi ha pregato di raggiungerlo nel suo studio nel pomeriggio.”

“Don Marco? E che voleva?”

“Io non so proprio perché abbia deciso di parlarne con me e non con te. Mi ha pregato di dirti di non stare più a chiamare Luisa. La vostra storia è finita. Lei non ne vuol più sapere...”

“Finita? Luisa... Ma com’è possibile?”

“Non lo so... Non so che dirti... Gliel’ho anche chiesto, ma non mi ha detto nulla di più...”

“Ma se ieri sera e stamattina...”

“Senti,  Remo, so che cosa stai provando Non so spiegarmi il perché. Avevo deciso di non parlartene e di costringerla a farlo di persona ma alla fine, poiché ho la sensazione che sotto ci sia qualcosa di contorto, ho voluto metterti sull’avviso. Non ti troverai impreparato quando, com’è giusto, pretenderai delle spiegazioni.”

“Hai fatto bene... Hai fatto bene... Dio mio, non ci capisco più niente...”

“Cerca di stare sereno... Ci soffrirai ma la tua vita non finisce qui. Sei giovane! Un abbraccio caro anche da mamma che è qui vicino e mi raccomando...”

“Buona notte, babbo.”

“Buona notte, Remo.”

Immobile, ancora con la cornetta tra le mani, nel disorientamento più totale Remo si appoggiò alla parete e subito dopo si piegò su se stesso costrettovi da uno spasmo doloroso alla bocca dello stomaco.

Quando il dolore glielo consentì apri la porta e chiese che gli fosse data la linea telefonica. Febbrilmente compose il numero di telefono di Luisa ma il trillo all’altro capo risuonò a lungo senza risposta.

Provò a telefonare a don Marco, ma dal centralino gli dissero che era partito improvvisamente per Roma e che non si sapeva quando sarebbe rientrato.

Nei giorni successivi, nonostante cogliesse ogni attimo libero per comporre quei numeri, non riuscì a stabilire alcun contatto. Cominciò allora a tempestare di telefonate gli amici che si limitarono a biascicare monosillabi ed a sostenere che non sapevano nulla.

Avrebbe voluto mandare all’aria i suoi impegni d’ufficio, correre a Napoli per dipanare la matassa, ma proprio quando stava per farlo si ritrovò sulla scrivania una busta gialla pervenutagli in banca.

Conteneva un foglio di giornale con una lettera di accompagnamento.

Caro Remo, avrei potuto parlartene al telefono quando mi hai chiamato ma non me la sono sentita di darti io per primo la notizia. Ora che è tutto evidenziato anche nella pagina di cronaca locale, t’invio il foglio in cui troverai la soluzione a tutti i tuoi interrogativi. Ti abbraccio e ti sono vicino, Giacomo.

Spiegò con frenesia la pagina e non gli ci volle molto per trovare quello che cercava.

A centro pagina ed in bell’evidenza il titolo: “Scandalo diocesano; un parroco scappa con una giovane cantante. Segreto il loro nascondiglio.

L’articolista, anche se citava solo le iniziali dei due protagonisti, si dilungava sui vari commenti, sulle pruderie che l’avvenimento aveva provocato e nel finale accennava ad un fidanzato della ragazza, di cui ometteva il nome, in preda allo sconforto.

Remo girava e rigirava tra le mani quel foglio mentre montava nel petto uno squasso terribile.

Dovette riporre tutto nel cassetto perché nel frattempo si era formata una lunga fila di clienti allo sportello e meccanicamente cominciò ad operare assolutamente privo di quella tensione che il maneggio di danaro avrebbe richiesto.

Gli si era disintegrato tra le mani non solo un amore ma tutto un mondo di concrete solidità a cui si era incondizionatamente affidato; alle sue spalle solo cumuli di macerie. “Signor cassiere, guardi che mi ha dato cinquantamila lire in più”.

L'anziana signora, allo sportello, onestamente gli restituiva le cinque banconote in più che si era ritrovata tra le mani.

“Grazie mille, signora. Mi scusi ma oggi non sono in perfetta forma.”

“Si vede, si vede cassiere. Ha una faccia...”

Rintanato nella sua cameretta, lesse e rilesse quelle righe finendo poi per scoppiare in un pianto dirotto ed irrefrenabile; da solo, in quel letto a piangerla e lei, non più sola nel suo. Si dice sempre che il versar lacrime sia liberatorio ma alla fine Remo si ritrovò lucidissimo a coltivare un sentimento che non credeva poter alimentare: l’odio.

