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RICORDO D’INVERNO
Cade la neve. Scende a fiocchi
ampi, leggeri, placidi. Neanche un filo di vento a turbare
l’inconsistente cascata. Tutte le cose hanno rallentato il loro
ritmo, sono quasi ferme. Immobili le grandi case, gli alberi
spogli, i lampioni già accesi, i tralicci scheletrici dell’alta
tensione; immote, appaiono persino, le poche automobili che
arrancano a fatica sulla poltiglia della strada.
Il
grigio orizzonte si stende fin dove può: poi, inesorabilmente,
sconfina in un nulla indistinto e plumbeo, dove addirittura i
rumori perdono la loro consistenza e sembrano sfilacciarsi in
mille piccole stringhe afone.
Il freddo è arrivato di colpo:
ieri un grande cielo azzurro pareva liberare allegrie sopite,
d’altre calde stagioni; oggi l’angusta dimensione dell’inverno
stringe a morte ogni pensiero, avvinghia qualsiasi velleità di
speranza, rincalza focolai di ghiaccio che credevo estinti per
sempre.
E’
facile lasciarsi irretire dalle lusinghe dell’estate, coltivare
l’illusione che tutto sia per sempre luce e colore. Com’è duro
fare i conti con l’asprezza dell’inverno! Ogni albero sembra
tendere perfide insidie e mostruose imboscate coi suoi rami
contorti…
Cammino lentamente, facendo attenzione a rinsaldare ogni passo,
con l’ombrello aperto nella mano destra e la cartella
nell’altra. Il marciapiede, fradicio di neve, è un lungo nastro
senza colore che conta i miei passi cauti. Qualche merlo
impaurito, unica nota di contrasto tra le lenzuola di neve,
fugge senza meta facendo vibrare goffamente le ali, alla ricerca
di qualche cespuglio che gli offra riparo.
Quando arrivo in casa il tiepido
ricordo dell’estate mi assale di nuovo, come una leggera nausea,
con i suoi sentori di afe lontane, gli odori salmastri, il
fragore senza posa delle cicale. Forse, mi dico, è solo un po’
di stanchezza, un leggero e momentaneo stordimento dovuto alla
giornata di lavoro. Ripongo sul letto la cartella e la giacca,
poi mi siedo con il volto raccolto tra le mani, faccio un lungo
respiro e socchiudo le palpebre.
Sono le quattro del pomeriggio: Kos è un forno incandescente nel
quale non trovo scampo. Il sole, alto nel cielo, ha già
incominciato il suo percorso discendente ma è ancora così forte
da costringermi a portare il cappello per ripararmi dai suoi
raggi cocenti. L’ Aiskipljon è davanti ai miei occhi in tutta la
sua vetusta imponenza, con le monumentali scalinate ed i resti
di antiche colonne doriche. Qui Ippocrate volle il primo
ospedale della storia d’occidente: un punto di richiamo per
molti indigenti che giungevano da ogni luogo del Mediterraneo,
in cerca di cure per il corpo e lo spirito.
Tutto è luce accecante e vivida:
perfino le grosse pietre che mi circondano sembrano vibrare
incessantemente in un fremito di torrida calura. Mi guardo
attorno sospeso in una dimensione irreale: nessun turista è in
giro a quest’ora, soltanto il canto monocorde e logorroico delle
cicale si leva incessante tra il verde cupo dei pini di mare.
Per un momento mi trovo ad
invocare un po’ di refrigerio: l’immagine dell’inverno mi passa
per la testa che ribolle di pensieri infuocati. Penso alla
copiosa neve del nord ed al grigio colore di certe serate della
stagione fredda. Un leggero sollievo sembra sopraggiungere per
un istante: la morsa del caldo si allenta e mi trovo a sorridere
all’idea di questo contrasto così stridente da sembrare
innaturale, quasi improponibile nel suo totale anacronismo.
Anna e Roberta salgono a fatica la lunga scalinata, io le seguo
con il viso inondato da mille rivoli di sudore. Ogni gradino è
una piccola conquista che ci avvicina al punto più elevato del
sito. Quando arriviamo al piazzale “alto”, sulla sommità della
collina, il paesaggio che si distende dinnanzi ai nostri occhi è
di una bellezza struggente.
La città di Kos, adagiata sulle pendici dell’altopiano, è
immersa nella cappa della calura pomeridiana. Qua e là, tra le
bianche case a pochi piani, spunta qualche cipresso che la
brezza di mare fa ondeggiare maestosamente. All’orizzonte, oltre
il breve lembo di mare turchese, i massicci monti della costa
turca hanno le sembianze di antiche, brulle sentinelle,
sormontate da un’imponente nuvola bianca: forse un temporale
imminente.
Il canto delle cicale - ora siamo vicini alla vasta pineta - è
assordante, quasi insopportabile. Nelle ombre del pomeriggio
alcuni massi adagiati tra gli aghi di pino offrono un fresco
riparo dalla calura e richiamano la mia attenzione con leggere
malie d’una frescura quasi fuori luogo.
Mi
alzo dal letto e guardo dalla finestra socchiusa. Cerco un segno
di luce, un’ improbabile possibilità di fuga dalle costrizioni
della fredda stagione, ma i miei occhi scorgono soltanto scenari
di ghiaccio, cieli senza alcuna profondità. La neve non smette
di scendere, l’oscurità pervade ormai ogni cosa sottraendole
colore e consistenza, togliendole tangibilità e vitalità. C’è un
grande silenzio nell’aria, rotto, a tratti, dal rumore sordo di
qualche automobile di passaggio.
