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Gian Piero Camera

Ricordo d'inverno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RICORDO  D’INVERNO

 

Cade la neve. Scende a fiocchi ampi, leggeri, placidi. Neanche un filo di vento a turbare l’inconsistente cascata. Tutte le cose hanno rallentato il loro ritmo, sono quasi ferme. Immobili le grandi case, gli alberi spogli, i lampioni già accesi, i tralicci scheletrici dell’alta tensione; immote, appaiono persino, le poche automobili che arrancano a fatica sulla poltiglia della strada.

Il grigio orizzonte si stende fin dove può: poi, inesorabilmente, sconfina in un nulla indistinto e plumbeo, dove addirittura i rumori perdono la loro consistenza e sembrano sfilacciarsi in mille piccole stringhe afone.

Il freddo è arrivato di colpo: ieri un grande cielo azzurro pareva liberare allegrie sopite, d’altre calde stagioni; oggi l’angusta dimensione dell’inverno stringe a morte ogni pensiero, avvinghia qualsiasi velleità di speranza, rincalza focolai di ghiaccio che credevo estinti per sempre.

E’ facile lasciarsi irretire dalle lusinghe dell’estate, coltivare l’illusione che tutto sia per sempre luce e colore. Com’è duro fare i conti con l’asprezza dell’inverno! Ogni albero sembra tendere perfide insidie e mostruose imboscate coi suoi rami contorti…

 

Cammino lentamente, facendo attenzione a rinsaldare ogni passo, con l’ombrello aperto nella mano destra e la cartella nell’altra. Il marciapiede, fradicio di neve, è un lungo nastro senza colore che conta i miei passi cauti. Qualche merlo impaurito, unica nota di contrasto tra le lenzuola di neve, fugge senza meta facendo vibrare goffamente le ali, alla ricerca di qualche cespuglio che gli offra riparo.

Quando arrivo in casa il tiepido ricordo dell’estate mi assale di nuovo, come una leggera nausea, con i suoi sentori di afe lontane, gli odori salmastri, il fragore senza posa delle cicale. Forse, mi dico, è solo un po’ di stanchezza, un leggero e momentaneo stordimento dovuto alla giornata di lavoro. Ripongo sul letto la cartella e la giacca, poi mi siedo con il volto raccolto tra le mani, faccio un lungo respiro e socchiudo le palpebre.

 

Sono le quattro del pomeriggio: Kos è un forno incandescente nel quale non trovo scampo. Il sole, alto nel cielo, ha già incominciato il suo percorso discendente ma è ancora così forte da costringermi a portare il cappello per ripararmi dai suoi raggi cocenti. L’ Aiskipljon è davanti ai miei occhi in tutta la sua vetusta imponenza, con le monumentali scalinate ed i resti di antiche colonne doriche. Qui Ippocrate volle il primo ospedale della storia d’occidente: un punto di richiamo per molti indigenti che giungevano da ogni luogo del Mediterraneo, in cerca di cure per il corpo e lo spirito.

Tutto è luce accecante e vivida: perfino le grosse pietre che mi circondano sembrano vibrare incessantemente in un fremito di torrida calura. Mi guardo attorno sospeso in una dimensione irreale: nessun turista è in giro a quest’ora, soltanto il canto monocorde e logorroico delle cicale si leva incessante tra il verde cupo dei pini di mare.

Per un momento mi trovo ad invocare un po’ di refrigerio: l’immagine dell’inverno mi passa per la testa che ribolle di pensieri infuocati. Penso alla copiosa neve del nord ed al grigio colore di certe serate della stagione fredda. Un leggero sollievo sembra sopraggiungere per un istante: la morsa del caldo si allenta e mi trovo a sorridere all’idea di questo contrasto così stridente da sembrare innaturale, quasi improponibile nel suo totale anacronismo.

Anna e Roberta salgono a fatica la lunga scalinata, io le seguo con il viso inondato da mille rivoli di sudore. Ogni gradino è una piccola conquista che ci avvicina al punto più elevato del sito. Quando arriviamo al piazzale “alto”, sulla sommità della collina, il paesaggio che si distende dinnanzi ai nostri occhi è di una bellezza struggente.

La città di Kos, adagiata sulle pendici dell’altopiano, è immersa nella cappa della calura pomeridiana. Qua e là, tra le bianche case a pochi piani, spunta qualche cipresso che la brezza di mare fa ondeggiare maestosamente. All’orizzonte, oltre il breve lembo di mare turchese, i massicci monti della costa turca hanno le sembianze di antiche, brulle sentinelle, sormontate da un’imponente nuvola bianca: forse un temporale imminente.

Il canto delle cicale - ora siamo vicini alla vasta pineta - è assordante, quasi insopportabile. Nelle ombre del pomeriggio alcuni massi adagiati tra gli aghi di pino offrono un fresco riparo dalla calura e richiamano la mia attenzione con leggere malie d’una frescura quasi fuori luogo.

 

Mi alzo dal letto e guardo dalla finestra socchiusa. Cerco un segno di luce, un’ improbabile possibilità di fuga dalle costrizioni della fredda stagione, ma i miei occhi scorgono soltanto scenari di ghiaccio, cieli senza alcuna profondità. La neve non smette di scendere, l’oscurità pervade ormai ogni cosa sottraendole colore e consistenza, togliendole tangibilità e vitalità. C’è un grande silenzio nell’aria, rotto, a tratti, dal rumore sordo di qualche automobile di passaggio.