Con una freddezza ed una meticolosità per lui innaturali cominciò a distruggere tutte le reliquie che erano appartenute alla sua storia d’amore. Le foto, il fiore appassito e le lettere ardevano, una dopo l’altra, in un liturgico e macabro cerimoniale in quella ciotola sul comodino: sacrificio estremo al nulla che ora simboleggiavano.

Refrattario ad ogni tentativo di aiuto si era rinchiuso in se stesso quasi crogiolandosi nel dolore che continuava a provocare fitte lancinanti.

Non aveva altri punti di riferimento simili che potevano servirgli da esperienza consolatoria, Remo; all’infuori di qualche flirt da ragazzino, aveva amato solo Luisa.

Cambiò rotta il giorno in cui gli telefonò Gianni, l'amico di sempre ma anche il fratello di lei. Remo mentì: disse che se l’aspettava, che il suo amore era ormai ridotto al lumicino e che quello che era avvenuto gli aveva risparmiato il doloroso compito di porre fine alla relazione.

Sentiva che non avrebbe sopportato il bla bla bla di circostanza, le pacche sulle spalle di commiserazione e quel rituale funerario che si sarebbe messo in moto.

L’odio che covava sarebbe rimasto un suo indivisibile patrimonio, chiuso in un cofanetto al riparo di tutti i tentativi di rimuoverlo. Avrebbe voluto raggiungerli, affrontarli a faccia a faccia ma un’impennata d’orgoglio glielo impedì.

Non rinunciò però a formulare ipotesi, a tentare di darsi una spiegazione, il più possibile consequenziale, di quel naufragio amoroso. E alla fine la trovò.

Un impiegato di banca gradito ai genitori: che cosa c'era di meno trasgressivo? Di più banale e prevedibile? Per Luisa, l'essere un frutto proibito aveva un fascino intrigante e allora come stupirsi della sua nuova scelta? Un sacerdote, uno scandalo. Ma quando la trasgressione fosse divenuta normalità, che cosa ne avrebbe fatto Luisa di quella storia?

Remo era sempre stato consapevole dello spirito ribelle ed anticonformista di quella ragazza, ma confidava nella tensione che animava il suo amore anche se non si nascondeva le difficoltà e la fatica per poterne assecondare in futuro quelle esigenze.

Abbagliato dai sentimenti, non aveva mai  visto l’immaturità che aleggiava in tutta una serie di comportamenti passati e che  veniva evidenziata da questa storia maturata in un clima di leggerezza e trasgressione.

Quello che però non riusciva a spiegarsi - la fine di un amore per quanto lacerante ed inaspettato è nella logica,  nell’evolversi della vita e può anche con dolore essere accettato - era perché in quel modo, con assoluto disprezzo e mancanza di lealtà.

Di questo non se ne fece mai una ragione e  di questo avrebbe voluto che gliene rendessero conto.

 

Gli anni passarono. Remo ricominciò a vivere, si sposò, mise su famiglia.

Seppe che anche loro si erano sposati regolarmente in chiesa, dopo che lui aveva ottenuto la riduzione allo stato laico e che poco dopo avevano messo al mondo una bimba. Anche se aveva sempre sognato che da quel grembo fosse nato un figlio con le sembianze su cui aveva sempre fantasticato, non avvertì  gelosie di sorta. Era finita.

Don Marco – ora Dottor Marco -  lo incontrò una volta, sulla metropolitana di Roma. Un gioco del destino, perché Remo era lì per caso, un corso d'aggiornamento della banca. Ci fu un attimo d’imbarazzo che l’ex sacerdote tentò di esorcizzare con un debole sorriso e prendendo la parola.

“Ciao. Come stai? ho saputo che sei sposato ed hai uno splendido figlio...”

Avvizzito ed invecchiato molto di più di quanto avrebbero giustificato i suoi  cinquantacinque anni , lo fissava sfoggiando un sorriso stereotipato.

“Io benissimo. Si tira avanti. Scusami, devo scendere alla prossima...”

Era sceso ad una fermata qualsiasi, Remo, molto prima di quando avrebbe dovuto, sentendosi incapace di sciorinare le solite tre o quattro insulsaggini con un individuo che, ancora una volta, si rifugiava in una banalità untuosa  per sfuggire ad un chiaro confronto.

