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Feio

V.
1
Non era in grado di dire come e quando fosse successo, sapeva solo che si
era innamorato di lei, ed era tutto così difficile.
Difficile e meraviglioso.
Il suo sorriso, il suo sguardo, il suo modo di parlare: tutto in lei era
così bello da far male, così intenso da aver voglia di piangere, così
coinvolgente da desiderare di mollare tutto, abbracciarla e dirle che non
sarebbe mai più stata sola, che aveva voglia di renderla felice.
Ogni volta che stava con lei, ogni volta che si parlavano, si stupiva per
quanto tutto fosse così bello, immediato, solare e limpido.
Con lei riusciva a parlare di tutto, riusciva a dire cose che non avrebbe
mai immaginato di saper dire con una stupefacente naturalezza, era in
grado di sorridere con sincerità e di emozionarsi anche solo per un suo
sguardo.
Ogni paura spariva ed anche le sue insicurezze non lo tormentavano più.
Anche lei sembrava notarlo, glielo aveva anche detto: “Mi sembri un uomo
più che un ragazzo” furono le sue parole; non faceva che ripensare a
quella frase, gli piaceva ripetersela, era una delle più belle cose che
avesse mai sentito, un inno alla vita, una speranza, una preghiera.
Insomma, era la felicità. E come tutte le felicità mieteva già le sue
vittime.
2
Il telefonino squillò in quel noioso pomeriggio invernale; il tempo per
Alessio non passava mai e la noia lo aveva indotto a rifiutare ogni invito
ad uscire rivoltogli dagli amici.
Il telefonino squillò ed una piccola scossa, come il più leggero dei
pugni, percosse il suo stomaco leggendo quel nome sul display: VALERIA.
Gli sembrò una cosa meravigliosa, quasi un miracolo; in quel momento
persino una luce fredda e a tratti spettrale come quel verde del telefono
sembrava accendersi di speranza.
La telefonata fu brevissima, come sempre.
“Sono vicino a casa tua – disse lei – ti va di vederci?”.
“Ci vediamo tra dieci minuti, il tempo della strada”, fu la sua
risposta.
Era bastato un attimo e tutta la tristezza, l’incertezza, la pigrizia e
la noia di quel pomeriggio erano scomparsi.
Uscendo dal portone si accese una sigaretta e si accorse, non senza una
sensazione di stupore, che stava canticchiando fra sé e sé: era felice.
In pochissimo tempo, quasi correndo per una inspiegabile paura di
perderla, raggiunse il luogo dell’appuntamento.
Appena la vide, appoggiata ad una macchina con aria pensierosa, Alessio si
stupì notando di avere rallentato il passo: gli piaceva vederla non
visto, così seria e riflessiva, più bella che mai.
Aveva voglia di fermare il tempo, dilatare quell’istante meraviglioso
che precedeva il loro incontro: gli sguardi si trovavano, i sorrisi
danzavano tra loro e finalmente arrivava quel bacio e quell’abbraccio
che si scambiavano sempre, così caldi da spaccare il cuore.
3
Sorrideva Alessio ascoltandola parlare della sua giornata, di cosa aveva
fatto, di chi aveva visto.
Era contento di averla al suo fianco, le parole di Valeria avevano la
funzione di calmarlo, dargli una speranza, fargli credere che in fondo
tutto era possibile.
Camminavano l’uno affianco all’altra; lui la guardava, seguiva con
attenzione ogni sua parola, ogni suo gesto. Sorrideva cercando di
sincronizzare la sua andatura a quella di lei, inciampando continuamente
in una folle corsa in cui la meta non importava, era sufficiente stare
insieme.
Era tutto perfetto: ogni parola, ogni risata, ogni movimento arrivavano al
momento giusto, si intrecciavano e si completavano.
Era festa quel giorno ed i due vagarono a lungo per le strade del centro
alla ricerca di un posto dove bere qualcosa. Quelle strade non erano
apparse mai così belle agli occhi di Alessio.
“Si potrebbe andare al bar del Viale” disse Valeria.
“Perfetto, andiamo” rispose Alessio sempre più esterrefatto
nell’udire le sue stesse parole: aveva sempre odiato quel posto, odiava
tutto di quel locale. Di solito era disposto a tornare a casa piuttosto
che mettere piede in quel “postaccio”, come lo definiva lui.
Ma oggi no; oggi era diverso; oggi c’era Valeria ad illuminare la
serata. Non esistevano “postacci” con lei accanto. Oggi quel posto era
“perfetto”. E lo era davvero.