Ritorno a sedermi sul letto, con
la sera che mi entra nel cuore e nelle ossa…
Tra le fronde delle conifere il profumo di resina permea l’aria
immobile e mi riempie i polmoni, saturando ogni mio respiro.
L’ombra è gradevole e fresca, Roberta è seduta accanto a me,
persa tra i suoi pensieri. Anna è più in là, ancora sotto il
sole cocente, intenta a decifrare il depliant turistico in
lingua inglese che stringe tra le mani.
Trascorrono alcuni minuti in una calma senza tempo e senza
parole. Sono madido di sudore: i capelli mi si appiccicano alla
fronte ed al collo schiacciati dal cappello di stoffa, fradicio
anch’esso.
Roberta improvvisamente rompe il silenzio: mi dice qualcosa
riguardo all’antica civiltà greca che abitava, millenni
addietro, questi luoghi incantati.
Io le rispondo pigramente pensando al gran numero di donne,
uomini e bambini che venivano all’
Aiskipljon per curare i loro acciacchi e le fatali malattie di
quei tempi. Dovevano essere in molti, a giudicare dai gradini
consunti di questo luogo: qualcuno con l’artrite, qualcun altro
zoppicante a causa di una frattura, altri ancora doloranti per
gli effetti d’una ferita di guerra; tutti, indistintamente,
smaniosi di guarire al più presto, nel segno dell’inestinguibile
devozione verso gli Dei dell’Olimpo.
Osservo con più attenzione il paesaggio: Kos è una città dalle
sembianze dorate che risplende nella luce calda del pomeriggio,
quasi trasfigurata. Ora riesco a scorgere anche l’imponente
fortezza di San Giovanni, nei pressi del porto; qualche profilo
di minareto, invece, mi ricorda che qui, fino al primo decennio
del secolo scorso, i turchi imperversavano con i commerci, la
religione e la cultura propri del mondo arabo.
Il braccio di mare che separa l’isola dal continente è un
brulicare incessante di piccole imbarcazioni ed aliscafi carichi
di turisti di ritorno da Bodrum, la piccola città balneare
adagiata sul litorale turco.
Il caldo scema lentamente, complice anche un alito di vento che
si alza dal basso: i pensieri si fanno più lucidi e pacati, il
corpo si anima riacquistando energie che credevo perdute.
Anche Anna ha ceduto ai richiami
dell’ombra pomeridiana; siamo tutti seduti ora, con gli occhi
persi su questi lembi di terra incantata e soave. Il pensiero
delle mitologie greche mi stuzzica con un senso di appropriata
magia. Adesso capisco perché tante leggende siano nate in questi
luoghi e, attraverso di essi, alimentate ed enfatizzate oltre
ogni misura. Qui qualunque albero, rudere di colonna, masso
consunto sembra raccontare storie così antiche da farti
dimenticare il presente e le sue contingenze. Persino le cicale
- per un attimo finisco per crederci davvero - sono lì da
duemila anni e non smettono mai di frinire: forse sono le stesse
che udiva Ippocrate tra una visita medica e l’altra, le medesime
che rintronavano le teste dei numerosi degenti d’allora.
Sul vasto piazzale non siamo più soli: una piccola famiglia di
giapponesi è giunta fin quassù ed ora tutti i componenti si
aggirano cauti tra i sontuosi, bianchi resti dei basamenti in
marmo.
Ecco, è bastato un attimo per sciupare per sempre queste visioni
di fantasmi d’altri tempi: in un solo momento tutto il peso
della nostra civiltà, con le sue videocamere digitali ed i
telefoni cellulari, ha schiacciato la flebile immagine d’Ippocrate.
Con lui se ne sono andati per sempre i suoi fidi dottori,
gl’infermieri solerti, i tormentati degenti… Tutto perduto.
Senza alcuna possibilità di ritorno.
Cammino lentamente, facendo attenzione a rinsaldare ogni passo,
con la borsa della macchina fotografica nella mano destra ed il
cappello nell’altra. L’imponente scalinata, bagnata dalla luce
del sole del pomeriggio, è un lungo nastro di colore abbacinante
che conta i miei passi cauti. Qualche formica impaurita, unica
nota di contrasto tra le lenzuola di pietra, fugge senza meta
facendo vibrare goffamente le piccole zampe, alla ricerca di
qualche fessura che le offra riparo.
Quando arrivo alla macchina il ricordo fresco dell’inverno mi
assale di nuovo, come una leggera nausea, con i suoi sentori di
ghiacci lontani, gli odori di muffa, lo squittio petulante dei
merli. Forse, mi dico, è solo un po’ di stanchezza, un leggero e
momentaneo stordimento dovuto alla giornata di sole. Ripongo sul
sedile dell’auto la borsa ed il cappello, poi mi siedo con il
volto raccolto tra le mani, faccio un lungo respiro e socchiudo
le palpebre.
Improvvisamente è scesa la notte. Non mi sono accorto di nulla.
Devo essermi assopito: probabilmente ho dormito e forse ho fatto
anche un sogno. Un sogno o un ricordo? Non saprei dire con
certezza… Poco m’importa, dal momento che ciò che ho visto mi ha
lasciato una buon sapore, come una calda cioccolata in questa
serata fredda e umida.
Il
trillo del cellulare mi distoglie dai pensieri e mi scrolla di
dosso il torpore della sera. La voce di Anna mi risveglia
definitivamente. E’ tornata dal lavoro ed è contenta perché,
finalmente, è arrivata la neve a rallegrare le brevi giornate.
Anch’io le confido di essere felice. Ho in serbo un piccolo
ricordo che sa di vacanza e mi riscalda il cuore. Per questa
notte almeno, ne sono certo, dormirò in pace.
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