Lanciando uno sguardo ai vagoni che proseguivano Remo si chiese se veramente valesse la pena di continuare a coltivare quest’odio verso uno spretato con cui già lo scorrere degli anni si era rivelato impietoso e che gli era apparso solo come una nebulosa caricatura dell’uomo che aveva apprezzato molto tempo  prima.

Poi, un paio d'anni dopo, gli arrivò inattesa la telefonata di un conoscente.

Luisa era morta. Di cancro, a trentaquattro anni. Sola, gli riferì, perché aveva scacciato il marito dalla sua stanza d'ospedale. "Fottiti!", aveva detto a Marco. Quell’unica, agghiacciate parola.

Remo era in campagna con la famiglia, ospite di un amico e sentì il bisogno di isolarsi per un attimo dal resto della combriccola. Si portò nel boschetto vicino e sedette su di un tronco d’albero reciso, solo con i suoi pensieri ed in attesa. In attesa  che inevitabilmente il dolore lo avviluppasse nelle sue spire.

Ma non venne: quella morte gli scivolava addosso come le tante che apprendeva dalla cronaca, aridamente. Alla fine dovette arrendersi all’evidenza: quella parte di dolore che le doveva essere riservata  si era nel tempo esaurita, prosciugata.

Non c’era rimasto niente; per lei che se n’era andata nemmeno una lacrima.

 

E adesso era lì. Luisa. Col sorriso di allora che bucava il cuore. Non avrebbe tollerato di invecchiare, Luisa, morta di cancro a trentaquattro anni. Sola, come gli aveva riferito quella telefonata, perché aveva scacciato il marito dalla sua stanza d'ospedale.

Un giorno dei Santi di un anno qualunque, nel cimitero di Capodichino per mettere un mazzo di crisantemi sulla tomba di famiglia,e  uno scroscio di pioggia l'aveva spinto a ripararsi proprio lì, sotto la tettoia della cappella dove riposava Luisa.

Non sentiva più The man I love, chiuse gli occhi, si concentrò ma si accorse che non ricordava più neppure una nota. Eppure si sentì invaso da una tenerezza senza fine.

Cominciava a spiovere.

Remo deglutì forte per scacciare le lacrime, si chinò a regalarle il fascio di crisantemi che stringeva fra le mani  e poi se ne andò.

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SiSal

(primo  premio AEDO di Napoli)

 

Le nuvole si rincorrevano buffamente nel cielo di un celeste eccessivo e prendevano forme e sembianze che di volta in volta alimentavano le fantasie dei ragazzi che, dal piazzale antistante alla scuola, le fissavano.

- I cirri! I cirri!

Con una voce gracchiante improvvisamente uno di loro rifece il verso all’insegnante di scienze e tutti si ritrovarono a sghignazzare.

Era indubbia la volontà  di esorcizzare quella tensione che li accomunava nell’attesa dei risultati scolastici

Da lì a poco, con la meticolosa liturgia che gli era abituale e fissandoli  con bullette riciclate, il bidello avrebbe reso pubblici i vari tabulati affiancandoli nelle bacheche.

Si erano diffuse le solite anticipazioni (all’arrivo delle quali si erano già consumate le patologiche scene isteriche) ma quei momenti trascorsi tra le “voci” e l’affissione dei “quadri” alimentavano ancora residui di speranze. 

Silvia e Salvatore, detti anche SiSal perché sin dalla prima media erano inseparabili (lì s’incontrava sempre mano nella mano, quasi in simbiosi...) seduti sul prato, avevano abbandonato la presa ed abbrancate le ginocchia vi avevano poggiato il capo pensieroso.

Per loro, infatti, sussisteva anche un ulteriore problema: quello di coppia.

Nello stesso banco da cinque anni ora un risultato ineguale avrebbe cumulato punizione a sofferenza.

Per allentare l’ansia crescente e quasi in un rito propiziatorio   Andrea continuava nervosamente a lanciare sassi su di un barattolo di latta.

Affidava alla percentuale di centri effettuati una premonizione sul suo destino scolastico.

Elisabetta, da sempre ritardataria per l’assoluta necessità di affidare ad un impeccabile aspetto esteriore l’antidoto ad insicurezze ataviche, oggi si ritrovava puntualissima nell’attesa e, seduta sulla panchina e sulle sue mani, dondolava le gambe lasciando una doppia traccia sul pietrisco sottostante.