4
“L’ultimo tavolo, siamo fortunati” disse Alessio pensando che tutto,
quel pomeriggio, andava per il verso giusto, tutto sembrava volgere in suo
favore; consapevole che comunque fossero andate le cose avrebbe continuato
a pensare che tutto andava magnificamente.
Attraversò la sala con passo sicuro ed uno sguardo colmo di un inedito
orgoglio. Si sentiva bene e aveva voglia di dirlo a Valeria; così fece e
lei lo ricambiò con il più bel sorriso che lui avesse mai visto, luce
allo stato puro.
Il tavolo in cui si accomodarono si trovava in un angolo appartato del
locale, quasi che la sala volesse proteggere il loro incontro, qualcosa
che gli spettava di diritto; quasi che la sala volesse abbracciarli e
difenderli, accompagnare le loro parole e non permettere a nessuno di
violare la loro intimità.
Tutto il piacere che aveva accompagnato il loro splendido incontro di poco
prima era niente rispetto alla bellezza di trovarsi finalmente faccia a
faccia: la meraviglia e lo stupore di potersi parlare, liberi da tutto e
da tutti, gonfi di amore e senza pensieri. Quel tavolo era il loro mondo,
almeno per le prossime due ore, e nessuno dei due aveva voglia di
scendere.
Parlarono di qualunque cosa, colti più dall’ebbrezza delle rispettive
parole che dal falso stordimento che gli innumerevoli Negroni ordinati
provocavano.
5
Solo di una cosa non riuscivano a parlare, la più difficile: Gabriele, il
migliore amico di Alessio ed ex fidanzato di Valeria,
Gabriele, che si fidava ciecamente di Alessio ed era ancora innamorato di
Valeria.
Gabriele, che ignaro di tutto forse in quel momento era al cinema o forse
poteva entrare nel locale da un momento all’altro, ponendo fine a quella
girandola di eventi in cui due persone a lui care, pur non essendosi mai
sfiorate se non col pensiero, avevano già consumato il peggiore dei
tradimenti.
Tanto grande era la felicità che Alessio provava incontrando Valeria,
quanto lacerante era il senso di colpa che lo attanagliava nelle sue notti
insonni: il pensiero dell’amico, ferito e inconsapevole.
L’amore ha due facce e Alessio le viveva entrambe, consapevole della
forza esplosiva e dolorosa che una situazione del genere si trascinava
dietro; una situazione in cui amore e fiducia, odio e tradimento, vivevano
insieme in un precario equilibrio.
6
“Mi accompagni sino alla macchina? Così poi ti lascio a casa” disse
Valeria nel momento in cui lasciarono il locale. Alessio accettò
l’offerta, non avrebbe per nulla al mondo rifiutato di godere ancora del
piacere della sua compagnia, anche se per pochi minuti. Non aveva voglia
che la serata finisse ma andava bene lo stesso: lei gli era accanto e
questa era l’unica certezza che aveva, l’unica di cui aveva bisogno.
Adorava guardarla mentre guidava: così seria e attenta, divisa tra la
strada e l’ascolto delle sue parole.
Si salutarono in silenzio con un abbraccio lungo e caldissimo.
Non c’era bisogno di aggiungere altro.
7
Tornato a casa Alessio non trovò nessuno. Ancora col sorriso sulle labbra
svuotò le tasche e si abbandonò sulla sua poltrona preferita senza avere
né la voglia né il bisogno di fare qualcos’altro al di fuori di fumare
una sigaretta e godere dei propri pensieri.
E proprio quando il pensiero di Gabriele lo stava assalendo sentì il
familiare squillo del telefonino: era arrivato un messaggio, uno di quegli
sms che un tempo disprezzava dicendo di non capire come si fa a comunicare
in quel modo. Il piacevole torpore si mutò tempestivamente in frenesia,
impazienza; si lanciò di corsa verso il telefono sperando che fosse lei e
ripetendosi che non era lei; che comunque, anche se il messaggio non era
suo, non cambiava niente.
Prese in mano l’apparecchio con mano tremante e lesse il suo nome:
VALERIA.
Lesse e rilesse il messaggio tante volte: ancora una volta era riuscita a
stupirlo con parole splendide che terminavano con un “ti voglio bene”.
Alessio andò a letto sorridendo e così si addormentò, come non
succedeva ormai da tanto tempo.
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