Ritorno a sedermi sul letto, con la sera che mi entra nel cuore e nelle ossa…

 

Tra le fronde delle conifere il profumo di resina permea l’aria immobile e mi riempie i polmoni, saturando ogni mio respiro. L’ombra è gradevole e fresca, Roberta è seduta accanto a me, persa tra i suoi pensieri. Anna è più in là, ancora sotto il sole cocente, intenta a decifrare il depliant turistico in lingua inglese che stringe tra le mani.

Trascorrono alcuni minuti in una calma senza tempo e senza parole. Sono madido di sudore: i capelli mi si appiccicano alla fronte ed al collo schiacciati dal cappello di stoffa, fradicio anch’esso.

Roberta improvvisamente rompe il silenzio: mi dice qualcosa riguardo all’antica civiltà greca che abitava, millenni addietro, questi luoghi incantati.

Io le rispondo pigramente pensando al gran numero di donne, uomini e bambini che venivano all’ Aiskipljon per curare i loro acciacchi e le fatali malattie di quei tempi. Dovevano essere in molti, a giudicare dai gradini consunti di questo luogo: qualcuno con l’artrite, qualcun altro zoppicante a causa di una frattura, altri ancora doloranti per gli effetti d’una ferita di guerra; tutti, indistintamente, smaniosi di guarire al più presto, nel segno dell’inestinguibile devozione verso gli Dei dell’Olimpo.

Osservo con più attenzione il paesaggio: Kos è una città dalle sembianze dorate che risplende nella luce calda del pomeriggio, quasi trasfigurata. Ora riesco a scorgere anche l’imponente fortezza di San Giovanni, nei pressi del porto; qualche profilo di minareto, invece, mi ricorda che qui, fino al primo decennio del secolo scorso, i turchi imperversavano con i commerci, la religione e la cultura propri del mondo arabo.

Il braccio di mare che separa l’isola dal continente è un brulicare incessante di piccole imbarcazioni ed aliscafi carichi di turisti di ritorno da Bodrum, la piccola città balneare adagiata sul litorale turco.

Il caldo scema lentamente, complice anche un alito di vento che si alza dal basso: i pensieri si fanno più lucidi e pacati, il corpo si anima riacquistando energie che credevo perdute.

Anche Anna ha ceduto ai richiami dell’ombra pomeridiana; siamo tutti seduti ora, con gli occhi persi su questi lembi di terra incantata e soave. Il pensiero delle mitologie greche mi stuzzica con un senso di appropriata magia. Adesso capisco perché tante leggende siano nate in questi luoghi e, attraverso di essi, alimentate ed enfatizzate oltre ogni misura. Qui qualunque albero, rudere di colonna, masso consunto sembra raccontare storie così antiche da farti dimenticare il presente e le sue contingenze. Persino le cicale - per un attimo finisco per crederci davvero - sono lì da duemila anni e non smettono mai di frinire: forse sono le stesse che udiva Ippocrate tra una visita medica e l’altra, le medesime che rintronavano le teste dei numerosi degenti d’allora.

Sul vasto piazzale non siamo più soli: una piccola famiglia di giapponesi è giunta fin quassù ed ora tutti i componenti si aggirano cauti tra i sontuosi, bianchi resti dei basamenti in marmo.

Ecco, è bastato un attimo per sciupare per sempre queste visioni di fantasmi d’altri tempi: in un solo momento tutto il peso della nostra civiltà, con le sue videocamere digitali ed i telefoni cellulari, ha schiacciato la flebile immagine d’Ippocrate. Con lui se ne sono andati per sempre i suoi fidi dottori, gl’infermieri solerti, i tormentati degenti… Tutto perduto. Senza alcuna possibilità di ritorno.

 

Cammino lentamente, facendo attenzione a rinsaldare ogni passo, con la borsa della macchina fotografica nella mano destra ed il cappello nell’altra. L’imponente scalinata, bagnata dalla luce del sole del pomeriggio, è un lungo nastro di colore abbacinante che conta i miei passi cauti. Qualche formica impaurita, unica nota di contrasto tra le lenzuola di pietra, fugge senza meta facendo vibrare goffamente le piccole zampe, alla ricerca di qualche fessura che le offra riparo.

Quando arrivo alla macchina il ricordo fresco dell’inverno mi assale di nuovo, come una leggera nausea, con i suoi sentori di ghiacci lontani, gli odori di muffa, lo squittio petulante dei merli. Forse, mi dico, è solo un po’ di stanchezza, un leggero e momentaneo stordimento dovuto alla giornata di sole. Ripongo sul sedile dell’auto la borsa ed il cappello, poi mi siedo con il volto raccolto tra le mani, faccio un lungo respiro e socchiudo le palpebre.

 

Improvvisamente è scesa la notte. Non mi sono accorto di nulla. Devo essermi assopito: probabilmente ho dormito e forse ho fatto anche un sogno. Un sogno o un ricordo? Non saprei dire con certezza… Poco m’importa, dal momento che ciò che ho visto mi ha lasciato una buon sapore, come una calda cioccolata in questa serata fredda e umida.

Il trillo del cellulare mi distoglie dai pensieri e mi scrolla di dosso il torpore della sera. La voce di Anna mi risveglia definitivamente. E’ tornata dal lavoro ed è contenta perché, finalmente, è arrivata la neve a rallegrare le brevi giornate.

Anch’io le confido di essere felice. Ho in serbo un piccolo ricordo che sa di vacanza e mi riscalda il cuore. Per questa notte almeno, ne sono certo, dormirò in pace.

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