Il pennarello di Piero con una lunga militanza nell’aggressione di muri, pareti e banchi continuava nella sua opera schizofrenica sulla colonna del porticato ma la lucidità e la genialità dei suoi tipici graffiti si erano disciolte in una stucchevole sequela: "Piero- Piero - Piero -...”.

- Da chi l’aveva saputo Gaetano che c’erano cinque respinti?

Gino ruppe il silenzio ma la risposta tardava ad arrivare.

- Siete diventati tutti muti?.

- Ha dichiarato che non lo poteva dire... Che gli era impossibile far nomi per non compromettere l’informatore.

Paolo, che aveva telefonicamente allarmato i compagni, avvertiva la scarsa salivazione e la necessità di ridurre al minimo la conversazione.

Il sentore (qualcosa in più di un presentimento) di essere nella cinquina gli faceva intravedere un futuro al fianco del padre tra mortadelle e formaggi giusta la minaccia che da sempre gli era piovuta addosso a ogni insufficienza.

Il suo aereo (aveva da sempre sognato di diventare pilota) s’inabissava, fatalmente, in un vassoio d’insalata russa da cui il decollo si sarebbe rivelato molto improbabile.

Un calpestio nell’atrio della scuola fece lo stesso effetto della pistola di uno starter.

Dodici sprinter si catapultarono verso l’entrata ancora sbarrata dell’edificio.

La figura ieratica di don Mimì si aggirava con grossi fogli in mano dirigendosi verso la parete, completamente coperta da bacheche, che si trovava sulla destra della scala.

Dodici visi spiaccicati sul vetro del portone...

I moduli da esporre erano poggiati sul tavolo e iniziava una meticolosa opera di rimozione di circolari, avvisi e foglietti con il susseguente recupero di puntine da disegno.

Avrebbero voluto rumoreggiare per farsi aprire ma sapevano tutti che, per nulla al mondo, il bidello anziano Domenico Izzo avrebbe rinunciato alla sua tradizionale esercitazione di sadismo.

“Cambio la mia bici seminuova e la collezione di Tex Willer con motorino anche usato.”:

Giorgi vedeva il suo annuncio seguire gli altri nel cestino.

Un’improvvisa folata di vento portò sui ventiquattro polpacci il brecciolino più minuto senza provocare apprezzabili segni di reazione.

La prima tabella, intanto, era stata fissata sulla parte sinistra della bacheca in modo tale che proprio la colonna con la sintesi di quelle precedenti venisse in gran parte nascosta dal legno sporgente.

- Non mi sembra di vedere linee rosse...

- Guarda che due anni fa le linee rosse non c’erano!

- No, no... RESPINTO, lo scrivono sempre in rosso!

I visi schiacciati sul cristallo, le mani arcuate  sugli occhi nel maldestro tentativo di evitare il riflesso che il sole provocava sul vetro della porta d’ingresso, per carpire e quindi anticipare un verdetto che campeggiava a quindici metri di distanza.

Un gruppo di ragazzi con  i muscoli tesi ed il cuore in tumulto...

 

- Come sempre, non hai capito niente!

Glielo aveva quasi gridato sul viso in fondo alle scale, Silvia, dopo quella festicciola da ballo in famiglia e lui l’aveva guardata con stupore senza neanche accennare ad un tentativo di risposta.

Dopo la fine di quel loro flirt adolescenziale e la bocciatura di Salvatore si erano quasi persi di vista e solo da un paio d’anni, frequentando la stessa combriccola, s’incontravano più spesso.

In Silvia si era risvegliato un certo interesse nei confronti di Salvatore e col tempo era maturato un sentimento più profondo. 

Dopo i diversi segnali che lei gli aveva lanciato in quei mesi e che lui non aveva colto, dopo vari tentativi andati inspiegabilmente a vuoto, aveva deciso che era giunto il momento di giocarsi tutte le sue carte quel pomeriggio. 

La combriccola si era ritrovata nel pomeriggio a casa di Maria e Si erano ritrC’era stata la solita riunione domenicale Erano in programma i soliti quattro salti con ritmi Durante il ballo, al suo invito, non aveva atteso che le cingesse la schiena con un braccio e le stringesse, con la mano libera, la sua e gli si era avvinghiata abbracciandolo strettamente.

