IL
MARE DI MILANO
È incomprensibile, ma a Milano
certe sere, tipo queste, c’è un odore salmastro, un
odore di mare e spiagge sterminate solcate dalle onde.
Emilia sta alla finestra. E lei lo vede, il mare.
Dice che è per via di tutta questa gente del sud che il
mare lo ha sempre negli occhi, lo respira nelle vene,
con il ricordo che riempie gli occhi del suo sale…
Dice che è la nostalgia che profuma di mare al sole.
Dice che tutto questo continuo andirivieni, ondate di
gente, è il mare di Milano.
Emilia ha talmente ragione; a me pare impossibile aver
pensato, anche solo una volta, a Milano senza il suo
mare. Senza avvertire il suo mare, non si può capire
questa grande signora del Sud; capovolta, come l’Italia
di qualche immigrato.
Milano non è più Milano ed è più se stessa che mai,
ribadita dalla diversità che l’ha stratificata
arricchita e derubata, degradata ed innalzata.
Milano è una città costiera, Milano ancor prima d’esser
se stessa, è un porto.
Milano è mare per eccellenza.
Ed è mare in cui perdersi per navigare, non per restare:
tutti scappano da Milano prima che possono, appena
possono, ma poi tutti la cercano e tutti sotto sotto la
pensano, la vagheggiano nella notte.
Lo smog, lo stress, le luci, i lampeggianti.
Il parcheggio introvabile, il cielo viola, grigio quando
si vede.
I palazzoni invivibili, la periferia, la mamma è la mia.
Ma poi tutti la sognano, e sognano di ballare un tango
sul lungo mare della sua periferia più degradata; perché
solo chi la sconfessa non può vivere senza la sua
sottile poesia.
Milano è una signora sciupata, ma con la forza delle
vecchie lenone, leonessa di una vita sconfessata,
affascinante nel suo stretto vestito di raso rosa dove
manca sempre un particolare… non sapresti dire quale… ma
è quel particolare che la tradisce e la rivela: Milano
non è una signora, ma una che ci prova.
Ed è il suo continuo tentativo, il suo continuo
ripartire, naufragare, singhiozzare nella notte con i
fari delle ultime corse della metropolitana “MaMMa” che
ritrova se stessa.
E stasera piango anch’io, qua con Emilia che non esiste
perché sta a Reggio con i suoi tortellini e il suo stile
di vita pienotto e rubizzo di provincia grassa, che cola
il lardo sulle biciclette in piazza.
Ferrara, Modena e Bologna la signora Emilia, è lontana.
Qua Milano, qua mare, porto dove naufragare.
Tante merci e colori, lingue
intrecciate in unico suono.
Ora è l’onda e il suo ritorno.
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Grazie
per la luce, dottor Berthuis…
Le sue mani affusolate, da monaco benedettino, bianche,
diafane un po’ inquietanti, con dita lunghissime che
sembrano non dover finire mai.
Si esprimono quelle mani, ma ciò che dicono è sinistro,
è lunare; sono più anziane di chi le possiede, sono mani
sapienti, che hanno toccato cose inaudite, e che ora
sono molto, molto stanche: pagano l’alto prezzo della
loro sapienza con una perversa malattia qual’è la noia.
Sono
mani anziane, incerte, deboli: mani “mentali” non
corporee, e forse non lo diresti perché non vorresti
fosse così.
Bianchicce, malaticce.
“Apatia
non sei mia! Con le mani ti caccio via!”
Ma qualcosa non ha funzionato: è rimasta impigliata nelle
dita quella maledetta; così lo stramazzarsi di continua
attività non ha fatto tornare quell’entusiasmo
fiducioso; quanti tesori hanno toccato quelle mani, ma
quanto è salata la contropartita, tanto che scarnifica
inaridendole, ed è più spesso estraneità: cercata,
concessa, sofferta.
Voce suadente:
fruscio di vento, foglie smosse dall’alito primaverile.
Abile incantatore,
Berthuis, mago stratega di fascinazione; l’alchimista
dei sensi e della mente.
Tra fragili alambicchi simulacri d’anime, serpeggia la
sua voce morbida e affilata a un tempo, insinua dubbi,
accarezza sogni che si fanno presto profetiche certezze:
balenìo luccicante.
Berthuis, chi non lo conosce e chi in fondo può dire di
conoscerlo?
Un mistero della natura; ricettacolo di arguzia e di
grazia, oscura serpe senza sostanza: bellissimo,
amatissimo, sconosciuto anche a se stesso.
Canta Berthuis: un canto arcano, antico come i sogni che
farai, come la speranza vuota e lucente a cui da tempo
non ti affidi più, canta Berthuis sopra il non senso,
l’angoscia, le paure con grazia e leggerezza, canta
nell’ardore e nella noia con la tua aria scanzonata,
maliziosamente gioviale.
Occhi rapaci, di tutto voraci; lucide scintille di
curiosità mai sopita.
Ti fissano i suoi occhi e sembrano aprirti panorami
impossibili, visioni d’immenso.
Spropositate distanze, colmate dalla sola presenza di
uno sguardo perso nell’altro.
Cosa mai si vedrà in uno sguardo senza alibi e alieno di
finzione?
L’essenza della natura: la miseria della fine.
La fine di te stesso, l’inizio dell’altro; ma se per
puro caso, anche se non è mai un caso, la tua alterità
si rispecchia in lui non puoi far altro che lanciare un
grido di eccitato entusiasmo, sfogando l’angosciosa
dannazione della felicità sacrilega, troppo piena per
essere di questa sola dimensione.
Oh mistero!
Oh misero verme luminoso!
Strisciandomi negli occhi mi hai posseduto, mi hai
“sconfinato” e ora sono più grande, posso comprendere di
più ora…
Oh verme adorato,
ma mi avrai salvato?
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