Aveva sperato che le braccia di Salvatore avessero seguito quella sfacciata indicazione ed era rimasta nell'attesa di sentire la loro calda pressione sulla schiena e sui fianchi ma inutilmente; il tocco invece era stato come sempre pudico ed anonimo ed il suo esplicito messaggio era rimasto senza risposta.

Quell’amore, l’immenso amore che attendeva di riversare su di lui, le era rimasto nel cuore a tormentarla a lungo ed a rendere meno credibili le sue successive esperienze sentimentali.

Era, infatti, sicura, sicurissima, di avvertire anche in lui una predisposizione, un amore che oltrepassava i margini di quello che era stato, tra loro, prima un flirt e poi una lunga amicizia. 

Sentiva che avevano perso una grand’occasione per indirizzare la loro vita su di un percorso non anonimo come quelli che invece, entrambi, si erano poi trovati a percorrere. 

Delusa e colpita nell’orgoglio lo aveva successivamente evitato con cura e dopo due anni aveva risposto di sì alla proposta di fidanzamento che le era venuta da Piero, il fratello della sua più cara amica, cercando inutilmente di sopire, in quel nuovo rapporto, il rimpianto che portava dentro.

Di solito gli amori finiscono, anche traumaticamente, quando si prende atto che, sul proprio o sull’altro fronte, quel fuoco iniziale si è ridotto a pochi tizzoni, che lentamente si trasformano in cenere, ma nel suo caso questa controprova non c’era mai stata. 

Era tutto rimasto nel vago, nel limbo dei dubbi, ed aveva acquistato la concretezza di un’occasione perduta.

Piero, pur con tutta la disponibilità e l’affetto con cui la circondava, non era riuscito ad evitarle di portarsi dietro quel rammarico che le aveva, di fatto, impoverito la vita anche se, nonostante ci fossero tutte le premesse, Silvia non era stata capace di trasformare quell’amore mancato in rancore. 

Una domenica di maggio, dopo che per trent’anni si erano totalmente persi di vista, Silvia se lo ritrovò davanti, all’uscita della chiesa, in abito grigio che attendeva, insieme agli altri invitati, l’uscita della propria figlia andata in sposa.

I loro sguardi si erano incontrati attraverso la pioggia di riso che, beneaugurante, cadeva sulla coppia novella e molto naturalmente si erano sorrisi.

Non aveva alcun nesso logico quel sorriso ma aveva messo in moto un carosello di profonde e piacevoli sensazioni in contrasto con una realtà che avrebbe preteso scintille.

- Ciao.

- Ciao. E’ tua figlia?

- Si. La maggiore.

- Auguri.

- Grazie.

Banalità assolute, espressioni ipocrite, con la fortuna che la situazione non concedesse altri spazi.

Poco prima di arrivare alla località delle Grazie, dalla piazzola situata nella curva a gomito da cui si poteva ammirare il paesino e l’imponente fortezza, utilizzata ora come caserma della Marina Militare, c’è un ripido viottolo che porta sugli scogli e Salvatore, pescatore molto dilettante, vi si recava almeno due volte la settimana per rinnovare i suoi tentativi di pesca.

Non gli era andata mai troppo bene (qualche bavosa, una triglietta ed alcuni pesci arlecchino) ma quell’attesa solitaria sullo scoglio lambito dal leggero sciabordio dell’acqua gli serviva a scaricare le tensioni: un effetto terapeutico rilassante.

Quella mattina aveva lanciato l’amo con l’esca il più lontano possibile e poi, nell'attesa, si era immerso nella lettura del quotidiano.

Improvvisamente la canna si era flessa in avanti verso il pelo dell’acqua ed aveva incominciato a vibrare freneticamente ed allora lui si era catapultato su di essa impugnandola ed azionando, eccitato, il mulinello per recuperare la preda nel più breve tempo possibile.

La lenza si avvicinava sempre più rapidamente allo scoglio mentre la punta della canna guizzava nell’aria con scatti bruschi.

E’ in quei momenti che la pesca vive i suoi attimi più intensi: la preda che si dibatte e che tenta di sottrarsi ed il pescatore che adotta tutte le precauzioni perché questo non avvenga.

Aveva imparato che il filo avrebbe dovuto essere sempre in tensione, per non poter permettere al pesce il salto in avanti che gli avrebbe consentito di staccarsi dall’amo, e quindi riavvolgeva la lenza intorno alla bobina più in fretta che potesse.